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Lo smemorato di Collegno

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Un giallo che ha fatto storia nella cornice
della prima guerra mondiale

PROF. CANELLA: DISPERSO.
POI RICOMPARE, MA É UN SOSIA.
LA MOGLIE LO "RICONOSCE"
E SE LO PORTA A CASA

La diversità delle impronte digitali dimostrava che Bruneri era un impostore. Ma la signora ha sempre sostenuto la sua verità. Perché?

Missouri. Divenne meritatamente famoso per la brillante soluzione che diede ad un caso di omicidio, riuscendo non solo a far scagionare il suo assistito, ma anche a scoprire il vero colpevole. Tutto ciò fu possibile grazie all'esame delle impronte digitali che l'assassino aveva lasciato sul luogo del crimine. E' rimasta famosa la descrizione delle impronte digitali, e della loro importanza, data dall'avvocato Wilson: "Ogni creatura umana porta dalla culla fino alla tomba certe caratteristiche che non alterano la sua personalità e per mezzo delle quali essa può sempre essere identificata, senza ombra di dubbio o di incertezza. Queste caratteristiche sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, né divenire illeggibile col passare del tempo... Se guardate i polpastrelli delle vostre dita, osserverete delle sottili linee curve, compatte come quelle che indicano i margini degli oceani sulle carte. Queste linee formano vari disegni chiaramente tracciati, come archi, circoli, curve, spirali e questi disegni sono diversi su ogni dito... Le impronte di un gemello non sono mai uguali a quelle dell'altro fratello gemello... Avrete spesso sentito parlare di gemelli che erano tanto simili l'uno all'altro che, vestiti allo stesso modo, neanche i genitori stessi riuscivano a distinguerli. Eppure non c’è mai stato un gemello, in questo mondo, che non abbia avuto sin dal battesimo e fino alla morte, un segno di identificazione in questo misterioso autografo di nascita."

Per correttezza dobbiamo comunque informarvi del fatto che l'avvocato David Wilson non è mai esistito: è un personaggio di un racconto, nato dalla fantasia del brillantissimo scrittore Mark Twain. Ma abbiamo citato dei brani della sua arringa perché, a detta degli esperti in dattiloscopia, è la miglior descrizione dell'importanza delle impronte come mezzo di identificazione. E' anche interessante notare che il racconto di Mark Twain è del lontano 1893: già alla fine del secolo scorso era noto che non esistono al mondo due persone con le stesse impronte digitali, e che queste sono immutabili, dalla nascita alla morte.
Tenete quindi a memoria le parole dell'avvocato Wilson. Ci saranno utili nel cammino che ci apprestiamo a fare insieme, ripercorrendo una vicenda strana e tortuosa, che appassionò l'Italia dei nostri padri e che coinvolse personaggi importanti e fuorilegge, donne innamorate e bimbi in cerca di un padre; che vide nascere e morire speranze e illusioni, inganni e verità amare. E' la vicenda dello "smemorato di Collegno".

CANELLA SPARISCE IN BATTAGLIA E’ il 25 novembre del 1916. L'Europa brucia, la guerra miete vittime dappertutto. Una compagnia di fanti italiani sta avanzando sul fronte macedone, nei pressi della città di Nitzopole. Il loro obiettivo è l'occupazione della collina di Monastir e i soldati in grigioverde devono a un certo punto attraversare una zona scoperta, che si presume già abbandonata dalle truppe bulgare che fino a poco ore prima li avevano impegnati. Tragico errore di ottimismo! I nemici non sono fuggiti, si sono ritirati in agguato nei boschi circostanti. Appena i soldati italiani hanno percorso buona parte della zona scoperta i bulgari, nascosti tra gli alberi, iniziano a far cantare le mitragliatrici con micidiale precisione. Il comandante italiano, resosi conto dell’impossibilità di reagire in modo efficace, ordina il "si salvi chi può", mentre i bulgari, la baionetta in canna, balzano fuori dalla boscaglia, ferendo alla testa e catturando il comandante stesso, il capitano di complemento Giulio Canella. I pochi superstiti della compagnia decimata raccontarono di aver visto il loro capitano ferito, trascinato via dai soldati bulgari; nella concitazione del combattimento nessuno si era potuto rendere conto della gravità delle ferite del capitano Canella, ma tutti erano concordi nel riferire che l'ufficiale era colpito alla testa e che, mentre veniva portato via dai bulgari, sembrava più morto che vivo. Nella crudele contabilità della guerra questo non fu che uno dei mille episodi, nè meritò a suo tempo più di qualche riga di bollettino. Ma per noi è importante perchè da qui inizia la vicenda dello smemorato di Collegno.

Giulio Canella nella vita civile era un professore di filosofia stimato e già molto conosciuto, nonostante la giovane età. Era nato a Padova nel 1881 e dopo la laurea si era trasferito a Verona, divenendo direttore della Scuola Magistrale. Nel 1909 aveva fondato assieme ad uno dei più illustri studiosi italiani, padre Agostino Gemelli, la "Rivista di filosofia neoscolastica" e all'inizio del 1916 (pochi mesi quindi prima di andare sotto le armi) aveva iniziato la pubblicazione del quotidiano cattolico "Corriere del Mattino". Giulio Canella aveva sposato la cugina Giulia Concetta, che portava il suo stesso cognome. Un matrimonio molto felice: i due coniugi erano unitissimi ed entrambi animati da una grande fede. Entrambi provenivano da ottime famiglie. Il padre della sposa, uomo facoltosissimo, aveva grossi interessi in Brasile, mentre Guido Canella, padre di Giulio, era a sua volta un letterato ed ebbe la soddisfazione di vedere tutti e tre i figli avviati a brillanti carriere, due nel campo dell'insegnamento ed uno nell'avvocatura.

... E VIENE DATO PER DISPERSO Tutto il mondo del giovane studioso di filosofia, le sue passioni, le sue frequentazioni, tutto era lontano mille miglia dalla brutalità della guerra, dalla selvaggia bestialità degli assalti alla baionetta, dei corpo a corpo, degli agguati. Una cartolina precetto strappò Giulio Canella da una vita dorata, dalla seconda figlia nata da pochi giorni, per gettarlo all'inferno. Ma da quell'inferno fece ritorno? Secondo il Ministero della Guerra, no. Il giorno successivo al tragico agguato sul sentiero di Monastir, le truppe italiane ripresero il controllo della zona, recuperando i corpi dei numerosi soldati caduti. Tra di essi non vi era il capitano Canella, che peraltro non risultava neanche, dalle informazioni assunte, prigioniero dei bulgari. Quando quest'ultimi lo avevano catturato, molti testimoni concordavano nel dire che il capitano sembrava più morto che vivo. Cosa avevano dunque fatto i soldati bulgari del suo corpo? Dove lo avevano abbandonato? Domande senza risposta: in guerra esiste un eufemismo, una definizione che non parla di "morte" e che tante volte è servita ad alimentare crudelmente inutili speranze: il capitano Giulio Canella doveva ritenersi "disperso". Così comunicò il Ministero della Guerra ai familiari.
E Giulia Concetta Canella iniziò la sua vita da giovane vedova, dedita ai figli, ritirata, protetta da una famiglia altolocata e facoltosa. Non conobbe problemi materiali, ma lo strazio della nostalgia, attenuato dalla speranza che coltivava ogni giorno nel suo cuore pensando al marito tanto amato, che, forse, non era morto. Lo aveva detto il Ministero: il marito era solo "disperso". E chi è disperso non può forse venir ritrovato? Solo i morti non ritornano.
Nove anni di vita; i due figli crescono, Giulia Canella parla con loro raramente del padre: sono troppo piccoli, non devono soffrire. Ma la giovane vedova ne parla spesso con i parenti e con i numerosi amici che conobbero e stimarono il professor Giulio Canella. Parla del marito "disperso", della sua speranza mai sopita di ritrovarlo. E si giunge così al 6 febbraio del 1927. Quel giorno la "Domenica del Corriere" pubblica la foto di un uomo barbuto, dell'apparente età di anni 45, ricoverato dal 10 marzo dell'anno precedente al Manicomio di Collegno, dove lo avevano portato i carabinieri. L'uomo era stato fermato, come risultava dai verbali, a Torino, per "atti pazzeschi nella pubblica via": urlava, piangeva, manifestava propositi suicidi. I carabinieri lo avevano consegnato ai sanitari del Manicomio di Collegno e questi, constatato che l'uomo era affetto da amnesia generale, non ricordando il proprio nome, la professione, non riuscendo a dare riferimenti di famiglia, ne avevano disposto il ricovero a tempo indeterminato, dandone notizia al Questore, che aveva ratificato il provvedimento. La "Domenica del Corriere" era al tempo la rivista letta, praticamente, da tutti. Quasi in ogni numero pubblicava delle foto sotto la testata "Chi li ha visti?": si trattava di persone scomparse dalle loro case, e i familiari chiedevano questo aiuto al noto settimanale e tante volte, in effetti, la "Domenica" aveva permesso di ritrovare parenti dispersi. Questa volta la foto veniva pubblicata sotto la testata "Chi lo conosce?". Era l'estrema speranza, dopo le inutili ricerche di polizia, di dare un nome allo "smemorato di Collegno".

UNO SMEMORATO APPARE A COLLEGNO Anche Giulia Canella legge la Domenica del Corriere. E il 6 febbraio del 1927 scatta in lei la convinzione che il suo Calvario sia finito: l'uomo della foto è il marito, ne è sicura, il "disperso" è finalmente ritrovato. La direzione del Manicomio, richiesta per lettera, autorizza la visita che avviene, con molte cautele, la domenica 27 febbraio, tre settimane esatte dopo la pubblicazione della fotografia.
Abbiamo parlato di cautele: non perchè lo smemorato avesse dato segni di pericolosità; tutt'altro. Il suo comportamento al manicomio era sempre stato tranquillo e corretto. Erano però stati vani tutti i tentativi dei medici di spezzare il velo che copriva il passato dello smemorato: si poteva solo constatare che era una persona di buona cultura, di modi educati, che entrava in stato di angoscia ogni volta che, da solo o a ciò stimolato, cercava di rispondere alla domanda fondamentale: chi sono io? Le cautele dei medici si spiegavano quindi con la preoccupazione che una ricognizione non inducesse ulteriori crisi di ansia nel ricoverato: andava fatta gradualmente, per verificare se non solo i visitatori riconoscevano lui, ma soprattutto se lui stesso aveva almeno qualche reazione nel vedere i visitatori, senza sapere previamente che questi erano venuti per vederlo.
La signora Canella venne quindi invitata a passare per il chiostro dell'ospedale assieme ai due amici con cui era venuta a Collegno, fingendo di essere semplicemente in conversazione con loro e senza rivolgersi direttamente allo smemorato, che i medici avrebbero provveduto a portare nel chiostro, come del resto accadeva tutti i giorni, in normali passeggiate. La prima ricognizione non sortì alcun effetto: la signora Canella, obbediente ai medici, non manifestò alcuna emozione, mentre lo smemorato sembrò non accorgersi neanche di lei. Ma Giulia Canella uscì dal manicomio convinta: "E" lui! Tremendamente provato nel fisico, ingrigito, forse irriconoscibile a molti, ma non a me, sua moglie! E' lui, ne sono certa!". Il giorno successivo, un altro esperimento, con le medesime istruzioni: e in quest'occasione lo smemorato fece per avvicinarsi alla signora Canella, ma poi si bloccò, vista l'indifferenza che lei, in osservanza delle istruzioni, continuava a fingere. E poi lo smemorato disse ai medici che qualcosa era accaduto nella sua mente: un barlume, una luce tenue, ma comunque una luce, si era accesa in tanta oscurità.

E si arrivò così al terzo esperimento: La signora Canella fu autorizzata a dirigersi verso lo smemorato. Questi, fermo in mezzo al chiostro, sembrava studiare la visitatrice elegante, che avanzava piano, con esitazione, e che a un certo punto non seppe trattenere l'emozione. "Giulio, Giulio!" gridò la donna, con gli occhi pieni di lacrime. E lo smemorato si gettò tra le sue braccia. Per quanto tempo stettero così, abbracciati, mentre la donna ripeteva come una cantilena il nome del marito e singhiozzava, e anche l'uomo era chiaramente scosso da una violenta emozione? I medici osservavano la scena poi, quando finalmente i due riuscirono a separarsi, consigliarono alla signora di allontanarsi per qualche ora: lo smemorato appariva prostrato, sul punto di svenire. "Torni nel tardo pomeriggio signora, ora anche lei ha bisogno di riposarsi..."

Giulia Canella uscì tremante dal manicomio. Nel pomeriggio un nuovo incontro non fece che rinsaldare la sua convinzione. Era lui, era lui, finalmente, non era morto, era solo disperso ed ora lo aveva ritrovato! Lo smemorato parlava a stento, come chi a fatica sta riafferrando ricordi lontani; ma la sua prima domanda fu per i figli. Trascorsero ancora tre giorni, occupati da colloqui sempre più particolareggiati. Era come se lo smemorato risalisse pian piano da un profondissimo pozzo. La luce tornava, ma spesso lo abbagliava, abituato com'era ad anni di buio; e allora l'uomo si fermava nella conversazione, tornava alla sua fissità, portando una mano alla fronte, come fa chi cerca di fermare i propri pensieri. Poi, pian piano, riprendeva la sua faticosa salita.

