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Dejavù

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Con il termine francese Dejavù si indica comunemente la bizzarra sensazione di aver già vissuto una determinata scena con il convincimento di sapere cosa stia per succedere l’attimo dopo. Una volta analizzata e razionalizzata la sensazione scompare lasciandoci con un senso di misterioso sgomento.

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La stessa cosa capita con posti e luoghi dove non si è mai stati, e che logicamente non ci sarebbe possibile riconoscere, mentre invece essi rivelano per noi connotazioni familiari, come se rivedessimo qualcosa che per contro non possiamo in alcun modo aver vissuto o visto.

 

Spesso la logica si arena di fronte a queste manifestazioni inconsce che alla fine archiviamo nella nostra memoria come episodi curiosi, ma non determinanti.

 

Dunque il termine Dejavù che letteralmente significa Già Visto identifica un momento o una situazione che in realtà sperimentiamo per la prima volta, con la sensazione “errata” di averlo già vissuto.

 

Come per molti fenomeni che ancora sfuggono alla nostra comprensione non esistono spiegazioni concrete o scientifiche, mentre sono state avanzate parecchie ipotesi, alcune delle quali molto suggestive.

 

I campo abbracciati nel tentativo di dare spiegazione a questo particolare momento sensoriale sono vasti e variegati e vanno dai percorsi empirici, al  paranormale, allo psicologico.

 

Base di tutto sembra essere il nostro cervello, i cui percorsi non ci sono ancora del tutto noti, e che continua per questo a rappresentare una sorta di territorio inesplorato e sconosciuto.

 

Una delle teorie avanzate in principio è quella psicanalitica. In pratica si suppone che in determinati momenti potrebbero affiorare dal nostro subconscio di brandelli di memoria e ricordi del passato che suggeriscono solo un senso di vaga familiarità e non un ricordo ben preciso. Questo ci indurrebbe a travisare e ad attribuire al fenomeno delle connotazioni mistiche o misteriose. A volte si tratta invece di falsi ricordi, il tentativo cioà del nostro cervello di crerare dei paralleli tra l’esperienza attuale e quelle pregresse, effettuato confrontando il presente con il passato, a volte potrebbe dare dei risultati sfalzati, non reali o non veritieri, producendo il medesimo risultato di esperienza “paranormale”.

 

Questa spiegazione si avvicina a quella psicologica, dove gli specialisti del settore identificano il fenomeno con quella che tecnicamente viene chiamata paramnesia. Sarebbe in pratica una simulazione virtuale del nostro cervello che “crede” erroneamente di ricordare qualcosa che in realtà non è mai avvenuto. Un errore giustificabile e indotto da esperienze comunque assorbite ma non realmente vissute. Come una fotografia vista dalla medesima angolazione, un ricordo narrato da altri, un’esperienza analoga ma non uguale che viene travisata e confusa. In pratica un errore percettivo.

 

L’ultima ipotesi in ordine di tempo è quella di un conflitto a livello di informazioni cerebrali. Una sinapsi errata. In poche parole un’asincronia di segnale. Il nostro cervello registrerebbe come già avvenuti fatti e sensazioni che stanno di fatto avvenendo solo in quel momento creando una sorta di sovrapposizione delle tracce, dandoci l’illusoria sensazione di pre-vissuto. Un circuito troppo veloce dove si ha la consapevolezza di qualcosa prima che la sensazione ricevuta si trasformi in un evento percettivo preciso. Tale disfunzione potrebbe essere dovuta all’azione indipendente dei due emisferi cerebrali nella fase elaborativa dei segnali sensoriali.

 

Infine, molto vicina a quella parapsicologica, esiste la teoria secondo cui la sensazione di dejavù sarebbe provocata da un qualche tipo di emozione dissociativa. Determinati momenti richiamerebbero alla nostra mente sensazioni e stimoli proveniente da emozioni provate in passato e che vengono associate al momento vissuto per analogia e similitudine. La tipica sensazione di una frase già ascoltata, o di un luogo già visto che molti scambiano per esperienze di vite precedenti che riaffiorano alla memoria. Il fatto che la sensazione non sia fondata viene però provato dal fatto che non appena si tenti di focalizzare o razionalizzare il fenomeno di preveggenza, tentando di identificare la sensazione e di concentrarsi su quello che crediamo di sapere circa gli immediati sviluppi dell’azione, essa svanisce, lasciandoci giustamente con un senso di inadeguatezza, riguardo al quale la spiegazione paranormale risulta certo molto rassicurante.

 

 

L’estremizzazione della teoria paranormale prevede poi addirittura che non solo rammentiamo brandelli di vita vissuta precedentemente in esperienze di reincarnazione, ma addirittura saremmo in grado di ricevere segnali percettivi trasmessi da altri, vissuti nel passato o nel presente, in una particolare forma di telepatia a distanza.

 

Rimane il fatto che, come sempre, per tutto quello che ancora non siamo in grado di spiegare perfettamente, le teorie paranormali rimangono sempre le più affascinanti proprio perché inspiegabili e ammantate di mistero.

 

Sabina Marchesi

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L’Autocombustione Umana: Un Fenomeno Impossibile?

di Sabina Marchesi (14/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia

I casi di cronaca che documentano questo fenomeno si succedono ormai da tre secoli, e mentre per alcuni di essi sono state avanzate ragionevoli ipotesi, per la maggior parte dei essi la scienza medica ancora non sa dare una risposta convincente, e soprattutto univoca, che possa validamente motivare il fenomeno.

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Non è certo la prima volta che la scienza e la conoscenza umana lasciano inspiegati degli eventi ragionevolmente documentati e quindi impossibili da ignorare, ma in assenza di una spiegazione scientifica del fenomeno resta il fatto che la combustione umana spontanea è uno dei casi più inquietanti ed atroci, tale da infiammare la fantasia popolare e da ingenerare incredibili leggende.

 

Tuttavia, a dispetto dei numerosi casi di cronaca ampiamente documentati, la scienza continua a ritenere questo fenomeno come NON esistente. Non esiste infatti nella casistica medica alcuna citazione di questo evento, non risulta compreso tra le malattie elencate nell'International Classification of Diseases, compilata a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e non è riportato nemmeno nell’Indice Medico Internazionale.

 

In poche parole non esiste.

 

Ma la domanda, particolarmente inquietante, che ci si continua a porre è: “Può un corpo umano prendere improvvisamente fuoco in maniera autonoma e trasformarsi in cenere nel volgere di pochissimi minuti?”

 

La scienza medica sostiene di no, i casi di cronaca continuano a dimostrare il contrario.

 

Il fatto che non esista una spiegazione logica, razionale o scientifica non annulla automaticamente il verificarsi di un fenomeno che, se pur inspiegabile, continua ad essere segnalato con allarmante regolarità da quasi trecento anni.

 

L’autocombustione umana, così come generalmente è noto, pare colpire persone di ogni ceto sociale, di ogni razza, di ogni tempra fisica ed età. Nessun comune denominatore apparentemente lega o accomuna i casi. Persone normalissime senza alcuna causa fisica riconoscibile prendono improvvisamente fuoco e i loro corpi si trasformano in pochissimo tempo in un ammasso di cenere.

