Il Mistero della Casa Rossa del Maine
A cura di Ceriani Cinzia
“Ci arriva notizia dalle isole Shoals di una storia terribile. Due donne, norvegesi, sono state trovate assassinate ieri sera, uccise da un’ascia da qualcuno non ancora identificato, sebbene la gente locale non abbia dubbi sulla sua identità. Le donne vivevano nella famosa casa rossa… a Smutty Nose Island. Il crimine è avvenuto entro i confini del Maine.”
Con queste lapidarie parole il 6 marzo del 1873 un articolo del Portsmouth Daily Evening Times identifica e condanna il presunto assassino di un duplice omicidio avvenuto nella "casa rossa" a Smutty Nose nelle isole Shoals, dieci miglia dalla costa del New Hampshire e del Maine.
A seguito di questo articolo e della campagna di informazione condotta da tutti i giornali del paese il presunto colpevole Louis Wagner, di origini prussiane, fu arrestato e processato per questo efferato crimine, e condannato alla pena di morte tramite impiccagione con un verdetto esemplare, giunto dopo solo 55 minuti di camera di consiglio.
Fu impiccato il
Caso esemplare di applicazione della giustizia, o clamoroso errore giudiziario?
Stando alle testimonianze e alle prove, probabilmente non lo sapremo mai, ma il colpevole che fu arrestato, condannato e giustiziato a tempo record di soli 27 mesi, forse poteva non essere quello giusto, o almeno, stando alla sacra regola dei gialli, essendo per default il più sospettabile, era forse troppo “giusto” per essere il vero assassino.
Povero, ubriacone, solo, abituato da sempre a vivere ai margini della società, reietto e emarginato, era forse il sospettato ideale, conosceva la casa dato che vi abitava, aveva dimestichezza con i nascondigli abituali e con la collocazione di cose e persone, era al corrente dei segreti della famiglia, ma tutte queste cose insieme costituivano i più formidabili capi di accusa, ma al tempo stesso anche il suo alibi migliore.
Perché infatti una persona che viveva in casa, che conosceva bene usi e abitudini, che aveva accesso in ogni momento ai nascondigli, avrebbe dovuto ricorrere a un crimine così violento ed efferato per impossessarsi di qualcosa a cui avrebbe potuto avere accesso in un momento qualunque con relativa tranquillità?
Ma vediamo i fatti così come riportati dalla cronaca e dai resoconti del processo.
Maren e John Hontvedt, che erano giunti a Smuttynose dalla Norvegia in cerca di fortuna e di un lavoro migliore, affittarono una piccola casa bifamiliare in legno dipinta di rosso dalla famiglia Thaxter, la cui proprietaria, Celia Thaxter scrittrice e poetessa, raccontò poi la loro storia in un saggio dal titolo "Memorable Murder", dove narrò, per dirla con le sue parole, “una delle tragedie più mostruose mai accadute".
Celia Thatxter, che era informata sui fatti e che fu tra le prime ad intervenire sul luogo del delitto e ad osservare le reazioni dei testimoni e dei sopravvissuti, era una colpevolista convinta, e credeva fermamente che la giustizia, che avrebbe soppresso per impiccaggione Louis Wagner a un mese soltanto dalla pubblicazione del suo libro, avesse fatto il suo corso.
Ma la casa rossa a dire il vero aveva anche un altro precedente poco rassicurante, pare infatti che la famiglia che vi abitava prima fosse scomparsa in mare senza lasciare traccia, abbandonando la casa così com’era senza mai più farvi ritorno.
In ogni caso questa fu la storia della famiglia Hontvedt così come narrata dalle cronache giudiziarie.
Raggiunta una certa stabilità con i proventi della pesca, Maren e Jhon chiamarono a raggiungerli il resto della famiglia, perché aiutassero con il lavoro delle braccia il nucleo originario e partecipassero ai sacrifici e ai risparmi con l’idea di acquistare presto una barca da pesca e mettersi in proprio.
In inverno sull’isola di Smuttynose, che faceva parte dell’arcipelago delle Shoals, la loro era l’unica casa abitata, e distava dieci miglia dalla costa più vicina, che fosse del New Hampshire o del Maine.
La famiglia così si riunì, Maren si fece raggiungere dalla sorella Karen e dal fratello Ivan, quest’ultimo accompagnato da sua moglie Anethe, mentre Jhon chiamò a sé il fratello Matthew. Nessuno sa com’era la vita operosa e spartana di queste sei persone nell’ aspra solitudine di quell’isola, fatto sta che la tragedia si consumò la prima notte che le tre donne rimasero sole.
Proprio in quel periodo prestava servizio presso la casa rossa anche un pescatore dal nome di Louis Wagner, giunto alle isole Sohals appena due anni prima. Questi era un oriundo Prussiano, proveniente da una piccola cittadina del nord, vicino a Pomeranie, era una specie di reietto, un mezzo vagabondo, che dava una mano in casa e con i lavori della pesca, e in cambio riceveva vitto e alloggio. Nelle deposizioni durante il processo venne descritto come “alto, possente, scuro e con maniere gentili, sempre sul chi vive e in disparte, ma un grande ascoltatore”, chi parla è l’unica sopravvissuta alla strage, Maren, moglie di Jhon, la principale testimone per l’accusa.
La notte del duplice delitto in cui perirono Karen ed Anethe, rispettivamente sorella e cognata di Maren, gli uomini di casa erano bloccati a Portsmouth per attendere un carico di pesce proveniente via treno da Boston.
Era la prima e l’unica volta che le donne rimanevano sole in casa durante la notte, ci si sarebbe aspettato che prendessero delle precauzioni, che sprangassero le porte, invece no, sole su un’isola per il resto quasi completamente disabitata, avvertite da un pescatore che gli uomini di casa non avrebbero fatto ritorno, semplicemente si limitarono a lasciare loro la cena in caldo e andarono a letto.
O meglio questo è quanto ci viene riportato dalla testimonianza di Maren, l’unica sopravvissuta alla strage. Colei che fu indicata come colpevole dagli innocentisti, che a lungo manifestarono nelle strade in difesa del povero Louis Wagner, ufficialmente identificato come assassino e ladro.
Andando avanti con la ricostruzione dei fatti pare che a un certo punto della notte il cane di casa iniziò ad abbaiare furiosamente, svegliando Karen che dormiva in cucina, portandola a sorprendere sul fatto un individuo misterioso che si stava aggirando, complice l’oscurità, nel locale, alla ricerca di qualche cosa.
Karen lo scambiò per il cognato John, pensando che fosse tornato in silenzio nella notte e che stesse cercando di farle paura, tanto che chiamò il suo nome a gran voce, poi sempre al buio gridò “John mi sta uccidendo”.
Per oltre un secolo i non colpevolisti ricordarono questa frase come l’unica vera prova a discarico per provare l’innocenza di Louis Wagner.
