Lo smemorato di Collegno
A cura di Ceriani Cinzia
Un giallo che ha fatto storia nella cornice
della prima guerra mondiale
PROF. CANELLA: DISPERSO.
POI RICOMPARE, MA É UN SOSIA.
LA MOGLIE LO "RICONOSCE"
E SE LO PORTA A CASA
La diversità delle impronte digitali dimostrava che Bruneri era un impostore. Ma la signora ha sempre sostenuto la sua verità. Perché?
Missouri. Divenne meritatamente famoso per la brillante soluzione che diede ad un caso di omicidio, riuscendo non solo a far scagionare il suo assistito, ma anche a scoprire il vero colpevole. Tutto ciò fu possibile grazie all'esame delle impronte digitali che l'assassino aveva lasciato sul luogo del crimine. E' rimasta famosa la descrizione delle impronte digitali, e della loro importanza, data dall'avvocato Wilson: "Ogni creatura umana porta dalla culla fino alla tomba certe caratteristiche che non alterano la sua personalità e per mezzo delle quali essa può sempre essere identificata, senza ombra di dubbio o di incertezza. Queste caratteristiche sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, né divenire illeggibile col passare del tempo... Se guardate i polpastrelli delle vostre dita, osserverete delle sottili linee curve, compatte come quelle che indicano i margini degli oceani sulle carte. Queste linee formano vari disegni chiaramente tracciati, come archi, circoli, curve, spirali e questi disegni sono diversi su ogni dito... Le impronte di un gemello non sono mai uguali a quelle dell'altro fratello gemello... Avrete spesso sentito parlare di gemelli che erano tanto simili l'uno all'altro che, vestiti allo stesso modo, neanche i genitori stessi riuscivano a distinguerli. Eppure non c’è mai stato un gemello, in questo mondo, che non abbia avuto sin dal battesimo e fino alla morte, un segno di identificazione in questo misterioso autografo di nascita."
Per correttezza dobbiamo comunque informarvi del fatto che l'avvocato David Wilson non è mai esistito: è un personaggio di un racconto, nato dalla fantasia del brillantissimo scrittore Mark Twain. Ma abbiamo citato dei brani della sua arringa perché, a detta degli esperti in dattiloscopia, è la miglior descrizione dell'importanza delle impronte come mezzo di identificazione. E' anche interessante notare che il racconto di Mark Twain è del lontano 1893: già alla fine del secolo scorso era noto che non esistono al mondo due persone con le stesse impronte digitali, e che queste sono immutabili, dalla nascita alla morte.
Tenete quindi a memoria le parole dell'avvocato Wilson. Ci saranno utili nel cammino che ci apprestiamo a fare insieme, ripercorrendo una vicenda strana e tortuosa, che appassionò l'Italia dei nostri padri e che coinvolse personaggi importanti e fuorilegge, donne innamorate e bimbi in cerca di un padre; che vide nascere e morire speranze e illusioni, inganni e verità amare. E' la vicenda dello "smemorato di Collegno".
CANELLA SPARISCE IN BATTAGLIA E’ il 25 novembre del
Giulio Canella nella vita civile era un professore di filosofia stimato e già molto conosciuto, nonostante la giovane età. Era nato a Padova nel 1881 e dopo la laurea si era trasferito a Verona, divenendo direttore della Scuola Magistrale. Nel 1909 aveva fondato assieme ad uno dei più illustri studiosi italiani, padre Agostino Gemelli, la "Rivista di filosofia neoscolastica" e all'inizio del 1916 (pochi mesi quindi prima di andare sotto le armi) aveva iniziato la pubblicazione del quotidiano cattolico "Corriere del Mattino". Giulio Canella aveva sposato la cugina Giulia Concetta, che portava il suo stesso cognome. Un matrimonio molto felice: i due coniugi erano unitissimi ed entrambi animati da una grande fede. Entrambi provenivano da ottime famiglie. Il padre della sposa, uomo facoltosissimo, aveva grossi interessi in Brasile, mentre Guido Canella, padre di Giulio, era a sua volta un letterato ed ebbe la soddisfazione di vedere tutti e tre i figli avviati a brillanti carriere, due nel campo dell'insegnamento ed uno nell'avvocatura.