 

I soggetti colpiti sembrano addirittura non percepire il pericolo e non avvertire dolore, come se il fuoco divampasse al loro interno si incendiano e muoiono rimanendo ferme nella medesima posizione assunta al momento dell’incidente, senza gridare né cercare aiuto, senza fuggire, come se venissero letteralmente consumati sul posto.

 

Il fenomeno si manifesta in maniera improvvisa e altrettanto repentinamente le persone muoiono senza lasciare altra traccia del loro passaggio su questa terra che un misero mucchio di cenere bianca. Niente che umanamente si conosca, nemmeno le altissime temperature dei forni crematori, potrebbero ridurre un essere umano in cenere, nel volgere di pochi minuti.

 

Tutto questo da un punto di vista fisico, logico e scientifico non dovrebbe esistere, ma invece si verifica, con una casistica ormai talmente ampia da poter addirittura azzardare delle statistiche.

 

Del resto non è la prima volta che fenomeni dimostrati non risultano spiegabili scientificamente, eppure accadono, e continuano ad accadere. Ancora a lungo forse il mistero resterà tale, in quanto le vittime spesso non hanno nemmeno modo di accorgersi di quanto accade, vengono consumate istantaneamente e i pochi sopravvissuti non conservano alcuna memoria dell’accaduto e non sanno offrire alcuna spiegazione logica.

 

La dinamica fisica degli eventi, in tutti i casi osservati, sembra essere la stessa. Una persona qualunque prende improvvisamente fuoco, le fiamme appaiono generate dall’interno, e il corpo umano viene consumato nel giro di pochissimi minuti, a volte solo una manciata di secondi, del corpo umano alla fine rimane solo cenere, raramente qualche osso, per lo più appartenente agli arti inferiori, che soli sembrano rimanere miracolosamente illesi. L’evento è talmente improvviso da rendere inutile ogni tipo di soccorsi, i soggetti che si sono salvati spesso muoiono successivamente, e i sopravvissuti si contano sulla punta delle dita.

 

L’incendio che divampa tuttavia sembra essere estremamente violento e localizzato, al punto che la mobilia, gli oggetti e i locali circostanti non riportano alcun segno di bruciatura, mentre invece spesso, ovunque sul soffitto, sulle pareti e sui mobili si è riscontrata la presenza di una massa grassa e untuosa, che ancora colava quando sono intervenuti i primi soccorsi, come se la persona si fosse letteralmente liquefatta.

 

Come può un organismo umano ridursi in cenere, quando perfino nei forni crematori è necessario triturare le ossa, separatamente, dopo l’inceneritura, con un apposito macchinario? Nemmeno le vittime di colossali incendi, che pure hanno divampato per parecchie ore, sono state mai ritrovate in questo stato, normalmente i corpi bruciati dalle  fiamme possono essere rinvenuti carbonizzati, ma mai inceneriti o liquefatti.

 

Per quanto il fenomeno sia riportato ed osservato da secoli, ancora non si è trovata una ragionevole spiegazione, e la ragione vacilla. Senza dover ricorre necessariamente a teorie sovrannaturali è comunque lampante che una via deve essere tracciata, oltre la consueta abitudine delle componenti ufficiali di negare anche l’evidenza quando non si ha alcuna delucidazione da offrire.

 

Troppe volte nel corso della storia ci si è rifugiati dietro allo scetticismo e al diniego  pur di non essere costretti a riconoscere fenomeni che non si riusciva  a comprendere.

Sono a dimostrarlo Galileo Galilei e Cristoforo Colombo, senza i quali saremmo ancora convinti che la terra è piatta e che al di là delle Colonne d’Ercole si spalanca un baratro senza nome, lo stesso baratro dell’ignoranza e della presunzione umana.

 

Sabina Marchesi

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I Casi documentati di Autocombustione Umana

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

Le cronache documentate degli ultimi anni sono piene di quello che, schierati e compatti, i patologi, gli esperti, gli scienziati, i coroner, i periti medico legali, gli ispettori di polizia, e i vigili del fuoco, sostengono “non esistere”.

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Ad un attento esame sembrerebbe che i primi casi storicamente noti siano riportati addirittura nelle Sacre Scritture e nell’Antico Testamento, ma volendo prendere in esame solamente quanto verificatosi di fronte a testimoni attendibili, e di cui esite una testimonianza circostanziata e una relativa indagine “ufficiale”, possiamo identificare il primo caso riconosciuto come “sospetta autocombustione” al 1725, durante il processo per uxoricidio di Nicole Millet.

 

Incriminato per l’omicidio della moglie, tristemente nota in paese come alcoolizzata cronica, a Reims, in Francia, il locandiere Millet fu prosciolto solo quando il suo avvocato riuscì a dimostrare che la vittima non era stata gettata volontariamente nel camino dal coniuge, ma bensì aveva preso spontaneamente fuoco, per perire poi, letteralmente consumata dalle fiamme nel volgere di una manciata di minuti, forse colpita dalla vendetta divina.

 

Strategia difensiva, profonda intuizione scientifica, o abile depistamento delle indagini che fosse, questo è il primo caso universalmente noto di possibile autocombustione.

Si giunse a questa conclusione, o ipotesi, esaminando i resti della vittima e lo stato dei locali, che andavano in contrasto con la teoria dell’accusa, che voleva la donna gettata nel camino dal suo stesso marito.

 

La donna, o meglio quel che restava del suo corpo, giaceva a circa trenta centimetri dal camino, completamente consumata dalle fiamme, intorno a lei circa quaranta centimetri di pavimento erano bruciati, mentre tutto il resto appariva intatto,  e nemmeno i mobili sembravano essere stati danneggiati in alcun modo dalle fiamme.

 

A seguito di questo evento, nel 1763, Jonas Dupont pubblicò una collezione di studi sull’argomento citando gli eventi più conosciuti e raccogliendo una mole di dati impressionante in un trattato, il De Incendiis Corporis Humani Spontaneis.

 

Successivamente, nel 1951, Mary Reeser fu trovata nel suo appartamento, o meglio del suo corpo furono trovati solo un ammasso di ceneri, un teschio carbonizzato, e il piede sinistro totalmente intatto. Ecco il resoconto della scoperta del cadavere così come ce lo riportano le cronache dell’epoca.

 

Siamo in Florida, a St. Petersburg, giunge un telegramma per la ultra sessantenne Signora Reeser. L’affittuaria, animata da quella eccezionale novità, sale i gradini a due a due, e bussa alla porta della sua inquilina. Non giunge risposta, ma tutti sapevano che la signora doveva essere in casa.

 

La locataria, giustamente preoccupata dal prolungato silenzio, si affaccia alla finestra per chiedere aiuto e viene prontamente raggiunta da due imbianchini davanti alla porta, che dopo ripetuti richiami, viene infine sfondata, lasciando fuoruscire una folata di fumo.

 

Nel salotto i macabri resti della povera vecchia, che a quanto sembrava era perita nel divampare di un furioso incendio che però non aveva lasciato tracce, né generato alcun tipo di allarme. Insomma era morta bruciata, e nel più completo silenzio, dato che nessuno degli altri abitanti della casa aveva percepito alcuna richiesta di aiuto o qualsiasi tipo di rumore.

 

La scena, così come si era presentata agli occhi della polizia, era decisamente atipica, per essere il teatro di un incendio.