"CANELLA" TORNA IN FAMIGLIA, PERÓ... Il direttore del manicomio, convinto della validità del riconoscimento, autorizzò la dimissione dello smemorato, che ora ridiventava ufficialmente il prof. Giulio Canella, classe 1881, dato per disperso sul fronte macedone, che tornava a casa sua, a Verona, in compagnia della legittima consorte. La Questura di Torino venne informata della dimissione, e il caso di un ritrovamento di un disperso di guerra, colpito da amnesia da choc, dopo ben dieci anni, fece il giro della penisola, suscitando l'interesse di tutti i giornali. Nel frattempo si affacciava la domanda più naturale per tutti: cosa era successo nei nove anni intercorsi tra l'agguato in Macedonia e l'arresto a Torino? Su questi gravava il buio più assoluto, e del resto la prima preoccupazione della famiglia Canella, nuovamente riunita, fu proprio quella di assicurare al professor Giulio la necessaria quiete per riprendersi, nel fisico e nella psiche. Ai giornalisti non venne concesso di intervistare l'ex-smemorato, confidando anche nel fatto che, trascorso il primo clamore, potesse calare il silenzio e la pace, ricominciando la vita di padre, di marito, di studioso. Ma questa speranza durò pochi giorni.

Domenica 6 marzo 1927, a Verona, casa Canella: la prima domenica da uomo ritrovato, nella quiete della casa, con la famiglia ritrovata. Lunedì 7 marzo 1927, a Torino, Questura centrale: arriva una lettera anonima. Ogni giorno ne arrivano tante agli uffici di polizia. Ma il delegato che deve scorrerle per dovere di ufficio, annoiato dalle assurdità che legge ogni giorno, inviate da mitomani o da semplici calunniatori, fa un salto sulla sedia. La lettera che sta leggendo è diversa dalle solite: "al Regio Questore di Torino. Si fa presente alla S.V. Ill.ma che l'individuo dimesso dal manicomio di Collegno sotto il nome di prof. Giulio Canella, da Padova, residente in Verona, è in verità Bruneri Mario, da Torino, senza fissa dimora, tipografo, già segretario della Federazione del libro di Torino, ricercato da Codesta Regia Questura per scontare condanne passate in giudicato per reati contro il patrimonio. Quanto sopra per dovere di giustizia."

La lettera non porta firma. Ma va verificata. Il delegato si fa portare dal brigadiere di servizio il fascicolo intestato allo smemorato di Collegno e gli ordina anche di controllare se in archivio esista una scheda a nome di Bruneri Mario, ricercato per espiare condanne definitive. Il brigadiere torna: Bruneri Mario esiste, eccome. E' già stato ospite delle patrie galere, per una sua certa propensione alla truffa, al falso e all'appropriazione indebita. Ora risulta latitante dovendo scontare ancora due anni di reclusione per truffe. Residente ufficialmente a Torino, dove risulta però irreperibile, avendo lasciato moglie e madre nell'indigenza. Domicilio attuale sconosciuto. Segnalato negli anni precedenti a Pavia e a Milano in compagnia di Ghidini Camilla, da Brescia, già inquisita per reati contro il patrimonio e contro la morale. Peraltro il Bruneri non risulta essere un delinquente "qualsiasi". I rapporti lo descrivono come uomo di aspetto distinto, di buone capacità di conversazione, ottimo linguaggio, nonostante la limitata istruzione. Insomma, non il delinquente bruto, ma il "tipo" del truffatore, che mette al servizio del crimine delle naturali doti intellettuali ed umane. Il delegato ha davanti a sè le foto dello smemorato, fornite a suo tempo dal manicomio di Collegno e le foto segnaletiche di Bruneri Mario. Le osserva a lungo, poi prende foto e lettera anonima e chiede con urgenza al Questore di riceverlo.


COLPO DI SCENA: NON É LUI. ARRESTATO Martedì 8 marzo 1927, a Verona: a Casa Canella si presentano nel primo pomeriggio due signori dall'aria grave e distinta. Hanno un ordine di accompagnamento firmato dal Questore di Torino: il signore dimesso cinque giorni prima dal manicomio di Collegno deve seguirli, con destinazione la Questura di Torino, perchè si proceda alla sua identificazione. Mercoledì 9 marzo 1927: lo "smemorato" varca di nuovo il portone del manicomio di Collegno, accompagnato da agenti e funzionari di polizia. In una saletta dell'istituto sono in attesa tre persone: Maria Bruneri, madre del latitante Mario Bruneri, in compagnia del figlio Felice e di un sacerdote salesiano, Don Felice Cane, che da anni assiste la povera donna, malata nel fisico e consumata dal dolore di avere un figlio delinquente. L'anziana donna non ha esitazioni: "E' Mario, è mio figlio!". Il fratello Felice conferma, mentre il sacerdote tace, cercando di consolare la madre, che ha preso a piangere con quel pianto sommesso e discreto di chi ormai ha sofferto troppo. Lo smemorato protesta: lui è il professor Giulio Canella, può portare numerosissime testimonianze a conferma. Poi ha un mancamento e i medici lo assistono. Il vice questore che comanda il drappello di poliziotti non ha esitazioni e ordina che si proceda al rilievo delle impronte digitali dell'uomo da identificare. Nel frattempo ne dispone la detenzione provvisoria negli stessi locali del manicomio di Collegno. Venerdì 11 marzo 1927, a Torino, Questura centrale. E' quasi ora di cena e il Questore sta per lasciare il suo ufficio, quando gli viene recapitato un telegramma dalla Scuola di Polizia Scientifica: le impronte dello "smemorato di Collegno" corrispondono a quelle del latitante Bruneri Mario. La detenzione provvisoria ordinata dal vice-questore diviene definitiva: Bruneri Mario, tipografo truffaldino, deve scontare due anni di reclusione. In attesa di accertamenti definitivi sul suo stato di salute mentale, verrà trattenuto al manicomio di Collegno. Giulia Canella piomba nella disperazione: la sua gioia non è durata che pochi giorni, ora è spuntato dal nulla questo fantasma, questo Bruneri Mario, un truffatore, un uomo senza morale. Che c'entra mai col suo Giulio che lei, novella Penelope, ha atteso e ritrovato dopo dieci anni?

LE PROVE: É BRUNERI, PREGIUDICATO La famiglia Canella, con l'aiuto di un intimo amico, il capitano Parisi, inizia a raccogliere numerose testimonianze, soprattutto tra i soldati che servirono dieci anni prima al comando del capitano Canella e presenta un ricorso al Tribunale penale di Torino, chiedendo la revoca dell'arresto disposto dalla Questura. Il Tribunale penale non ha competenza per stabilire l'identità dello smemorato, ma comunque accoglie il ricorso della famiglia Canella, ordinando, il 23 dicembre del 1927, la scarcerazione di colui che a questo punto è un "signor X", perchè i giudici semplicemente valutano non raggiunta la prova dell'identificazione dello smemorato con il Bruneri. Ma Giulia Canella non ha dubbi, e lo "smemorato" torna a casa a Verona.
Il Natale del 1927 non è felice in casa Canella. Il professor Giulio appare prostrato dalla nuova prova a cui è stato sottoposto, e poi ora le chiacchiere iniziano a divenire fin troppo fastidiose. Ma la moglie e il capitano Parisi lo confortano: la verità trionferà, non bisogna cessare di confidare nella Provvidenza. Ma anche per la vecchia madre di Bruneri il Natale di quell'anno è infelice: la poveretta è scossa da contrastanti sentimenti, perchè per una mamma un figlio è sempre oggetto d'amore, anche se è un figlio traviato. Avrebbe preferito che il figlio scontasse la pena e poi, pareggiato il suo debito con la società, potesse tornare a vivere una vita da galantuomo, come era stato suo padre, come era suo fratello. E invece il figlio ha architettato una nuova truffa, questa volta ben più complessa e grossa delle precedenti: ha cambiato identità, ha carpito la buona fede di una vedova. Mario continuerà a mal fare e sua madre sa, in cuor suo, che non lo rivedrà mai più. Felice Bruneri decide allora di adire il Tribunale Civile di Torino. Il fratello Mario ha anche degli obblighi di assistenza verso la moglie che ha abbandonato da anni. Stabilisca il Tribunale civile la vera identità dello smemorato.

VIA CRUCIS NEI TRIBUNALI E arriviamo così al lunedì 22 ottobre 1928: il primo atto di un iter giudiziario che durerà per più di due anni. Il Tribunale Civile di Torino emette la sua sentenza: lo "smemorato di Collegno" è da identificarsi in Bruneri Mario, per prove testimoniali e dattiloscopiche.

La famiglia Canella ricorre subito in Appello, anche se già nel primo giudizio ha subìto una tremenda doccia fredda. Due uomini illustri, stimatissimi, la cui parola è davvero difficile porre in dubbio, hanno escluso con sicurezza davanti ai giudici che lo smemorato possa essere il professor Giulio Canella. Non si sono pronunciati circa l'identificazione con Bruneri Mario, che per loro è un perfetto sconosciuto, ma hanno potuto escludere invece l'identificazione con Canella Giulio, che entrambi conoscevano bene. E questi due uomini sono Padre Gemelli, il fondatore dell'Università Cattolica, pioniere della psicologia in Italia, cofondatore con Giulio Canella della Rivista di Filosofia Neoscolastica, e il Conte Della Torre, direttore dell'Osservatore Romano, che fu molto vicino al giovane filosofo al tempo della fondazione del "Corriere del Mattino". Altra doccia fredda dallo Stato Maggiore dell'Esercito, che non fa che ripetere la comunicazione a suo tempo emessa: il capitano Giulio Canella risulta "disperso", nè alcun elemento nuovo è nel frattempo sopravvenuto che autorizzi ad annunciarne il ritrovamento. La Corte d'Appello fa sua la sentenza del tribunale e il 7 agosto del 29 respinge il ricorso della famiglia Canella, che ricorre alla Corte di Cassazione.

L'11 marzo del 30 è un martedì. Sono trascorsi tre anni esatti da quel telegramma con cui la polizia scientifica comunicava che le impronte dello smemorato e del Bruneri erano uguali. La Cassazione accoglie il ricorso della famiglia Canella e rinvia, per nuovo giudizio, alla Corte d'Appello di Firenze. Ma tornando nel merito, torna la cruda realtà. La Cassazione aveva accolto il ricorso della famiglia Canella, dolendosi questa del fatto che alcuni suoi testi non erano stati sentiti dai giudici torinesi. Tuttavia la nuova Corte d'Appello incaricata del giudizio conferma la precedente sentenza dell'omologa corte di Torino: lo smemorato è Bruneri Mario ed ora che la sua identità è stabilita senza ombra di dubbio il Procuratore del Re presso il Tribunale Penale di Torino emette un ordine di carcerazione: Bruneri (o Canella?) deve terminare di espiare la pena e viene rinchiuso nel carcere di Pinerolo.


I "CANELLIANI" E I "BRUNERIANI" Ma la famiglia Canella, il capitano Parisi e un altro amico di famiglia, il sacerdote Germano Alberti non demordono e chiedono alla Corte di Cassazione una pronuncia nel merito. Ormai si sono formati i due partiti, i "canelliani" e i "bruneriani". I primi sostengono che un individuo ignorante come il Bruneri non avrebbe mai potuto sostituirsi al distinto e colto professor Canella. Ma i secondi a loro volta obiettano che Bruneri è tutt'altro che uno sprovveduto, e lo ha dimostrato più volte, seppur in attività illecite. E' comunque in grado di assumere molte personalità. E le impronte digitali? Non sono forse già quelle una prova sufficiente? E come si può non tener conto delle testimonianze di Padre Gemelli e del Conte Della Torre?

L'ultimo dell'anno del 1931 la Cassazione a Sezioni Unite mette fine alle discussioni, riconoscendo nello "smemorato di Collegno" Mario Bruneri. Sull'identità dello smemorato di Collegno erano stati emessi, nell'arco di un quadriennio, due provvedimenti di polizia e sei provvedimenti giudiziari. Mai, in nessuno di questi atti, fu riconosciuta l'identità del professor Giulio Canella.

Mentre si svolgeva questo travagliato iter giudiziario, lo "smemorato" aveva continuato a vivere a Verona, come marito di Giulia Canella. La coppia aveva avuto ancora tre figli, Elisa (nata il 21 novembre del 28), Camillo (31 dicembre del 29) e Maria (12 settembre del 31). Questi tre figlioli, a differenza dei loro fratelli maggiori, non poterono mai figurare, per l'anagrafe italiana, come figli del prof. Giulio Canella. Lo divennero invece per l'anagrafe brasiliana. Infatti la famiglia, quando il "riconosciuto" Bruneri ebbe espiato i residui di pena, si trasferì a Rio de Janeiro, su energica sollecitazione del padre di Giulia, che voleva evitare alla figlia di vivere in una situazione che era ormai intollerabile, per le chiacchiere e lo scandalo suscitato dai definitivi pronunciamenti della magistratura. Lo stato brasiliano iscrisse nei suoi registri anagrafici un nuovo residente: il cittadino italiano prof. Giulio Canella.
E proprio da Rio si segnalò un episodio che ridiede fiato ai sostenitori della "tesi Canella". Lo "smemorato", tornato agli studi di filosofia, aveva indirizzato un suo opuscolo al Papa, in segno di devozione. E Sua Santità Pio XI aveva risposto, tramite la segreteria di Stato, indirizzando l'implorata Benedizione Apostolica allo "Ill.mo signor dottor Giulio Canella." Siamo così giunti, dopo la definitiva sentenza della Cassazione, alla (praticamente) forzata migrazione in Brasile di Giulia Canella con i suoi figli e con... Mario Bruneri o Giulio Canella?