... E VIENE DATO PER DISPERSO Tutto il mondo del giovane studioso di filosofia, le sue passioni, le sue frequentazioni, tutto era lontano mille miglia dalla brutalità della guerra, dalla selvaggia bestialità degli assalti alla baionetta, dei corpo a corpo, degli agguati. Una cartolina precetto strappò Giulio Canella da una vita dorata, dalla seconda figlia nata da pochi giorni, per gettarlo all'inferno. Ma da quell'inferno fece ritorno? Secondo il Ministero della Guerra, no. Il giorno successivo al tragico agguato sul sentiero di Monastir, le truppe italiane ripresero il controllo della zona, recuperando i corpi dei numerosi soldati caduti. Tra di essi non vi era il capitano Canella, che peraltro non risultava neanche, dalle informazioni assunte, prigioniero dei bulgari. Quando quest'ultimi lo avevano catturato, molti testimoni concordavano nel dire che il capitano sembrava più morto che vivo. Cosa avevano dunque fatto i soldati bulgari del suo corpo? Dove lo avevano abbandonato? Domande senza risposta: in guerra esiste un eufemismo, una definizione che non parla di "morte" e che tante volte è servita ad alimentare crudelmente inutili speranze: il capitano Giulio Canella doveva ritenersi "disperso". Così comunicò il Ministero della Guerra ai familiari.
E Giulia Concetta Canella iniziò la sua vita da giovane vedova, dedita ai figli, ritirata, protetta da una famiglia altolocata e facoltosa. Non conobbe problemi materiali, ma lo strazio della nostalgia, attenuato dalla speranza che coltivava ogni giorno nel suo cuore pensando al marito tanto amato, che, forse, non era morto. Lo aveva detto il Ministero: il marito era solo "disperso". E chi è disperso non può forse venir ritrovato? Solo i morti non ritornano.
Nove anni di vita; i due figli crescono, Giulia Canella parla con loro raramente del padre: sono troppo piccoli, non devono soffrire. Ma la giovane vedova ne parla spesso con i parenti e con i numerosi amici che conobbero e stimarono il professor Giulio Canella. Parla del marito "disperso", della sua speranza mai sopita di ritrovarlo. E si giunge così al 6 febbraio del 1927. Quel giorno la "Domenica del Corriere" pubblica la foto di un uomo barbuto, dell'apparente età di anni 45, ricoverato dal 10 marzo dell'anno precedente al Manicomio di Collegno, dove lo avevano portato i carabinieri. L'uomo era stato fermato, come risultava dai verbali, a Torino, per "atti pazzeschi nella pubblica via": urlava, piangeva, manifestava propositi suicidi. I carabinieri lo avevano consegnato ai sanitari del Manicomio di Collegno e questi, constatato che l'uomo era affetto da amnesia generale, non ricordando il proprio nome, la professione, non riuscendo a dare riferimenti di famiglia, ne avevano disposto il ricovero a tempo indeterminato, dandone notizia al Questore, che aveva ratificato il provvedimento. La "Domenica del Corriere" era al tempo la rivista letta, praticamente, da tutti. Quasi in ogni numero pubblicava delle foto sotto la testata "Chi li ha visti?": si trattava di persone scomparse dalle loro case, e i familiari chiedevano questo aiuto al noto settimanale e tante volte, in effetti, la "Domenica" aveva permesso di ritrovare parenti dispersi. Questa volta la foto veniva pubblicata sotto la testata "Chi lo conosce?". Era l'estrema speranza, dopo le inutili ricerche di polizia, di dare un nome allo "smemorato di Collegno".
UNO SMEMORATO APPARE A COLLEGNO Anche Giulia Canella legge
Abbiamo parlato di cautele: non perchè lo smemorato avesse dato segni di pericolosità; tutt'altro. Il suo comportamento al manicomio era sempre stato tranquillo e corretto. Erano però stati vani tutti i tentativi dei medici di spezzare il velo che copriva il passato dello smemorato: si poteva solo constatare che era una persona di buona cultura, di modi educati, che entrava in stato di angoscia ogni volta che, da solo o a ciò stimolato, cercava di rispondere alla domanda fondamentale: chi sono io? Le cautele dei medici si spiegavano quindi con la preoccupazione che una ricognizione non inducesse ulteriori crisi di ansia nel ricoverato: andava fatta gradualmente, per verificare se non solo i visitatori riconoscevano lui, ma soprattutto se lui stesso aveva almeno qualche reazione nel vedere i visitatori, senza sapere previamente che questi erano venuti per vederlo.
