http://guide.dada.net/giallo_e_noir/misteri_e_delitti/

DLMM GVS
1 2 3 4 5
6 7 8 9 10 11 12
13 14 15 16 17 18 19
20 21 22 23 24 25 26
27 28 29 30 31

Tag

Ultimi post

Ultimi commenti

Diffondi i contenuti

Condividi i contenuti

De.licio.us
Archivio
Pagine:

L'UOMO NERO

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


E’ una perversione psichica. E’ violenza, abuso, sottomissione e morte.

Gli psicologi definiscono la pedofilia un disturbo, riconducibile all’ambito delle parafilie, dell’eccitazione sessuale provocata da particolari stimoli ritenuti socialmente anomali e alimentata dal piacere per la trasgressione.

Lo “strumento” di piacere del pedofilo è il bambino, indotto a compiere o subire una serie di comportamenti finalizzati alla soddisfazione del desiderio sessuale del soggetto anziano, giovane, benestante, indigente, colto o incolto che sia. Egli guarda il bambino mentre si spoglia, si masturba in sua presenza, lo accarezza e lo persuade a toccarlo a sua volta.

L’attrazione, o meglio l’ossessione, che l’abusante prova per i piccoli non riguarda la sola questione fisica, ma, a suo modo, egli nutre dei sentimenti, che gli impediscono di maltrattare le sue giovani vittime in modo tale che queste non parlino e mantengano segreto il crimine.

 Di contro, però, i pedofili così detti attivi, sono in grado di assoggettare il bambino con metodi invasivi e devastanti fisicamente e mentalmente, stando ben attenti a non lasciare segni visibili.

Altri, invece, chiamati latenti, si limitano alla consultazione di materiale pedopornografico diffuso nella rete.

Di certo più pericolosi sono coloro che praticano il pedosadismo,  in cui l’eccitazione è associata ad una forma di sesso sadico e amorale che ha come conseguenza, ma non come regola, la morte del fanciullo per tentare di occultare l’accaduto.

Stando sempre alle affermazioni di alcuni psicologi il pedofilo è un individuo dalla personalità immatura e con gravi problemi relazionali che lo rendono incapace di vivere un normale e adulto rapporto amoroso.

Sono narcisisti, hanno scarsa stima di se stessi e scaricano sull’infante il loro costante bisogno di potere e controllo mettendo in gioco molti aspetti mentali, istituzionali, di educazione sessuale e violenza che contribuiscono a definire alcune fra le caratteristiche entro cui riconoscere un pedofilo e, nel contempo, le possibili motivazioni che portano ad esserlo.

Ad esempio l’essere stati a loro volta dei bambini abusati, magari dai genitori, potrebbe far nascere  nel soggetto il senso di rivalsa e la conseguente emulazione di atteggiamenti simili, intesi come modelli di detenzione del potere con i quali sottomettere facilmente il bambino.

 E’ causa di un sentimento di rivalsa anche l’essere stato un bambino isolato e deriso o l’aver vissuto in un ambiente famigliare contraddittorio e disgregato. Infine, altrettanto determinante, è l’aver assistito a episodi di violenza ai danni di un famigliare senza avere la possibilità di intervenire.

Diversamente da altri loro colleghi, alcuni studiosi della pedofilia in chiave patologica hanno elaborato una teoria in cui racchiudere e analizzare tre particolari tipi di soggetti:

- Gli ansiosi resistenti hanno scarsa stima in loro stessi e si negano all’amore perché indegni; sono persone insicure dedite alla costante ricerca dell’approvazione altrui e riescono ad acquisire sicurezza solo in presenza di un compagno su cui possono esercitare controllo. Raramente usano eccessiva violenza od atti coercitivi contro i bambini.

- Gli evitanti timorosi desiderano il contatto intimo con un adulto, ma, allo stesso tempo, sono terrorizzati da un rifiuto e quando abusano sul minore non si fanno scrupoli ad usare la forza.

- Ultimi sono coloro che ricercano rapporti e relazioni impersonali caratterizzati da un alto tasso di aggressività e da comportamenti addirittura sadici.

 

 

DOVE E COME

 

Ideale, per l’attività del pedofilo, è l’ambiente domestico. Un lupo travestito da agnello, un abusante travestito da padre, madre, zio, nonno, fratello, cugino.

