“ QUELL’OMICIDIO DEL LAGO DI COMO…” IL CASO BELLENTANI
A cura di Ceriani Cinzia
È conservata al Museo Criminologico del palazzo Del Gonfalone a Roma la rivoltella calibro 9 con cui la contessa Bellentani, la sera del 15 Settembre 1948 all’Hotel Villa D’Este di Cernobbio, spara a Carlo Sacchi, suo amante ormai da parecchio tempo.
Pia Caroselli, il suo cognome da nubile, nasce a Sulmona, in Abruzzo, il 29 Gennaio 1916 ed è l’ultima di sei fratelli e sorelle; la sua è una famiglia umile che entra a far parte della medio- bassa borghesia grazie ad alcuni investimenti nel campo delle costruzioni edili. La madre, molto religiosa, le impartisce la sua prima educazione, rigida e conservatrice, imponendole, in seguito, di frequentare una scuola cattolica gestita da religiose. La ragazza dimostra fin da subito un temperamento passionale intervallato da frequenti sbalzi d’umore difficilmente controllabili, ama trascorrere il tempo in solitudine scrivendo poesie d’amore e fantasticando, fra le pagine dei romanzi, di amori platonici e sofferti.
Durante una vacanza a Cortina D’Ampezzo insieme alla madre, Pia, all’età di ventun’anni, conosce e ammalia con la sua bellezza il conte Lamberto Bellentani, industriale quarantenne con un’ingente conto in banca, a cui la mano di Pia viene concessa senza alcuna opposizione avendo, i genitori della ragazza, una così facoltosa opportunità.
I due si sposano il 15 Luglio 1938 e conducono, con le loro due bambine Stefania e Flavia, una serena esistenza a Reggio Emilia e a Bologna.
Due anni dopo, ad un gala organizzato all’Hotel Des Bains di Venezia, avviene l’incontro con Carlo Sacchi, industriale della seta sposato con un’ ex ballerina viennese, padre di tre bellissime bambine e amante di numerose donne.
I rapporti fra le due famiglie, quella dei Bellentani e quella dei Sacchi, s’infittiscono quando, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quest’ultimi si trasferiscono a Cernobbio e Pia stringe amicizia con la sorella di Carlo, Ada Mantero Sacchi.
Distrutto dal dolore per la perdita di una delle sue figlie, Carlo, trova conforto, nel fisico e nello spirito, fra le braccia della contessa Bellentani, paziente e amorevole, come dimostrano queste poche righe estratte da una missiva dell’epoca:
“ Tu hai suscitato in me sensazioni mai conosciute, risvegliato sensazioni nuove, hai sconvolto il mio cuore e i miei sensi: mi hai fatto conoscere quello che si chiama amore.”
Così, mentre Pia si concede totalmente a Carlo immersa in un vortice di emozioni nuove e coinvolgenti, lui si trascina da una donna all’altra fino all’entrata in scena di Sandra Guidi, detta Mimì, momentanea fiamma di un Sacchi incapace di mettere la parola fine al rapporto con Pia.
Furente, ferita nell’orgoglio e livida di gelosia, la contessa tenta addirittura il suicidio gettandosi, a bordo di una motoretta, sotto le ruote dell’auto dell’amante. Carlo sterza bruscamente, smonta e aggredisce verbalmente la donna, colpevole di avergli ammaccato la sua lussuosa macchina sportiva. Si susseguono lettere, inviti e richieste d’incontri da parte di Pia che perseguita, instancabile, l’uomo.
La sera del 15 Settembre, alla sfilata di presentazione della collezione inverno ’48- ’49 della sarta milanese Biki, è presente tutta l’alta società lombarda e una nutrita schiera di giornalisti e reporter, tra cui Elsa Haertter per la rivista “ Epoca”.
La contessa sembra felice, sorride agli amici, balla e interloquisce .
Pochi attimi prima della mezzanotte Lamberto manifesta alla moglie il desiderio di rincasare ricordandole la promessa di non far tardi ma, rimbeccati dagli amici, i due coniugi desistono e decidono di rimanere. Due ore più tardi il marito di Pia rinnova, alla consorte, l’invito a rientrare alla loro abitazione. Pia si reca, allora, al guardaroba e si fa riconsegnare il pullover e la rivoltella del compagno. Tornata al tavolo e, poggiati gli oggetti su di una sedia, acconsente ad un ultimo giro di valzer roteando felice in una sala resa suggestiva dalle luci soffuse e dal suono dell’orchestra.
Al termine del ballo la contessa Bellentani indossa la sua pelliccia d’ermellino, raccoglie gli effetti del marito e scambia poche, concise parole con Carlo Sacchi; indietreggia, estrae l’arma e spara.
La confusione è totale. Carlo è a terra, bocconi, la mano stretta sul cuore; la donna rivolge l’arma contro se stessa, preme il grilletto e urla:
“Non spara più! Non spara più!”
Quello che uccide Sacchi è l’unico colpo in canna.
La nobildonna viene arrestata e condotta al carcere di San Donnino a Como, raccontando agli inquirenti, smentendo quindi l’ipotesi di un incidente, cosa lei e Sacchi si sarebbero detti pochi istanti prima dell’omicidio.