La signora Canella venne quindi invitata a passare per il chiostro dell'ospedale assieme ai due amici con cui era venuta a Collegno, fingendo di essere semplicemente in conversazione con loro e senza rivolgersi direttamente allo smemorato, che i medici avrebbero provveduto a portare nel chiostro, come del resto accadeva tutti i giorni, in normali passeggiate. La prima ricognizione non sortì alcun effetto: la signora Canella, obbediente ai medici, non manifestò alcuna emozione, mentre lo smemorato sembrò non accorgersi neanche di lei. Ma Giulia Canella uscì dal manicomio convinta: "E" lui! Tremendamente provato nel fisico, ingrigito, forse irriconoscibile a molti, ma non a me, sua moglie! E' lui, ne sono certa!". Il giorno successivo, un altro esperimento, con le medesime istruzioni: e in quest'occasione lo smemorato fece per avvicinarsi alla signora Canella, ma poi si bloccò, vista l'indifferenza che lei, in osservanza delle istruzioni, continuava a fingere. E poi lo smemorato disse ai medici che qualcosa era accaduto nella sua mente: un barlume, una luce tenue, ma comunque una luce, si era accesa in tanta oscurità.
E si arrivò così al terzo esperimento: La signora Canella fu autorizzata a dirigersi verso lo smemorato. Questi, fermo in mezzo al chiostro, sembrava studiare la visitatrice elegante, che avanzava piano, con esitazione, e che a un certo punto non seppe trattenere l'emozione. "Giulio, Giulio!" gridò la donna, con gli occhi pieni di lacrime. E lo smemorato si gettò tra le sue braccia. Per quanto tempo stettero così, abbracciati, mentre la donna ripeteva come una cantilena il nome del marito e singhiozzava, e anche l'uomo era chiaramente scosso da una violenta emozione? I medici osservavano la scena poi, quando finalmente i due riuscirono a separarsi, consigliarono alla signora di allontanarsi per qualche ora: lo smemorato appariva prostrato, sul punto di svenire. "Torni nel tardo pomeriggio signora, ora anche lei ha bisogno di riposarsi..."
Giulia Canella uscì tremante dal manicomio. Nel pomeriggio un nuovo incontro non fece che rinsaldare la sua convinzione. Era lui, era lui, finalmente, non era morto, era solo disperso ed ora lo aveva ritrovato! Lo smemorato parlava a stento, come chi a fatica sta riafferrando ricordi lontani; ma la sua prima domanda fu per i figli. Trascorsero ancora tre giorni, occupati da colloqui sempre più particolareggiati. Era come se lo smemorato risalisse pian piano da un profondissimo pozzo. La luce tornava, ma spesso lo abbagliava, abituato com'era ad anni di buio; e allora l'uomo si fermava nella conversazione, tornava alla sua fissità, portando una mano alla fronte, come fa chi cerca di fermare i propri pensieri. Poi, pian piano, riprendeva la sua faticosa salita.
"CANELLA" TORNA IN FAMIGLIA, PERÓ... Il direttore del manicomio, convinto della validità del riconoscimento, autorizzò la dimissione dello smemorato, che ora ridiventava ufficialmente il prof. Giulio Canella, classe 1881, dato per disperso sul fronte macedone, che tornava a casa sua, a Verona, in compagnia della legittima consorte.
Domenica 6 marzo
La lettera non porta firma. Ma va verificata. Il delegato si fa portare dal brigadiere di servizio il fascicolo intestato allo smemorato di Collegno e gli ordina anche di controllare se in archivio esista una scheda a nome di Bruneri Mario, ricercato per espiare condanne definitive. Il brigadiere torna: Bruneri Mario esiste, eccome. E' già stato ospite delle patrie galere, per una sua certa propensione alla truffa, al falso e all'appropriazione indebita. Ora risulta latitante dovendo scontare ancora due anni di reclusione per truffe. Residente ufficialmente a Torino, dove risulta però irreperibile, avendo lasciato moglie e madre nell'indigenza. Domicilio attuale sconosciuto. Segnalato negli anni precedenti a Pavia e a Milano in compagnia di Ghidini Camilla, da Brescia, già inquisita per reati contro il patrimonio e contro la morale. Peraltro il Bruneri non risulta essere un delinquente "qualsiasi". I rapporti lo descrivono come uomo di aspetto distinto, di buone capacità di conversazione, ottimo linguaggio, nonostante la limitata istruzione. Insomma, non il delinquente bruto, ma il "tipo" del truffatore, che mette al servizio del crimine delle naturali doti intellettuali ed umane. Il delegato ha davanti a sè le foto dello smemorato, fornite a suo tempo dal manicomio di Collegno e le foto segnaletiche di Bruneri Mario. Le osserva a lungo, poi prende foto e lettera anonima e chiede con urgenza al Questore di riceverlo.