LE IMPRONTE DIGITALI DICONO... Conviene fare un attimo di sosta e di riflessione. Alcuni dati sono indiscutibili:

primo, Il caso fu esaminato da un Tribunale, due Corti d'Appello, e due volte dalla Cassazione (la seconda volta a Sezioni Unite); nessuno di questi giudici riconobbe mai nello smemorato il prof. Giulio Canella;

secondo, la somiglianza tra Bruneri e Canella esisteva, anche se non era possibile definirli due "sosia"; ma le impronte digitali rilevate allo smemorato erano quelle di Mario Bruneri; è pur vero che le impronte di Giulio Canella non erano archiviate in alcun ufficio di polizia, essendo lo stesso incensurato. Ma non si può certo ipotizzare, per sostenere la "tesi Canella", l'unico caso mai conosciuto al mondo di due individui con le stesse impronte digitali;
terzo, l'episodio dell'opuscolo al Papa viene facilmente svalorizzato dai bruneriani, facendo notare che il volumetto non conteneva altro che vecchi scritti riordinati; in quanto alla risposta, indirizzata al "dott. Giulio Canella", è facile obiettare che ogni giorno al Santo Padre pervengono centinaia di invii postali da ogni parte del mondo, e che quindi non vi era nulla di strano nel fatto che la Segreteria di Stato indirizzasse un formale ringraziamento ad un mittente il cui nome, col passare degli anni, era ormai caduto nell'oblio. Si può quindi affermare che lo "smemorato di Collegno" era Mario Bruneri, tipografo, truffatore.

Resta ai canelliani una valida obiezione: come poteva lo smemorato, se era Bruneri, conoscere diversi particolari della vita di Giulio Canella, come dimostrò fin dai primi colloqui con la moglie nel manicomio di Collegno? Ciò era possibile per una ragione: Bruneri e Canella con tutta probabilità si erano conosciuti, e il primo, abile truffatore, era riuscito a carpire diverse confidenze dal secondo, intuendo che l'eccezionale rassomiglianza poteva in un domani tornargli utile. Come infatti accadde. E l'incontro tra i due avvenne a Milano, nel 1923. In quell'anno infatti una nobildonna inglese residente a Milano, la signora Taylor, incontra un mendicante da cui resta particolarmente colpita.


UNA SOMIGLIANZA IMPRESSIONANTE Come racconterà ai giudici (ai quali si presentò spontaneamente quando apprese dai giornali la vicenda dello smemorato) l'uomo, che era in stato confusionale, chiedeva solo da mangiare. Indossava calzoni militari e una logora giacca. Mossa a compassione, la signora Taylor si prese cura del "Randagio", come era soprannominato, fornendogli abiti e cibarie, e dandogli appuntamento per il giorno successivo, per portargli altro aiuto. Gli incontri col Randagio furono diversi. L'uomo era mite, gentile, diceva di avere una famiglia, ma non sapeva dove, e di aver combattuto come ufficiale e aver perso tanti uomini. Il poveretto era aiutato anche da una buona donna, una lattaia di cui la Taylor ricordava solo il nome, Teresa. Tra la nobile inglese e l'umile donna milanese nacque così un po' di confidenza. Ed insieme fecero una scoperta sconvolgente. I "Randagi" erano due, tra loro somigliantissimi: e questo spiegava certi strani cambiamenti di umore e di comportamento nel loro protetto. Si trattava infatti di due persone diverse, che però erano state di sicuro in contatto tra loro, come dimostrò l'episodio di una giacca, che la signora inglese aveva donato al Randagio mite e confuso, e che la lattaia vide indosso al Randagio che teneva invece un comportamento ambiguo e sfuggente.
Proprio in quel periodo il ricercato Bruneri Mario era stato segnalato a Milano. E a Milano, evidentemente, era giunto anche, dopo chissà quali vagabondaggi, il povero capitano Canella, confuso, in stato di amnesia, ridotto alla mendicità. Quali itinerari avrà percorso negli anni, come era riuscito a sfuggire ai nemici? Domande che non avranno mai risposta. Ciò che è altamente probabile è l'incontro tra i due. E il furbo Bruneri comprende che una rassomiglianza così marcata può sempre essere utile in futuro. E inizia a carpire brandelli di ricordi dal povero soldato confuso, per costruirsi un'identità "di riserva" che a uno come lui può sempre far comodo. Cosa accade poi all'infelice Canella? Con tutta probabilità continua la sua vita errabonda, alla ricerca vana di sè stesso. Forse muore come tanti barboni, senza nome e senza una lapide, ma solo con un numero all'obitorio. Ma Mario Bruneri, proseguendo nella sua vita truffaldina, sente che ormai la legge sta per mettergli le unghie addosso. E gioca il tutto per tutto. Si finge pazzo, dà in escandescenze sulla pubblica via, viene ricoverato in manicomio. E poi la sorte gli dà l'incredibile: la possibilità di ricostruirsi una vita ricucendo quei brandelli che aveva sottratto al suo povero "quasi sosia".

GIULIA, UNA MOGLIE DISPERATA La sorte si incarna in Giulia Canella. Ed è su questa donna che ruota tutta l'incredibile commedia dell'inganno. Perchè Giulia Canella non ha avuto la misericordiosa, seppur crudele, grazia che hanno avuto tante donne durante la guerra: un telegramma del Ministero che avvisa, con formale rammarico, la morte del loro congiunto. No: a Giulia Canella è stata data la più crudele delle notizie: Signora, suo marito è "disperso". Cosa può allora iniziare a maturare nel cuore e nella mente di una donna, innamoratissima del marito? Un'attesa, una logorante speranza su cui vivere giorno per giorno. Possiamo dire senza tema di esagerare che l'ultima persona che avrebbe dovuto procedere al riconoscimento dello smemorato di Collegno era proprio Giulia Canella. Perchè era consumata da troppi anni di un'attesa straziante. Perchè "voleva" a tutti i costi ritrovare il suo Giulio. E lo ritrovò, in cuor suo lo ritrovò di sicuro. E siamo convinti che siano da respingere con sdegno le ipotesi maliziose, formulate all'epoca da alcuni giornalisti, che vollero la strenua difesa fatta da Giulia Canella del marito come dettata solo dalla necessità di coprire lo scandalo. In altre parole: lei stessa si sarebbe accorta poco dopo il riconoscimento dell'errore di persona, ma ormai i passi già fatti l'avevano compromessa. Noi crediamo che Giulia Canella abbia davvero ritrovato nello smemorato il suo Giulio, abbia amato il suo Giulio, a lui abbia donato altri tre figli. Follia? Forse. O amore portato all'estremo.

Il 12 dicembre del 1941 Mario Bruneri moriva in Brasile. Forse qualcuno piangeva per lui in Italia; di sicuro piansero per lui i figli, pianse la moglie, per la quale moriva Giulio, col conforto di aver vissuto più serenamente gli ultimi anni, lontano da una Patria ingrata.
E chissà se prima di morire lo smemorato di Collegno avrà guardato un attimo le sue mani, i suoi polpastrelli. Se anche non aveva mai letto nulla di Mark Twain, lui ben sapeva che le impronte digitali per ogni uomo "...sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, nè divenire illeggibile col passare del tempo... ".

di Marco Lambertini da http://www.storiain.net

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Papa Luciani, L’Ipotesi del Complotto

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza

Ma chi, in definitiva, aveva interesse ad eliminare dalla scena un Papa diventato troppo scomodo, e che aveva tutte le intenzioni di effettuare in Vaticano una rigorosa pulizia?

 

Quando, il 26 Agosto del 1978, viene eletto Papa Albino Luciani, Patriarca di Venezia, diverse persone in Vaticano accolsero la notizia con malcelato dispiacere all’inizio, e con viva preoccupazione in seguito.

 

E non si trattava di aspiranti candidati al ruolo di Pontefice che erano stati delusi dalla sceta del Conclave, ma di qualcuno, che nell’ombra, fino all’ultimo istante, aveva caldeggiato caldamente la nomina del Cardinal Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova.

 

Ben presto si delinea, all’interno delle diverse candidature, un preciso progetto per assicurarsi la continuità e la prosecuzione di certi loschi giochi di potere che da sempre avvenivano all’interno del Vaticano tra lo IOR, l’Istituto per le Opere Religios, e alcune potenti istituti bancari, esterni alla Santa Sede, ma pesantemente in grado di influire sul suo ordinamento interno politico ed economico.

 

Quella che avrebbe dovuto essere in definitiva una pia istituzione benefica negli ultimi anni si era andata trasformando in un’organizzazione economica ben definita, dotata dei più ampi poteri, e in grado di controllare flussi di denaro liquido costantemente in aumento.

 

A capo dello IOR, Monsignor Marcinkus, che ben conoscendo di che stoffa era fatto Albino Luciani, preconizzò, fin dal primo momento della sua elezione, che con quel nuovo Papa le cose per loro sarebbe cambiate, e molto pesantemente.

 

Un Papa che predicava la povertà, che inneggiava alla rinuncia di tutte le ricchezze superflue da parte della Chiesa, che voleva improntare il Vaticano agli antichi ideali di carità cristiana ed umiltà terrena, perché riteneva che la Chiesa fosse la Casa di Cristo e dei suoi fedeli e che come tale dovesse essere spoglia e totalmente priva di ricchezze ed orpelli, e credeva, giustamente, che troppo benessere potesse distogliere gli ecclesiastici dalla fedele esecuzione dei loro sacri doveri.

 

Un tipo di cattolicesimo forse primitivo, arcaico, ma decisamente improntato ai parametri della Bibbia e del Vangelo, in perfetta armonia con le sacre scritture e con l’esempio stesso di Gesù e della sua Chiesa.

 

Su due punti in particolare Albino Luciani, anche da Patriarca, era sempre stato fermo e irremovibile, l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria e l’utilizzo del denaro vaticano che lo IOR utilizzava come se fosse, né più né meno, una qualunque Banca Privata.

Proprio nel momento in cui Luciani era prescelto come Papa, venivano dati alle stampe gli elenchi degli ecclesiastici ufficialmente iscritti alla Massoneria, la maggior parte dei quali appartenevano alla Santa Sede,

Tra questi nomi spiccavano quelli di Jean Villot, Segretario di Stato, Agostino Casaroli, Capo del Ministero Affari Esteri del Vaticano, Paul Marcinkus, Presidente dello IOR, Don Virgilio Levi, Vicedirettore de L’Osservatore Romano, e Roberto Tucci, il Direttore della Radio Vaticana.

Presto qualcuno, all’interno della Curia, cominciò insistentemente a far circolare delle voci sull’inadeguatezza di Albino Luciani a ricoprire l’incarico di Pontefice.

Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo  idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.

 

In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.

 

Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo  idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.

 

In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.

 

Ma il complotto, se di complotto si trattò, benchè ottenesse lo scopo primario, cioè l’eliminazione di un Pontefice troppo scomodo per gli occulti giochi di potere all’interno dello Stato Vaticano, fallì miseramente nell’intento secondario, quello di far passare sotto silenzio la sua morte.

 

La tesi infatti dell’inadeguatezza “politica” di un uomo che anche agli occhi della gente appariva sempre tanto semplice, sarebbe anche potuta passare, se non fosse stato per le incredibili titubanze del Vaticano ad offrire spiegazioni convincenti, dichiarazioni ufficiali, dati, orari e particolari sulla morte.

 

Mentre tutto, lentamente, andava avvolgendosi nel mistero, qualcuno cominciò a ricordare che dai discorsi del Papa, tutto sommato, questo nuovo Pontefice era tuttavia apparso come un piccolo uomo combattivo, semplice finchè si vuole, ma certo ben determinato ad andare fino in fondo per proteggere e difendere quello in cui credeva fermamente e che era lo scopo ultimo di tutta la sua vita, la Santità della Chiesa.

 

Emergeva dai ricordi, ancora piuttosto recenti, una figura che mal si conciliava con l’ipotesi di una pietosa inadeguatezza.

 

Le numerose discrepanze delle spiegazioni “ufficialmente” offerte dal Vaticano contribuirono sempre di più a confondere le acque, sollevando dubbi e interrogativi che, ancora oggi, a 27 anni di distanza, non sono stati risolti.

 

All’inizio ad esempio fu detto che Luciani era stato trovato morto nel suo letto, mentre ancora stringeva in mano un libro, il cui titolo era “L’imitazione di Cristo”, successivamente il libro si trasformò in un discorso da tenere al consesso dei Padri Gesuiti, poi in un fascicolo di appunti personali, poi nella lista delle prossime nomine che il Papa intendeva divulgare il giorno successivo.

 

Nei primi comunicati l’ora del decesso era stata fissata alle 23.00, poi era stato detto che il corpo senza vita era stato rinvenuto verso le 4.00 da qualcuno che passando per i corridoi aveva notato la luce ancora accesa nella camera del Pontefice, infine l’ultima versione spostava l’orario ulteriormente alle 5.00 del mattino, con Suor Vincenza che portando il caffè al Papa lo aveva rinvenuto senza vita.

 

Troppe contraddizioni, troppe versioni diverse, troppi comunicati discordanti per non ipotizzare qualcosa di sospetto.

 

La situazione divenne talmente tesa, tra comunicati ufficiali, variazioni e smentite, che presto ci fu anche qualcuno che prospettò la necessità, discretamente, di eseguire almeno un’autopsia, che però, anche se fu effettuata, non fu mai resa pubblica e della quale non vennero mai divulgati i risultati.

 

E a questo punto si apre ancora un doppio interrogativo.

 

Davanti a tanti dubbi, al cospetto dell’opinione pubblica in fermento, con i giornali che titolavano a chiare lettere insinuando il dubbio sulla morte “naturale” del Papa, perché alfine il Vaticano, se davvero non c’era niente di sospetto, non avrebbe dovuto avvallare un’esame autoptico per chiarire definitivamente le cause del decesso?

 

Era chiaro che se non lo faceva è perché per gli “addetti ai lavori”, per coloro che erano ufficialmente incaricati di fare chiarezza, era lampante che un esame autoptico sarebbe stato rovinoso.

 

E se invece, in totale buonafede, qualcuno, in Vaticano, avesse autorizzato l’autopsia, come mai i referti non sarebbero stati resi noti?  Era forse emerso qualche particolare a sostegno della “non naturalità” di quella morte così inaspettata?