Un tratto tipico del maltrattamento entro l’ambito famigliare, incombente come una nuvola tossica, è il silenzio a cui la vittima viene costretta per impedire la distruzione della famiglia a seguito di un’eventuale denuncia alle autorità.

In linea di massima il principale autore di incesti e abusi è il padre o il patrigno impegnato ad ostacolare ogni tentativo di socializzazione dei componenti della famiglia, mentre la vittima, al contrario, si dimostra socievole e ben disposta a rapportarsi con gli altri.

Il carnefice, inoltre, è solito ricompensare con regali e privilegi di sorta l’oggetto delle sue perversioni per comprarne la complicità e celare lo sfruttamento sessuale.

La madre, il più delle volte assente, sceglie di abbandonare il suo ruolo di donna di casa addossando tutti i doveri richiesti dallo status, compresi quelli sessuali, sulla figlia coprendosi il volto e l’animo con una maschera d’indifferenza.

Lontano dalle mura domestiche il pedofilo presenta una personalità creativa in grado di utilizzare raffinate tecniche di approccio. Egli può corteggiare la madre per arrivare al bambino; conquistare la fiducia dei genitori che lo accolgono nella loro casa come un amico e ottenendo, così, libero accesso. Meschino, può prendere di mira bambini sofferenti o con carenze affettive facendoli sentire importanti e amati.

Altri, i classici frequentatori del turismo sessuale in vigore soprattutto in Asia e in Africa, agiscono senza premeditazione.

 

 

 

LA TERAPIA

 

Per il pedofilo, parlare di patologia o di ossessione recidiva in riferimento alla sua condizione, è un errore. Egli sostiene di amare il bambino e quindi inevitabile, nell’amore, è l’attrazione per il partner e il contatto fisico.

Le sedute di analisi psichiatriche puntano l’obiettivo sulla rielaborazione dell’infanzia dell’individuo, sminuzzando simultaneamente la sua personalità e richiedendo perciò la massima collaborazione da parte del paziente che di raro accetta.

L’alternativa è rappresentata da una cura farmacologia a base di antidepressivi, antiossessivi e antifobici che inibiscono le pulsioni, calmano l’ansia e diminuiscono il desiderio stabilizzando l’umore. Drastica ma non risolutiva è la castrazione chimica. Essa agisce limitando la secrezione del testosterone, l’ormone maschile che regola lo sviluppo e le pulsioni sessuali, attraverso l’assunzione di antiandrogeni.

 

 

 

IL PARADOSSO

 

E’ un dato di fatto che la maggior parte dei pedofili rifiuta le terapie rivendicando la legittimità dei loro abusi, forti della convinzione secondo cui il bambino ha la facoltà di accettare o meno le avance dell’adulto.

Naturalmente le cronache al riguardo affermano l’esatto opposto.

La sessualità, a loro avviso, è un aspetto gradevole e fondamentale nella vita delle persone e non è da considerarsi ne maligna ne amorale.

Proprio per questo nascono le associazioni a tutela del “Diritto di libertà sessuale del bambino”,a loro avviso, oppresso da una società sessuofobica.

Secondo tali associazioni i veri danni provocati al bambino sono l’ansia di dover tener nascosti i “giochi” che fanno con gli adulti, i processi penali a seguito delle denunce e il comportamento dei genitori di eccessiva protezione verso i pedofili, che insegnano al bambino a ribellarsi condannandolo a morte.

Indebolire l’influenza dei genitori sui loro figli si pone, allora, come scopo essenziale.

L’associazione pro-pedofilia “The Slurp” ha stilato a tal proposito una lettera idealmente rivolta a tutti i bambini per convincerli a non aver paura e ad abbandonare ogni remissività.

Eccone brevi stralci.

 

“[…]Probabilmente qualcuno ti ha detto che puoi dire di no. […] Se qualche adulto ti chiede di fare delle “cose”, non devi farle. Questo, ovviamente, non si riferisce al fatto che tua madre ti dice di lavarti i denti. […]

Bene ricorda solo una cosa: se puoi dire no, puoi anche dire sì. Questo significa che se ti senti di fare qualche cosa, tu hai il diritto di farlo. Non importa quello che hanno detto i tuoi genitori. Perché è un diritto. Sei tu che puoi scegliere.”