-Bhe, che cosa vuoi ancora, che ti prende?
-Nulla, ma stavolta è finita davvero, puoi credermi…
-Che cosa intendi dire?
-Che ti posso uccidere. Ho qui la pistola.
-I soliti romanzi a fumetti di voi donne; i soliti terroni spacconi.
Il 4 Marzo 1952, alla Corte d’Assise di Como, inizia il processo. Alla difesa l’avvocato Angelo Luzzani.
La prima perizia psichiatrica effettuata sull’omicida dal Dottor Filippo Saporito, medico del manicomio criminale in cui Pia è rinchiusa, rivela la presenza di un disturbo ereditario caratterizzato da annebbiamento e turbamento, mentre la contro perizia guidata dal Dottor Petrù sostiene la semi infermità mentale.
Il 12 Marzo la sentenza è unanime. Pia viene condannata a dieci anni di reclusione, in seguito ridotti a sette, di cui tre condonati e tre da scontare presso una casa di cura.
Pia Bellentani riceve la grazia dal Presedente della Repubblica il 23 Dicembre 1955 e lascia l’ospedale psichiatrico di Pozzuoli con sei mesi d’anticipo.
Una berlina nera, circondata da un nugolo di giornalisti e fotografi, attende la contessa all’uscita del penitenziario, elegante, fiera e vedova. Trasferitosi, infatti, a Montecarlo per sfuggire allo scandalo, il conte Bellentani muore a pochi giorni dalla liberazione di Pia.
Forse pentita o forse semplicemente per mettersi l’animo in pace e riscattare in un qualche modo la sua coscienza, così mormorano le voci, Pia dichiara ai giornalisti di voler stendere le sue memorie e devolvere il ricavato alle figlie di Sacchi, guadagnandoci, di riflesso, una querela a suo carico da parte della moglie della vittima.
Ceriani Cinzia
Morte per Asfissia AutoErotica
A cura di Ceriani Cinzia
“Un maschio, bianco, età intorno ai 25 anni, venne trovato morto nella sua stanza d'albergo. il cadavere era completamente nudo ed era in posizione supina, il capo era alzato da terra poiché una cordicella di cuoio era stretta intorno al collo e legata ad una maniglia. intorno a lui vi erano delle riviste pornografiche. Un'attenta indagine medico legale chiari che non si trattava nè di suicidio e nè di omicidio."
Come è possibile che un medico legale o un investigatore si trovi davanti a una morte, avvenuta apparentemente per impiccagione, o tecnicamente per asfissia, senza prove evidenti di un omicidio e in privazione totale di indizi atti ad avvalorare la tesi del suicidio?
La spiegazione, per quanto drammatica e sconvolgente, è in realtà terribilmente semplice, la vittima stava cercando solo una gratificazione sessuale attraverso l’utilizzo di una pratica erotica piuttosto deseuta ma in netta crescita, e terribilmente pericolosa, anche se esaltante, l’Asfissia AutoErotica.
Recenti studi dell’FBI dimostrano che la morte per asfissia oggi costituisce il 6,5% delle cause di morte per decesso autoindotto che viene a interessare giovani adolescenti in cerca di esaltanti emozioni, e che rappresenta, da sola, almeno il 31% dei moventi di impiccagione o apparente suicidio.
Il fenomeno, in netta crescita, ha registrato negli Stati Uniti 250 casi nel 1979, saliti drammaticamente a 500/1.000 casi nel 1983.
Naturalmente, per ovvi motivi, non sempre è possibile determinare con certezza le reali cause della morte o identificare il numero esatto dei decessi riconducibili a questa categoria, il che spiega l’estrema flessibilità delle statistiche, ma appare evidente che la tendenza è in costante aumento.
Non si conosce dunque il numero esatto delle persone decedute nel corso dell’espletamento di queste pratiche erotiche, né il numero di soggetti che ne fanno regolarmente uso, ma si sa per certo che il feomeno interessa comunemente maschi compresi nell’età adolescenziale tra i 12 e i 25 anni, per almeno il 71% dei casi accertati.
Gli aspetti medico legali che possono indurre gli investigatori a sospettare eventuali casi di morte per AutoAsfissia Erotica sono generalmente: strangolamento, impiccagione, legacci da strangolamento, soffocamento e compressione del petto. E più genericamente: decessi sospetti avvenuti per infarto, colpo apoplettico o assideramento, che potrebbero parimenti essere riconducibili alle più comuni pratiche autoerotiche.
Ultimamente le modalità di esecuzione di queste particolari attività di autogratificazione sessuale vengono parificate anche a una serie di fenomeni minori, tutti estremamente pericolosi e in grado, se applicati in mancanza di condizioni di sicurezza, di condurre alla morte del soggetto per: compressione del collo o del torace, esclusione dell’ossigeno, chiusura delle vie aeree, elettrocuzione e inalazione di gas, assunzione di veleni, eccitanti, sedativi o dopanti, miscugli di sostanze tossiche o non tossiche ma pericolose se mischiate assieme, somministrazione incontrollata di anestetici, bondage o giochi erotici estremi di ruolo e di coppia.