COLPO DI SCENA: NON É LUI. ARRESTATO Martedì 8 marzo
LE PROVE: É BRUNERI, PREGIUDICATO La famiglia Canella, con l'aiuto di un intimo amico, il capitano Parisi, inizia a raccogliere numerose testimonianze, soprattutto tra i soldati che servirono dieci anni prima al comando del capitano Canella e presenta un ricorso al Tribunale penale di Torino, chiedendo la revoca dell'arresto disposto dalla Questura. Il Tribunale penale non ha competenza per stabilire l'identità dello smemorato, ma comunque accoglie il ricorso della famiglia Canella, ordinando, il 23 dicembre del 1927, la scarcerazione di colui che a questo punto è un "signor X", perchè i giudici semplicemente valutano non raggiunta la prova dell'identificazione dello smemorato con il Bruneri. Ma Giulia Canella non ha dubbi, e lo "smemorato" torna a casa a Verona.
Il Natale del 1927 non è felice in casa Canella. Il professor Giulio appare prostrato dalla nuova prova a cui è stato sottoposto, e poi ora le chiacchiere iniziano a divenire fin troppo fastidiose. Ma la moglie e il capitano Parisi lo confortano: la verità trionferà, non bisogna cessare di confidare nella Provvidenza. Ma anche per la vecchia madre di Bruneri il Natale di quell'anno è infelice: la poveretta è scossa da contrastanti sentimenti, perchè per una mamma un figlio è sempre oggetto d'amore, anche se è un figlio traviato. Avrebbe preferito che il figlio scontasse la pena e poi, pareggiato il suo debito con la società, potesse tornare a vivere una vita da galantuomo, come era stato suo padre, come era suo fratello. E invece il figlio ha architettato una nuova truffa, questa volta ben più complessa e grossa delle precedenti: ha cambiato identità, ha carpito la buona fede di una vedova. Mario continuerà a mal fare e sua madre sa, in cuor suo, che non lo rivedrà mai più. Felice Bruneri decide allora di adire il Tribunale Civile di Torino. Il fratello Mario ha anche degli obblighi di assistenza verso la moglie che ha abbandonato da anni. Stabilisca il Tribunale civile la vera identità dello smemorato.
VIA CRUCIS NEI TRIBUNALI E arriviamo così al lunedì 22 ottobre 1928: il primo atto di un iter giudiziario che durerà per più di due anni. Il Tribunale Civile di Torino emette la sua sentenza: lo "smemorato di Collegno" è da identificarsi in Bruneri Mario, per prove testimoniali e dattiloscopiche.
La famiglia Canella ricorre subito in Appello, anche se già nel primo giudizio ha subìto una tremenda doccia fredda. Due uomini illustri, stimatissimi, la cui parola è davvero difficile porre in dubbio, hanno escluso con sicurezza davanti ai giudici che lo smemorato possa essere il professor Giulio Canella. Non si sono pronunciati circa l'identificazione con Bruneri Mario, che per loro è un perfetto sconosciuto, ma hanno potuto escludere invece l'identificazione con Canella Giulio, che entrambi conoscevano bene. E questi due uomini sono Padre Gemelli, il fondatore dell'Università Cattolica, pioniere della psicologia in Italia, cofondatore con Giulio Canella della Rivista di Filosofia Neoscolastica, e il Conte Della Torre, direttore dell'Osservatore Romano, che fu molto vicino al giovane filosofo al tempo della fondazione del "Corriere del Mattino". Altra doccia fredda dallo Stato Maggiore dell'Esercito, che non fa che ripetere la comunicazione a suo tempo emessa: il capitano Giulio Canella risulta "disperso", nè alcun elemento nuovo è nel frattempo sopravvenuto che autorizzi ad annunciarne il ritrovamento.
L'11 marzo del 30 è un martedì. Sono trascorsi tre anni esatti da quel telegramma con cui la polizia scientifica comunicava che le impronte dello smemorato e del Bruneri erano uguali.