 

 

Il soffitto e la parte alta delle pareti erano ricoperte da una sostanza grassa, oleosa, che colava fino a circa un metro da terra, al di sopra di questa linea ideale ogni cosa appariva affumicata, corrosa e liquefatta, al di sotto, tranne per il corpo della Signora Reeser, ogni cosa appariva invece miracolosamente intatta.

 

Furono compiuti rilievi, sopralluoghi e indagini approfondite, generando ogni tipo di fantasiose ipotesi, tutte successivamente scartate.

 

Qualcuno aveva colpito la donna dall’esterno con un potentissimo lanciafiamme, la vittima aveva ingerito del materiale esplosivo, un fulmine globulare l’aveva attraversata, scaricandosi attraverso di lei, per poi fuoriuscire dalla finestra.

 

Per la prima volta, dopo il clamoroso caso giudiziario del 1725, qualcuno avanzò di nuovo, timidamente, la teoria della “combustione umana spontanea", in inglese Spontaneous Human Combustion,  poi abbreviato in SHC.

 

La spiegazione “ufficiale” del decesso fu che la donna si era addormentata con la sigaretta accesa, dopo aver bevuto o assunto dei sonniferi, che la vestaglia che indossava di tessuto sintetico, facilmente infiammabile, avesse preso fuoco, e che la vittima, intontita, non avesse avuto modo o tempo di reagire. Solo il medico legale, giustamente, si meravigliò del fatto che, nonostante le altissime temperature che l’incendio avrebbe dovuto raggiungere per consumare il corpo a quel modo, l’appartamento e l’intero edificio non fossero stati in alcun modo lesionati, mentre a rigor di logica avrebbero dovuto essere, invece, completamente distrutti.

 

Ma già nel 1731, e proprio in Italia, senza alcun collegamento apparente con i casi successivi, si era generato un evento che, a ragione, poteva essere ricondotto all’autocombustione.

 

A Verona vive, agiatamente, la ricca contessa Cornelia Bandi, donna integerrima, abitudinaria, dotata di una salute di ferro e di una rigida disciplina, sessantadue anni, perfetta lucidità mentale e di costumi assai morigerati e spartani.

 

Una sera, dopo aver conversato come d’abitudine con la sua cameriera personale, si corica, per non rialzarsi mai più.

Al mattino, quando in conformità alle abitudini della casa, la domestica si reca in camera da letto per svegliare la sua padrona,  si trova davanti a uno spettacolo spaventoso.

“Il pavimento della camera era cosparso di grosse macchie umide e vischiose, mentre un liquido giallastro colava lungo la finestra", il letto appariva intatto, ma le coperte indicavano chiaramente che la contessa si era coricata per poi rialzarsi, forse in preda a un malore, e crollare al suolo infine a pochi metri di distanza. Del suo corpo rimaneva solo un soffice mucchio di cenere, mentre le gambe, intatte, ancora infilate nelle lucide calze di seta, giacevano a terra, oltre quello di lei restava solo parte della calotta cranica.”

Nessuno allora naturalmente si azzardò a parlare di autocombustione, ma il medico legale e il magistrato responsabile delle indagini si spinsero fino a inserire nel rapporto finale l’esplicita frase “Sembra che nel petto della contessa si sia acceso un fuoco spontaneo", che non lasciava adito a dubbi sulla conclusione del caso.

Nel 1782, sempre in Francia, a Caen, una donna , anch’essa anziana, e dedita all’alcool, fu ritrovata quasi nelle medesime condizioni della moglie dell’albergatore di Reims. "Il capo era posto su uno degli alari, a quarantacinque centimetri dal fuoco. Il resto del corpo giaceva di traverso, davanti al camino, ed era ridotto ad un mucchietto di ceneri. Benchè fosse una giornata fredda, nel focolare c' erano solo due o tre pezzi di legno bruciati". La supposizione che fosse perita cadendo nel caminetto dunque non era sostenibile dai fatti, difficile morire carbonizzati se il fuoco era debole e fiacco.

È il 1904 invece, quando a Grimsby, in Gran Bretagna, un contadino vede passando una cameriera intenta a spazzare la cucina, completamente concentrata nella sua opera,  mentre intanto i suoi abiti avevano preso fuoco. Solo quando l’uomo iniziò a urlare, la donna si volse verso di lui e sembrò rendersi conto che c’era qualcosa che non andava, altrimenti avrebbe continuato imperterrita a pulire il pavimento. Salvatasi solo per il pronto intervento del contadino,  una volta ascoltata, dichiarò di non sapere assolutamente come fosse potuto accadere, che era lontana dal camino e dai fornelli, e che comunque oltre a non ricordare nulla, non aveva sentito alcun dolore, nonostante le gravi ustioni che le furono ritrovate sul corpo. Il contadino confermò la sua versione, nessuna fonte di calore apparente si trovava nelle immediate vicinanze, ma allora “come aveva potuto prendere fuoco a quel modo, e soprattutto, come poteva non essersene nemmeno accorta?”.

Nel 1905 si verifica il primo caso documentato di combustione umana che vede coinvolte più persone, la famiglia Kiley, composta da marito e moglie, viene soccorsa dai vicini allarmati da uno strano rumore. Quello che vedono è inspiegabile. Il marito giace a terra completamente carbonizzato, la moglie, meno devastata dalle fiamme, invece, è ancora tranquillamente seduta in poltrona. Nonostante la vicinanza nemmeno un grido o un gemito fu udito dai vicini, i due sembravano essere stati uccisi simultaneamente e repentinamente da una combustione violenta di origini sconosciute che non aveva lasciato nessun’altra traccia nell’ambiente.

Gran Bretagna, 1907, la signora Cochrane, che vive sola,  brucia in religioso silenzio nella sua stanza. Dell’accaduto, classificato come incidente domestico non si sa davvero molto, ma il Daily News dichiarò che "Era talmente arsa da renderne impossibile il riconoscimento", in pratica di lei non era rimasto nulla.

Nel 1908 assistiamo al primo caso di apparente combustione spontanea, pilotato e messo sotto silenzio dalle autorità locali. Le circostanze emerse dalle prime deposizioni ricalcano fedelmente lo scenario della Contessa Bandi. A Whitley Bay, nel Northumberland, Margaret Dewar trovò sua sorella Wilhelmina in piena fase di combustione. Uscita a precipizio per chiedere soccorso, rientrò nella camera da letto dopo pochissimi minuti appena, in compagnia dei vicini, che dovettero constatare la morte della povera donna. Le lenzuola e le coperte erano intatte, non vi era alcuna traccia di fumo o di incendio nella stanza, al di là di quelle localizzate sul cadavere. Un fatto inspiegabile.

Nel corso del processo tuttavia la testimone principale ritrattò la sua versione, sostenendo che la sorella era stata rinvenuta al piano terra,  e solo in seguito trasportata sul letto, questo tacitamente avvallava una manomissione della scena dell’incidente e inficiava buona parte dei rilievi effettuati, motivando così adeguatamente l’incapacità dell’equipe  legale a giustificare le reali modalità del decesso.