Tecnicamente la sindrome dell’Asfissia AutoErotica viene descritta dagli esperti come “impiccagione eroticizzata e ripetitiva”, meglio conosciuta come Asphyxophilia.
Si tratta, in pratica di una sorta di parafilia che consiste nel gratificarsi sessualmente tramite strangolamento o asfissia. La pratica si basa sulle sensazioni estremamente eccitanti che si ottengono sottoponendosi a strangolamento o impiccagione parziale durante la masturbazione, ma è un fatto che ove questa procedura di asfissia, autoindotta o provocata, non venga interrotta in tempo, esiste il rischio concreto di giungere alla morte del soggetto, o a gravi stati di incoscienza causati dall’interruzione dell’ossigeno al cervello.
Queste pratiche autoerotiche piuttosto atipiche si ottengono comunemente inserendo la testa in un sacchetto di plastica, o stringendo il collo in legacci da strangolamento, o ancora attraverso l’induzione di corrente elettrica, areosol o propellenti vari di natura chimica.
Note fin dal XVI secolo, in origine le pratiche di Asfissia Autoerotica venivano utilizzate come trattamento per la cura di disfunsioni sessuali e per l’impotenza.
Per quanto macabro possa sembrare la diffusione massima di questa pratica si ebbe quando, all’epoca delle impiccagioni, vennero notate nei cadaveri degli impiccati tracce di erezione, e in alcuni casi anche di eiaculazione, sopravvenuta al momento contestuale della morte.
Poi spiegato scientificamente, il fenomeno venne originariamente collegato alla carenza di ossigeno e allo stato di asfissia che è legato all’impiccagione, anche se tutti i patologi sanno che è cosa piuttosto comune riscontrare nei cadaveri, anche in assenza di morti asfittiche, alcune gocce di sperma sull’orifizio uretrale, dovute semplicemente alla paresi e al rilassamento post-mortem degli sfinteri.
Questo genere di pratiche comunque ebbe originaria diffusione in Oriente e in Sud America, in India ancora oggi sono frequenti i giochi erotici tra bambini messi in atto tramite soffocamento o impiccagione, e anche la letteratura non ha mancato di dare il suo contributo, con le opere Justine del Marchese de Sade, Billy Budd si Melville, e Gadot di Becket.
Risale al 1856, invece, la prima pubblicazione scientifica sull’argomento a firma dello psichiatra francese De Boismont, che riscontrava come circa il 30% dei casi sospetti di adolescenti o adulti maschili deceduti per impiccagione era legato a manifestazioni evidenti di erezione od eiaculazione.
In seguito, nel 1928, una enciclopedia austriaca pubblicò la voce "penis strangulation" come pratica di asfissia autoerotica.
Successivamente fu Bloch a descrivere le pratiche di soffocamento delle donne durante i rapporti sessuali, e fu Ellis a narrare dell’ “impulso di strangolare l'oggetto di desiderio sessuale”.
Gonzales, Vance e Helpburn furono i primi a introdurre l’argomento in ambito forense.
Nel 1953, Stearn pubblicò uno studio effettuato su una casistica di 97 suidici avvenuti nel Massachusets tra il 1941 ed il 1950, provando che 25 persone di quelle 97 non avevano avuto alcuna intenzione di suicidarsi, ma erano piuttosto decedute nel corso dell’espletamento di pratiche di asfissia autoerotica.
Successivamente, negli anni settanta, l’FBI commissionò un’apposita ricerca, eseguita dall’agente speciale Roy Hazelwood e dallo psichiatra Dr. Park Dietz, in collaborazione con la dottoressa Ann Burgess, i cui risultati vennero pubblicati nel libro "Autoerotic Fatalities", al momento il trattato più completo ed esaustivo sull’argomento.
Originariamente si pensava che questa pratica interessasse solo le fasce adolescenziali, successivamente venne invece provato che, se pur con minore incidenza, il fenomeno riguardava anche maschi in età edulta.
Uno dei casi più esemplificati al riguardo concerne il caso di un maschio, adulto, di 47 anni, divorziato, di professione dentista, rinvenuto cadavere nel suo studio con una maschera da anestesia sul volto.
Anche le donne, che in un primo tempo si riteneva non fossero interessate dal fenomeno, possono a volte essere dedite a questo tipo di pratica, che per definizione si riterrebbe erroneamente maschile.
Caso esemplificativo quello di una donna di 35 anni, ritrovata impiccata nell’armadio del bagno di casa sua, il cadavere, rinvenuto nudo in uno spazio angusto nei pressi dell’anta dell’armadio, aveva i piedi appoggiati contro il muro ed era in posizione prona, un vibratore ancora funzionante a contatto con la vagina della donna indirizzò gli investigatori inizialmente verso altre piste, fino a quando la figlia, di soli nove anni, della vittima testimoniò che erano sole in casa al momento del fatto.
In ogni caso oggi gli investigatori sanno che una nudità, completa o parziale, nei casi di asfissia, strangolamento o impiccagione, può far propendere decisamente le indagini verso la pista della Asfissia Autoerotica.