E ancora.

“Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti dicono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. […] Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle cose con un amico adulto, questo può farlo andare in prigione e rovinargli la vita.”

 

Risulta qui chiaro il punto su cui far leva. L’ingenua sensibilità del bambino e i sensi di colpa in lui generati. Il bambino, spinto dal timore di far accadere “qualcosa di brutto”, cede all’abuso. Si lancia, vittima sacrificale, fra le braccia dell’orco che lo ha ingannato con subdole parole e chiude, dietro di sé, la porta al dolce paradiso della tenera età.

                                                                                      Ceriani Cinzia

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#
Archivio
Pagine:

I DUE VOLTI DI PAPA RATZINGER QUANDO LA PEDOFILIA NON E’ PIU’REATO MA SEMPLICE PECCATO

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

 A cura di Ceriani Cinzia

  Vicenza, 25 novembre 2006

È in onda proprio in questo periodo, sul canale 520 di Sky, il reportage realizzato dalla rete inglese BBC, “Sex Crimes and The Vaticans”, in grado di attestare gli amari fatti che caratterizzano la vita del pontefice, prima della sua elezione, in netto contrasto con ciò che, invece, và predicando. Come si suol dire: “ fate quel che dico ma non quel che faccio”…  

A citare in giudizio, davanti ad una corte texana, il cardinale Joseph Ratzinger, insieme ad altri clericati nel gennaio del 2005, è l’avvocato statunitense Daniel J. Shea, con l’accusa di aver coperto e occultato, forte del documento “Crimen Sollicitationis”, emesso nel 1962 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede di cui Ratzinger era a capo, atti di violenza sessuale compiuti da religiosi su minori.

Il documento, ormai considerato privo di valore per il Vaticano, come previsto dal Codice di diritto Canonico, descrive gli adeguati atteggiamenti da assumere in presenza di gravi delitti. Shea, al contrario, riesce a dimostrare la sua attuale validità attraverso una lettera datata 18 maggio 2001 firmata dallo stesso Ratzinger e dell’arcivescovo Tarcisio Bertone.

Tale lettera è un invito da parte del futuro pontefice, sotto minaccia di scomunica, ad apporre silenzio sulle inchieste avviate riguardo ai preti pedofili; le vittime di codesti religiosi, inoltre, sono tenute a non rivelare le accuse prima di aver compiuto la maggior età a cui vanno sommati, poi, altri dieci anni di attesa. Solo a quel punto spetterà unicamente a Roma la competenza di trattare gli abusi dichiarati.

Tra i “protetti” spicca il sacerdote messicano Marcial Marcel Degollado, fondatore dell’ordine dei Legionari di Cristo, accusato di pedofilia da uno dei suoi adepti, padre Juan Vaca: “…Quante innumerevoli volte mi ha svegliato nel cuore della notte, abusando della mia innocenza. Notti di paura…”

Peter Keisler, vice ministro della giustizia degli Stati Uniti, però, conscio di tutto questo, comunica al tribunale che Benedetto XVI, in veste di capo dello Stato Pontificio, gode di immunità e gli atti processuali a carico del pontefice sarebbero incompatibili con gli interessi della politica estera americana, che dal 1984 ha allacciato rapporti diplomatici con la Santa Sede.

Fatica, la comunità cattolica, a credere a coloro che, blasfemi, addossano le colpe di simili ignominie al Santo Padre, lodevole, nel suo discorso contro la pedofilia.

“Gli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi sono enormi crimini… di fronte ai quali” , continua Ratzinger, “occorre stabilire la verità di quanto accaduto al fine di adottare qualsiasi misura necessaria per prevenire la possibilità che i fatti si ripetano.”

Il bersaglio delle parole del Papa, un uomo come tanti altri, in fondo, sono i cuori e le coscienze; definisce la pedofilia un seme subdolo e insidioso da estirpare alla radice, ma al contempo, dallo scorso novembre, vieta, con precise direttive papali, agli omosessuali di frequentare i seminari e prendere i voti sacerdotali.