La testimonianza di Maren ci dice che Karen fu colpita al buio, e che nella colluttazione si infranse il vetro di un orologio, fissando l’ora del delitto alle
Volendo aiutare la sorella, Maren scoprì che le porte erano state bloccate, dall’assassino, allora fece uscire la cognata Anethe da una finestra della camera da letto, per mandarla a chiedere aiuto, ma questa rimase come impietrita, e fu raggiunta e colpita ripetutamente con un’ascia, gridando il nome di Louis mentre cadeva, per ben tre volte.
Da dentro casa Maren avrebbe assistito all’omicidio della cognata, mentre cercava di soccorrere e nascondere la sorella Karen, che però era già gravemente ferita, e non riusciva a fuggire, rimanendo in balia dell’assassino, mentre Maren si avventurava all’esterno in cerca di soccorsi.
Intanto alle sue spalle l’assassino cercava Karen alla luce di una lanterna, e la uccideva, tanto che Maren non potè far altro che ascoltarne impotente le grida mentre fuggiva.
Sconvolta e in preda allo shock, con la camicia da notte imbrattata di sangue e i piedi scalzi, si nascose tra le rocce e aspettò le sette di mattina per presentarsi alla casa più vicina, quella degli Ingebretson, ormai quasi assiderata, dando finalmente l’allarme.
Gli Ingebretson furono i primi a giungere sul luogo dell’eccidio, seguiti a breve distanza dagli uomini di casa, che tornavano a casa dopo una notte di lavoro e trovarono i cadaveri delle donne seminude e insanguinate, Anethe in cucina, e Karen in una zona disabitata della casa, dove nessuno andava mai.
Nel 1873 le forze di polizia erano già abbastanza evolute e furono compiute perquisizioni, rilievi ed indagini circostanziate.
L’ipotesi degli inquirenti era che l’assassino conoscesse bene la casa, si era lavato le mani a una fontana nascosta nel giardino, impossibile a trovarsi la notte per chi non fosse pratico dei luoghi, aveva avuto modo di sapere che gli Hontvedt tenevano nascosti in casa quasi 600 dollari risparmiati per l’acquisto di una barca da pesca, aveva usato l’argenteria per bere e per mangiare dopo il delitto, si era recato all’esterno per cercare Maren, ma non l’aveva trovata, il gruzzolo nascosto era scomparso.
Louis Wagner fu fin da subito l’indiziato numero uno, aveva lasciato la barca a New Castle, era stato visto aggirarsi per le strade la notte del delitto in stato evidente di confusione e grave disordine psichico, si era poi rifugiato fino a Boston dopo essersi cambiato d’abito e ripulito, alloggiando in un albergo, cosa lontana dalle sue abitudini e per la quale non aveva i mezzi. Aveva nascosto una maglietta sporca di sangue, teneva in tasca uno dei bottoni della veste di Karen, il suo nome era stato gridato nella notte per ben tre volte da Anethe. Le prove sembravano inoppugnabili.
Questi i capi di accusa: sue le tracce degli stivali che mischiate al sangue giravano intorno alla casa, sue le domande con cui si era premurato di sapere se gli uomini quella notte sarebbero tornati a casa, sua la confidenza raccolta circa i risparmi nascosti nella casa rossa, sua la confessione resa tempo prima al tavolo di un bar di essere così male in arnese “che avrebbe ucciso per potersi procurare del denaro facile”.
Eppure si dichiarò sempre innocente, fino alla fine, il giorno stesso dell’esecuzione, accusando Maren, che avrebbe congiurato contro di lui con la complicità del marito Jhon per farlo incriminare.
Centinaia di persone si convinsero della colpevolezza di Maren Hontvedt e marciarono nelle strade per ottenere la liberazione di Wagner, ciononostante egli fu impiccato dopo un regolare verdetto di colpevolezza emesso nel tempo recordi di soli 55 minuti di camera di consiglio, per il quale la testimonianza di Maren, l’unica sopravvissuta, fu certo determinante.
Ecco i punti che non quadrano nella tesi colpevolista.
Perché quella notte le donne non chiusero la porta a chiave, visto che era la prima volta che rimanevano sole e che l’isola era deserta?
Perché quella notte Karen dormì in cucina, cosa che non faceva mai e che non era abituale, su precisa disposizione di Maren?
Perché Karen una volta assalita urlò il nome di John e non quello di Louis, credendo appunto che fosse il cognato?
E se Anethe quando chiamò Louis per ben tre volte colpita a morte da uno sconosciuto avesse semplicemente inteso cercare disperatamente l’aiuto del pescatore pensando che potesse salvarla dal vero aggressore?
Perché Maren abbandonò al loro destino cognata e sorella con la debole scusa che doveva andare in cerca di aiuto e non si voltò indietro nemmeno quando, come racconta, ne sentì le ultime atroci urla di agonia?
E perché una volta appurato che erano entrambe morte o mortalmente colpite non si affrettò a cercare i soccorsi invece di aspettare le sette di mattina?
A carico di Louis invece furono portate le seguenti prove indiziarie.
Sapeva che gli uomini non sarebbero tornati perché glielo aveva chiesto insistentemente quella stessa sera.
Aveva bisogno di soldi ed era disposto a uccidere per averli.
Conosceva la casa e sapeva dove erano i nascondigli.
Una sua maglietta era stata trovata sporca di sangue, ed egli in preda al panico aveva affermato che si trattava di sangue animale, mentre invece dalle analisi fu provato che era sangue umano.
Aveva tentato di fuggire a Boston e di far perdere le sue tracce.
Le tracce dei suoi stivali erano state trovate miste a sangue tutto attorno alla casa.
Aveva promesso che sarebbe andato ad aiutare gli uomini a Portsmouth e invece non si era fatto vivo.
Ma d’altra parte perché Louis, che viveva alla casa rossa e conosceva tutti i nascondigli e aveva mille lavoretti da eseguire e piccole incombenze da svolgere ogni giorno, avrebbe dovuto compiere un eccidio per prendere, di notte, al buio e in presenza di testimoni, qualcosa che avrebbe potuto arraffare tranquillamente in qualsiasi momento, di giorno, e in tutta calma, mentre le donne erano occupate altrove nelle loro abituali attività?
Perché decise di compiere furto e delitto proprio in una notte in cui era a 20 miglia di distanza? E se l’aveva fatto per garantirsi un alibi allora perché raccontò invece una storia così poco plausibile circa la sua presenza in un luogo non meglio precisato?
E se la testimonianza di Maren era valida perché il corpo di Anethe era stato trovato dentro casa e precisamente in cucina, mentre Maren aveva dichiarato che l’aveva fatta uscire dalla finestra della camera da letto e che era stata colpita fuori?
E analogamente perché il corpo di Karen non era in cucina, dove stando a quanto dichiarato da Maren, era stata colpita, ma in un luogo disabitato e lontano della casa?