Confondono invece le statistiche, i casi in cui i parenti più prossimi, rinvenendo il cadavere nudo, si affrettano a rivestirlo, inquinando le prove e modificando la scena del crimine.
A volte poi la maggior parte delle morti autoerotiche sono caratterizzate da travestitismo o masochismo, in questi casi le vittime, eterosessuali e di sesso maschile, indossano capi di abbigliamento femminile.
Si ipotizzano allora giochi di ruolo in cui il soggetto, indossando panni femminili, simuli di immedesimarsi in una donna allo scopo di sdoppiarsi per creare una doppia personalità, in cui il lato maschile, di tipo sadico, possa infliggere punizioni erotiche all’altra personalità, femminile, caratterizzata da un’evidente masochismo, di modo che “idealmente” è una donna ed essere torturata e seviziata.
Tracce di questa pratica, che non è mai stata riscontrata all’inverso, ossia casi di donne travestite da uomini, si ritrovano nel Best Sellers il Silenzio degli Innocenti, di Thomas Harris.
Risale al 1994 un caso esemplificativo in questo senso, un ingegnere di 46 anni viene trovato morto nella sua abitazione, appeso a un gancio e travestito da donna con minigonna nera, collant e tacchi a spillo, nel video registratore una cassetta hard che riproduce la medesima simulazione, nell’esecuzione della quale però il malcapitato avrebbe avuto difficoltà a collegare il complicato marchingegno di cappi e nodi scorsoi, inducendosi inconsapevolmente la morte.
Per quanto, come già detto, spesso i parenti più prossimi, all’atto del rinvenimento del cadavere, per pudore o per vergogna, sono indotti a modificare la scena della morte, un patologo ben preparato sa bene che deve fare attenzione ad eventuali tracce di anossi cerebrale, tipica dell’asfissia autoerotica.
Inoltre, nel 1981, l’agente speciale dell’FBI, Roy Hazelwood, ha delineato le caratteristiche tipiche della scena classica di morte per asfissia autoerotica, che sono: Prove di asfissia prodotte da strangolamento o impiccamento, posizione del corpo favorevole a causare la morte per asfissia, indizi che la morte sia causata da un incidente o da un mancato funzionamento dei mezzi di salvataggio, elementi sulla scena del crimine che provino un meccanismo di autosalvataggio fallito, prove di attività sessuale solitaria, in mancanza dei quali si può ipotizzare un omicidio, un suicidio assistito o un incidente occorso durante un rapporto sessuale a due persone, prove di aiuti alla fantasia sessuali, pornografia o altro materiale presenti sulla scena della morte, precendenti indizi di dedizione alla pratica autoerotica, nessuna intenzione o motivazione apparente che possa giustificare il suicidio.
In questo senso risulta particolarmente eclatante il caso di un cadavere rinvenuto in un canale, di una donna morta per asfissia e annegamento. Il fidanzato della vittima, arrestato, di soli 26 anni, dichiarò che la donna era morta per strangolamento durante un gioco erotico di coppia, ma fu arrestato per omicidio perché la ragazza in realtà aveva solo perso i sensi, trovando poi la morte per annegamento solo al momento in cui l’indiziato tentava di occultarne il presunto cadavere gettandolo in un corso d’acqua.
Anche i Serial Killer si sono spesso interessati particolarmente di questa modalità erotica, primo fra tutti l’agente di polizia Gerard Schaefer, in forza nella comunità rurale di Brevard in Florida. Schaefer rapiva giovani autostoppiste che poi conduceva nel bosco, immobilizzandole o legandole strettamente fino al sopraggiungere della morte, associando la torture all’impiccagione, alcune delle vittime, abbandonate nel bosco, furono rinvenute in avanzato stato di decomposizione mentre altre invece erano miracolosamente sopravvissute.
Anche i Serial Killer John Gacy, Joseph Berdella e Gianfranco Stevanin erano dediti a questo tipo di pratiche utilizzate per la soppressione delle loro vittime, strangolandole, soffocandole e addirittura in alcuni casi anche fotografandole per perpetuare l’estrema eccitazione dell’attimo fatale precedente alla morte.
Rimane il fatto comunque che una pratica tanto insidiosa possa condurre spesso alla morte, totalmente immotivata, del soggetto mentre è alle prese, semplicemente, con un trastullo erotico estremamente raffinato ma quasi altrettanto pericoloso.
Ruth Snyder 1895/1928
A cura di Ceriani Cinzia
Ruth è nata e vissuta a Manhattan. È una ragazza giovane e frizzante, bella, esuberante e radiosa. Le piace la vita, ama le belle compagnie e adora la frivolezza.Trascinata dall’entusiasmo abbandona presto la scuola per lavorare come centralinista, nonostante l’inesperienza il suo aspetto fisico avvenente, le sue movenze e le sue maniere suadenti le fruttano un posto di lavoro senza nemmeno troppo faticare.
Quando conosce Albert Snyder, che è Editor di una rivista nautica, le pare un uomo affascinante, è serio, posato, svolge un lavoro importante, le fa una corte discreta, elegante, compita.