I "CANELLIANI" E I "BRUNERIANI" Ma la famiglia Canella, il capitano Parisi e un altro amico di famiglia, il sacerdote Germano Alberti non demordono e chiedono alla Corte di Cassazione una pronuncia nel merito. Ormai si sono formati i due partiti, i "canelliani" e i "bruneriani". I primi sostengono che un individuo ignorante come il Bruneri non avrebbe mai potuto sostituirsi al distinto e colto professor Canella. Ma i secondi a loro volta obiettano che Bruneri è tutt'altro che uno sprovveduto, e lo ha dimostrato più volte, seppur in attività illecite. E' comunque in grado di assumere molte personalità. E le impronte digitali? Non sono forse già quelle una prova sufficiente? E come si può non tener conto delle testimonianze di Padre Gemelli e del Conte Della Torre?
L'ultimo dell'anno del 1931
Mentre si svolgeva questo travagliato iter giudiziario, lo "smemorato" aveva continuato a vivere a Verona, come marito di Giulia Canella. La coppia aveva avuto ancora tre figli, Elisa (nata il 21 novembre del 28), Camillo (31 dicembre del 29) e Maria (12 settembre del 31). Questi tre figlioli, a differenza dei loro fratelli maggiori, non poterono mai figurare, per l'anagrafe italiana, come figli del prof. Giulio Canella. Lo divennero invece per l'anagrafe brasiliana. Infatti la famiglia, quando il "riconosciuto" Bruneri ebbe espiato i residui di pena, si trasferì a Rio de Janeiro, su energica sollecitazione del padre di Giulia, che voleva evitare alla figlia di vivere in una situazione che era ormai intollerabile, per le chiacchiere e lo scandalo suscitato dai definitivi pronunciamenti della magistratura. Lo stato brasiliano iscrisse nei suoi registri anagrafici un nuovo residente: il cittadino italiano prof. Giulio Canella.
E proprio da Rio si segnalò un episodio che ridiede fiato ai sostenitori della "tesi Canella". Lo "smemorato", tornato agli studi di filosofia, aveva indirizzato un suo opuscolo al Papa, in segno di devozione. E Sua Santità Pio XI aveva risposto, tramite la segreteria di Stato, indirizzando l'implorata Benedizione Apostolica allo "Ill.mo signor dottor Giulio Canella." Siamo così giunti, dopo la definitiva sentenza della Cassazione, alla (praticamente) forzata migrazione in Brasile di Giulia Canella con i suoi figli e con... Mario Bruneri o Giulio Canella?
LE IMPRONTE DIGITALI DICONO... Conviene fare un attimo di sosta e di riflessione. Alcuni dati sono indiscutibili:
primo, Il caso fu esaminato da un Tribunale, due Corti d'Appello, e due volte dalla Cassazione (la seconda volta a Sezioni Unite); nessuno di questi giudici riconobbe mai nello smemorato il prof. Giulio Canella;
secondo, la somiglianza tra Bruneri e Canella esisteva, anche se non era possibile definirli due "sosia"; ma le impronte digitali rilevate allo smemorato erano quelle di Mario Bruneri; è pur vero che le impronte di Giulio Canella non erano archiviate in alcun ufficio di polizia, essendo lo stesso incensurato. Ma non si può certo ipotizzare, per sostenere la "tesi Canella", l'unico caso mai conosciuto al mondo di due individui con le stesse impronte digitali;
terzo, l'episodio dell'opuscolo al Papa viene facilmente svalorizzato dai bruneriani, facendo notare che il volumetto non conteneva altro che vecchi scritti riordinati; in quanto alla risposta, indirizzata al "dott. Giulio Canella", è facile obiettare che ogni giorno al Santo Padre pervengono centinaia di invii postali da ogni parte del mondo, e che quindi non vi era nulla di strano nel fatto che
Resta ai canelliani una valida obiezione: come poteva lo smemorato, se era Bruneri, conoscere diversi particolari della vita di Giulio Canella, come dimostrò fin dai primi colloqui con la moglie nel manicomio di Collegno? Ciò era possibile per una ragione: Bruneri e Canella con tutta probabilità si erano conosciuti, e il primo, abile truffatore, era riuscito a carpire diverse confidenze dal secondo, intuendo che l'eccezionale rassomiglianza poteva in un domani tornargli utile. Come infatti accadde. E l'incontro tra i due avvenne a Milano, nel