Maren sostenne che aveva tentato di condurla in salvo e che vedendola troppo debole l’aveva poi nascosta in camera da letto, contraddicendosi ancora una volta, visto che il cadavere fu poi ritrovato in un locale diverso che non era né la camera da letto né la cucina.
Perché se Louis era davvero colpevole non fuggì subito ma si fece vedere per strada in evidente stato confusionale prima di nascondere le tracce e riparare a Boston?
E perché il suo alibi, se appositamente costruito come sostenuto dall’accusa, era così inconsistente? Per tutto il processo si limitò a dichiarare che si trovava in barca con qualcuno di cui non ricordava il nome, e che poi era stato in un bar a Portsmouth ma non sapeva indicare quale.
Gli interrogativi sono davvero molti e non hanno mai avuto risposta, del resto nessuno può sapere quale rivalità o affinità fossero nate in quella casa con tre donne giovani e avvenenti e tre uomini variamente imparentati, chiusi giorno e notte tra quelle mura, in un’isola completamente deserta e abbandonata.
L’unica cosa certa è che se John fosse stato presente sul luogo al momento del delitto avrebbe dovuto contare sull’alibi del fratello e del cognato che invece testimoniarono che era a Portshmout, ma del resto se venti miglia di distanza era facilmente percorribili per Wagner, come sostenne l’accusa, lo sarebbero state di certo anche per John, che avrebbe facilmente potuto assentarsi e poi ricomparire.
E chi più di John avrebbe avuto interesse a proteggere la moglie, se colpevole, accusando Wagner? E per contro quale sarebbe stato l’interesse di Maren a ritardare il più possibile i soccorsi, se non per dare il tempo a John di rientrare a Porthsmouth e procurarsi un alibi scaricando il pesce dal treno di Boston?
Come per il caso di Lizzie Borden, è chiaramente dimostrato che a volte anche di fronte all’evidenza le corti dei tribunali sono state a lungo incapaci di riconoscere la colpevolezza di giovani e fragili donne che non si riesciuva proprio a vedere nei panni di perfide assassine capaci di decimare l’intera famiglia a colpi di scure.
Ma la cronaca di oggi ci insegna che invece le donne sono capaci di tutto, e che almeno per quanto riguarda la storia del crimine, hanno validamente raggiunto l’assoluta parità dei sessi.
Ed ecco che allora appare possibile che una eterea fanciulla in camicia da notte abbia una notte alzato la scure per uccidere le donne della sua stessa famiglia, per presentarsi poi lacera e tremante a chiedere pietosamente aiuto e soccorso, con ben sette ore di ritardo, al fine di accertarsi che le sue vittime fossero davvero morte, e presentandosi al limite dell’assideramento per essere meglio creduta.
Forse dopo tutto le tesi dei non colpevolisti potevano essere meglio ascoltate all’epoca e quel verdetto lampo di 55 minuti avrebbe potuto essere maggiormente meditato nell’interesse della giustizia e della verità.
Oggi, allo stato attuale delle cose, non sapremo mai se quel lontano giorno del
Delitto Pasolini, Le Incongruenze
A cura di Ceriani Cinzia
Quando, la mattina del 2 novembre del 1975 sul lungomare di Ostia venne ritrovato il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini, fu subito chiaro che era stato ucciso con efferata violenza ed estrema brutalità.
In seguito l’autopsia appurò che la morte era sopraggiunta per la compressione dell’organo cardiaco, sotto le ruote dell’auto che lo aveva ripetutamente investito, ma che già il pestaggio precedente, eseguito con bastoni e spranghe di ferro, aveva causato una pericolosa emorragia cerebrale dall’esito letale.
Sul piazzale desolato dell’Idroscalo di Ostia furono rinvenute le armi del delitto, un paletto stradale divelto, e una tavola di legno, macchiati di sangue.
Una larga scia insanguinata indicava il percorso di fuga della vittima, che aveva cercato di mettersi in salvo, e che era stata originariamente colpita, la prima volta, a circa 90 metri di distanza dal luogo di rinvenimento del corpo.
Quella stessa notte tra il 1 e il 2 novembre, prima ancora del rinvenimento del cadavere, i carabinieri avevano già fermato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, alla guida di un’auto che chiaramente non poteva essere sua, e che risultò essere poi intestata allo stesso Pier Paolo Pasolini.
Come se fosse totalmente ignaro delle conseguenze Pelosi si lascia tranquillamente condurre in caserma e chiede perfino notizie di un suo anello che suppone essergli stato sottratto durante la perquisizione prima del fermo.
Questo anello sarà poi ritrovato, insanguinato, nelle immediate vicinanze del corpo senza vita di Pasolini, il primo elemento di collegamento tra Giuseppe Pelosi e il luogo del delitto.
La seconda prova è, ovviamente, la Giulietta 2000 che non solo risulta sottratta a Pasolini ma che viene anche riconosciuta come la macchina che, più volte, è passata sopra il corpo dello scrittore.
Davanti a questi legami incontrovertibili Pelosi confessa, ammette l’omicidio, e si addossa ogni colpa, l’ha colpito dice, perché pretendeva da lui prestazioni sessuali fuori dalla norma, licenziose e contro natura. Sì, dice, inizialmente lui aveva acconsentito, per bisogno di denaro, ma quando poi erano giunti al piazzale si era rifiutato, e Pasolini si era avventato su di lui per costringerlo con la forza. Per questo l’aveva colpito la prima volta, senza più riuscire a fermarsi. L’investimento? Non so, dice Pelosi, forse andandomene gli sono passato sopra senza accorgermene.
Una deposizione debole, troppo debole.
Ma gli inquirenti hanno un corpo, hanno l’arma del delitto, hanno un reo confesso.
E non chiedono di più.
Poco importa poi che il movente risulti totalmente assente, che la tesi della legittima difesa non regga, che l’investimento sia stato palesemente voluto e non casuale, dato che la macchina è passata sul corpo più e più volte.
A rileggere a posteriori le indagini esse sembrano improntate a una generica frettolosità, in base alla convinzione, maturata troppo precocemente, di aver già individuato l’unico, il vero e solo colpevole.
Se si fossero dati la pena di confrontare le prime immediate dichiarazioni del ragazzo con quelle rese successivamente, se avessero esaminato meglio i rilievi e le prove, se avessero analizzato attentamente la scena del delitto, gli inquirenti avrebbero avuto modo di verificare che non tutti i dettagli tornavano.
Invece erano così sicuri del fatto loro da trascurare perfino di interrogare o ricercare i testimoni, che invece dovevano pur esistere, data l’estrema vicinanza di una baraccopoli al luogo ove si era verificato il delitto.
Stante tutto questo vale certo la pena di esaminare, voce per voce, i punti su cui sarebbe maggiormente occorso far chiarezza e che ad un analisi approfondita risultano, adesso come allora, decisamente poco convincenti.