I due si sposano e vanno a vivere a Long Island, dove nasce Lorraine.
Ma il giovane intellettuale occhialuto che in gioventù l’aveva tanto colpita presto si rivela un essere insipido, scialbo, asociale e taciturno.
Suo marito passa le ore lavorando, per mantenere la famiglia, ma secondo Ruth questo non la riguarda. Lei vuole ancora divertirsi, uscire, andare alle feste, partecipare alla vita mondana.
Ruth si sente ancora giovane e frizzante, soffocata nella monotonia della vita matrimoniale, sua figlia non le interessa più di tanto, i ritmi coniugali le vanno stretti, gli impegni familiari la estenuano.
Albert Snyder con il tempo, da quell’individuo colto e distaccato che era, si è trasformato sotto i suoi occhi in un ometto insipido che non sa far altro che parlare di lavoro, di compiti e di doveri. Quando decide di divagarsi non trova di meglio che rifugiarsi nei suoi hobby tipicamente maschili, occupandosi della barca o dell’automobile.
Schivo ed asociale Albert non è tagliato per la vita mondana che invece Ruth va sognando, ma lei non è tipo da compiere sacrifici o rinunce, e così presto inizia a uscire da sola, la sera, tornando tardissimo la notte.
Diventa l’anima delle feste, l’ispiratrice delle comitive, gli amici la passano a prendere sotto casa strombazzando i clacson, Ruth si sente di nuovo viva, vitale, dinamica, frizzante, esuberante, perfino più bella, se mai sia possibile.
Di nuovo corteggiata riacquista entusiasmo, vive per il momento in cui potrà uscire, la sera, e divertirsi.
Conosce Judd Gray, allegro, buontempone, ciarliero, tutto l’opposto di Albert. È rappresentante di biancheria intima, è abituato a corteggiare le donne, sa come ammaliarle, irriderle, intrigarle, ma forse alla fine lo fa solo per abitudine, per gioco o per divertimento.
Ruth è ancora una gran bella donna, fascinosa e maliarda, anche lei ama divertirsi, sono una coppia perfetta, sotto un certo punto di vista.
Così alla fine si innamorano, si frequentano segretamente, vivono una seconda vita nei motel e nei locali notturni.
A Ruth il dover tornare ogni giorno alla sua casa e alla sua monotona vita coniugale pesa sempre di più, a Judd invece la cosa va bene così. Sta con una donna sposata, si vedono solo quando ne hanno voglia, è una relazione nemmeno troppo impegnativa, l’ideale per un uomo con il suo carattere goliardico, inconstante e volubile.
Nella mente di Ruth comincia presto a disegnarsi un piano criminale, nemmeno tanto bene architettato, con una scusa fa firmare al marito un’assicurazione sulla vita a suo favore, è sempre una donnina affascinante e quando vuole sa come si fa ad ottenere qualcosa da un uomo.
Albert, da uomo pacifico e forse un tantino astratto, non sospetta nulla, ormai deve essere abituato agli sbalzi d’umore della moglie, non ci fa nemmeno più caso, si è perfino rassegnato a lasciarla uscire la sera con gli amici, che si diverta se proprio ci tiene tanto, purchè alla fine a casa si viva in pace.
E intanto Ruth, superficiale e precipitosa, concepisce piani di omicidio sempre più bizzarri ed astrusi, che però non funzionano mai. La sera li racconta a Judd, sfogandosi, ma lui non la prende troppo sul serio, pensa che stia scherzando, o fantasticando. Nulla di più che uno sfogo innocente, e poi tra le lenzuola hanno ben altro a cui pensare.
Ma invece Ruth fa sul serio, ha progettato finalmente un piano infallibile, dice a Judd una sera, lo uccideranno insieme, lei ha già predisposto tutto, se lui la ama deve aiutarla.
Quando Judd va a casa degli Snyder è compiaciuto ed esaltato, già leggermente ubriaco, in cuor suo pensa a una trovata innocente, crede che Ruth voglia far l’amore con lui sotto il tetto coniugale, una novità elettrizzante, e infatti quando arriva il marito non c’è, o almeno così crede.
Ruth lo attira in una camera, si amano, si coccolano, bevono ancora, poi Judd si addormenta a metà, si assopisce quasi senza accorgersene quando Ruth si allontana con una scusa.
Viene risvegliato nel cuore della notte dalla sua amante, è ancora mezzo frastornato quando lei gli pone in mano l’arma del delitto, un pesante contrappeso da cucina.
Lei lo trascina nella camera da letto padronale, dove suo marito dorme ignaro, lo istiga a colpire, simuleranno poi un incidente o un furto, lui colpisce, confuso, una volta sola debolmente, ma tanto basta per risvegliare Albert che inizia a urlare.
È una strage, le lenzuola sono intrise di sangue, la faccia di Albert è mezzo spappolata, il volto paonazzo, il filo metallico inciso profondamente nel collo.
Solo in quel momento Judd si rende conto di quel che ha fatto, ha colpito, è interamente sporco di sangue, tiene ancora nelle mani l’oggetto contundente. Precipita nel panico.