 

Al di là dunque della tesi del complotto sostenuta dallo scrittore Yallop, che addirittura giunge a coinvolgere sei persone, secondo lui tutte implicabili nella morte, è chiaro che ancora oggi, come ventisette anni fa, nessuno sa ancora spiegarsi un decesso così improvviso e a tutti gli effetti decisamente innaturale.

Che poi, come sostiene Yallop, vi fossero invischiati addirittura nomi altisonanti, come Jean Villot, il Segretario di Stato, John Cody, il Cardinale di Chicago, Marcinkus, il Presidente dello IOR, Michele Sindona e Roberto Calvi, Banchieri, e perfino Licio Gelli, il Venerabile Maestro della Loggia P2, è ancora, ovviamente tutto da dimostrare.

 

Benchè dunque nella tesi esposta da Yallop si abbia comunque la sensazione di avere a che fare con teorie fanta politiche, e con fatti a volte accuratamente distorti pur di dimostrare una determinata tesi, è chiaro che questo libro ha avuto comunque il merito, indiscusso, di attirare l’attenzione su tutta una serie di particolari, anche di minore importanza, che non furono, di fatto, mai spiegati ufficialmente.

 

Perché furono sottratti dalla camera da letto del Papa alcuni suoi oggetti strettamente personali?

 

Perché non fu mai chiaro quali testi, appunti, o fascicoli stesse sfogliando prima di assopirsi, proprio un attimo prima di scivolare nel sonno e poi nella morte?

 

Perché mancavano le sue pantofole, i suoi occhiali, senza i quali chiaramente non avrebbe potuto leggere, alcuni appunti e il flacone del suo medicinale Efortil?

 

Perché la prima alta autorità ad entrare in quella stanza, il primo che Suor Vincenza andò a chiamare, fu casualmente tra tanti proprio Jean Villot, il nome in cima alla lista degli alti ecclesiastici aderenti alla Massoneria?

 

A tutto questo non c’è mai stata risposta, e probabilmente non ci sarà.

 

Se davvero le menti occulte che hanno progettato questo crimine in seno a una delle organizzazioni più potenti del mondo figurano in quella lista di nomi eclatanti approntata da Yallop, allora possiamo stare sicuri che la verità, alla fine, non sarà mai rivelata.

 

Tutto quello che possiamo fare è ricordare un uomo buono, un grandissimo Papa, che è rimasto tra noi forse per troppo poco tempo, e che ancora vive nel cuore della gente e nella memoria di tutti coloro che l’hanno conosciuto.

 

Lo lasciamo con le parole di quelli che lo ricordano con un misto di devozione e affetto.

"…egli è persona schietta, buona e profonda, una persona umanissima, conquistatrice delle anime, specialmente giovanili."

“Dirò ancora che egli ama ascoltare gli altri con attenzione cordiale e anche sorridendo; non col sorriso dell’ironia che raggela, ma con quello della comprensione di chi sa imparare dall’altro, con l’affetto di chi vuole bene e desidera incoraggiare. Il suo sorriso non nasce mai dai limiti delle persone, ma dai limiti delle cose e dei fatti umani”

“Il nuovo Papa è un uomo colto, assai più di quanto lascia scorgere. Il suo magazzino è incomparabilmente più fornito della sua vetrina.”

“Ma si sa che il card. Luciani, per indole è un uomo retrattile, e a furia di tirarsi da parte è finito sulla cattedra di Pietro. A questo Papa dal breve Conclave, fino a ieri quasi ignoto al mondo, è bastato un soffio per conquistarsi il cuore degli uomini. I sapienti rimangono stupiti. I semplici ne godono.”

“Quando parla non pesca le parole dai molti libri che ha studiato o che ha letto, le prende calde e chiare dal cuore e le lancia ai cuori. Dall’origine quelle parole non sbagliano il bersaglio... Mi sembra che il fascino di questa augusta e mite persona viene dal morso della povertà".

“E' passato come un fanciullo: ilare, scanzonato, un po' sbarazzino...".

 

"Ha portato nella Chiesa il sorriso aperto della bontà, la spontanea cordialità popolare, l'umiltà della saggezza e, oserei dire, il volto indifeso dell'innocenza. Così lo ricorderemo con il rimpianto di qualche cosa: che ci è stato sottratto anzitempo, ancora intatto di promesse e di futuro. Come un fanciullo.”

 

Possiamo solo dire che pochi uomini sono passati nella Storia con una tale velocità riuscendo nel contempo a seminare e a raccogliere tanto nel loro se pur breve cammino, se mai è esistito un raro esempio di spiritualità e di carità cristiana, questo è stato Albino Luciani tanto che ancora oggi, a ventisette anni di distanza, le parole che annunciavano la sua venuta ancora riscaldano i nostri cuori.

 

Il 26 Agosto del 1978, sulla folla festante in Piazza San Pietro, risuonava altisonante il commovente annuncio del cardinale Felici: «Habemus Papam, Albinum Cardinalem Luciani», il Patriarca di Venezia, bellunese.

Il 28 Settembre, nella sua camera al Vaticano, Albino Luciani,  il Papa del Sorriso, “colui che sapeva spezzare in briciole le verità della fede e farle penetrare nel cuore della gente”, lasciava il nostro mondo, per entrare, definitivamente nell’aura della santità e del mito.

Papa Luciani, L’Ipotesi del Complotto di Sabrina Marchesi http://guide.supereva.com/giallo_e_noir/interventi/2006/08/264949.shtml

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Terrore e morte al Circeo

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza

Il vigile notturno di servizio sulla strada avverte distintamente dei gemiti provenire dal bagagliaio di una 127 regolarmente chiusa e parcheggiata.

L'istinto lo porta a pensare immediatamente a qualcosa di grave. Telefona alla polizia,e subito dopo tenta di forzare il bagagliaio. Ne emerge una figura spettrale, una maschera di dolore e orrore, coperta di ferite e ematomi, completamente nuda. E' una ragazza di appena 17 anni, si chiama Donatella Colasanti, e la foto scattata al momento del ritrovamento la ritrae con gli occhi sbarrati, quasi increduli, di chi ha fatto un viaggio di andata e ritorno dall'inferno.
Tutto era iniziato qualche giorno prima di quel terribile 1 ottobre 1975. Due ragazze diciassettenni, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, conoscono un ragazzo, Carlo. Si scambiano i numeri di telefono con la promessa di rivedersi il giorno dopo. E' un venerdi, e all'appuntamento si presentano altri due giovani, che dicono di chiamarsi Angelo e Gianni. Parlano del più e del meno, infine decidono di rivedersi. I due giovani propongono la domenica seguente. Ma a Donatella la cosa non piace,per la domenica ha altri programmi, e convince anche la sua amica Rosaria a rinviare l'appuntamento, che viene fissato, dopo aver parlato e discusso ancora, per il lunedì alle 16,00. Con ritardo, si presentano solo Angelo e Gianni, dicendo che Carlo è impegnato nella preparazione di una festa a Lavinio. I due giovani invitano le ragazze alla festa. Donatella e Rosaria accettano, ma immediatamente si rendono conto che qualcosa non và. La direzione presa dai due porta a San Felice Circeo, non a Lavinio.Gianni, alla richiesta di spiegazioni da parte delle due ragazze risponde che la villa è più su di Lavinio, meta originaria. Quindi si ferma ad un bar per telefonare. Torna in macchina e convince le due ragazze a seguirlo, dicendo loro che Carlo avrebbe raggiunto il gruppo direttamente dal mare dov'era,e che i quattro potevano nel frattempo usare la villa. A Donatella gli inquirenti chiederanno spiegazioni sul perché non abbia chiesto al Guido (Gianni) di fermarsi e di farle scendere. La risposta della ragazza fù che non si erano rese conto di correre dei pericoli, e che fino a quel momento il comportamento dei due era stato irreprensibile.
Arrivano alla villa, si siedono nel salotto. Il tempo passa e le due ragazze iniziano a spaventarsi, chiedono di essere riaccompagnate. Gianni, dapprima con fare gentile, propone alle due ragazze di avere un rapporto sessuale, promettendo loro la somma di un milione di lire. Alla risposta negativa delle due, estrae una pistola, e racconta loro che in effetti ad arrivare non doveva essere Carlo, bensì Jacques Berenger, che, a suo dire, è il capo della banda dei marsigliesi e che è per suo ordine che le ragazze sono state portate nella villa. Sotto la minaccia delle armi,Rosaria e Donatella vengono chiuse in bagno. Il presunto Jacques arriva la notte, ma per le ragazze è una sorpresa. Ha più o meno trent'anni, parla perfettamente l'italiano,senza cadenza francese. Le guarda, ma non dice nulla. Anzi, in compagnia di Angelo se ne và. Secondo Donatella abbandona addirittura la villa.
La quale racconta confusamente lo scenario di violenza bestiale e brutale che si abbatte su di loro l'indomani .Le due ragazze vengono dapprima selvaggiamente picchiate, poi sottoposte a violenze e brutalità inenarrabili. I tre tentano di somministrare del narcotico alle loro vittime. Vengono iniettate loro tre siringhe di sonnifero, che però non sortiscono alcun effetto. A questo punto Rosaria viene separata da Donatella. E quello che le succede può solo essere ipotizzato. Donatella sente la sua amica urlare, poi lamentarsi sempre più lentamente. Infine, il silenzio. I tre tornano da lei e la brutalizzano ancora. La legano, la spogliano nuda e la trasportano tirandola per i polsi per tutta la casa. La ragazza sviene e rinviene varie volte. La colpiscono ancora, violentemente, questa volta con una spranga. Sono pugni,calci, colpi violenti di spranga, colpi inferti anche con il calcio della pistola. Donatella è semiincosciente, ma è viva. Gli uomini hanno perso il controllo, e probabilmente, in preda ad una furia cieca e incontrollata, bestiale, vogliono ucciderla. In un ultimo barlume di coscienza, Donatella capisce che se vuole salvarsi deve fingersi morta. I tre ci cascano, e decidono di sbarazzarsi del cadavere. Viene gettata letteralmente nel portabagagli, nel quale poco dopo viene aggiunto il corpo esanime della sventurata Rosaria. Quando Donatella, dopo il ricovero in ospedale, verrà interrogata, dirà più volte che nonostante le violenze subite è riuscita ad evitare quella più umiliante, la violenza carnale. Cosa che sarà confermata dall'esame ginecologico a cui viene sottoposta. Per Rosaria non è così: l'autopsia conferma la violenza carnale, avvenuta probabilmente nel momento della separazione delle due amiche. E' probabile che nel tentativo di salvarsi, Rosaria abbia accondisceso alle turpi richieste dei suoi sequestratori. Donatella racconta anche particolari scabrosi della vicenda. Angelo viene descritto come un semi-impotente, incapace di eccitarsi sessualmente; Gianni invece ne è capace, ma non vuole metter in imbarazzo l'amico, per cui non và oltre blandi tentativi. Infine Donatella racconta come sia riuscita a raggiungere un telefono, in un stremo tentativo di salvezza, e di come sia riuscita a comporre il 113;ma le sue indicazioni sono lacunose. Non dimentichiamo che è convinta di essere a Lavinio. Fatto stà che la cosa cade drammaticamente nel vuoto. Di Rosaria Lopez si scopre che non è morta in seguito alle percosse, ma che è stata soffocata nell'acqua.Colpita più volte mentre veniva immersa, ha subito l'estrema umiliazione di essere violentata anche mentre moriva. Visto che le lesioni agli organi sessuali sono ovunque. Le indagini scattano immediatamente, e portano all'arresto del proprietario della 127, Gianni Guido. Subito dopo viene arrestato Angelo Izzo. Il terzo componente della banda, Andrea Ghira, non verrà mai più catturato.Gianni Guido viene arrestato mentre si aggira attorno alla sua auto. E' probabile che avesse ascoltato le urla che provenivano dal bagagliaio della sua auto e volesse dare alla Colasanti il colpo di grazia. Chi è Gianni Guido? Un esaltato, gravitante nell'orbita degli ambienti neofascisti della capitale. Angelo Izzo è in libertà provvisoria, è stato da poco condannato per violenza carnale. Forse è per questo motivo che hanno ammazzato Rosaria e tentato di fare lo stesso con Donatella. Cos'ì com'è possibile che la situazione sia loro sfuggita di mano: hanno tentato infatti, prima di usare la violenza, di comprare la "compiacenza" delle sventurate.

Dopo un processo velocissimo, Guido e Izzo vengono condannati all'ergastolo nel 1976. tentano di fuggire nel 1977, prendendo in ostaggio un agente di custodia, ma vengono fermati. Nel 1980 Guido si vede ridotta la pena a trent'anni,in virtù dell'accordo di risarcimento della famiglia Guido con quella delle vittime.Trasferito in un altro carcere, a San Gimignano, diventa un detenuto modello. A tal punto di godere di ampia libertà. Infatti a gennaio 1981 Guido evade e ripara a Buenos Aires, dove viene successivamente arrestato:faceva il venditore di automobili.

Siamo nel 1985 e Guido, ricoverato in ospedale perché si è ferito nel tentativo di sfuggire alla cattura, mentre è in attesa di estradizione fugge nuovamente. Verrà definitivamente arrestato nove anni dopo a Panama. Izzo diviene un vero e proprio pentito di mafia,politico e quant'altro.Evade dal carcere di Alessandria il 25 agosto del 1994, ma viene arrestato venti giorni dopo in Francia.

Entrerà, con le sue farneticanti accuse a tutti e a tutto in diverse inchieste a fine anni 90.
Ghira non è mai stato nemmeno localizzato, e tutto purtroppo lascia prevedere che finirà i suoi giorni nell' oscurità, braccato come una belva dalla giustizia,che non ha mai smesso di cercarlo.