In primo luogo è evidente che le dichiarazioni dell’Imputato, via via che si avvicina il processo, diventano sempre più raffinate, più astute, più mirate a diminuire la gravità del crimine attribuitogli.
È chiaro che qualcuno, dietro le quinte, lo manovra e lo imbocca per ottenere il minimo della pena, usufruendo di tutte le attenuanti possibili, prima fra tutte la minore età al momento dei fatti.
Avendo prima accettato e poi rifiutato, il ragazzo sarebbe stato aggredito prima verbalmente e poi fisicamente, a questa aggressione inaspettata avrebbe reagito con un pestaggio a sangue, abbandonando l’uomo a terra e fuggendo con la sua auto, senza sapere di averlo ridotto in fin di vita.
L’averlo investito con la vettura, procurandone la morte, sarebbe stato un atto del tutto involontario causato dalla fitta oscurità e dalla sua imperizia con i comandi dell’autovettura.
Fin qui questa versione potrebbe anche reggere, avendo soprattutto il doppio merito di invocare indulgenza su un povero ragazzo minorenne circuito e corrotto e, contemporaneamente, di gettare fango ed infamia sul nome, già piuttosto diffamato, della vittima.
Solo che, a quanto risulta dalle trascrizioni, sembrerebbe che Pelosi, al momento dell’arresto, quando ancora era incriminato del solo furto dell’auto e il delitto non era stato scoperto, si fosse vantato con il compagno di cella di aver ucciso, testuali parole, Pasolini.
La stessa cosa può essere verificata dai verbali del primo interrogatorio del 2 di Novembre dove risulta che Giuseppe Pelosi, raccontando la sua versione, si sarebbe rivolto nei confronti della vittima chiamandolo a più riprese Paolo, o Il Paolo, dimostrando non solo che sapeva il suo nome ma anche addirittura che lo conosceva da prima.
Nei colloqui e nelle deposizioni successive invece, Pelosi, probabilmente imbeccato da qualcuno, comincia a parlare di Pasolini riferendosi a lui, molto più genericamente, come a L’uomo, o L’individuo, badando bene a ribadire con la massima chiarezza che non lo conosceva affatto, che non sapeva nemmeno come si chiamasse e che non l’aveva mai visto prima di quella sera.
Queste palesi contraddizioni, peraltro fedelmente registrate nella documentazione ufficiale, non furono mai rilevate dagli inquirenti, né approfondite, mentre invece chiaramente indicavano che qualcosa decisamente non collimava.
Ma nemmeno le incongruenze erano tutte qui, anzi.
Il cammino processuale del procedimento a carico di Giuseppe Pelosi è inusitatamente veloce, la sentenza di Primo Grado è già del 26 Aprile del 1976, nemmeno cinque mesi dopo i fatti, un tempo davvero record, soprattutto considerando l’attuale stato della giustizia.
Cosa ancora più incredibile, dopo nemmeno altri otto mesi, il 4 Dicembre del 1976 giunge la sentenza della Corte di Appello.
Quando tutto si chiude con la Corte di Cassazione, il 26 Aprile del 1979, ad appena quattro anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, i giochi sono fatti, Giuseppe Pelosi è riconosciuto definitivamente l’unico colpevole del delitto e la condanna da Omicidio commesso con il concorso di ignoti diventa Omicidio.
Punto e basta.
Lungo tutto il dibattimento processuale, nonostante la costituzione in parte civile di parenti ed amici della vittima e l’apporto di valenti avvocati, sembra che l’unico elemento in discussione sia sempre stato uno solo.
Appurare che non ci fu legittima difesa, che non ci fu aggressione da parte di Pasolini e che non potevano dunque essere concesse le attenuanti generiche.
Giuseppe Pelosi era l’unico, il solo ed il vero colpevole, e il fatto che praticamente non ci fosse un movente non sembrò disturbare più di tanto né giudici né inquirenti.
Tuttavia, nel dubbio, un’autopsia forse più accurata avrebbe potuto rilevare che non sarebbe stato possibile per un uomo solo ridurre il corpo della vittima in quel modo, a meno di non ammettere che Pasolini non avesse nemmeno tentato di difendersi rimanendo passivo a ricevere i colpi.
Cosa che sappiamo che non fu, visto che il suo corpo fu ritrovato 90 metri più avanti del luogo della prima aggressione, segno evidente che aveva tentato, pur se già gravemente ferito, di mettersi in salvo.
Al processo si disse che Pasolini era per natura un non violento, uno che non avrebbe mai alzato la mano contro qualcuno nemmeno se gravemente provocato, che era anzi un masochista, uno magari abituato ad essere malmenato, e che forse ci godeva pure.
Ma anche se fosse, e pure in tal caso si tratterebbe di una gravissima intromissione nella vita personale della vittima, sarebbe mai possibile far passare un pestaggio a colpi di spranga come una banale pratica erotica a base di sadomasochismo?
La differenza che passa tra le due cose dovrebbe essere stata palese, perfino nel lontano pudico e moralistico 1975, perfino a una casalinga o una parrocchiana del ceto medio piccolo borghese, figurarsi a dei magistrati.
E poi, se l’assassino era uno solo, come e perché avrebbe dovuto utilizzare due diverse armi del delitto per colpire la sua vittima? Forse tenendone una per mano? Oppure posando alternativamente la spranga, per colpire col bastone, e poi riprendere da capo?
Ma, si disse, il carattere del Pelosi era notevolmente aggressivo, si trattava di un soggetto completamente fuori controllo se alterato, che poteva facilmente essere indotto da una provocazione grave o meno grave a trascendere e ad agire per le vie di fatto in maniera particolarmente cruenta e soprattutto incontrollabile.
Allora, anche volendo continuare ad ignorare tutto questo, ci sarebbe stato ancora da chiedersi come mai gli abiti dell’accusato, ricordiamolo arrestato anzitempo, prima ancora che il cadavere fosse scoperto, e quindi a brevissima distanza dai fatti, non recassero segno alcuno della feroce colluttazione avvenuta soltanto alcune ore prima.
La radura dell’Idroscalo era infatti all’epoca una zona sabbiosa, sporca, polverosa, con una stradina sterrata, ghiaia e pietrisco bianchi, e Pelosi, per essere stato coinvolto in una lotta come aveva sostenuto, avrebbe dovuto essere completamente imbrattato e di polvere e di fango.
Invece, nonostante le varie dichiarazioni rilasciate che parlavano di una colluttazione alla pari nel corso della quale sarebbe caduto più volte a terra, sugli abiti di Giuseppe Pelosi, al momento dell’arresto non vengono rinvenute tracce né di polvere né di fango.
Spiegazioni? L’accusato si sarebbe fermato a una fontanella per lavarsi.