In fretta e furia tentano di modificare la scena del delitto, sperando di convincere gli inquirenti che si sia trattato di un omicidio a scopo di rapina.
Ruth è una splendida testimone, finge svenimenti, sospira languida, batte gli occhioni, si stringe pudicamente il bavero della vestaglia sopra la camicia da notte trasparente, si asciuga le lacrime in maniera plateale.
Ma non è molto intelligente, la scena del delitto è stata maldestramente alterata, i segni ci sono tutti e inequivocabili.
Non ci vuole davvero molto per gli investigatori per capire come davvero si sono svolti i fatti, e se è per questo nemmeno per arrivare fino a Judd, la loro tresca è di dominio pubblico, nessuno sembra ignorarla in tutto il quartiere, forse solo il povero Albert era l’unico a non sapere.
O forse no.
Arrestati e sottoposti a processo i due amanti crollano e iniziano a incolparsi a vicenda durante gli stringenti interrogatori. Come unico risultato vengono condannati a morte entrambi.
La giuria non è pietosa nei loro confronti, c’è di mezzo la soppressione di un padre di famiglia, di un marito esemplare, di un gran lavoratore, una vita inutilmente sacrificata non tanto sull’altare di un agognata libertà, ma soprattutto in nome di un golosissimo ed invitante premio assicurativo.
Omicidio per interesse, non c’è cosa peggiore per quei dodici giurati e per il giudice del Tribunale.
Eppure nonostante tutto, al di là delle evidenti prove di colpevolezza, al di là del verdetto dei giudici, al di là dell’efferatezza del crimine, c’è in America ancora chi si lascia incantare dalle grazie avvenenti di Ruth Snyder, che in carcere riceve addirittura 164 proposte di matrimonio.
Perfino il cuoco della prigione si innamora di lei, e come ultimo omaggio, prima dell’esecuzione, predispone il suo ultimo pasto con infinita cura.
Ma l’estremo saluto di Ruth al mondo è agghiacciante, giustiziata secondo le leggi dello Stato di New York, nell’attimo fatale un fotoreporter particolarmente agguerrito, con uno stratagemma, riesce a immortarla in una tragica istantanea.
È in assoluto la prima volta che una cosa simile succede. Nel supremo momento della morte l’immagine di Ruth è congelata su una fotografia sconvolgente, che il giorno dopo sarà sulle pagine di tutti i principali quotidiani.
Forse Ruth Snyder, che amava tanto la notorietà, ne sarebbe stata anche contenta.
Hawley Harvey Crippen
A cura di Ceriani Cinzia
Harvey Crippen nasce nel Michigan nell’anno 1862. Studia odontoiatria e diventa medico. Come tutti i dottori fa praticantato presso il pronto soccorso di un ospedale.È un bell’uomo, fine, distinto, elegante, rispondente ai canoni di bellezza dell’epoca.
Quando passa per i corridoi dell’ospedale tutte le infermiere lo guardano, fa colpo anche sulle pazienti, porta grandi baffi a manubrio, indossa il camice, cammina sicuro, ha un tocco deciso ma dolce, un tono sommesso, appare serio, competente, affidabile.
Un giorno incontra Cora, che in realtà si chiama Kunegonde Mackametzi, e ne resta colpito.
Cora torna più volte al Pronto Soccorso, è giovane, esuberante, florida e rubiconda, veste bene, si atteggia a grande artista, racconta di essere un cantante lirica.
Ben consapevole dell’effetto che fa sul Dottor Crippen intensifica le visite, lo seduce, si fa corteggiare, tanto fa e tanto dice che alla fine riesce a farsi sposare.
Si trasferiscono a New York dove Crippen prende impiego presso un importante stabilimento farmaceutico, Cora è ben contenta del nuovo status sociale, è moglie di un medico, ha una casa elegante, bei vestiti, gioielli, cappelli e pellicce.
Ma sogna sempre di diventare una grande artista, cosa che non è, e in realtà non è mai stata, nonostante quello che ha potuto far credere a Crippen.
Tra l’altro presto i coniugi Crippen scoprono che Cora non può concepire dei figli, quindi fatalmente ben presto, appena stanca della novità, della casa, del trasferimento e del nuovo ambiente sociale, la donna appunta tutti i suoi desideri e le sue speranze sulla propria, presunta, carriera artistica.
Vuole diventare la più grande cantante lirica del mondo, o quasi.
Crippen l’adora, letteralmente, non c’è nulla che non farebbe per lei. Il suo denaro serve per le lezioni di canto, per i cappelli ampi e sontuosi, per gli abiti eleganti, per le giacche bordate di zibellino, i lunghi cappotti, Cora veste come una regina e come tale si comporta.
Da New York si trasferiscono a Londra. Ancora una volta il cambiamento fa bene a Cora, che temporaneamente si distrae con altre occupazioni, l’arredamento della casa, le tende, un guardaroba nuovo, le recenti conoscenze, la frequentazioni dei quartieri alti.