Terrore e morte al Circeo di Paolo Benetollo www.pagine70.com

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I coniugi Medici furono avvelenati

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

I coniugi Medici furono avvelenati

Cinque secoli per svelare uno dei più grandi misteri della storia fiorentina: Francesco I e Bianca Cappello furono uccisi con l'arsenico: è l'eccezionale scoperta della più ambiziosa indagine paleopatologica mai effettuata

 

Firenze, 28 dicembre 2006. - La storia della famiglia Medici dovrà essere riscritta. In particolare per quanto riguarda la morte di Francesco I, succeduto a Cosimo I nel 1564, e la moglie Bianca Cappello.

La versione ufficiale, e fino ad ora letta sui libri di storia, diceva che i due fossero morti a causa della malaria il 19 ottobre 1587. Ebbene da oggi si dovrà parlare della morte dei due coniugi per assassinio. Morte violenta causata da dosi di arsenico.

L'esame sui resti ha infatti smentito la morte per malaria ed ha invece confermato la presenza di tracce di arsenico. Grazie ad alcuni campioni di Dna prelevati dai resti di Francesco I - nel novembre 2004 - e grazie, soprattutto, ai reperti recuperati in una chiesa di Bonistallo, piccola frazione in provincia di Prato, dove furono sepolti i visceri della coppia prima dell'imbalsamazione, sono state effettuate delicatissime analisi tossicologiche, che hanno rivelato, dopo oltre quattro secoli, la presenza di dosi massicce del veleno.

Le indagini sono state effettuate grazie al grandioso 'Progetto Medici ' la più ambiziosa operazione di indagine paleopatologica mai intrapresa fino ad oggi su una dinastia regale, i cui risultati sono stati ora pubblicati dal 'British Medical Journal'.

Un delitto perfetto irrisolto per oltre 420 anni e che oggi trova soluzione. Il movente dell'omicidio dei due coniugi è da ricercarsi nelle lotte politiche frattricide. Il cardinale Ferdinando fece uccidere il fratello Francesco I perchè lo riteneva poco adatto a guidare un piccolo Stato ma potente come la Toscana del XVI secolo. E si liberò anche della moglie Bianca Cappello, una nobildonna veneziana, perchè avrebbe potuto accampare pretese dinastiche sul trono toscano.

La sera dell'8 ottobre 1587 Francesco I si sentì male, accusando forti dolori all'addome. Poco dopo anche la moglie Bianca fu allettata con dolori, febbre e vomito. Per la coppia cominciò un'agonia durata undici giorni tra dolori lancinanti. A Firenze si sospettò subito di Ferdinando, ma il cardinale per fugare ogni dubbio ordinò un'autopsia.

I medici compiacenti dichiararono che la morte era stata provocata da una 'malaria perniciosa'. Ferdinando ottenne la dispensa papale per lasciare il sacerdozio e succedere così a Francesco I, facendo della dinastia dei Medici una famiglia ancora più grande e potente.

Risolto il delitto perfetto da http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net dal 28 dicembre 2006

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OMICIDIO DELL'OLGIATA

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza

OMICIDIO DELL'OLGIATA

Contessa uccisa: 'Il dna dirà chi è il killer'

 

Roma, 5 gennaio 2007 - OLTRE QUINDICI anni di distanza dal fattaccio, la procura di Roma ha deciso di riaprire le indagini su uno dei più clamorosi delitti rimasti insoluti nella capitale: quello che ha avuto come vittima l’affascinante contessa Alberica Filo della Torre, 42 anni, tramortita con numerosi colpi di zoccolo alla testa e infine strangolata nella camera da letto della sua lussuosa villa all’Olgiata la mattina del 10 luglio 1991.
Proprio quel giorno la nobildonna e suo marito, il costruttore Pietro Mattei, avrebbero festeggiato, con un affollato party serale, il decimo anniverario di matrimonio.

A SOLLECITARE la riapertura dell’inchiesta, al momento contro ignoti, è stato Pietro Mattei con una istanza firmata dall’avvocato Giuseppe Marazzita e indirizzata al procuratore aggiunto Italo Ormanni, ora titolare del fascicolo insieme con il sostituto procuratore Nicola Maiorano. Il costruttore ha chiesto la riapertura del caso (archiviato nel 2005) facendo leva sulle nuove e più sofisticate tecnologie di indagine in materia di analisi dei reperti ematici.

COMPIACIUTO per la decisione della procura l’avvocato Marazzita «perché la nostra iniziativa è diretta ad accertare finalmente la verità con l’unico strumento possibile: la prova scientifica». Il penalista ha aggiunto: «Dopo questo accertamento o conosceremo il nome del colpevole, oppure il caso sarà definitivamente chiuso. La famiglia Mattei attende con serenità gli sviluppi investigativi».

ERA UNA TORRIDA mattina di luglio quando l’assassino entrò nella camera da letto dove si trovava la contessa, madre di due bimbi, l’aggredì e la uccise con ferocia. Poi, così come era entrato, il killer si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Il delitto fu scoperto da una domestica filippina mentre in casa si trovavano i due figlioletti della coppia e quattro operai intenti a preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata. Pietro Mattei, invece, era al lavoro.Tra i primi ad accorrere nella villa fu uno dei funzionari del Sisde coinvolti nel processo per la gestione dei fondi neri del servizio segreto civile: furono avanzate diverse ipotesi circa la sua presenza sul luogo del delitto, ma in seguito si accertò che lo 007 era un amico di famiglia.

PER MESI un groviglio di piste convolse il domestico filippino Manuel Winston e Roberto Jacono, figlio dell’ex governante dei Mattei. Lo stesso marito della vittima fu sfiorato dai sospetti. Gli accertamenti vennero incentrati soprattutto su alcune tracce ematiche trovate nella villa e sui pantaloni di Winston e di Iacono al fine di stabilire se appartenessero alla vittima, ma per entrambi gli indagati l’esito dell’esame del Dna fu negativo e, di conseguenza, essi vennero scagionati.

ORA PIETRO MATTEI ha chiesto alla procura romana che i reperti — cioè i pantaloni di Winston e di Jacono, ma anche il lenzuolo del letto della contessa, la canottiera e il completo intimo che la donna indossava quando fu uccisa, e lo zoccolo usato dall’assassino come arma — siano riesaminati con gli attuali sistemi di indagine.

Sistemi che, secondo Mattei, possono fornire elementi per l’identificazione dell’omicida sicuramente più efficaci di quelli utilizzati 15 anni fa.

ALL’ISTANZA presentata dal costruttore, infatti, è allegata una consulenza di due biologi da cui emerge che le tecniche utilizzate all’epoca dei fatti «presentavano una serie di inconvenienti, quali la notevole quantità di Dna necessaria per ottenere significativi risultati e la facile degradabilità e contraffazione dei campioni di Dna». Attualmente, invece, le nuove tecnologie «consentono una facilità analitica dei reperti biologici che conduce alla determinazione di un profilo genetico oggettivo, poiché raggiunto mediante sistemi computerizzati».

Da http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net  di GAETANO BASILICI

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Olgiata, chiesta la riapertura dell'indagine

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza


La Repubblica del 29 dicembre 2006, Delitto dell'Olgiata

 

Il marito della contessa Filo Della Torre presenta istanza alla Procura
Ancora insoluto il delitto dopo quindici anni e due archiviazioni

Olgiata, chiesta la riapertura dell'indagine
"Le nuove tecniche sveleranno l'assassino"

 

Albertica Filo Della Torre fu uccisa il 10 luglio 1991

ROMA - Dopo quindici anni di indagini e due procedimenti di archiviazione, il marito di Alberica Filo Della Torre chiede che si riapra il fasciolo del delitto dell'Olgiata. Le nuove tecniche scientifiche, più sofisticate e attendibili di un tempo, potrebbero consentire di compiere accertamenti sconosciuti all'epoca dalla polizia scientifica. La riapertura delle indagini è stata sollecitata dal costruttore romano Pietro Mattei, marito della nobildonna, con un'istanza di venti pagine recapitata al procuratore aggiunto Italo Ormanni.


"Le nuove tecnologie più sensibili". Secondo i consulenti interrogati dal consorte della vittima, "le tecniche allora conosciute presentavano una serie di inconvenienti quali la notevole quantità di Dna necessaria per ottenere significativi risultati e la facile degradabilità e contraffazione dei campioni". Per i due esperti, infatti, "le nuove metodologie di laboratorio hanno una sensibilità di circa 1.000 volte superiore a quelle metodologie utilizzate quindici anni fa". Sulla base del parere espresso dai consulenti, il marito della contessa ritiene che "queste nuove indagini emato-chimiche e genetiche si possano fare anche su reperti molto vecchi o degradati" come quelli conservati dal '91 negli archivi della Procura.


Chiesta la riapertura dell'inchiesta di Via Poma. Sulla base dell'evoluzione delle tecniche investigative, soprattutto a livello di identificazione di tracce ematiche, è stata riaperta da qualche tempo anche l'inchiesta sull'omicidio di Via Poma in cui perse la vita
Simonetta Cesaroni, l'impiegata dell'Associazione degli ostelli della Gioventù uccisa con 30 coltellate il 7 agosto 1990.

 

I cinque reperti. L'attenzione si concentra una volta ancora sulle tracce raccolte nella stanza della vittima (un lenzuolo, una canottiera, un completo intimo, oltre ad uno zoccolo) e sui jeans sequestrati a Roberto Jacono, figlio della governante dei due figli della vittima, e Manuel Winston, domestico filippino di casa Mattei, indagati a piede libero per omicidio volontario e poi scagionati proprio da quell'esame del Dna di cui oggi, il consorte della contessa uccisa, contesta la veridicità.


La contessa fu strangolata. Era il 10 luglio del '91 quando un misterioso killer entrò nella stanza da letto della contessa, 42 anni, la strangolò e la colpì con uno zoccolo alla testa. Proprio quel giorno, nella villa avvolta nel verde dell'Olgiata, la donna, molto bella, avrebbe dovuto festeggiare i dieci anni di matrimonio. Il delitto fu scoperto da una domestica, mentre in casa si trovavano i due piccoli figli che avevano da poco fatto colazione e nella villa erano al lavoro alcuni operai per preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata. Il marito, invece, era al lavoro.


Scagionati i due sospetti. Secondo l'accusa, i due sospetti avevano motivi per nutrire rancore nei confronti della vittima. Roberto Jacono non aveva gradito il licenziamento della madre; il domestico filippino doveva restituire alla padrona di casa un milione di lire ed era stato più volte sorpreso a discutere animatamente con la contessa. Ma l'esame del Dna li scagionò entrambi e per ben due volte, la Procura ha chiesto e ottenuto l'archiviazione dell'indagine per "mancata indentificazione dell'omicida".


La testimonianza della figlia di Ornella Muti. L'ultima volta, lo scorso anno quando, ancora su richiesta del marito della vittima, furono svolti nuovi accertamenti dopo che Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti, disse in un'intervista: "Lo sanno tutti chi è stato" ad uccidere Alberica. Quando però fu sentita come testimone dai carabinieri, Naike Rivelli ritrattò e ammise che le sue dichiarazioni erano del tutto infondate.

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Strage di Erba

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

Strage di Erba. La confessione choc dei coniugi Olindo: ci stavamo pensando da tempo

 "È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...". Da quel momento, Rosi Bazzi non si è più fermata. Le mosse studiate e ristudiate insieme al marito quando lui tornava dal lavoro, dopo mezzogiorno, l'orrore di quei colpi alla testa col martelletto, il bambino che piangeva e viene straziato. E poi il fuoco appiccato per distruggere le prove, con la precauzione di staccare l'interruttore della corrente perché non ne uscisse un corto circuito che avrebbe potuto distruggere anche la loro casa, lì sotto, al pianterreno.  Un'ossessione diventata strage premeditata.

La confessione

E' andata così,  Rosa Bazzi ha ricostruito per i pubblici ministeri gli ultimi mesi  di litigi con i vicini . Non più un'indicazione generica per "fargliela pagare" ma un progetto vero e proprio: uccidere Raffaella Castagna, il suo bambino "che piangeva sempre", Youssef, e la sua mamma, Paola Galli, "impicciona ", come la definisce Rosa, che difendeva sempre la figlia e che  anche questa volta si era intromessa nel litigio più grave fra i coniugi Romano e la famiglia Castagna-Azouz.

Gli aspiranti assassini Olindo e Rosa hanno studiato i dettagli, hanno seguito Raffaella per un paio di giorni, sono stati attenti ai suoi orari, hanno aspettato che il marito,  Azouz,  fosse lontano, in Tunisia, e hanno preparato il piano. Lunedì 11, è scattata la vendetta prima di essere trascinati in tribunale due giorni dopo  per rispondere delle accuse di aggressione denunciate da Raffaella Castagna.  Per i due l'ultimo affronto. Le due donne e il bambino sono arrivati a casa una decina di minuti prima delle 20, proprio mentre al piano di sopra Mario Frigerio e sua moglie, Valeria Cherubini, l'altra vittima,  stavano per cenare. Olindo il netturbino e Rosa la domestica quel pomeriggio avevano parcheggiato la macchina fuori dal cortile.  "Siamo andati su e abbiamo bussato alla porta" -  ha raccontato Rosa ai magistrati- . Abbiamo indossato un doppio paio di guanti, per scongiurare il rischio di lasciare impronte digitali. Olindo Romano ha ammesso il primo passo: "Appena Raffaella ha aperto l'ho colpita alla testa col martinetto " una specie di cric per roulotte.