Un lungo salto temporale fino al 1922, prima di ritrovare un altro caso possibile di autocombustione. Sydenham, Gran Bretagna, di Euphemia Johnson, perita in un incendio, viene trovata con le ossa calcinate, nel suo appartamento intatto, e le vesti che ricoprono i suoi miseri resti risultano perfettamente integre. A prescindere dalla violenza che un incendio avrebbe dovuto generare per ridurre a quel modo delle ossa umane, come sarebbe stato possibile conciliare l’altissima temperatura necessaria con lo stato dei locali, non minimamente colpiti dalle fiamme, e con l’assoluta integrità degli abiti che, desolatamente ricoprivano delle ossa perfettamente calcinate?

Nel 1960 a  Pikeville, U.S.A. il primo caso universalmente noto di probabile autocombustione di gruppo. La polizia scopre in un’auto miracolosamente intatta i resti di cinque cadaveri completamente carbonizzati e dichiara: “Gli occupanti dell’abitacolo erano posizionati proprio come se fossero seduti in macchina. Con tutto il calore che è stato liberato durante la combustione, meraviglia che non abbiano cercato di scappare".

L’anno dopo in Francia, ad Arcis-sur-Aube, nel 1971,  Lèon Eveil viene trovato bruciato dentro la propria macchina, l’auto non ha riportato alcun danno, la tappezzeria non è annerita dal fumo,  e solo il sedile su cui l’uomo era collocato riportava tracce di bruciature, nessuno avrebbe potuto incendiare altrove il corpo per poi trasportarlo lì perché gli si sarebbe frantumato tra le mani, il cadavere giaceva in posizione seduta, come intento alla guida, perfettamente rilassato, e nessuna spiegazione logica venne avanzata in merito dagli inquirenti.

In Pennsylvania, nel 1964, i resti di Helen Conway furono rinvenuti nella sua camera da letto. Ma il caso venne frettolosamente archiviato come incidente domestico, perché la donna era una forte fumatrice, abituata a lasciare ovunque mozziconi di sigaretta ancora accesi. La testimonianza di sua nipote passò praticamente ignorata, anche perché andava contro la tesi del coroner. La ragazza sostenne infatti, senza mai ritrattare, che dopo essersi recata a salutare la nonna, era subito tornata indietro, allarmata da uno strano rumore, e aveva visto, non appena riaperta la porta, la vittima avvolta dalle fiamme. Tra l’allarme e l’intervento del programma erano passati pochissimi minuti, e il corpo era già stato, completamente, incenerito, senza alcuna spiegazione logica apparente, la vittima inoltre, mentre era avvolta dalle fiamme, non aveva mostrato segni di panico e non sembrava essersi resa conto di quanto le stava accadendo.

Sempre in Pennsylvania, ma nel 1966, a Coudersport, un anziano signore di 92 anni, il Dottor Iriving Bentley, si recò in bagno, per non uscirne mai più. Quanto restava del suo corpo fu rinvenuto accanto al water. Come negli altri casi la zona dell’incendio risultava circoscritta attorno alle sue ceneri, e il fuoco non aveva danneggiato nient’altro, pur trattandosi in un locale angusto, di lui fu ritrovato solo un piede, perfettamente intatto. Dato che nel bagno scorrevano le tubature, fu chiamato per un sopralluogo l’addetto del gas, che oltre a confutare la possibilità di una fuga di gas, dichiarò che nel locale circostante non vi era nessun’altra traccia dell’incendio, tranne un buco nel pavimento in corrispondenza del luogo dove presumilmente si trovava, in piedi la vittima. Nient’altro era stato corroso, attaccato o semplicemente annerito dalle fiamme, né le tubature, né le piastrelle, né i sanitari.

Nel 1980 a Gwent nel Galles, interviene nelle indagini su un caso di combustione spontanea un agente della Scientifica del Cid, il Criminal Investigation Department, ad analizzare dettagliatamente la scena, che è quella classica di tutti gli altri eventi noti e assimilabili. John Heymer constata subito appena entrato eccezionali condizioni di calore e umidità, assieme a uno strano bagliore arancione o rossastro.

Sul tappeto giacevano i resti della vittima, un cumulo di cenere bianca lucente, i piedi, ancora rivestiti dai calzini, completamente intatti, e il cranio annerito dalle fiamme. Si trattava di un individuo anziano, di settantatre anni, Henry Thomas, e di lui non rimaneva più nulla.

La poltrona su cui egli era seduto era solo parzialmente bruciata, il resto della stanza non presentava segni di incendio, la luce elettrica e quella dell’alba conferivano quel bagliore aranciato e rossastro filtrando attraverso uno strato compatto di materia vaporizzata, grassa e condensata, che era cosparso praticamente su ogni superficie della stanza.

Il tappeto e la moquette erano bruciati solo in corrispondenza del mucchio di cenere, e anche la poltrona, apparentemente, aveva smesso di bruciare non appena il corpo era crollato al suolo.

Finestre e porte della casa avevano guarnizioni contro il freddo che in pratica sigillavano l'ambiente. Una volta consumato l'ossigeno presente, il fuoco avrebbe dovuto spegnersi. Heymer si domandava come mai il corpo avesse continuato a bruciare fino a consumarsi quasi interamente.

Incredibilmente in questo caso l’ipotesi degli inquirenti fu che il soggetto era caduto a faccia avanti nel camino, forse per un colpo di sonno, e poi aveva trovato la forza per tornare a sedersi in poltrona, dove era svenuto per finire consumato dalle fiamme. Ma un uomo che cade tra le fiamme torna forse a sedersi in poltrona piuttosto che precipitarsi alla porta o alla finestra in cerca di aiuto? Nel 1980 a Gwent, nel Galles, John Heymer, agente della scientifica, fu chiamato a investigare su uno strano caso. La vittima si chiamava Henry Thomas, settantadue anni, e di lui erano rimasti i due piedi coperti dai calzini e un cranio parzialmente distrutto dal fuoco. Il resto era cenere. La poltrona era bruciata e il tappeto era carbonizzato solo da un lato.   

Nell’anno 1978 poi, inspiegabilmente, il 7 Aprile del 1978, si verificano addirittura tre casi contemporanei, in tre diverse località dell’Irlanda, dell’Inghilterra e dell’Olanda.

Al largo delle coste Irlandesi, il comandante dell’Ulrich, un cargo commerciale, nota che la nave è in balia di un rollio anomalo, che sbanda da destra a sinistra, in assenza di venti e col mare calmo la cosa non è spiegabile. Recatosi in plancia di comando scopre che il timoniere ha abbandonato il suo posto, o meglio, a ben guardare, fisicamente è ancora lì, ma sotto forma di un mucchio sparuto di cenere e un paio di scarpe carbonizzate. Si tratta del primo caso che si conosca verificatosi all’aperto e l’unico del quale siano state consumate anche le estremità, forse perché calzate in stivali di gomma. La prima ipotesi degli inquirenti, quella di un anomalo fulmine direzionale, fu immediatamente scartata a causa delle condizioni atmosferiche che non erano compatibili con una perturbazione.

Lo stesso giorno in un piccolo paesino in Inghilterra, durante un controllo, una pattuglia di  polizia rinvenne un autocarro rovesciato ai margini della strada, nell’abitacolo le ossa annerite del conducente, una materia untuosa semidisciolta e alcune vaghe tracce di fuliggine. I cuscini e le fodere del mezzo risultavano praticamente intatti, eccezion fatta per quelli posti immediatamente in prossimità del corpo.