 

 

 

                                         

                                                                                            Ceriani Cinzia

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#
Archivio
Pagine:

Bambini di strada

di Sabina Marchesi (14/01/2007)


A cura Ceriani Cinzia

“Volete mantenere la città pulita? Collaborate uccidendo un bambino di strada!”

 

Questo è il titolo, terrificante, apparso in un giornale brasiliano, quotidiano locale che incitava l’opinione pubblica a ribellarsi contro i “meninos de rua” a Nova Ijuacù, una sterminata e violenta periferia di Rio de Janeiro.

Come sia possibile che tutto questo possa accadere è un mistero, così come rimane un mistero l’inefficienza di chi dovrebbe contrastare il fenomeno dei bambini di strada. Il Presidente dell’UNICEF Italia, Antonio Sclavi, ha richiamato, nella giornata nazionale dell’infanzia, l’attenzione di agenzie, ong, istituzioni, e singoli cittadini, affinché si lavori di più e meglio, in ogni luogo, per garantire ai bambini un’infanzia vera.

Questi bambini sono diventati invisibili agli occhi del mondo intero, nonostante i numeri riportati dalle statistiche UNICEF siano eclatanti: 90 milioni i bambini orfani soprattutto nell’Asia e Africa; 15 milioni resi orfani dall’AIDS (maggiormente africani); 1milione di bambini rimasti soli a causa di guerre o emergenze; incalcolabile il numero dei bambini costretti a vivere per strada (es.:in Congo solo nella capitale Kinshasa sono 30 mila); bambini immigrati illegalmente ( solo in Italia nel 2005 erano 5573); in Europa centrale e orientale 900 mila bambini vivono fuori dalle famiglie in istituti ed orfanotrofi, perché figli di disabili o di famiglie indigenti; 1milione di ragazzi-bambini detenuti in istituti educativi o correttivi.

Rimane da chiedersi il perché di tale disastrosa situazione infantile, condizione inaccettabile da qualsiasi punto di vista e dalla quale scaturisce, di conseguenza, la nascita di nuove realtà criminali che sfruttano l’invisibilità di questi bambini, li trasforma in “merce” destinata alla pedopornografia, alla prostituzione minorile, al traffico d’organi, a guerre civili.

In Colombia l’emergenza “sequestri” è giunta a livelli incontrollabili e l’Osservatorio sui sequestri “Paìs Libre”( Osservatorio dei Diritti umani e del Diritto Internazionale umanitario della Vicepresidenza della Repubblica Colombiana) dichiara che i bambini scelti e allontanati con la forza, vengono adoperati per la creazione di film pornografici, sfruttati nel turismo sessuale ed altro, annientandoli definitivamente là dove neanche anni di terapie psicologiche riusciranno a risanare l’orrore ricevuto. La maggior parte di questi bambini non fa rientro alle proprie famiglie e di loro si perde ogni traccia, facilitato dal fatto che la maggior parte delle famiglie che vivono in condizioni precarie, non registrano all’anagrafe la nascita del bambino.

Questi sono i soggetti di quell’annuncio macabro e disumano, bambini contro i quali la società dovrebbe ribellarsi, braccarli, eliminarli, perché pericolosi in quanto paragonati a “luridi cani randagi”, pronti a scagliarsi sulle vittime innocenti, derubare, usando anche la violenza, turisti, commercianti, ignari cittadini e chiunque si trovi innanzi il loro cammino.

Un simile comportamento è inconcepibile, così come inconcepibile è l’esistenza degli “squadroni della morte” spietati mercenari, pagati da ricchi commercianti, protetti da una politica marcia e corrotta che tutto fa tranne che porre fine ad una condizione di miseria ed abbandono. Ogni anno è sempre più alto il numero di bambini assassinati dagli squadroni della morte e dalla polizia stessa, che incombe sui bambini di strada con inaudita violenza, abusando persino di bambine di soli cinque anni, macchiandosi anch’essi di colpe aberranti, nascondendosi dietro l’istintivo e l’uniforme, calpestando i valori sopra i quali hanno giurato devozione alla patria e alla giustizia.