"Quando Raffaella è caduta ho colpito sua madre",  ha ammesso ancora Olindo. I suoi colpi sono decisi, fortissimi, le due donne sono cadute esanimi e tutti e due, a quel punto, hanno infierito su di loro con i coltelli. Raffaella ha ricevuto  dodici coltellate anche se il colpo mortale, dirà poi l'autopsia, è il primo, alla testa. "Mentre mio marito era di là con loro due io ho ammazzato il bambino. L'ho ucciso con una coltellata, alla gola"  ha confessato  Rosa nella sua deposizione fiume. Youssef era così piccolo che sopraffarlo è stato un attimo. Forse lui ha per istinto alzato il braccio per difendersi, forse è per questo che ha piccole ferite da taglio anche sull'avambraccio e sulla mano destra. Madre e figlia, invece, sono state massacrate da tutti e due, con il cric prima e a coltellate poi.

La fase 2 del piano

Sono le otto. La strage in casa a questo punto è finita. "Ci siamo dati da fare per appiccare il fuoco" hanno raccontato i due. Hanno raccattato libri, carta, e quanto di più incendiabile hanno trovato. Hanno usato un accendino e hanno dato fuoco, a cominciare dai vestiti che Raffaella aveva addosso.

Uccisi tutti e tre, i rumori erano cessati, loro hanno fatto il possibile per non farsi sentire. E infatti Valeria Cherubini non sentendo più nulla è  scesa a portar fuori il cane. Giusto qualche minuto per una breve passeggiata nei dintorni. "Mentre stavamo uscendo si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale" ha ricostruito Olindo Romano. Era lei, Valeria, con il suo cagnolino. La signora sale, vede il fumo e corre a chiamare il marito, Mario Frigerio. "L'ho sentito che si avvicinava alla porta, l'ho aperta di scatto e l'ho colpito - ha accontato Olindo -  quand'era a terra gli ho tagliato la gola finché non l'ho creduto morto". Ma c'era Valeria che urlava. E i coniugi Romano l'hanno inseguita fino a casa, hanno ammazzato a coltellate anche lei.

Il fuoco avanzava. Prima o poi qualche vicino avrebbe dato l'allarme. Bisognava scappare. "Ci siamo tolti i vestiti nel nostro garage- lavanderia e ci siamo lavati perbene"  hanno proseguito nel racconto i due. "Abbiamo messo tutto ciò che era sporco di sangue in un sacco della spazzatura, anche le armi, ci siamo cambiati e siamo andati a Como". C'era da buttar via tutto e da correre in un luogo lontano per crearsi un alibi credibile. 2Sono passato davanti a un cassonetto che sapevo sarebbe stato svuotato all'indomani alle otto del mattino dal mezzo compattatore e ho buttato via tutto" ha detto il netturbino che proprio dato il suo lavoro sapeva che la spazzatura prelevata da quel cassonetto sarebbe stata portata al forno inceneritore a mezzogiorno del giorno dopo. Le tracce sarebbero state distrutte per sempre. Salvo quelle, piccolissime, trovate poi dal luminol dei Ris sulla Seat dei Romano.

L'alibi
L'alibi, l'ultimo tassello di un puzzle che Olindo e Rosa credevano perfetto. "Siamo andati al McDonald's di Como e abbiamo ordinato da mangiare. Ci siamo messi lo scontrino in tasca e, dopo un po', siamo rientrati a casa". Erano più o meno le 11. Vigili del fuoco, carabinieri, magistrati, personale del 118: erano tutti bianchi come cenci, sconvolti da quello che avevano visto al primo piano della palazzina. Sangue sui muri fino a un metro e mezzo da terra, corpi massacrati e anneriti dal fuoco, quel bambino a faccia in su, sul divano, con la gola tagliata. E Frigerio in fin di vita, sul pianerottolo.  I carabinieri sapevano bene, per essere intervenuti più di una volta, che proprio lui e sua moglie litigavano spesso con Raffaella. E quella stessa notte a casa Romano è stata eseguita una perquisizione. Lui e signora sono rimasti in caserma da notte fonda alle due del pomeriggio del giorno successivo. Nessun passo falso. Non una parola che potesse sembrare sospetta. Erano convinti, i coniugi Romano, che avrebbero resistito a ogni pressione. Si sentivano finalmente liberati dall'insopportabile peso della convivenza con "quelli del piano di sopra". 

 Funerali blindati

Saranno funerali blindati quelli che si svolgeranno sabato alle 14.30 nella parrocchiale di Montorfano per l'ultimo saluto di Valeria Cherubini. Sarà  vietato l'ingresso in chiesa di telecamere e macchine fotografiche. Inoltre sarà  predisposto un cordone 'sanitario' tutt'attorno alla struttura religiosa e lungo circa 300 metri che la separano dal cimitero. In mattinata, alle 10, a Erba si terranno, invece, i funerali di Paola Frigerio, altra vittima del massacro di via Diaz. Per quel giorno è stato decretato il  lutto cittadino, così come deciso all'indomani dell'eccidio al termine di una Giunta straordinaria convocata dal Sindaco Enrico Ghioni.

Verosimilmente anche a Erba saranno adottati gli stessi provvedimenti di ordine pubblico. Ieri pomeriggio  l'avvocato Manuel Gabrielli  è andato all'ospedale Sant'Anna, come tutti i giorni da un mese a questa parte, per parlare con l'unico scampato al massacro. "Gli ho spiegato come sono andate le cose", ha detto il legale. E' rimasto sconvolto non tanto per la dinamica dei fatti che, ormai, aveva capito da qualche giorno, ma per la premeditazione. Fisicamente sta migliorando, ma da un punto di vista psicologico ci vorrà molto tempo". Intanto i due figli di Frigerio hanno già ribadito di non aver alcuna intenzione di perdonare "gli autori materiali e morali" di questa strage.


da www.lastampa.it  del 14 gennaio 2007 di Paolo Colonnello

 I VERBALI-CHOC

"Volevo essere sicura che morissero tutti"

Il film della mattanza nel racconto allucinato di Rosa

 

 

«...E poi ho iniziato a colpirli: così, così e così...». Ha alzato il braccio, la mano chiusa a pugno, e ha cominciato a fendere l’aria: una, due, tre volte, all’infinito. Rosa Bazzi, l'altra mattina davanti al giudice che ascoltava il suo racconto, sembrava non volersi fermare più. Mimava la mattanza, digrignava i denti, spiegava come aveva rigirato i corpi ormai inermi sotto le sue mani, come aveva tagliato la gola a Youssef, per far capire bene con quale furia cieca, con quanta cura. Precisa, come al solito. «Sempre più forte, signor giudice, sempre di più. Volevo essere sicura che morissero...». Era come se rivivesse istante per istante la sera del massacro in casa di Raffaella Castagna. Era come se uccidesse di nuovo i mostri che agitavano la sua mente, il suo demone. Se stessa. E quando finalmente ha smesso di parlare, di sprangare e accoltellare l’aria, nell’umida saletta interrogatori del carcere di Como, è sceso il gelo. «Si sieda, per favore», ha sussurrato il gip Nicoletta Crema, sconvolta.


Lo stesso odio

Sono verbali per stomaci forti quelli raccolti negli interrogatori di questi giorni prima dai pm della Procura e poi dal gip. Ma mentre Olindo Romano è sembrato ormai più distante, quasi catatonico nella sua ricostruzione dei fatti, la moglie Rosa Bazzi parlando degli omicidi di Raffaella Castagna, della madre Paola, del piccolo Youssef, ha mostrato di essere ancora animata dalla stessa furia assassina, dall’identico odio che la sera dell’11 dicembre l’aveva spinta a salire con il marito Olindo, armati di spranga e coltelli, le scale dell’appartamento di via Diaz a Erba. Dopo aver raccolto la spranga caduta di mano ad Olindo, lei colpì con una tale violenza le teste delle due donne «che mi si ruppero i guanti che indossavo». Due paia per ciascuno: uno di lattice e, sopra, uno da muratore. Ma una lacrima, un pentimento, un rimorso, almeno per il bambino ucciso? «Niente, hanno raccontato tutto con freddezza, quasi come se non si trattasse di loro», risponde l’avvocato Pietro Troiano, diviso tra il dovere professionale di difendere due assassini e l’istinto di disgusto per ciò che hanno fatto. Il legale rivela anche un particolare che agli atti non c’è, perché Rosa gliel’ha raccontato nei pochi minuti in cui sono rimasti soli a parlare: «Quella sera, mentre io colpivo con la spranga e il coltello la testa di Raffa e di Paola, mentre tagliavo la gola a Youssef, Olindo mi diceva: “Ma cosa stai facendo? basta, smettila, fermiamoci...”».


In 35 pagine

Una strategia forse, decisa per addossarsi le maggiori responsabilità, nella vana speranza di salvare dall’ergastolo il coniuge. Eppure, si è saputo ieri, è solo lui in realtà che vorrebbe rivedere la sua Rosi. Lei sembra presa invece solo dal suo odio e di Romano non avrebbe mai chiesto. Non solo. Sia davanti ai pm che al gip, Rosa avrebbe comunque confermato che quella sera anche Olindo colpì con furia le sue vittime. Un concorso pieno e totale di entrambi dunque nel massacro che ha tolto il sonno a un intero paese. Così come si legge nel provvedimento di arresto di 35 pagine con il quale ieri il gip ha confermato la custodia cautelare dei coniugi Romano. Tra i presupposti su cui si basa il provvedimento, tre le prove fondamentali: 1) la testimonianza di Mario Frigerio, il sopravvissuto accoltellato alla gola da Olindo Romano. Frigerio, quando ha recuperato la voce, subito dopo Natale ha indicato con sufficiente chiarezza che il suo aggressore era proprio il corpulento vicino di casa. 2) La microscopica macchia di sangue ritrovata dai Ris di Parma e analizzata all’Università di Pavia, ritrovata sul battente della portiera sinistra dell’utilitaria dei coniugi. Le analisi hanno confermato che quel sangue apparteneva a Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio, raggiunta nella sua mansarda e assassinata a colpi di coltello da Rosa Bazzi, mentre stava tentando di aprire una finestra per chiamare aiuto. 3) Le agghiaccianti dichiarazioni rese davanti ai pm la sera del 10 gennaio e confermate, nei particolari più importanti, anche l’altra mattina davanti al gip.

L’aggravante
Ma c’è di più. Perché nel provvedimento, oltre a ribadire l’aggravante della premeditazione (l’uso dei guanti, i tentativi andati a vuoto nei giorni precedenti) e la particolare efferatezza del crimine per l’omicidio del piccolo Youssef, quando il giudice fa riferimento alle condizioni necessarie per la detenzione in carcere degli indagati, oltre al pericolo di fuga e all’inquinamento probatorio (dovuto alla distruzione nell’inceneritore di armi e vestiti) parla anche di possibilità di reiterazione del reato. Indicando chiaramente il sopravvissuto Mario Frigerio e il marito di Raffaella Castagna, Azouz Marzouk, come possibili obiettivi della coppia assassina, come si evincerebbe da frammenti di frasi intercettati durante il lungo mese d’indagini. Olindo e Rosi insomma temevano concretamente di essere riconosciuti da Frigerio e il fatto che il netturbino avesse raccontato a una vicina della sua intenzione di volerlo andare a trovare in ospedale, ha reso ancor più concreta la possibilità che nella mente diabolica dei coniugi si fosse affacciata l’ipotesi di compiere l’ennesimo omicidio. Per Marzouk invece, l’ipotesi di essere assassinato era più remota, anche se il timore di essere affrontati dal tunisino, avrebbe potuto indurre Rosi e Olindo ad agire preventivamente.

http://www.rai.it del 13 gennaio 2007 e www.lastampa.it  del 14 gennaio 2007 di Paolo Colonnello

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Giappone: cena con mamma (alla griglia)

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


La mamma è buona, specialmente con le spezie. Non è humour nero. E' la macabra trovata di Yaoki Osawa, trentasettenne di Osaka che la mamma se l'he fatta davvero sulla piastra con le erbette. Non per mangiarsela, no. Solo per mettere fine alle sue fastidiose scenate quotidiane.

Yaoki Osawa è uno di quegli eterni ragazzoni che non sanno decidersi a diventare adulti. In compenso sanno trasformarsi in micidiali bulldozer appena qualcuno cerca di opporsi al loro tran tran da parassiti. Stanco di essere continuamente rimproverato per la sua incapacità di fare alcunchè di utile, Yaoki Osawa un giorno ha detto basta. Non alla propria ignavia, basta alla mamma che lo tormentava perché si cercasse un lavoro, mettesse la testa a posto, si trovasse una brava ragazza e se ne andasse finalmente di casa.

Andarsene di casa? Lui? A soli 37 anni? Mai! Yaoki Osawa ha pensato che il modo più spiccio di liberarsi della opprimente genitrice fosse e cucinarla arrosto su di una piastra elettrica. Bisognava solo che si presentasse l'occasione giusta.

C'è voluto un anno prima che la polizia di Osaka, avvertita, dai vicini della scomparsa della cinquantasettenne Iroki, venisse a capo della sparizione. Alla fine però, stretto fra le maglie di una rete investigativa sempre più opprimente, il giovane, già da tempo in stato di fermo, ha confessato.

"Non sopportavo più i suoi continui rimproveri. Negli ultimi tempi era diventata asfissiante",  ha confessato ieri Yaoki Osawa messo alle strette dagli investigatori. Secondo l'agenzia di stampa giapponese Kyodo, la donna sarebbe stata assassinata nel corso di una delle tante liti quasi quotidiane. Uscita di casa come una furia, Iroki sarebbe inciampata e caduta dalle scale restando stordita. Vedendola a terra priva di sensi, il figlio ne avrebbe approfittato per liberarsi una volta per tutte dal giogo. Afferrata una pietra, le si sarebbe scagliato contro colpendola ripetutamente al capo fino a ridurglielo in poltiglia.