La stessa scena si verificò, il medesimo giorno, a Nimega, in Olanda, dove un corpo completamente consumato e incenerito fu rinvenuto al posto di guida di un’automobile, parcheggiata a lato della carreggiata.

Rarissimi casi, come quello del  Northumberland del 1908, sono avvenuti alla presenza dei  testimoni, le cui deposizioni risultano comunque illuminanti.

Durante il sopralluogo a una casa diroccata, all’interno della quale erano stati notati degli strani bagliori, il vigile del fuoco Jack Stacey non nota alcuna traccia di incendio fin che non si imbatte nel corpo di un vagabondo, avviluppato dalle fiamme. "A livello dell' addome c' era uno squarcio di circa 10 centimetri. La fiamma usciva da quello spacco con forza, come in una lampada a gas". Il caso, che venne archiviato come “morte dovuta a fiamma ignota” per Stacey era chiaramente imputabile a una combustione iniziata all’interno del corpo.

Furono necessari diversi estintori per domare le fiamme, e i pompieri si videro costretti a dirigere il getto di schiuma direttamente all’interno del torace dell’uomo, che sembrava essersi aperto e dal quale scaturivano le lingue di fuoco. Diversamente dagli altri casi, l’uomo sembrava essersi reso conto del pericolo, e aver avvertito dolore, perché fu rinvenuto con i denti conficcati nella balaustra di legno delle scale. I suo corpo non fu ridotto in cenere, perché trovato ancora acceso, e i testimoni, tutti esperti vigili del fuoco, dichiararono che le fiamme erano bluastre e alte, come quelle di una lampada a gas, e non rosse e soffuse, come avrebbero dovuto essere secondo una delle teorie allora in voga, quella dell’effetto stoppino, o candela inversa. Inoltre i vestiti del vagabondo, al di là dell’addome, erano perfettamente intatti. Non vi erano nella baracca fonti di luce, di fuoco, o di elettricità, e nessun materiale infiammabile o combustibile nelle immediate vicinanze.

Ma di queste testimonianze, benchè rilevanti e professionali, provenienti da esperti di roghi di ogni genere e tipo, spontanei, dolosi, fortuiti, o provocati, non venne tenuto alcun conto.

Nel 1982, sempre a Londra, nella località di Edmonton, Jeannie Saffin, viene avvinta dalle fiamme mentre si trova seduta nella sua cucina, assiste al fatto il padre, che si volta attratto da uno strano lampo di luce. Quello che vede lo lascia esterefatto, sua figlia è completamente avvolta dalle fiamme, ma non grida, non si agita, non dà alcun segno di percepire dolore o allarme. Rapidamente l’uomo, nonostante gli oltre novanta anni di età, l’afferra,  la spinge verso il lavello, cercando di spegnere l’incendio che, sembrava circoscritto alla sua sola persona, e nel contempo chiama aiuto. Il cognato che accorre sollecito vede la donna in piedi, stranamente calma, con il volto e l’addome divorati da vampate crepitanti, nonostante i soccorsi tempestivi la vittima morirà in ospedale per le ustioni riportate. I familiari testimoniarono che le fiamme erano partite dall’interno e che la donna non sembrare avvertire dolore. Benchè ritardata di mente, la gravità delle ustioni rende impossibile supporre che la donna non si sia in qualche modo dimenata o fatta prendere dal panico mentre letteralmente bruciava viva.

 

Questa volta le testimonianze furono ascoltate attentamente, e il coroner, benchè costretto ad emettere un verdetto di “incidente domestico”, si scusò personalmente con i familiari, ritenendoli comunque perfettamente affidabili e credibili. Del resto nella casistica giudiziaria, in assenza di ogni altro precedente, non era possibile emettere un giudizio diverso, né imputare la causa della morte a fenomeni che non fossero “ufficialmente” riconosciuti.

 

Particolare scalpore sollevò la deposizione del cognato della vittima, uomo equilibrato, in età matura, non troppo anziano né troppo giovane, noto per non essere eccessivamente impressionabile, che dichiarò a voce forte e chiara che “dalla bocca della donna provenivano lingue di fuoco, come quelle di un drago, e che si udivano fuoriuscire sibili o ruggiti come di un gas sotto pressione che erompesse”.

 

Nel 1998 a Sidney in Australia, si ebbe un caso notevole, verificatosi all’aperto e alla presenza di testimoni.

 

Agnes Phillips, ottantadue anni, era in macchina, dal lato del passeggero, e attendeva sua figlia che si era recata in un negozio per fare compere. La giornata era calma, il motore era spento, l’auto parcheggiata all’ombra, non c’erano fili scollegati o scoperti, non fu ritrovata nessuna traccia di corto circuito, nessuna delle due donne fumava, la temperatura era mite. Eppure, voltandosi sulla soglia del negozio, per controllare se sua madre stesse bene, Jackie Park vide fuoriuscire dai finestrini del denso fumo. I soccorsi furono immediati, con l’aiuto dei passanti la figlia aprì l’auto, le fiamme furono sedate, la vittima condotta in ospedale, dove morì una settimana dopo per le gravissime ustioni riportate in tutto il corpo, nel volgere di quei pochissimi minuti. Nessuno riuscì a stabilire come la vittima avesse potuto prendere fuoco repentinamente a quel modo, i medici dissero che “sembrava come se qualcuno le avesse gettato benzina sulle vesti”.

 

Dodici anni prima, nel 1980, in Florida, a Jacksonville, un’altra donna, Jeanna Winchester, fu vittima di un incidente analogo, ma si salvò, avendo riportato ustioni solo nel venti per cento del corpo. Si tratta forse dell’unica sopravvissuta in grado di testimoniare, lucidamente, e dichiarò sempre che non ricordava assolutamente nulla, essendo al tempo stesso, però, ben felice di essere viva, nonostante le gravi menomazioni riportate a causa delle ustioni.

 

Un altro caso con numerosissimi testimoni oculari fu quello di Jacqueline Fitzsimons, forse l’unica vittima veramente giovane della casistica conosciuta, diciassette anni appena, studentessa di un Istituto Alberghiero, stava chiaccherando nel corridoio, tra una lezione e l’altra, con el sue compagne di scuola.  A un tratto dice di non sentirsi molto bene, e di avvertire un bruciore sulla schiena, ma era calma, come si fosse trattato di un malessere di poco conto, quando le sue amiche la guardarono videro che era in preda alle fiamme, Jeanne iniziò a gridare solo quando i suoi lunghi capelli presero fuoco. I soccorsi anche qui furono tempestivi, immediati e professionali. In meno di un minuto le insegnanti strappano via i vestiti in fiamme, le prestano le prime cure, e la conducono repentinamente in ospedale. Nonostante ciò la ragazza muore all’ospedale di Cheshire, in Gran Bretagna, dopo quindici giorni dal fatto. Il funzionario che indagò sul caso, dopo aver ascoltato ben sette testimoni diversi, perfettamente attendibili e aderenti alla medesima versione, si dichiarò “incapace” a fornire alcun tipo di spiegazione logica.