Ma di nuovo né gli abiti né l’abitacolo della vettura recano segni che questo effettivamente sia accaduto, niente tracce d’acqua, o macchie d’umido, o impronte di fango, o segni di polvere.
Inoltre i pantaloni di Giuseppe Pelosi erano solo marginalmente sporchi di sangue, solamente sul bordo, se davvero fosse stato lui l’unico responsabile dell’eccidio di Pasolini le macchie e gli schizzi sarebbero dovuti essere presenti, e copiosamente, su tutto il suo abbigliamento, oltre naturalmente alle tracce di polvere e di fango che già brillavano per la loro assenza.
Il fatto che fosse sporco solo l’orlo dei pantaloni suggeriva piuttosto una sua presenza passiva sul luogo del delitto, e non piuttosto una sua partecipazione diretta ed attiva.
Che Giuseppe Pelosi fosse stato solo l’esca, incaricato di attirare lo scrittore in un luogo appartato, perché oscure squadre punitive, su commissione, gli impartissero una lezione da ricordare per tutta la vita, e che invece si trasformò in un delitto bestiale?
E allora perché mai gli inquirenti di fronte a tutto questo non rimasero colpiti dalle evidenti incongruenze, perché trascurarono tutta questa lunga serie di particolari che proprio non combaciavano, perché non si misero alla ricerca di altre piste o altre tracce?
Emerge, di nuovo, prepotentemente l’ipotesi di una congiura del silenzio, forse i mandanti dell’omicidio in qualche modo giunsero perfino a pilotare le indagini facendo in modo e maniera che gli inquirenti si accontentassero, sena porre nemmeno troppe domande, di quello che già avevano saldamente in mano.
Un corpo, l’arma del delitto, e un reo confesso.
Sulla scia di questi elementi che proprio non quadravano il settimanale L’Europeo avviò una sorta di indagine parallela, approfondendo, o meglio, effettuando le indagini che non erano state compiute dall’Autorità Costituita.
Ne emersero straordinarie rivelazioni, opportunamente pubblicate e poste all’attenzione della stampa, dell’opinione pubblica e dei magistrati.
Le testimonianze dei residenti della misera baraccopoli che sorgeva ai bordi di quel piazzale, là all’Idroscalo di Ostia, convinti a parlare sotto la copertura dell’anonimato, dimostrarono che furono udite, quella notte, voci, urla e grida, di consistenza tale da poter giurare senza tema di smentita che più di due persone erano presenti in quel momento.
Ecco che un omicidio a sfondo sessuale compiuto da uno sbandato in un raptus di violenza improvvisa si trasformava, improvvisamente e sotto gli occhi di tutti, in un pestaggio organizzato eseguito da più persone.
Emerge dunque sempre più prepotentemente la figura di Giuseppe Pelosi come quella di un mero strumento esecutivo per raggiungere nel medesimo tempo molteplici scopi.
Se davvero si voleva eliminare Pasolini, o infliggergli una dura lezione, scegliere Pelosi come caprio espiatorio significava assicurarsi la possibilità che:
- il ragazzo potesse condurre lo scrittore, in relativa sicurezza, verso un posto isolato già precedentemente identificato ove erano in attesa diverse persone pronte ad agire
- il delitto sarebbe stato addebitato a una chiara matrice omosessuale in grado di depistare le indagini e di sollevare abbastanza fango attorno alla vicenda
- l’accusato, minorenne, sarebbe stato in grado di beneficiare delle attenuanti
- il suo livello culturale e la sua collocazione ai margini della legalità ne avrebbero fatto un soggetto facilmente influenzabile e corruttibile, che poteva essere convinto ad addossarsi l’intera colpa, e a mantenere per tutto il tempo la linea di condotta suggerita
- la reputazione di Pasolini, qualora fosse sopravvissuto all’aggressione, sarebbe stata definitivamente compromessa, e in caso di morte, sulla sua fine sarebbe stato sollevato una tale scalpore di certo sufficiente ad impantanare le indagini
Tutto questo, benché plausibile, naturalmente ancora adesso, a trenta anni dalla morte, naturalmente NON ci dice chi furono i mandanti ma ipotizza piuttosto chiaramente chi avrebbero potuto essere gli esecutori e chiarisce nel contempo tutte le nebulose lacune del procedimento d’indagine.
Se ci fu un agguato, se l’adescamento era stato preordinato, se gli insabbiamenti delle indagini furono organizzati a tavolino, allora è chiaro che i mandanti NON potevano certo essere membri comuni della malavita organizzata, ma sicuramente qualcosa di più, forze politiche interessate a screditare, definitivamente, e a far tacere, una volta per tutte, un personaggio scomodo e un testimone pericoloso.
Jack lo Squartatore era una donna
A cura di Ceriani Cinzia
Da La Repubblica del 13 giugno 2006 apprendiamo che Jack lo Squartatore era una donna, i test effettuati sui resti di saliva presenti dietro i francobolli sembrerebbero dimostrare che, alla fine, la tesi sostenuta da Robert Bloch nel suo romanzo JACK LO SQUARTATORE edito da Bompiani.
Lo rivela l'esame del Dna
Il codice genetico letto grazie a una nuova metodologia
LONDRA - Jack lo Squartatore potrebbe essere stato una donna. La clamorosa rivelazione è avvalorata dalle analisi del Dna contenuto nei resti di saliva ancora presenti dietro i francobolli delle lettere che il serial killer inviò a Scotland Yard.
Lo studio del Dna di Jack lo Squartatore a 118 anni dai fatti è stato reso possibile da una nuova metodologia messa a punto dall'Università di Brisbane. Il nome datole dagli scienziati è Cell-Track ID, e permette di amplificare le tracce del Dna residuo su documenti vecchi oltre un secolo per centinaia di volte, riportandolo ad un apprezzabile livello di leggibilità.
Un processo applicato a quegli esigui resti di saliva rilevati sulle affrancature delle lettere (molto poche, su un totale di oltre 600 opera di sciacalli e mitomani) usate dall'assassino per sfidare la polizia.
Ai medici legali di Brisbane è bastata una sola cellula per stabilire una serie di punti fermi sull'identità dello Squartatore, laddove anche le tecnologie in possesso dell'Fbi hanno bisogno di un campione 200 volte superiore.
Ian Findlay, il responsabile dell'equipe, ha spiegato all'Independent: "La prova assoluta dell'identità di Jack lo Squartatore ancora manca, perchè anche se è possibile risalire al sesso dell'individuo, non ci è possibile trovare un nome certo".
ELISABETH SHORT, SBATTI LA VITTIMA IN PRIMA PAGINA
A cura di Ceriani Cinzia
“Non l’ho mai conosciuta da viva. Lei, per me, esiste solo attraverso gli altri, nell’evidenza delle loro reazioni alla sua morte.”