Osawa, riferiscono i media locali, ha confessato di aver commesso il delitto seguendo l'impulso del momento, perché non tollerava più di venire continuamente accusato diessere un fannullone. La sua idea originaria era di far sparire il cadavere un pezzo alla volta dentro blocchi di cemento poi però, temendo le esalazioni della decomposizione che avrebbe messo in allarme i vicini, non avrebbe trovato di meglio che farlo a pezzi con un coltello da cucina e un'accetta, eviscerarlo e rosolarne le carni un po' per sera sulla griglia con erbe aromatiche e spezie, gettando ogni volta tutto quanto nella spazzatura. Proprio come la gente fa di solito col cibo avanzato nei piatti.

Agli inquirenti Yaoki Osawa avrebbe spiegato di averci messo una settimana a smembrare il cadavere, ma di non aver mai pensato di abbandonarsi ad atti di cannibalismo. Cucinare la mamma un po' per sera sarebbe stato solo un espediente per disfarsene senza destare sospetti. E l'avrebbe passata liscia se i rapporti fra madre e figlio fossero stati solo un filo meno turbolenti e se la signora non avesse più volte confidato ai vicini di temere per la propria vita.

http://notitiacriminis.blogosfere.it

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Unabomber, giallo sul consulente dell'accusa

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

Il tecnico era stato il primo a esaminare le forbici trovate in casa di Zornitta
La perizia della difesa avrebbe evidenziato una manipolazione

L'ingegner Elvo Zornitta

TRIESTE - "E' una sciocchezza. Sono sconcertato": lo ha detto il Procuratore Generale della Repubblica di Trieste, Beniamino Deidda, interpellato dall'Ansa sulla notizia pubblicata sul sito Internet di Panorama (www.panorama.it) secondo la quale l'ispettore di Polizia Ezio Zernar è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura del capoluogo giuliano nel corso delle indagini su Unabomber. Secondo le notizie in possesso di "Panorama" il tecnico, consulente della Procura, sarebbe sospettato di aver in qualche modo manipolato o contribuito a manipolare le forbici trovate in casa dell'ingegner Zornitta in modo da renderle compatibili con le tesi accusatorie.


"Per quanto riguarda le mie conoscenze, che sono naturalmente triestine, questa è veramente una sciocchezza", ha ribadito con fermezza Deidda che ha detto di "voler mantenere il massimo riserbo" sull'eventuale interrogatorio al quale Zernar sarebbe stato sottoposto nel corso della scorsa notte.


Risposta di "massimo riserbo" da parte di Deidda anche alla domanda relativa alla circostanza secondo la quale all'eventuale verbale d'interrogatorio di Zernar possa essere stato attribuito anche il valore di informazione di garanzia. "Noi, di fronte a una serie di questioni poste dalla difesa che riteniamo serie - ha affermato con Deidda - siamo impegnati a chiarire fino in fondo le questioni che vengono sollevate. E' palese - ha aggiunto - che per chiarire queste questioni sono in corso indagini. Resto sconcertato dal fatto che qualcuno non soltanto anticipi o dica delle cose prive di senso, ma si cerchi di rompere il tipico riserbo istruttorio di momenti come questi".


"Noi - ha concluso Deidda - siamo assolutamente interessati, davvero tutti, ad appurare tutte le eccezioni contenute nello scritto difensivo. Sono eccezioni serie e noi vogliamo appurare cosa ci sia di vero e di fondato, perchè questo è interesse di tutti".

Sempre secondo 'Panorama', Ezio Zernar, direttore del Lic (Laboratorio indagini criminalistiche) della procura di Venzia specializzato in analisi balistiche, sarebbe già stato interrogato a lungo la scorsa notte. Le ragioni andrebbero ricercate nella controperizia della difesa di Zornitta, depositata dagli avvocati Maurizio Paniz e Paolo Dell'Agnolo. Un documento che, anche secondo la procura contiene elementi seri a favore di Zornitta.


Nella controperizia si ipotizzerebbe che le forbici sequestrate a casa di Zornitta siano state modificate per renderle compatibili con un lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva trovata inesplosa il 2 aprile 2004 nella chiesa di Sant'Agnese di Portogruaro (Venezia) e attribuita a Unabomber.


"Sui contenuti della perizia io non dico assolutamente nulla fino a lunedì", ha detto l'avvocato Maurizio Paniz, rinviando ogni considerazione al 22 gennaio, quando i risultati delle perizie, saranno esaminati, in contraddittorio fra accusa e difesa a Trieste, nella camera di consiglio dell'incidente probatorio disposto dal gip Truncellito. "Non abbiamo mai fatto, assolutamente, il nome di Zernar - aggiunge l'altro difensore di Zornitta, Paolo Dell'Agnolo. Noi - dice il legale - ci siamo limitati a depositare le nostre deduzioni e di questi sviluppi dell' inchiesta non so assolutamente nulla".


Sono stati proprio Ezio Zernar e il Lic a fare, nei mesi scorsi, la prima perizia sulle forbici sequestrate a Zornitta e sul lamierino di ottone recuperato nella chiesa di Portogruaro. Inoltre, è stato lui per primo a utilizzare, nell'inchiesta su Unabomber, la tecnica del "toolmark", basata sul confronto fra le microstrie lasciate da un utensile (per sempio, un coltello o un paio di forbici) su un oggetto lavorato con lo stesso arnese, nel presupposto che ogni utensile lascia tracce assolutamente uniche e inconfondibili, alla stregua dei codici a barre dei prodotti commerciali.


Dopo quattro perizie, la difesa di Zornitta ha contrapposto ieri le conclusioni di una quinta perizia, eseguita dai consulenti di parte Alberto Riccadonna e Paolo Battain, che contesta la validità della tecnica del "toolmark" e presenta un "evento straordinario" e "fatti abnormi" avvenuti nel corso degli accertamenti tecnici precedenti - come ha detto l' avvocato Paniz ai giornalisti - con "la prova che scagiona completamente Zornitta".


"Non posso e non voglio fare commenti: so cosa significa essere indagati. Certo provo stupore, ma anche, improvvisamente, un'enorme stanchezza addosso", è la prima reazione di Elvo Zornitta. L'ingegnere non ha voluto dire se si sente o meno tradito dalla giustizia. "Troppo presto per dirlo - ha spiegato - Da mesi sono una vittima e non voglio commettere lo stesso errore che è stato fatto con me dispensando commenti inopportuni e intempestivi. Però - ha aggiunto con tono deciso - se venisse dimostrata l'accusa emersa in queste ore, allora qualche commento da fare ce l'avrei".


da http://espresso.repubblica.it del 19 gennaio 2007 di Giorgio Cecchetti


Il poliziotto consulente della procura è indagato a Venezia per calunnia e falso. Tutto nacque quando l’inchiesta sembrava ormai destinata all’archiviazione

Prove manomesse, si cercano complici

 

Zernar avrebbe tagliato il lamierino per «rafforzare» gli indizi contro Zornitta

 

VENEZIA. Il perito e assistente della Polizia Ezio Zernar, conosciuto a livello internazionale per la sua competenza balistica, è indagato per calunnia, falso ideologico e violazione di pubblica custodia di cose. Ma le indagini proseguono: i controlli potrebbero riguardare anche altre persone. Nel momento in cui fossero confermate le accuse di aver manipolato la prova cardine contro Elvo Zornitta, l’ormai noto lamierino, gli investigatori avrebbero ricevuto indicazioni di cercare possibili complici con cui il poliziotto veneziano potrebbe aver ideato la falsificazione.

Nel pomeriggio di ieri il pubblico ministero Emma Rizzato si è incontrata negli uffici del Tribunale lagunare con il collega triestino Pietro Montrone per decidere come proseguire indagini e accertamenti innanzitutto su quello che sempre più sembra essere un depistaggio, per capire se c’è stato e chi l’ha commesso; in secondo luogo come procedere nei confronti dell’ingegnere di Azzano Decimo, che al di là della perizia sulla forbice, resta l’unico indagato e nei confonti del quale sono stati raccolti numerosi ma non univoci indizi nell’inchiesta su Unabomber.

Toccherà ai carabinieri del Ris del colonnello Luciano Garofalo stabilire che cosa è accaduto al lamierino che faceva parte dell’ordigno inesploso ritrovato nell’inginocchiatoio di Sant’Agnese a Portogruaro l’1 aprile 2004. Era stato proprio Zernar, due anni dopo (era marzo del 2006) a chiedere agli inquirenti di sequestrare tutti gli attrezzi della piccola officina di Zornitta. Aveva già pensato di poterli comparare con i segni lasciati sui materiali.
Proprio nei primi due mesi di quello stesso anno, a Roma, c’era chi sosteneva che il gruppo di investigatori anti-Unabomber andava sciolto: troppi soldi e nessun risultato. Quasi contemporaneamente, a Venezia, il pm Luca Marini, che allora si occupava della vicenda, non nascondeva le sue perplessità sul conto delle indagini su Zornitta e aveva già preso contatti con i colleghi di Trieste per chiedere l’archiviazione (in caso di nuove prove l’indagine può essere riaperta).

Neppure un mese dopo il sequestro degli attrezzi nel capannone di Azzano, la scoperta: nonostante fossero state trovate ben due anni dopo il confezionamento della piccola bomba, Zernar comunica che i segni lasciati da una delle forbici sequestrate a Zornitta lascia le stesse impronte riscontrate sul lamierino dell’ordigno. La scoperta rilancia il lavoro del pool formato appositamente per identificare Unabomber e i pm triestini, dopo la conferma del Ris di Parma e della Polizia scientifica di Roma, chiedono l’incidente probatorio ritenendo sia la prova che cercavano.

Stando alle accuse, Zernar avrebbe rifilato e rimpicciolito il lamierino con le forbici sequestrate nel 2006, lasciando i segni dell’attrezzo di Zornitta: ma i tagli sarebbe stato lui e non Unabomber a farli sul minuscolo pezzo di metallo. Ieri, il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti, con un comunicato di poche righe e senza aggiungere commenti, ha confermato che il perito del Laboratorio di indagini criminalistiche della Procura è indagato e per quali ipotesi di reato. Il sospetto è che lui abbia compiuto materialmente la manipolazione perché aveva la possibilità di farlo, ma l’idea potrebbe essere stata di altri e gli inquirenti cercano di capire di chi.

Lo scopo di Zernar, quindi, sarebbe stato quello di fornire una prova, da aggiungere ad alcuni indizi (che restano validi), per «incastrare» Zornitta, sospettato già prima di essere Unabomber. Una scorciatoia: i colpevoli non si costruiscono con le prove false. E l’inghippo è venuto a galla grazie ai difensori, ma gli investigatori, quando hanno avuto la consulenza in mano, non ci hanno pensato un momento e senza timori hanno voluto vederci chiaro. «Ci sentiamo traditi - ha dichiarato il procuratore generale di Trieste Beniamino Deidda - perchè noi lavoriamo per accertare la verità. Siamo stati ingannati anche noi».

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I periti ai giudici: "Unabomber è lui"

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Le sue forbici usate per uno degli ordigni. Licenziato dall'azienda l'ingegnere indagato

LE RIVELAZIONI DOPO TRE MESI DI LAVORO DEGLI ESPERTI

Ai due superperiti - impegnati per tre mesi con un microscopio a scansione elettronica, un paio di forbici, un lamierino, quattro consulenti e una traduttrice - la risposta chiesta era secca: Sì o No. E’ uscito il Sì. E, dunque, sì: le forbici da elettricista sequestrate ad Azzano X in casa dell’ingegner Elvo Zornitta, unico indagato nell’inchiesta su Unabomber e nel mistero degli ordigni da dodici anni disseminati in ogni angolo del Nordest, sono quelle che hanno tagliato il lamierino di ottone recuperato da un ordigno recuperato inesploso in un inginocchiatoio nella chiesa di Sant’Agnese nel 2004. La perizia depositata venerdì pomeriggio nella Cancelleria del gip a Trieste, con le sue 40 pagine e le sue 363 foto, doveva restare coperta da riserbo fino a lunedì 22 gennaio, data fissata per la discussione in camera di consiglio. Ma ieri il contenuto è stato svelato: il lavoro dei periti mette a segno un punto forse decisivo per l’accusa.


Una conferma, secondo il procuratore Nicola Maria Pace, ai risultati di un’indagine che certo non si fonda solo sulla corrispondenza tra i segni incisi dall’usura nelle lame delle forbici e le tracce trasferite nel lamierino: c’era dell’altro, e questo è un tassello in più. Una non-prova, secondo la difesa (che però è costretta ad accusare il colpo), perché in Italia e in nessun altro paese il toolmark, così si chiama l’esperimento, può essere usato a carico di un indagato. Resta il fatto che adesso toccherà a Zornitta spiegare: quelle forbici hanno tagliato senza possibilità di dubbio il lamierino, quelle forbici sono state trovate in casa sua.

A firmare la perizia sono i due tecnici incaricati dal gip: Pietro Benedetti è l’ex direttore del Banco di prova nazionale delle armi di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia; Carlo J. Rosati è direttore del Firearm and toolmarks examiner dell’Fbi di Quantico, in Virginia. Sono considerati tra i massimi esperti di balistica al mondo. Accanto a loro c’erano anche due rappresentanti dell’accusa e due della difesa, che hanno seguito tutto lo svolgimento dell’esame.

Le forbici erano già state sottoposte a tre perizie: la prima al Laboratorio di indagini criminalistiche a Venezia, la seconda al Ris di Parma. La terza, al Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale Anticrimine di Roma, aveva comportato un danneggiamento dell’attrezzo, le cui lame erano state disallineate. Ma questo, assicurano Benedetti e Rosati, non ha compromesso l’esito dell’incidente probatorio. Che conferma, con l’ausilio di uno strumento altamente sofisticato e non utilizzato in precedenza, le conclusioni a cui anche le altre perizie erano giunte.