 

Ventuno eventi mortali e drammatici, apparentemente riconducibili al fenomeno dell’autocombustione umana, ventuno casi possibili, mai dimostrati certo, ma sui quali nemmeno le autorità costituite sono riuscite a fare piena luce, né, per loro stessa ammissione, ad avanzare ipotesi logiche e razionali che potessero spiegare pienamente tutte le circostanze.

 

Ventuno decessi improvvisi, repentini, alcuni verificatisi anche davanti a testimoni, senza alcuna causa apparente.

 

Ventuno sopralluoghi, indagini, perizie ed esami medici che non sono valsi ad avanzare un qualunque tipo di supposizione, teoria od ipotesi soddisfacente, al di là del vago abituale verdetto di “incidente domestico” o “rogo dalle origini sconosciute”.

Nessuna spiegazione logica per le circostanze “sospette” o “aggravanti”.

 

Come hanno fatto i corpi a raggiungere in così poco tempo le temperature elevate necessarie per essere ridotti praticamente in cenere o calcificati?

 

Perché gli ambienti circostanti, gli oggetti limitrofi, e talvolta perfino le vesti o le estremità inferiori non solo non recavano alcuna traccia di incendio ma addirittura apparivano miracolosamente intatti?

 

Come mai le vittime, a giudicare dalla loro postura, dalle deposizioni dei testimoni e dei rarissimi sopravvissuti, sembravano non aver avuto alcun sentore del pericolo, né aver provato alcun tipo di dolore, nonostante stessero, letteralmente, bruciando vive?

 

Per quale motivo un semplice incendio domestico, di proporzioni talmente modeste da lasciare intatte abitazioni e suppellittili, dovrebbe essere stato in grado di carbonizzare, liquefare, calcificare e ridurre completamente in cenere un corpo umano, nel volgere di pochi minuti, come nemmeno un forno crematorio, appositamente costruito per lo scopo, e progettato per generare temperature fino a cento volte più alte di un comune incendio, è in grado di fare?

 

In ogni caso, ventuno casi, sono già sufficienti per generare una casistica, per raffrontare i dati, per verificare le informazioni e filtrarle, cercando, statisticamente, di identificare dei tratti comuni atti se non a dimostrare, quanto meno ad indicare, una possibile causa.

 

E negli eventi analizzati finora gli unici fattori comuni che si possono indicare sono nell’ordine.

 

Maggioranza di vittime in età avanzate, dedite all’alcool, o comunque use al consumo di farmaci ipnotici o sedativi.

 

Molte delle persone colpite vivevano sole, erano obese ed erano forti fumatrici.

 

Questi due fattori potrebbero spiegare, ad esempio, perché le vittime non chiesero aiuto, o non tentarono di fuggire, anche se non si conoscono barbiturici talmente forti da annullare totalmente la sensazione di dolore che si deve provare quando, letteralmente, si brucia vivi, e potrebbero motivare, ma solo in alcuni casi, la causa scatenante dell’incendio.

 

Però non spiegano, in alcuna maniera, perché il rogo si sia limitato a consumare solo i corpi lasciando intatto il resto dell’ambiente, perché solo gli arti inferiori sono stati risparmiati, perché i cadaveri siano stati consumati tanto in fretta e in maniera così profonda che nemmeno un inceneritore sarebbe stato in grado di emulare, perché non si siano mai udite grida o richieste di soccorso, perché la morte sarebbe sopravvenuta tanto rapidamente quando si conoscono casi di grandi ustionati che sono sopravvissuti con lesioni molto più gravi, o esposizione al fuoco assai più prolungate, perché infine nessuno dei rari superstiti affermi di ricordare nulla né di aver provato dolore e nemmeno motivano, non dimentichiamolo, il fatto che le fiamme sono sembrate scaturite dall’interno del corpo, e non dall’esterno, e la sconcertante presenza di quella sostanza gialla, untuosa, grassa e oleosa, che è stata tante volte riscontrata sul luogo dell’incendio.

 

Ma la scienza, anche se lontana dal fornire una spiegazione logica e attendibile, prima di affermare perentoriamente che un dato fenomeno, semplicemente NON esiste, dovrebbe essere quanto meno disposta ad esaminare i fatti, ed eventualmente a confutarli, se occorre, piuttosto che limitarsi a ignorarli o semplicemente a negarli, come invece avviene nella quasi totalità dei casi, assumendo un atteggiamento di chiusura ostica e di scetticismo che non può che ingenerare sospetti anche nei soggetti più razionali e intellettualmente illuminati, dando così credito a favole e mitologie, che, se analizzate, potrebbero forse essere facilmente sfatate, ma così, abbandonate al limbo dell’ignoranza, trovano terreno fertile per prolificare, ogni giorno di più, nell’immaginario collettivo.

 

Sabina Marchesi 

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Le spiegazioni avanzate sul fenomeno dell’Autocombustione

di Sabina Marchesi (14/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia

Reazione di sostanze chimiche all’interno del corpo, gas combustibili di origine intestinale, ubriachezza e alcoolismo, obesità, fulmini globurali, campi elettromagnetici, linee di forza che si intrecciano, queste solo alcune delle ipotesi che finora sono state avanzate sul fenomeno del SHC, Spontaneous Human Combustion.

foto intervento

Analizzando i casi universalmenti noti come sospetta autocombustione, che risultano essere ben  più di 600, assai oltre a quelli riportati dalle cronache giornalistiche, salta subito all’occhio una serie di coincidenze che si ripetono costanti. Buona parte delle vittime sarebbero state infatti estremamente anziane, obese o comunque pingui, dedite all’alcool o all’abuso di farmaci dalle proprietà sedative, e sole in casa al momento della disgrazia.

 

Esaminando dunque queste caratteristiche ricorrenti fu a suo tempo avanzata l’ipotesi di una correlazione tra ubriachezza e autocombustione.

 

Si suppose infatti che qualora i tessuti umani, in un soggetto dedito al bere, fossero impregnati d’alcool, un’eventuale combustione spontanea avrebbe potuto essere favorita.

 

Peccato però che prove di laboratorio dimostrarono, al di là di ogni possibile dubbio, che prima di raggiungere i livelli di concentrazione necessari per riprodurre un tale tipo di fenomeno incendiario, il soggetto sarebbe dovuto già essere deceduto da un pezzo per coma etilico.

 

Dunque alla fine l’unica correlazione possibile tra alcoolismo e autocombustione, consisterebbe solo in una concreta diminuzione della soglia di attenzione e in un evidente rallentamento dei riflessi.

 

Nella quase totalità dei casi è stato poi notato che  accanto all’individuo, anziano, obeso, impacciato nei movimenti, rallentato dall’alcool o dai sedativi, e che viveva solo, si poteva rilevare la presenza di materiali incendiari o combustibili, come imbottiture di poltrone, stoffe sintetiche, parquet, sigarette, candele, caminetti accesi, tappeti, moquette e altre fonti di calore o di componenti facilmente incendiabili.

 

Sulla base di queste osservazioni gli esperti hanno dunque avanzato l’ipotesi, come è a tutti noto, che il fenomeno della combustione spontanea, praticamente non esiste.

 

Vanno però in contraddizione con questa semplicistica tesi alcune considerazioni di ordine eminentemente pratico.