“La metà inferiore giaceva a gambe divaricate qualche metro più in là del torso” scrive Ellroy. “Sulla coscia sinistra era stato inciso un grosso triangolo e un orribile taglio si allungava dal bordo sezionato fino a raggiungere il pelo pubico. I lembi di pelle erano stati tirati all’indietro e si poteva vedere come gli organi interni fossero stati asportati.”
“Automobili, poliziotti, cronisti e ficcanaso si addensarono tra la Trentanovesima e la Norton per tutta l’ora successiva. Il cadavere fu ricomposto su due barelle e coperto. Uno della Scientifica si infilò all’interno dell’autolettiga per prendere le impronte digitali, poi la portiera fu richiusa e il furgone prese la via dell’obitorio.”
Comincia così il viaggio avventuroso di James Ellroy attraverso uno dei casi di cronaca giudiziaria più sconvolgenti di tutti i tempi, a tutt’oggi ancora irrisolti. Lo spunto offre ad Ellroy l’occasione di indagare a fondo nel mistero, ma non solo nel mistero di una morte orribile e senza spiegazione alcuna, ma anche nel mistero insondabile dell’animo umano, puntando il riflettore soprattutto sugli influssi che un simile fatto di cronaca può produrre nella mente di chi, volente o nolente, si trova ad assistervi come uno spettatore passivo e impotente.
Con questa operazione letteraria, che fu il suo primo romanzo di grande successo, Ellroy ricostruisce fedelmente un caso di cronaca ma anche un’atmosfera, regalandoci soffuse suggestioni noir che da questo momento in poi diventeranno una vera e propria costante nel suo modo di narrare, la sua firma letteraria.
Sconvolto in giovanissima età dalla morte violenta della madre, il cui assassino non fu mai identificato, con questo romanzo Ellroy pone la prima di una serie di pedine che tutte lo porteranno a indagare profondamente in un mondo di crimine e di violenza, in un universo dove la giustizia, e forse nemmeno il rispetto, sembrano difficilmente albergare.
L’indifferenza totale nei confronti della vittima, da parte della stampa, dei poliziotti, perfino della magistratura, i suoi segreti, il suo nome, la sua stessa vita gettata in pasto al pubblico dalle pagine dei giornali, ogni minimo dettaglio strumentalizzato in una specie di processo a porte aperte che nel vano tentativo di rivendicarne la morte intanto, con spietata certezza, contribuiscono a infangarne sia il nome che la sua stessa, breve, esistenza.
Ormai siamo abituati a tutto questo, certo, al punto che sembra quasi normale. Ma la vittima che si trasforma in indagato non è un procedimento giustificabile, anzi, tutt’altro, c’è qualcosa di mostruoso, di distorto, in tutto questo. Ogni volta che si scava alla ricerca della verità nel passato di qualcuno occorrerebbe ricordarsi che, ancora prima di morire, quella persona è comunque esistita come essere umano e che, come tutti noi, avrebbe diritto alla salvaguarda della privacy, al diritto alla riservatezza, e alla tutela dei suoi interessi, soprattutto ora che non può difendersi.
Invece ogni delitto irrisolto, soprattutto se scabroso o violento, inevitabilmente si ripercuote contro la stessa vittima, indagando nella sua vita se ne infanga il nome, le foto della sua prima comunione, del suo matrimonio, degli attimi felici della sua esistenza privata finiscono in prima pagina, ogni attimo di indecisione di incertezza, di confusione viene amplificato, gli errori commessi diventano strumenti con cui infangare la reputazione e la memoria di chi, tanto ingiustamente, è morto.
Ellroy, naturalmente, aveva il suo motivo personale nel tentare un percorso di ricostruzione tanto accurato alla ricerca della verità, e il suo romanzo ha i toni inequivocabili di un silente omaggio alla memoria della vittima. Ogni opera letteraria poi, del resto, ha sempre il merito di porre e sollevare degli interrogativi importanti, scavando forse non si porta alla luce la verità, ma si contribuisce a sollevare dei dubbi, si costringe il lettore a scavare anche dentro di sé, e questo da sempre è un contributo formativo importante.
Ma attenzione, siamo sicuri che accada la stessa cosa, invece, quando corriamo avidamente a leggere gli scabrosi particolari del delitto di turno, sui trafiletti del giornale? O c’è in noi un filo di voyeurismo, di perverso gusto per quanto di macabro e di scabroso possa esserci nella sua vita, e non tanto nella sua morte, in questo nostro voler indagare nel passato di una vittima oltre il limite morale del consentito?
Sabina Marchesi
ELIZABETH ANN SHORT, IL CASO DELLA DALIA NERA
A cura di Ceriani Cinzia
Vista per l’ultima volta nella hall dell’Hotel Biltmore il 7 gennaio del 1947, il suo cadavere viene ritrovato orrendamente mutilato, circa una settimana più tardi, il 15 gennaio, in un campo desolato nei sobborghi di Los Angeles, la sua vita si interrompe così ad appena 22 anni.
Elizabeth Ann Short, nata nel Massachusetts nel 1924, trova la morte in maniera al tempo stesso orrenda e inesplicabile il 15 Gennaio del 1947 a Los Angeles in California. Il suo corpo, completamente dissanguato e orribilmente sezionato, viene ritrovato in un campo e il suo ancora oggi è il caso più sconcertante del nostro secolo, uno dei casi di cronaca nera su cui si è maggiormente indagato, con grande dispendio di energie e notevolissimo impegno, senza però giungere ad alcun risultato.
L’infanzia di Elizabeth Short è piuttosto travagliata, dal Massachusetts si trasferisce presto a Medford, dove vive con la madre e le sue quattro sorelle, il padre aveva abbandonato la famiglia ad Ottobre del 1930 e si era trasferito in California.
Elizabeth, per gli amici Beth, vive tra Medford e la Florida, sofferente di asma, presto interrompe gli studi e inizia a lavorare come cameriera, ma, come tutte le ragazze a quei tempi, i suoi sogni sono diversi, raggiunto il padre in California, spera in un futuro migliore. La loro convivenza però dura poco, i due non vanno d’accordo e la ragazza va a vivere da sola, trovando impiego in un ufficio postale, ora che le cose sembrano andare per il verso giusto, si trasferisce a Santa Barbara, ma proprio qui viene arrestata per ubriachezza e riconsegnata alla madre, a Medford.
Dopo molte peregrinazioni finalmente incontra l’amore, il maggiore dell’aeronautica Matthew M.Gordon si innamora di lei e la chiede in sposa, ma il loro sogno non potrà essere coronato perché il maggiore perde la vita il 10 agosto del 1945 durante un incidente aereo nel Sud Est asiatico.