I bambini di strada sono una piaga per la società, un problema da risolvere ed in fretta, con le maniere più drastiche, un lento genocidio che fa di tutti noi complici silenziosi, colpevoli quanto la mano che li uccide. Bisogna riportare l’attenzione su questi angeli invisibili, colpevoli unicamente di essere stati messi al mondo, diventati vittime ignare di un sistema corrotto, costretti sin dall’età di tre, quattro anni ad una vita di stenti e di violenze, soprusi che la maggior parte dei casi comincia in famiglia, una realtà familiare disastrosa, disgregata, dove spesso l’abuso sessuale è all’ordine del giorno, costringendo il bambino a rifugiarsi per strada, tra altri milioni di bambini soli e abbandonati, vittime di un sistema cinico che riserva loro solo ingiustizie e umiliazioni, privandoli d’ogni diritto, persino quello di esistere.

A questi bambini non rimane niente, niente se non il loro nome, unico segno distintivo in un oceano di disperazione… e quella strada, quel “ventre d’asfalto” che li accoglie e in qualche modo li protegge e li nutre, accettandoli per quello che sono…BAMBINI…bambini spaventati, abbandonati, spezzati dentro come ramoscelli secchi, violentati dal loro stesso sangue, negati dalla loro stessa madre…dimenticati e nati unicamente per soffrire.     


                                                                                                                                    Karina Andrea Olivera

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#
Archivio
Pagine:

“Predatori di bambini”

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura  di Ceriani Cinzia

   Il libro nero della pedofilia

   di Massimiliano Frassi

 

 

….Chissà, forse è inutile continuare a lottare!…

 

Comincia così l’introduzione del libro di Massimiliano Frassi, presidente dell’Associazione Prometeo, dedita alla lotta della pedofilia e alla tutela dell’infanzia violata. Sicuramente il lettore si sarà identificato più di un volta con questa frase arrendevole, del resto è umano pensare che non ci sia più nulla da fare…che ormai la pedofilia si sia insinuata ovunque e che il mercato criminale che la rende così florida sia inattaccabile. Lo stesso Massimiliano Frassi nel suo libro ci sbatte prepotentemente in una realtà brutale, violenta, sudicia, che maltratta senza alcuna pietà, anche sino alla morte, bambini di non più di dieci anni, e da quanto traspare negli ultimi dati, anche più piccoli, sempre più piccoli, sino ad arrivare a poche settimane di vita. Il grido che si eleva dalle pagine dell’ultimo libro dell’autore bergamasco è un grido di rabbia, di disapprovazione, di rimprovero ad una società civile che si è arresa, sconfitta dalla propria ipocrisia, convinta che possa trovare una soluzione ad un male che avanza lentamente, nascosto e subdolo, ma che si diffonde come un virus, un cancro che grazie ad un pubblico distratto, annienta i corpi e le anime di milioni di bambini. Massimiliano Frassi si rivolge al lettore costringendolo ad una riflessione e lo fa con racconti raccapriccianti, con parole crude, reali, chiedendo a gran voce di non essere più spettatori di un abominio, ma attori di una rivoluzione culturale che possa poggiare su basi più severe e meglio attuabili alla realtà dei fatti. La società si è dimenticata dei propri figli, il problema “pedofilia” non è considerato con l’importanza che merita, le leggi sono inadeguate a tutelare chi subisce violenza, chi viene maltrattato, seviziato, ucciso. Pagina dopo pagina si viene catapultati in un mondo che nessuno enuncia a gran voce, un mondo che passa in secondo piano, che soffoca tra reality- show diseducativi e telegiornali vuoti, quasi fosse un argomento scomodo, scottante, nefasto…e lo è. Lo è come tutte quelle realtà che turbano la vita delle società perbene, di quella parte di mondo che non vuole vedere, che non vuole sentire, che preferisce voltare le spalle alle sofferenze dei più deboli, persino se si tratta di bambini.