Crippen non batte ciglio e imperterrito foraggia la reiterata passione della moglie, anzi, giunge perfino a corrompere e pagare profumatamente gli impresari perché le affidino delle particine, ma alla fine Cora canta solo in teatri di quart’ordine, in periferia, nel corso di operette di infima qualità e di nessunissimo successo.
Cora non è una cantante, e non lo sarà mai, e intanto Crippen ha perso tutto il suo patrimonio nel vano tentativo di accontentarla.
Lungi dall’essere riconoscente, quando Crippen torna al punto di partenza, e deve andare a cercarsi un altro lavoro perché è stato licenziato, Cora inizia a tradire il marito senza alcun ritegno e senza nemmeno cercare di tenerglielo nascosto.
Proprio quando Crippen comincia stentatamente a rendersi conto che ha speso invano la sua vita nel tentativo di soddisfare una donna che non lo ama e non lo ricompensa, nel suo orizzonte appare improvvisamente Ethel LeNeve.
Se Cora è florida, Ethel è esile e dimessa, tanto Cora è esuberante quanto Ethel è mansueta e ritrosa, per ogni capriccio di Cora c’è un timido sorriso di Ethel che vuole solo aiutare, alla pervicace durezza di Cora fa da contrappunto la dolce disponibilità di Ethel.
Ethel fa la stenodattilografa in uno studio, i suoi colleghi la chiamano “non molto bene grazie” perché si ammala sempre, è esile e emaciata, fragile e delicata.
Si innamorano perdutamente.
Ethel vede in Crippen un punto di riferimento, una figura paterna, cerca guida e protezione. Crippen trova in lei la dolcezza e la disponibilità, la cieca fiducia e la docilità che sua moglie non ha mai avuto.
Fatalmente, spronato da Cora che ancora chiede soldi per vestiti, pellicce e gioielli, Crippen decide di aprire uno studio dentistico mettendosi in proprio, e sceglie proprio Ethel come assistente di gabinetto.
A casa sua la vita è un inferno, non ha né amore, né stima, né rispetto, ma anzi viene quotidianamente bistrattato e tiranneggiato, a sua moglie non basta mai, vuole sempre di più, chiede, pretende e comanda, ordina e dispone.
Non poteva cadere più in basso.
Solo allo studio dentistico torna se stesso, il professionista stimato e rispettato, il dottore elegante e raffinato, il medico competente, serio ed affidabile, ci sa fare con la gente, ammalia le signore, offre garanzie e disponibilità, la sua clientela cresce, gli affari vanno bene.
Peccato che al termine della giornata, purtroppo, è costretto a tornare a casa. Ma sopravvive. In qualche modo.
Fino a che una sera a tutte le umiliazioni patite se ne aggiunge ancora una, che sarà l’ultima.
Rientrando a casa scopre sua moglie che impunemente nel loro talamo nuziale si intrattiene con l’amante, apparentemente Crippen non reagisce, non dice nemmeno una parola, ma, il 17 gennaio del 1910 acquisita 10 grammi di iosciamina, un veleno mortale, è un medico e sa quello che fa.
Dopo due giorni i vicini apprendono improvvisamente che sua moglie è dovuta partire, pare che sia andata addirittura in America per assistere un suo parente in punto di morte.
Strano, dicono tutti, Cora così ciarliera, così estrosa e comunicativa parte per andare fino in America e non dice niente a nessuno?
Fin qui però la cosa poteva ancora passare sottosilenzio se non fosse che Crippen impegna tutti i gioielli della moglie, tranne il più bello, un medaglione che ella indossava sempre, e che decide di regalare proprio ad Ethel.
Nemmeno un mese dopo Ethel si trasferisce a casa di Crippen, ormai sono ufficialmente amanti, la versione circa la temporanea assenza di Cora Crippen a questo punto cambia, ai vicini curiosi Crippen racconta che la moglie è morta, di polmonite, proprio mentre era in California.
Ma nonostante Cora fosse volubile e superficiale, pure aveva molti amici tra il vicinato, molti conoscevano così a fondo la sua natura e le sue abitudini da non trovare assolutamente credibile la versione ufficiale diramata dal marito circa la sua tanto improvvisa scomparsa. Viene avvisata la polizia.
A bussare alla porta per le indagini del caso è l’Ispettore Dew, davanti alle sue domande stringenti Crippen ancora cambia versione.
No, la moglie non è morta di polmonite, forse non è nemmeno andata in America, semplicemente è fuggita col suo amante, e lui, stimabile professionista, si è vergognato troppo per ammettere la verità coi suoi vicini, e poi uno scandalo del genere avrebbe anche potuto rovinargli la carriera.
Crippen parla con calma, da uomo a uomo, è certo che l’Ispettore comprenderà le sue ragioni, dice, se non è convinto può anche dare un occhiata in giro.
Apparentemente in casa è tutto a posto, niente segni di violenza, gli oggetti personali di Cora Crippen mancano davvero, sembrerebbe proprio che abbia fatto le valigie, in quella fase l’ispettore non può fare molto di più.