Per Beth è una disillusione fortissima, inevitabile il ritorno alla sua vita precedente, fatta di lavori temporanei e occupazioni transitorie, a Luglio del 1946 è di nuovo in California, dove frequenta il Luogotenente Gordon Fickling, durante il suo soggiorno a Long Beach assume il nome di Dalia Nera, probabilmente dovuto alla sua abitudine di vestirsi sempre di nero e alla sua passione per il film la Dalia Azzurra.
In questo periodo della sua vita, a parte il giovanile arresto per ubriachezza, si disse che Elizabeth Short ebbe varie avventure e che avesse la fama di essere una ragazza facile, forse anche una prostituta, ma tutto quello che fu possibile appurare, fu il suo trasferimento ad Hollywood nell’agosto del 1946 con il mito di poter riuscire a entrare nel mondo fatato della mecca del cinema. Troppo poco davvero per infangarne la moralità, visto che a quei tempi quello era un sogno comune alla maggior parte delle ragazze della sua età.
Vista per l’ultima volta nella hall dell’Hotel Biltmore il 7 gennaio del 1947, il suo cadavere viene ritrovato orrendamente mutilato, circa una settimana più tardi, il 15 gennaio, in un campo desolato nei sobborghi di Los Angeles, la sua vita si interrompe così ad appena 22 anni.
L’autopsia appurò che era stata seviziata, torturata e mutilata mentre era ancora in vita, che il suo corpo, completamente dissanguato era stato in seguito diviso a metà da qualcuno con evidenti competenze chirurgiche, e che sulla sua coscia era stato rimosso in profondità una porzione di carne e pelle che avrebbe potuto corrispondere, forse, a un tatuaggio.
Per la brutalità delle lesioni e per le orrende mutilazioni inferte al suo corpo, le similitudini con il caso di Jack lo Squartatore furono praticamente inevitabili, e come il caso di Jack lo Squartatore, anche quello della Dalia Nera era destinato a rimanere irrisolto.
Dopo anni di indagini, in cu furono coinvolte sia le forze di polizia che gli uomini dell’Fbi, centinaia di investigatori, agenti ed ispettori interrogarono e ascoltare migliaia di persone, individuando centinaia di sospetti, tra i quali alla fine vennero isolati ben ventidue nomi probabili, senza però giungere mai a una soluzione definitiva, oltre sessanta persone vennero accusate formalmente ed indagate ed alcune giunsero ad autodenunciarsi o furono denunciate da terzi.
Presto il clamore intorno a queste indagini divenne tale che per gli inquirenti risultò del tutto impossibile far luce sul misterioso delitto che ancora oggi figura tra i casi irrisolti.
Tra i sospettati ovviamente ci fu l’ultima persona con cui Elizabeth fu vista in vita, Robert Manley, poi scagionato dopo essere stato interrogato e aver verificato il suo alibi. Molta attenzione venne riscossa anche da alcune singolari coincidenze tra il profilo dell’assassino, che si supponeva potesse essere un chirurgo, e Walter Bayley, che abitava in una casa nei dintorni della scena del delitto, di professione chirurgo e conoscente della famiglia Short, morto poi a causa di una malattia cerebrale ai primi del 1948.
Le indagini subiscono continue battute d’arresto e soprattutto depistaggi a causa anche dei numerosi casi di fanatici che si sono autoaccusati del delitto, come il soldato Joseph Dumais, poi risultato estraneo ai fatti perché di stanza nella sua base nel New Jersey al momento dei fatti, come dimostrato da molti testimoni oculari. Anche George Hodel viene accusato del delitto Short a causa di molestie sessuali commesse nei confronti della sua figlia quindicenne Tamara, che attirarono su di lui la morbosa attenzione dell’opinione pubblica. La stessa cosa accadde per Woody Guthrie, un cantante folk coinvolto nello scandalo per aver minacciato di abusi sessuali e torture una donna di cui era innamorato senza essere corrisposto, proprio in California.
Sia la figlia che il figlio del Dottor Hodel in seguito, anni dopo la sua morte e a cinquanta anni di distanza dal crimine, sfruttarono indegnamente i sospetti nutriti dalla polizia nei confronti del padre scrivendo due libri scandalo basati su vaghi ricordi, fotografie e un impianto accusatorio piuttosto vago e improbabile.
Perfino l’editore del Los Angeles Times, Norman Chandler, viene accusato di essere il mandante del delitto dallo scrittore Donald Wolfe in un altro libro scandalistico, che ancora una volta sostiene la tesi di una Elizabeth Short prostituta, in stato di gravidanza, ed eliminata da un killer a pagamento su mandato di Chandler. Ma questa tesi oltre a non spiegare affatto l’estrema efferatezza del delitto, contrasta anche con i dati autoptici che appurano in maniera incontrovertibile che non solo la Short era incinta ma che non aveva mai avuto rapporti sessuali e che probabilmente, a causa di una grave malformazione interna, non avrebbe mai potuto averne.
Nel 1993 esce un altro libro scandalo di Janice Knowlton che asserisce di aver ricordato improvvisamente i fatti dopo una seduta ipnotica, e accusa del delitto il padre, George Knowlton, fantasticando anche lei di prostituzione, di aborti, di promiscuità sessuale e di complicità forzata nell’occultamento del cadavere. Le indagini dimostrano poi che l’unica prova a carico di George Knowolton era solo la sua permanenza nell’area di Los Angeles nello stesso periodo del crimine. Morto in un incidente nel 1962 fu accusato dalla figlia non solo dell’omicidio della Short ma anche di una sorta di traffico di baby prostitute tra cui assurdamente la sua stessa bambina, che asseriva nel libro di essere stata venduta a vari esponenti del mondo dello spettacolo tra cui anche Walt Disney. Ulteriormente screditata dalle indagini, Janice Knowholton muore suicida nel 2004 per una volontaria overdose di farmaci, non dopo che venne provato il suo coinvolgimento con la figlia del dottor Hodel, l’altro celebre accusato e non dopo aver accusato su forum e siti internet molteplici altri soggetti, presi apparentemente a caso e a turno considerati colpevoli del delitto.
Nel 1999 perfino il regista Orson Welles viene implicato nel caso, accusato da una ex vicina della famiglia Short che crede di cogliere in lui il profilo del candidato perfetto per alcuni spettacoli di magia effettuati dal regista durante la seconda guerra mondiale, per il fatto che sia lui che la Short frequentassero lo stesso ristorante e per la mania di Wells di tagliare tutto a metà. Mai ufficialmente inserito nel registro degli indagati Wells effettivamente aveva inserito in un suo film alcune scene particolarmente inquietanti, successivamente rimosse, e aveva abbandonato gli Stati Uniti pochissimi giorni dopo il delitto, comunque troppo poco per sostenere una qualsiasi accusa.
L’alto numero di sospetti e sospettati è dovuto soprattutto alla notorietà del caso anche perché alcune ipotesi, come quella dello scrittore John Gilmore sembrano assolutamente insostenibili, scaturite solamente per vendere migliaia di copie di un libro o ottenere comunque risonanza e notorietà.