Nel capitolo “Tutti gli zeri del mondo” l’autore ci riporta un lungo, incessante elenco di cifre che dovrebbero condurre il lettore alla riflessione, magari ad un punto di partenza per un risveglio globale di coscienze. I dati raccolti sono impressionanti e lo stupore dilaga, rigo dopo rigo, lasciando quell’amaro in bocca difficile da camuffare. Quando si spera che il tutto finisca ecco “Le storie di tutti i giorni”, fatti salienti, talmente inconcepibili da far saltare in piedi dalla sedia, per pura indignazione, anche il più distratto lettore. I toni del libro sono gravi, pesanti e spesso e volentieri l’autore incita il lettore a non mollare, anche se ne ha abbastanza, anche se il cuore non regge. Lo incita a continuare perché è giusto che tutto questo si sappia, che entri dentro le case, dove il più delle volte avviene la violenza, che si parli nelle scuole, dove ci sono stati numerosi casi di abuso, che se ne discuta anche in chiesa, dimora del Signore, spesso e volentieri infangata da comportamenti poco sacerdotali. E’ nostra la colpa di tale situazione, è la società che fa passi indietro, che si mostra inadatta, ma che non è ancora stata del tutto sconfitta. Bisogna credere in un futuro migliore e convincersi che la pedofilia non è solo un male che riguarda paesi lontani e realtà di estrema povertà. Anche a casa nostra il diavolo è presente e nella forma peggiore perché si nutre di indifferenza e ricchezza economica, perché costa quattrocento euro seviziare un neonato e trecento euro ( o di più a seconda delle trattative) abusare di una bambina di quatto anni. E’ nei paesi ricchi che tutto questo ha un senso, è grazie al benessere che la pedofilia dilaga ed impera. Quando alla fine del viaggio che il lettore ha intrapreso lo sconforto è ovunque, Massimiliano Frassi  ridà la carica proponendoci figure paragonabili a Dio per bontà e sacrificio verso il prossimo, uomini come Padre Shay Cullen, candidato al Premio Nobel, missionario cattolico da anni impegnato in prima linea nel recupero dei bambini abusati nelle Filippine e nel mondo. Non sono molti questi angeli buoni, ma bastano a lenire lo spirito di chi crede che tutto sia perduto, che niente si possa più fare. Da queste persone Massimiliano Frassi trova l’energia necessaria per andare avanti nella lotta contro la pedofilia, da questi angeli buoni e da tutte le numerose vittime che ha incontrato in questi lunghissimi dieci anni di lavoro incessante. Dedica questo libro a loro, alle vittime dei predatori e alla loro indescrivibile sofferenza, spesso e volentieri resa ancora più insopportabile dall’ignoranza delle persone e dalla loro meschinità.

“Svegliati, non lasciarti imbrogliare, non abituarti mai al dolore. Apri gli occhi, apriti all’Amore” è una frase tratta da una canzone di Renato Zero, testi che spesso e volentieri Massimiliano Frassi utilizza nei suoi libri e nei suoi convegni ( che si tengono i tutta Italia) per rendere ancora più forti le sue battaglie, guerra che non avrà mai fine, che non avrà speranza se l’uomo non riscoprirà di avere un cuore e di sapere ancora AMARE.

“Predatori di bambini” per non dimenticare che il male “pedofilo” è ovunque e che nessun bambino può ritenersi al sicuro e protetto da una società sorda e cieca.

 

 

 

 

di Karina Andrea Olivera

 

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#
Archivio
Pagine:

Girolimoni ed Egidi mostri all'italiana, di Carlo Donati

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Dopo dieci mesi di indagini il giudice istruttore rilasciò l'uomo perché innocente, ma nessun giornale fu autorizzato a dare la notizia e Girolimoni, morto da barbone nel 1961, si portò nella tomba il marchio di mostro nonostante il vero assassino fosse stato scoperto e identificato. Il «biondino» si chiamava Lionello Egidi e oggi, se è ancora in vita, dovrebbe avere ottantatré o ottantaquattro anni. Faceva il giardiniere e venne arrestato e incolpato di una morte infamante, quella di Annarella, una bimba trovata in fondo a un pozzo.

foto intervento

 

C'era una volta il «biondino di Primavalle». Anche allora Anno Santo, il 1950. Gli italiani erano poveri e incolti e non conoscevano troppe parole. Facevano persino fatica a capirsi tra di loro, da una regione all'altra. Pedofilo era una parola che non esisteva se non forse sui vocabolari. Però gli italiani una cosa almeno la sapevano, cioè che c'erano adulti che andavano dietro ai bambini. Ma era un problema più teorico che reale, il controllo sociale funzionava su parenti, vicini di casa e conoscenti, mentre nessun forestiero poteva sperare di passare inosservato nei quartieri piccoli e domestici delle città di allora. Grandi fatti non succedevano e se a volte succedevano le notizie circolavano malamente. Invece in quel 1950 gli italiani accertarono con raccapriccio che i bambini potevano essere rapiti, violentati e persino uccisi.