Successivamente però alcuni particolari riemergono nella sua memoria, qualcosa in quel colloquio non lo ha convinto del tutto, forse è meglio compiere un ulteriore sopralluogo, ma per legge bisogna avvisare il padrone di casa, visto che ancora ufficialmente non è incriminato di niente, e chiedere la sua autorizzazione in proposito.
Il dottore non fa una piega, ma prego venga pure, dice all’Ispettore, e intanto si prepara per la fuga.
Intanto a Londra l’Ispettore Walter Dew con i suoi agenti si reca all’appuntamento concordato, sono fermamente intenzionati, questa volta, a perquisire ogni locale, ma alla porta nessuno apre, al campanello nessuno risponde, i vicini dicono che Crippen si è allontanato con dei bagagli.
Ci sono dei resti umani là sotto, parti di un corpo sezionato, avvolti in un pigiama maschile.
Il mandato di cattura viene spiccato immediatamente sia per Crippen che per Ethel LeNeve.
Intanto Crippen con Ethel travestita da ragazzo, abiti maschili e capelli tagliati alla maschietta, sta per imbarcarsi sulla Montrose, destinazione Quebec, Canada. Là non c’è estradizione, saranno al sicuro.
Durante il lungo viaggio però alcuni membri dell’equipaggio cominciano a notare qualcosa di strano nel comportamento del Dr.Robinson che ufficialmente viaggia con il figlio.
Il ragazzo è strano, a tavola non dice una parola, tiene sempre il berretto calcato in testa, a coprirgli il volto, e quel cappello sembra maledettamente grande per la sua taglia.
Poi ha un’andatura ancheggiante, degli atteggiamenti sdolcinati, sono stati visti anche passeggiare sul ponte tenendosi la mano, certo sono padre e figlio, ma tuttavia il loro atteggiamento pare strano a molti.
La curiosità si infittisce, a bordo la vita di crociera è monotona, ogni occasione è buona per chiacchierare, si fanno anche scommesse, c’è chi parla di omosessualità latente, chi dice che il Dr. Robinson è un pervertito pederasta in vacanza col suo giovane amante finocchio.
Perfino il Comandante viene coinvolto, osserva i due dall’oblò, sul ponte di coperta, li scruta mentre sono a tavola, ospiti della sua mensa, poi tornato in cabina sfoglia pensoso la sua collezione di giornali, qualcosa si agita nella sua memoria, ha creduto di ricordare un dettaglio determinante, finché eccola lì, la foto del Dr.Crippen e di Ethel LeNeve, ufficialmente ricercati.
Con un po’ di fantasia e qualche ritocco ecco che i suoi due passeggeri potrebbero essere proprio loro, i sospetti omicidi, che con quel travestimento tentano di sottrarsi alla giustizia.
Parte un cablogramma per Scotland Yard.
E a Scotland Yard non dormono da piedi. L’Ispettore Dew sa che c’è un solo modo per fermare quei due, raggiungere la Montrose prima che approdi in Canada.
Chieste e ottenute le necessarie autorizzazioni salpa da Liverpool sul Laurentic, un piroscafo molto più veloce della Montrose.
In perfetto silenzio radio le due imbarcazioni si rincorrono sull’Oceano, a bordo della Montrose tutti hanno ricevuto l’ordine di non dare adito a scontri, di non mostrare sospetti, di tenere un comportamento impassibile, perfino sulla Laurentic nessuno sa niente, i poliziotti si sono imbarcati in incognito, temono una fuga di notizie, un collegamento radio tra le due navi, ogni precauzione possibile è stata presa.
Ma fuori dall’Oceano Atlantico il mondo sa, e assiste con il fiato sospeso all’inseguimento tra le due navi, i giornali commentano minuto per minuto la caccia a Crippen, vengono trasmessi comunicati aggiornati, itinerari, distanze e pronostici.
Alla fine il Laurentic raggiunge la Montrose, l’abborda e l’ispettore sale a bordo per arrestare Crippen. La caccia è finita, comincia il processo.
Riconosciuto colpevole di omicidio, anzi di uxoricidio, Hawley Harvey Crippen viene condannato a morte, ma fino all’ultimo si comporta come un vero gentiluomo.
Ethel LeNeve è innocente, non c’entra per nulla, non sapeva niente, è stato lui che l’ha coinvolta, è lui l’unico, il solo e il vero assassino.
L’opinione pubblica conferisce a Crippen l’etichetta di uomo d’onore, è vero, ha ucciso, si è macchiato di un crimine, ma è un gentiluomo, un perfetto gentleman inglese, mai consentirà che la creatura che ama venga anche solo contaminata dal sospetto.
Disposto a difendere Ethel fino alla fine Crippen tenta il suicidio ferendosi gravemente alla carotide con il vetro dei suoi occhiali, ma scampa alla morte solo per essere giustiziato tramite impiccagione il 22 novembre del 1910.
Dopo il processo la dolce e romantica Ethel LeNeve parte per New York, con i soldi che le ha lasciato per testamento Crippen. Quando decide di rifarsi una vita sceglie un uomo che somiglia a lui, e per tutta la vita dichiarerà di amarlo ancora.





Ultimi commenti