Accusando dalle pagine del Los Angeles Herald Examiner l’alcolizzato Jack Anderson Wilson, Gilmore si basa su un delitto precedente quello di Georgette Bauerdof, che avrebbe lavorato nello stesso locale della Short, solo che quando la Short giunse nella città di Los Angeles, nel 1946, la Bauerdof era già morta da due anni e il night club dove avrebbe dovuto lavorare assieme era già stato chiuso da tempo.
Come è logico che sia gli inquirenti cercarono anche evidenti collegamenti con delitti precedenti, come i casi del serial killer di Cleveland o quelli del Killer del Rossetto, a Chicago.
L’unica verità certa, al di là delle speculazioni sensazionalistiche, è che la piccola Elizabeth Short, aveva una malformazione all’apparato vaginale che le avrebbe impedito di avere rapporti sessuali e che dunque non poteva in alcun modo essere stata una prostituta, alta appena un metro e sessantacinque, del peso di soli 54 Kg, dotata di un sorriso radioso che brilla dalle fotografie, Beth avrebbe potuto avere una rosa tatuata sulla coscia destra, rimossa chirurgicamente dall’assassino, e che forse ancora oggi il suo fantasma si aggira irrequieto nella Hall del Baltimore Hotel e lungo l’Hollywood Boulevard.
Sabina Marchesi
La leggenda di Butch Cassidy
Un vero fuorilegge, uno che aveva messo su una banda per rapinare le ferrovie e le banche nel sud-ovest degli Stati Uniti. Tuttavia, benché fosse uno dei banditi più ricercati d'America, divenne noto come una specie di "ladro gentiluomo"; una simpatica canaglia, come ce lo tramanda la tradizione, capace addirittura di farsi benvolere e di risultare simpatico. D'altronde la mitologia legata al personaggio racconta che non ha mai ucciso e che fosse una persona estremamente simpatica e alla mano
Butch Cassidy La leggenda del fuorilegge gentiluomo da http://biografie.leonardo.it/
Robert Leroy Parker, questo il suo nome all'anagrafe, nacque a Beaver nello Utah il 13 Aprile 1866. Ultimo di tredici figli di una famiglia di mormoni (e forse da questo si può far risalire la sua "mitezza"), trascorse la sua adolescenza presso il ranch di Circleville nello Utah. Qui conobbe un navigato cowboy chiamato Mike Cassidy, che ebbe una notevole influenza su di lui instradandolo all'arte della rapina.
Negli anni successivi Robert si allontanò da casa e lavorò in diversi ranch, seguì una strada che lo portò a essere un cowboy errante e un fuorilegge. Nel 1892 si fermò a Rock Spring nel Wyoming dove indossò il grembiule da garzone in una macelleria e proprio qui ottenne il soprannome "Butch" (Macellaio).
Da allora decise di cambiare nome; assunse il cognome Cassidy in parte in onore di quell'uomo che ammirava tanto ma anche perché era il nome di un fuorilegge già conosciuto: agli occhi di Butch era un ottimo "biglietto da visita".
Il primo colpo della banda di Butch Cassidy, anche se fallito per via dell'intrepido impiegato che si rifiutò di aprire la cassaforte malgrado la minaccia delle armi, risale alla sera del 3 novembre 1887 alla ferrovia Rio Grande di Denver, nel Colorado. I componenti della banda avendo concordato di non spargere sangue si allontanarono a mani vuote.
Ci riprovarono il 30 marzo 1889, questa volta ai danni della First National Bank di Denver. La banda era composta da Butch Cassidy e Tom McCarty. Cassidy informò il direttore che era a conoscenza di un complotto per rapinare la banca e al direttore pallido e concitato che chiedeva lumi in merito rispose: "Come sono venuto a saperlo? Semplice sono io l'organizzatore." Estrasse una bottiglietta dicendo che era nitroglicerina e che sarebbe saltato tutto in aria: gli venne subito erogato un assegno di 21.000 dollari.
Butch Cassidy e Tom MacCarty uscirono dalla banca e Butch gettò in un cestino la bottiglietta che conteneva solo acqua.
Il primo crimine imputato alla banda fu la rapina alla banca San Miguel a Telluride, Colorado, il 24 giugno 1889 compiuta insieme a Tom McCarty, Matt Warmer, e Bart Madden. Perfettamente riuscita, dopo aver immobilizzato il cassiere: prelevarono 10.000 dollari. La banda ne uscì senza spargimenti di sangue, trascorrendo l'inverno alla macchia.
Seguirono anni di scorrerie, rapine e momenti di "riposo", in cui Butch per far calmare le acque dopo un colpo, si dava anche a qualche lavoro onesto; poi estese la sua attività criminale anche al furto di cavalli.
Fra le altre cose questa sorta di Robin Hood del west, pare che si impegnasse a portare medicamenti e conforto a malati della zona.
Non mancarono fatti tragici con alcuni morti ammazzati fra gli uomini della banda. Nel 1894, dopo aver tentato una rapina a mano armata, venne sorpreso dallo sceriffo Ward che, dopo uno scontro a fuoco, riuscì a ferire il bandito e ad arrestarlo. Butch Cassify venne rinchiuso in gattabuia per due anni dove però non smise di architettare rapine e colpi definitivi.
Propositi puntualmente realizzati una volta aperte le porte del penitenziario.
Butch per l'occasione catalizzò intorno a sé un gruppo di criminali, una trentina di persone, che si erano ribattezzati Gruppo Selvaggio: subito ne divenne il nuovo capo (al suo fianco vi era anche il mitico compagno di avventure Sundance Kid).
La maggioranza dei crimini della banda avvenne tra il 1896 e il 1901 con colpi clamorosi, come quello del
Altri sconsiderati assalti seguirono, ma in particolare una rapina al treno della Union Pacific a Tipton, nel Wyoming, il 29 agosto 1900, contribuì a farlo identificare (venne riconosciuto dalle numerose persone a bordo).
Butch decise di andare in Sud America per respirare aria migliore ma servivano altri soldi: si procurò un bel malloppo a forza di svaligiare altre banche e treni. Poi scomparve dalla circolazione.
Di lui si sa che trascorse questa specie di esilio volontario, braccato, insieme all'inseparabile Sundance, fra Argentina, Bolivia e Cile, nel timido tentativo di lavorare come onesti allevatori.
In un cruento scontro a fuoco con le forze dell'ordine boliviane avvenuto il 6 novembre 1908 (data presunta) pare che Cassidy e Sundance siano morti. Pare, perché nessuno ha la certezza che fossero loro. Molti accettarono l'idea che i due "americanos" morirono nella sparatoria di San Vicente, ma la leggenda vuole che i due si lasciarono credere morti e che passarono la loro vecchiaia nel West sotto falso nome.





Ultimi commenti