Scoprirono insomma l'esistenza del «mostro» certificato sulle prime pagine dei giornali.
In realtà ce n'era già stato un altro, ma era successo da talmente tanto tempo che tutti se n'erano dimenticati. Si trattava del povero Gino Girolimoni, un piccolo dandy della periferia romana arrestato come autore di efferati delitti, quattro bambine rapite, seviziate e assassinate tra il '24 e il '27. In un crescente clima di panico, l'opinione pubblica inferocita voleva un colpevole e Girolimoni finì nell'ingranaggio.


Dopo dieci mesi di indagini il giudice istruttore rilasciò l'uomo perché innocente, ma nessun giornale fu autorizzato a dare la notizia e Girolimoni, morto da barbone nel 1961, si portò nella tomba il marchio di mostro nonostante il vero assassino fosse stato scoperto e identificato.


Il mostro del 1950 fu diverso, perché diverso era il clima politico e sociale. Gli italiani si allenavano alla democrazia e i giornali provavano a reimparare il loro mestiere. Il caso del «biondino di Primavalle» fu il primo grande fatto di cronaca nera del dopoguerra e anche il primo, dopo molti decenni, di cui le cronache poterono occuparsi liberamente.


Il «biondino» si chiamava Lionello Egidi e oggi, se è ancora in vita, dovrebbe avere ottantatré o ottantaquattro anni. Faceva il giardiniere e venne arrestato e incolpato di una morte infamante, quella di Annarella, una bimba trovata in fondo a un pozzo.


Allora non c'era ancora la televisione, così i grandi delitti e i grandi processi erano le telenovele dell'epoca. E un conto è ascoltare distrattamente le notizie del telegiornale e un conto è leggere colonne e colonne di testo e seguire giorno dopo giorno le indagini, la confessione, la ritrattazione e poi, parola per parola, le fasi del processo, le domande e le risposte, le accuse e le controaccuse.


Nell'Italia di allora esisteva come una vasta e irresponsabile credulità mista alla buona fede paesana che leggeva, discuteva e sbalordiva di fronte a quanto era accaduto. Gli italiani poveri scoprivano altri italiani ancora più poveri, la misera geografia delle borgate romane, Primavalle, Monteverde, il campo di Checco il Gobbo, e quella bambina che la sera del delitto andava in giro con un sacchetto di tela e una bottiglietta vuota. Con il primo per comprare mezzo chilo di carbone, con la seconda per chiedere in prestito un po' di olio.


I cronisti descrivevano il «biondino di Primavalle» con tutti i registri possibili. Occhi mobilissimi, labbra sottili, espressione sfuggente ed enigmatica. Per alcuni era chiaramente colpevole. Per altri chiaramente innocente, il detenuto modello che ammaestrava un cardellino, andava a messa e scoppiava in lacrime gridando ai giudici: «Sono innocente come Gesù Cristo». E poi la moglie, i tre figli, la guerra, le ferite, la prigionia. Per non parlare del nonno di Annarella che dopo tredici giorni di ricerche ebbe una «visione» che lo condusse al pozzo della morte. Una storia torbida e inestricabile durata dieci anni. Assolto per insufficienza di prove, poi condannato, quindi di nuovo e definitivamente assolto sempre per insufficienza di prove. Il ritorno in borgata da martire. Salvo rischiare il linciaggio pochi mesi dopo quando il «biondino» venne di nuovo arrestato e stavolta condannato per molestie e tentata violenza su altri due bambini.
Ma intanto la gente entrava in un mondo nuovo. Quei solenni professori che andavano davanti ai giudici e parlavano di «psicopatia sessuale», di «ipertesia sessuale» e altre astruserie scientifiche, insegnavano che c'era nel profondo dell'animo umano qualcosa di più inquietante e pericoloso di un vizietto, di un momento di debolezza. E insegnavano anche che non bastava più raccomandare ai bambini di non accettare caramelle dagli sconosciuti.

vota
Voto totale #SCORE#
Voto totale #SCORE#