 

Un incendio domestico, anche di particolare virulenza, non raggiunge mai una temperatura superiore ai 300 gradi, e qualora la raggiungesse dovrebbe trattarsi di un rogo di tali dimensioni da non poter essere facilmente domato, meno che mai autoestinguente.

 

Come si spiega allora il fatto che nei casi esaminati le fiamme sembrerebbero aver consumato solo il corpo, e la zona limitrofa, risparmiando invece suppellettili, mobili, pavimento, tetto e pareti?

 

Quasi mai inoltre è stato riscontrato un incendio ancora in corso, in tutti i casi di soccorso intervenuto ad opera di testimoni si è rilevato che se fiamme erano ancora presenti, esse erano circoscritte alla vittima, e se estinte, non avevano minimamente danneggiato il locale circostante.

 

Inoltre i corpi delle vittime non di rado vengono rinvenuti completamente inceneriti, e se qualche osso si salva, è di solito appartenente agli arti inferiori, forse staccatisi dal corpo e caduti al di fuori del raggio d’azione delle fiamme, perfino le poltrone a volte sembrerebbero aver smesso di bruciare, dopo che il cadavere della vittima era scivolato al suolo. E inoltre che temperatura sarebbe necessaria per ridurre un corpo umano in cenere in così poco tempo? Nemmeno un corpo crematorio, che opera a oltre 1300 gradi, sarebbe in grado di incenerire le ossa di uno scheletro umano, che infatti negli inceneritori vengono poi raccolte e triturate a parte in un apposito macchinario.

 

La teoria più in voga fu elaborata in occasione della morte di Mary Reeser, dove si sostenne che la vittima indossando indumenti sintetici, si fosse addormentata con la sigaretta accesa, appiccando a  se stessa un fuoco che si sarebbe espanso lentamente, senza sprigionare lingue di fuoco atte a raggiungere altri mobili, oggetti o suppellettili.

 

Dunque l’adipe della donna e l’imbottitura, acrilica, della poltrona su cui era seduta, avrebbero contribuito ad alimentare il focolaio, e il piede ritrovato intatto, sarebbe stato risparmiato perché trovatosi fuori dal raggio d’azione del fuoco, circoscritto e sommesso.

 

Per quanto sia corretto ricercare sempre la spiegazione più semplice senza dove ricorrere necessariamente a  voli pindarici della mente, tuttavia ci sono particolari che non possono essere ignorati o rimossi.

 

Ad esempio in contraddizione con questa teoria appaiono le prove di laboratorio effettuate che dimostrerebbero come un cadavere umano possa essere consumato solo da fiamme vive, non covanti e non sommesse, ad una temperatura “almeno” di 1650 gradi, dunque un vero e proprio incendio divampante, non un focolaio soffocato e localizzato. Un tale calore sarebbe inoltre in grado, senza fallo, e in qualunque ambiente, di diffondersi ovunque, e di distruggere totalmente non solo i locali, ma tutto l’appartamento, l’intera palazzina, e a volte anche l’isolato.

In alcuni casi invece anche i mobili, posti a breve distanza dalla vittima, sembravano essere stati risparmiati, come risulta dal rapporto medico legale del caso Caen: "Nessun mobile dell' appartamento aveva subito danni. Si ritrovò la sedia su cui la signora si era seduta, intatta, ad una cinquantina di centimetri. Il corpo si era consumato in meno di sette ore, mentre nient' altro, all' infuori degli abiti, era bruciato".

Si è dunque passati a vagliare altre ipotesi, come quelle di una sorta di reazione chimica suscitata dall’assunzione di particolari tipi di medicinali, ma è stato dimostrato che alcune vittime non avevano assunto di recente nella maniera più assoluta alcun tipo di medicamento o sostanza curativa e che addirittura non ne avevano mai fatto uso.

In un caso addirittura, quello di Henry Thomas, si avanzò la fantasiosa ipotesi che l’anziano fosse caduto a faccia avanti nel caminetto, che avesse preso fuoco, si fosse poi rialzato, riguadagnando la poltrona, e fosse su questa svenuto, per poi morirvi. Ma perché mai un uomo anziano, debole, solo in casa, avvinto dalle fiamme, dovrebbe tornare alla sua poltrona, invece di dirigersi verso la porta o la finestra per chiedere in qualche modo soccorso?

Nel caso di un’ustione di quel genere il dolore infatti dovrebbe essere tale da scavalcare la consueta soglia di attenzione e suscitare nell’individuo una reazione di difesa pressocchè immediata, anche in condizioni di confusione mentale o indebolimento fisico ci si aspetterebbe che il soggetto tentasse ad ogni costo, al limite non riuscendovi, di raggiungere un’uscita, o una via di salvezza, un telefono, o una fonte qualsiasi di comunicazione con l’esterno.

Un’altra discriminante piuttosto grave, a favore della tesi diciamo paranormale, è che, indipendentemente dalla temperatura, le ceneri di un forno crematorio provenienti da un corpo umano sono di solito grigiastre, mentre quelle rinvenute sui luoghi degli incidenti in oggetto erano bianche e scintillanti.

Particolare fermento è stato infine suscitato dalla concomitanza di ben tre casi verificatisi nella stessa data, la qual cosa farebbe supporre, forse il verificarsi di determinati condizioni straordinarie, di natura metereologica o ambientale tali da favorire l’evento.

Per diverso tempo fu appoggiata universalmente la teoria dell’effetto stoppino o candela inversa.

Si tratta in pratica di un evento favorito dallo strato adiposo dell’epidermide, ed è un fatto che molte delle vittime erano obese o decisamente pingui. In pratica i molti strati di abiti, spesso sintetici, scialli, coperte e vestaglie, indumenti tipici degli anziani, e la maggior parte dei soggetti era oltre la sessantina, insieme al grasso corporeo faciliterebbero una sorta di fiamma interna, che consumerebbe il corpo in maniera localizzata, come all’interno di un’involucro oleoso, e questo spiegherebbe e le masse grasse e  untuose osservate su molti degli scenari esaminati, e il fatto che i piedi e i polpacci, meno coperti e meno rivesiti del resto del corpo, fossero spesso stati rinvenuti praticamente intatti.

Ma la difficoltà in laboratorio a riprodurre, anche parzialmente, un evento del genere ha causato notevoli dubbi circa questa, suggestiva ma non dimostrabile, ipotesi.

Per quanto a lungo scienzati, medici patologi e legali, chimici, esperti di incendi, e studiosi di ogni genere si siano dedicati ad elaborare una teoria valida, non si è ancora trovato niente che possa esaurientemente spiegare tutti gli elementi acquisiti nel corso della comparazione dei casi presi in esame, che risultano essere più di seicento.

Si avanzò perfino la supposizione che verificandosi una particolare reazione chimica tra l’idrogeno e l’ossigeno, normalmente contenuti nel corpo umano, a livello cellulare, si sarebbe potuto ottenere un effetto simile alla fiamma di propulsione dei missili spaziali, circoscritta e molto potente. Questa ipotesi spiegherebbe perfettamente l’alta temperatura e la localizzazione dell’incendio, e sembrerebbe compatibile con la riduzione del corpo, in pochissimo tempo, in un soffice muccietto di cenere bianca e lucente.