UNA SOMIGLIANZA IMPRESSIONANTE Come racconterà ai giudici (ai quali si presentò spontaneamente quando apprese dai giornali la vicenda dello smemorato) l'uomo, che era in stato confusionale, chiedeva solo da mangiare. Indossava calzoni militari e una logora giacca. Mossa a compassione, la signora Taylor si prese cura del "Randagio", come era soprannominato, fornendogli abiti e cibarie, e dandogli appuntamento per il giorno successivo, per portargli altro aiuto. Gli incontri col Randagio furono diversi. L'uomo era mite, gentile, diceva di avere una famiglia, ma non sapeva dove, e di aver combattuto come ufficiale e aver perso tanti uomini. Il poveretto era aiutato anche da una buona donna, una lattaia di cui
Proprio in quel periodo il ricercato Bruneri Mario era stato segnalato a Milano. E a Milano, evidentemente, era giunto anche, dopo chissà quali vagabondaggi, il povero capitano Canella, confuso, in stato di amnesia, ridotto alla mendicità. Quali itinerari avrà percorso negli anni, come era riuscito a sfuggire ai nemici? Domande che non avranno mai risposta. Ciò che è altamente probabile è l'incontro tra i due. E il furbo Bruneri comprende che una rassomiglianza così marcata può sempre essere utile in futuro. E inizia a carpire brandelli di ricordi dal povero soldato confuso, per costruirsi un'identità "di riserva" che a uno come lui può sempre far comodo. Cosa accade poi all'infelice Canella? Con tutta probabilità continua la sua vita errabonda, alla ricerca vana di sè stesso. Forse muore come tanti barboni, senza nome e senza una lapide, ma solo con un numero all'obitorio. Ma Mario Bruneri, proseguendo nella sua vita truffaldina, sente che ormai la legge sta per mettergli le unghie addosso. E gioca il tutto per tutto. Si finge pazzo, dà in escandescenze sulla pubblica via, viene ricoverato in manicomio. E poi la sorte gli dà l'incredibile: la possibilità di ricostruirsi una vita ricucendo quei brandelli che aveva sottratto al suo povero "quasi sosia".
GIULIA, UNA MOGLIE DISPERATA La sorte si incarna in Giulia Canella. Ed è su questa donna che ruota tutta l'incredibile commedia dell'inganno. Perchè Giulia Canella non ha avuto la misericordiosa, seppur crudele, grazia che hanno avuto tante donne durante la guerra: un telegramma del Ministero che avvisa, con formale rammarico, la morte del loro congiunto. No: a Giulia Canella è stata data la più crudele delle notizie: Signora, suo marito è "disperso". Cosa può allora iniziare a maturare nel cuore e nella mente di una donna, innamoratissima del marito? Un'attesa, una logorante speranza su cui vivere giorno per giorno. Possiamo dire senza tema di esagerare che l'ultima persona che avrebbe dovuto procedere al riconoscimento dello smemorato di Collegno era proprio Giulia Canella. Perchè era consumata da troppi anni di un'attesa straziante. Perchè "voleva" a tutti i costi ritrovare il suo Giulio. E lo ritrovò, in cuor suo lo ritrovò di sicuro. E siamo convinti che siano da respingere con sdegno le ipotesi maliziose, formulate all'epoca da alcuni giornalisti, che vollero la strenua difesa fatta da Giulia Canella del marito come dettata solo dalla necessità di coprire lo scandalo. In altre parole: lei stessa si sarebbe accorta poco dopo il riconoscimento dell'errore di persona, ma ormai i passi già fatti l'avevano compromessa. Noi crediamo che Giulia Canella abbia davvero ritrovato nello smemorato il suo Giulio, abbia amato il suo Giulio, a lui abbia donato altri tre figli. Follia? Forse. O amore portato all'estremo.
Il 12 dicembre del 1941 Mario Bruneri moriva in Brasile. Forse qualcuno piangeva per lui in Italia; di sicuro piansero per lui i figli, pianse la moglie, per la quale moriva Giulio, col conforto di aver vissuto più serenamente gli ultimi anni, lontano da una Patria ingrata.
E chissà se prima di morire lo smemorato di Collegno avrà guardato un attimo le sue mani, i suoi polpastrelli. Se anche non aveva mai letto nulla di Mark Twain, lui ben sapeva che le impronte digitali per ogni uomo "...sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, nè divenire illeggibile col passare del tempo... ".
di Marco Lambertini da http://www.storiain.net





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