Ma anche questa teoria, scientificamente logica, come quelle più fantasiose dei fulmini globulari, o dei campi di forza magnetici, non trova fondamento in adeguate prove tangibili o dimostrazioni pratiche.

Nel caso di Jeannie Saffin per la prima volta l’inchiesta parlò di fatalità, lasciando chiaramente intendere che non si era stati in grado di focalizzare chiaramente le cause scatenanti dell’incendio che ebbe due testimoni oculari presenti al fatto nel momento in cui le prime lingue di fuoco si manifestarono, fuoriscendo chiaramente dalla bocca della vittima.

Addirittura si pensò anche ad un eccesso di elettricità statica accumulato da determinati soggetti particolarmente predisposti, in grado di generare un incendio spontaneo con una modalità simile a quella delle scintille elettrostatiche che si sviluppano nell’attrito tra la pelle umana e un tessuto sintetico. Alcuni individui potrebbero allora in teoria, continuare ad accumulare elettricità statica senza mai scaricarla, fino a raggiungere il punto di rottura definitivo. Un’ ipotesi biologica, che presuppone l’esistenza di individui elettrodinamici di particolare costituzione, delle anomalie genetiche se vogliamo, e che potrebbe spiegare ragionevolmente la bassissima incidenza dei casi.

In campo psicologico fu avanzata anche una teoria psicosomatica, in estreme condizioni di disagio psichico il corpo umano potrebbe generare sostanze altamente tossiche, se sottoposto a stress, che ingenererebbero poi una reazione chimica a catena di particolare violenza, come dei gas infiammabili, provenienti dall’interno del corpo, dunque e non dall’esterno, come da sempre ipotizzato da molti studiati. Anche questa ipotesi spiegherebbe dunque molte cose, e anche se non dimostrabile non può essere definitivamente scartata, dato che è universalmente noto che ancora molti meccanismi interni del corpo umano ci sono del tutto sconosciuti.

La teoria del fulmine globulare invece, ancora poco diffusa, farebbe riferimento a una massa energetica luminosa di non ben precisata natura che in guisa di un fulmine potrebbe scaricarsi violentemente su una massa solida, senza lasciare altre tracce del suo passaggio, e questo spiegherebbe perché le vittime non fuggono, non si allontanano, e spesso vengono rinvenute nella medesima posizione in cui si trovavano al momento in cui vennero colpite, non sarebbero infatti morte bruciate dalle fiamme, ma praticamente incenerite sul colpo.

Recentemente per confutare definitivamente l’effetto stoppino, che pure spiegava molte cose, venne eseguito un test in laboratorio. Sul cadavere di un maiale, il cui grasso è molto simile a quello umano, fu applicata una piccola quantità di combustile, dopo averlo avvolto in alcune coperte, e si ingenerò un incendio con una piccola scintilla. Ma dopo oltre sette ore di fiamme costanti la carcassa del maiale non si era consumata, le ossa erano intatte, e l’effetto ottenuto non sembrava per niente simile ai casi in esame.

Alla fine degli studi e degli esperimenti tentati a dimostrazione delle varie teorie è emerso di certo solo che il fenomeno esiste, non può essere ignorato e parimenti nemmeno può essere spiegato, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze.

Gli elementi comuni emersi dalle casistiche disponibili ad oggi sono riassumibili in pochissimi punti che francamente non contribuiscono a svelare l’arcano.

 

Del fenomeno si parla da secoli nelle cronache di ogni paese, forse anche nelle antiche scritture, non esistono apparentemente collocazioni spazio temporali predeterminate, non risultano colpite particolari categorie di persone, anche se è vero che in molti casi si trattava di anziani che vivevano soli, la manifestazione avviene improvvisa e senza alcun tipo di congiuntura comune apprezzabile, il calore sviluppato nell’incendio appare come elevatissimo ma localizzato, spesso le membra inferiori vengono risparmiate e sono ritrovate intatte, e la combustione non sembra in alcun modo intaccare o aggredire l’ambiente circostante.

 

Alcuni naturalisti ultimamente hanno elaborato una teoria secondo la quale esisterebbero sul nostro pianeta delle zone magnetiche anomale, identificabili in linee longitudinali,  all’incrocio delle quali potrebbe essersi riscontrato il verificarsi dei fenomeni osservati nella casistica mondiale, delle localizzazioni fisiche dunque, che scatenerebbero la fatale congiuntura in concomitanza con lo scontro di due forze uguali ed opposte.

 

Un’ufologa britannica infine ha sostenuto l’incrementarsi temporale del fenomeno in determinati periodi dell’ultimo secolo e in crescendo costante, ma questo potrebbe anche molto più semplicemente stare a significare che, con l’evoluzione dei mass media, nel corso degli ultimi anni molti più casi sono stati diramanti e pubblicizzati per giungere fino a noi rispetto a quanto magari verificatosi nei primi decenni del novecento.

 

Definitivamente scartata invece l’ipotesi di una sorta di degenerazione batterica, o marciscenza degli organi interni con emanazione di gas tossici e infiammabili provenienti dalle viscere, perché, per lo stesso motivo della teoria etilica, se un tale virus esistesse causerebbe la morte dell’organismo ospitante molto prima di degenerare in manifestazioni gassose.

 

Una delle teorie più convincenti al momento sembra essere quella che fonde di fatto diverse ipotesi in una sola. Determinati campi elettrici anomali all’interno del corpo umano sarebbero in grado di generare una sorta di corto circuito in presenza di specifiche condizioni ambientali e  concomitanti, fluttuazioni geomagnetiche o combinazioni chimiche interne all’apparato digerente in presenza di una dieta particolarmente povera. Questo spiegherebbe, tra l’altro, l’interessantissimo dato che mostra come non risultino casi di supposta autocombustione verificatisi in soggetti animali o in società non occidentali, dunque la dieta cosiddetta continentale tipica della società moderna europea e americana potrebbe aver avuto la sua parte anche nell’intensificarsi del fenomeno sul finire del ventesimo secolo.

 

Rimane il fatto, incontrovertibile, che il fenomeno, al di là di ogni negazione scientifica, esiste ed è sempre esistito, ammantato da castigo divino, camuffato da incidente domestico, attribuito a fatalità che sia, è un evento raro, ma oggettivo.

 

Se la scienza medica non è ancora stata in grado di trovare una spiegazione razionale e coerente, questo non sta tanto a dimostrare l’inconsistenza dell’evento, quanto piuttosto la fallibilità del nostro intelletto.

 

Anche se ammantato di pervicace sicumera, l’uomo prima o poi dovrà rassegnarsi ad ammettere di essere solo un pulviscolo nell’universo e che molte cose ancora sfuggono alla portata della nostra comprensione, andando a costituire quelli che vengono definiti misteri, fino alla valicazione delle ultime frontiere.

 

Dopodiche altri misteri si verranno a porre alla nostra attenzione e altri ancora dovranno essere risolti, prima che l’uomo termini il suo viaggio affascinante su questa terra e nell’universo della conoscenza, per cominciarne un altro ancora più insondabile e profondo nella dimensione ultraterrena, in un crescendo senza fine che è in sintesi il percorso della nostra evoluzione, non ancora, evidentemente, giunta a compimento.

 

Sabina Marchesi

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