E adesso? «Questa prova non è assolutamente sufficiente. Dimostreremo che il nostro cliente è innocente» assicura l’avvocato Paolo Dell’ Agnolo, che con Maurizio Paniz compone il collegio difensivo dell’ingegnere. E’ invece «raro - secondo il procuratore generale di Venezia, Ennio Fortuna - trovare una perizia che si spinge in questi termini di certezza». Nicola Maria Pace definisce il risultato una «prova del nove» che rimette a posto tutti gli altri elementi raccolti in questi anni a carico dell’indagato. Elvo Zornitta cerca di reagire con calma. A 49 anni, una laurea in ingegneria aeronautica, una lunga carriera alla «Oto Melara» di Genova e da tempi più recenti un lavoro da dirigente in una società di Pordenone, si trova disoccupato: è stato licenziato, dice che i vertici dell’azienda non hanno fatto misteri comunicandogli a fine novembre che tutto il clamore intorno alla sua persona rischiava di provocare un danno di immagine. Tre mesi di preavviso, e da fine gennaio è a casa.


Oggi, mentre il macigno della perizia cade sulle sue ripetute dichiarazioni di innocenza, soprattutto questo sembra angosciarlo: «Devo pagare le parcelle dei miei difensori, perfettamente rapportate all’eccellenza del lavoro che stanno svolgendo. Per tutto questo, da febbraio potrò contare solo sullo stipendio da insegnante di mia moglie».

da www.lastampa.it del 14 gennaio 2007di Anna Sandri

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Vicenda Unabomber «La forbice ha tagliato quel lamierino»

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


La relazione dei due super-esperti: La forbice sequestrata all' ingegnere Elvo Zornitta ha tagliato un lato del lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva recuperata intatta il 2 aprile 2004 nell'inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro

 

TRIESTE - La forbice sequestrata il 24 marzo 2006 all' ingegnere friulano Elvo Zornitta ha certamente tagliato un lato del lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva recuperata intatta il 2 aprile 2004 nell' inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro (Venezia) e attribuita a Unabomber. Lo scrivono Pietro Benedetti, ex direttore del Banco di prova nazionale delle armi di Gardone Val Trompia (Brescia), e Carlo J. Rosati, direttore del «Firearm and toolmarks examiner» dell' Fbi di Quantico (Virginia), nelle conclusioni della 'superperizia' che hanno depositato ieri pomeriggio nella cancelleria del Gip di Trieste, Enzo Truncellito.


Nelle stesse conclusioni Benedetti e Rosati affermano che la forbice ha subito alterazioni che non hanno consentito il riscontro positivo fra due profonde microstriature rilevate sui reperti nel corso degli accertamenti tecnici da loro eseguiti. I due 'superperiti', inoltre, indicano in quale fase delle tre perizie precedenti - a loro parere - la forbice ha subito tali alterazioni che hanno determinato un disallineamento delle lame. Si tratta degli accertamenti eseguiti dai tecnici del Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale Anticrimine di Roma che hanno eseguito una perizia sulla forbice dopo quelle gia fatte dai colleghi del Lic (Laboratorio Indagini Criminalistiche) della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Venezia, e da quelli della Sezione di Balistica del Ris (Reparto Investigazione Scientifiche) dei Carabinieri di Parma. Nella 'superperizia', Benedetti e Rosati sottolineano la coincidenza dei risultati delle perizie del Lic e del Ris e spiegano le differenze rilevate fra le due microstriature, attribuendole alle modificazioni subite dalla forbice.

In particolare, sia il Lic, sia il Ris avevano individuato su uno dei lati del lamierino di ottone (quello contraddistinto dai tecnici con la lettera 'B') microstriature che si identificano con quelle rilevate nella zona delle punte delle forbici da elettricista a lame dritte, marca Valex, sequestrate a Zornitta. Per quanto riguarda le microstriature rilevate su un altro lato del lamierino (quello contraddistinto con la lettera 'A' Lic e Ris erano giunti a conclusioni leggermente differenti: per il Lic, infatti, vi era assoluta identità anche per il lato 'A', mentre il Ris aveva affermato che il giudizio era inesprimibile perchè il lato era troppo corto. Il lamierino, repertato con il numero 24, ha forma rettangolare, è composto da due parti termosaldate mediante lega di stagno e ha dimensioni molto limitate: il lato più corto misura 12 millimetri, mentre quello più lungo si aggira intorno ai 38 millimetri. Faceva parte del meccanismo di scoppio di un accendino contenente nitroglicerina trovato inesploso nell' inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro. La trappola esplosiva era la quinta recuperata inesplosa dagli investigatori che da anni indagano su Unabomber (al momento gli ordigni recuperati inesplosi e attribuiti a Unabomber sono in tutto sette). La forbice è stata, invece, sequestrata circa due anni dopo in un capanno vicino all' abitazione di Zornitta, insieme a un'altra sessantina di oggetti ritenuti dagli investigatori interessanti per le indagini. Ha manici di plastica di colore rosso, una lunghezza complessiva di 14,5 centimetri (di cui 4,8 di lama tagliente) ed è stata repertata con il numero 63.

La prova del «toolmark», che si basa sul confronto fra le impronte lasciate da utensili da taglio, come le forbici o i coltelli, «non è assolutamente sufficiente per portare una persona a processo», treplica però l'avvocato Paolo Dell'Agnolo, difensore dell'ingegnere Elvo Zornitta, commentando i risultati della superperizia «I risultati del toolmark - ha aggiunto Dell'Agnolo - non bastano per un processo, nè in Italia e in nessun altro posto al mondo. Siamo lontanissimi da altri tipi di prove come quelle delle perizie balistiche, del Dna e delle impronte digitali. La validità delle prove ottenute con queste tecniche sono totalmente e completamente diverse da quella del toolmark». Dell'Agnolo ha poi ribadito «la totale innocenza di Zornitta. Ho letto gli atti in maniera approfondita e resto fermo in questa convinzione nella quale credo da sempre. Io, l'avvocato Maurizio Paniz e i nostri consulenti di parte, ribadiremo questa convinzione compiutamente nella sede istituzionale, che è l'aula di giustizia, e non sui giornali».

da www.corriere.it del 13 gennaio 2007

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Progetto pilota per la PreCrimine inglese

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Scotland Yard pensa ad un database di probabili criminali, in modo da poter prevenire i loro intenti delittuosi. Non sarà la polizia preventiva di Minority Report, ma la sua utilità è garantita, dicono i responsabili

Londra - La polizia metropolitana di Londra ha iniziato la sperimentazione, in cinque quartieri della città, dell'utilizzo di un database di delinquenti altamente pericolosi, con l'intento di poter prevenire i delitti prima ancora che essi avvengano.

Il progetto, che verrà esteso all'intera area urbana della capitale inglese qualora dimostrasse la sua reale efficacia, si basa sulla creazione di una lista dei 100 peggiori "soggetti a rischio" per la società e i cittadini londinesi: i profili, contenenti informazioni psicologiche particolareggiate, dovrebbero secondo le intenzioni servire da "mappa" dei possibili casi a rischio per i poliziotti, permettendo di agire prima ancora che gli elementi schedati decidano di colpire con il loro sordido agire.

L'idea alla base di questa sorta di PreLista è avere uno strumento di valutazione ritagliato su misura per i peggiori elementi della città, personaggi poco raccomandabili quali l'assassino seriale Ian Huntley, lo stupratore Richard Baker e criminali di simile risma da tenere costantemente sotto sorveglianza con analisi incrociate dei rapporti di salute mentale e dei delitti di cui si sono già resi protagonisti in passato.

La lista serve insomma a "provare a beccare Ian Huntley prima che esca e commetta un nuovo omicidio", stando a quanto dichiara al Times la criminologa Laura Richards in forze alla Unità di Prevenzione degli Omicidi di Scotland Yard, "In questo modo potremo avere l'opportunità di fermare qualcosa prima ancora che essa si trasformi in un evento irreparabile".

L'idea non è nuova: a parte Dick e Spielberg, nella realtà ha già provato Singapore a varare una PleClimine dagli ampi poteri previsionali, e per quanto in maniera ridotta il progetto inglese ricorda molto da vicino quel Total Information Awareness dell'ammiraglio John Poindexter, bocciato dal Congresso e tornato in auge dal buco della serratura con il nuovo nome di Tangram.

Di fatto, la PreCrimine metropolitana è una iniziativa che allarma e preoccupa le organizzazioni di difesa della privacy e delle libertà civili fondamentali: Simon Davies, direttore di Privacy International, ha espresso la propria perplessità a riguardo: "È giusto che la polizia adoperi strumenti di intelligence sui sospetti criminali, ma è osceno suggerire che dovrebbe esserci una lista di potenziali criminali".

Secondo alcuni rapporti, l'improvvisa impennata di omicidi fatti registrare nella città di questi tempi sarebbe dovuta alle liti finite in violenza e sparatorie condite con alcool e uso di sostanze stupefacenti, e non invece agli assassini seriali che la PreLista avrebbe il compito di tenere sotto controllo. Per non parlare degli omicidi passionali o quelli non premeditati, impossibili da prevedere se non usando appunto tecnologie e soggetti scaturiti dalla fantasia dei maggiori autori sci-fi del secolo scorso.

Dubbia rimane inoltre l'efficacia della pervasività degli strumenti di sorveglianza nella società inglese nel ruolo di prevenzione dei crimini. Le telecamere a circuito chiuso, piazzate per ogni dove per le strade di Londra proprio con il compito di individuare improvvise esplosioni di violenza casuale (erano 4 milioni in tutta l'Inghilterra già nel 1994), per quanto dotate di software avanzati di riconoscimento delle forme e microfoni in grado di individuare i toni di voce fuori posto, hanno finora dimostrato di non essere in grado di fare molto più di quanto i "bobby" in giro per la città non facessero già da soli: le statistiche criminali dicono che la percentuale di omicidi è rimasta sostanzialmente costante.

La domanda fondamentale da porsi è quindi quanta utilità possa avere l'idea di una sorveglianza speciale nella riduzione dei crimini efferati, se già quella ordinaria ha dimostrato, finora, di non funzionare un granché.

Alfonso Maruccia da http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1789991&r=PI

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Ma le sette esistono davvero?

di Sabina Marchesi (04/03/2007)


A cura di Ceriani Cinzia


Religione cattolica, diavolo, reati omicidi.

Dietro agli omicidi seriali compiuti dal mostro di Firenze ci sono, secondo alcuni, potenti organizzazioni clandestine. Il nostro criminologo si chiede se tali sette esistano davvero. E la risposta è inattesa ...

 

Parli del diavolo ed eccolo che appare..." scriveva Erasmo da Rotterdam intorno all' anno del Signore mille e cinquecento. All' alba del terzo millennio la fascinazione diabolica non sembra avere perso nulla della sua attrattiva e seguaci del maligno paiono comparire con buona frequenza in ogni parte del mondo, suggerendo l' esistenza di organizzazioni sataniste potenti e occulte, dedite all' omicidio efferato, ai riti sanguinari. Nessuno può negare una confusa ispirazione satanista nelle stragi compiute in California da Charles Manson e dai suoi seguaci che si riconoscevano nella definizione di The Family; l' assassino di Sharon Tate d' altra parte è passato alla storia come "Satana" Manson. Nella stessa linea si muoveva Richard Ramirez, the night stalker, serial killer satanico attivo nella metà degli anni Ottanta, nel periodo in cui negli Stati Uniti era diffuso e allarmante il cosiddetto "panico satanista", la convinzione terrifica che potenti organizzazioni e sette fossero ovunque, a incrinare le istituzioni americane. E del tutto recentemente, nel nostro Paese, ecco le tre giovani ragazze di Chiavenna che decidono di portare a termine il sacrificio di una vittima innocente, e il 6 giugno del 2000, in una zona solitaria scelta con premeditazione, colpiscono a morte Suor Laura Maria Mainetti. Ma è altrettanto vero che il tentativo di andare oltre gli episodi, seppure estremi, di cogliere segnali di una struttura forte e ramificata non hanno portato a molto; anzi, quasi a nulla. Per esempio abbiamo negli Stati Uniti la testimonianza di Ken Lanning, per 10 anni all' Unità di Scienze del Comportamento dell' FBI; il rapporto assai prudente delle sue approfondite indagini sul mondo dei rituali satanici è disponibile in rete (basta inserire in un motore di ricerca il titolo del lavoro Satanic, occult, ritualistic crime: a law enforcement perspective). Sandor La Vey, ormai defunto autore della Bibbia di Satana, fondatore della Chiesa di Satana di cui il cantante Marylin Manson si è dichiarato sacerdote, non è mai stato considerato dalle forze di Polizia un elemento pericoloso; un passato da domatore di circo, quindi fotografo per la scientifica, veniva addirittura chiamato sulla scena di alcuni omicidi perché fornisse un parere tecnico sull' esistenza o meno di segni e simboli che rimandassero all' occulto. E in Italia, dopo alcuni anni di ribalta, il processo alla setta dei "bambini di satana" di Marco Dimitri si è concluso senza lo svelamento di retroscena di una qualche gravità criminale. Naturalmente coloro che credono nell' esistenza e nella potenza delle organizzazioni sataniche affermano che chiunque non le riconosca, sia esso magistrato o investigatore, non sia altro che un affiliato impegnato a coprire, a nascondere. Una catena di delitti irrisolti: una necessaria premessa, per giungere all' argomento che, da vent' anni a questa parte, si ripresenta periodicamente d' attualità: il mostro di Firenze; o forse sarebbe più opportuno parlare dei mostri di Firenze. Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, amanti, vengono uccisi nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1968; solo 14 anni dopo l' intuizione di un maresciallo dei carabinieri permetterà di collegare il duplice delitto ai crimini del mostro, riconoscendo, attraverso prove balistiche, l' impiego di un' unica arma, calibro 22. Il 14 settembre 1974 cadono sotto i colpi del maniaco Stefania Pettini e il fidanzato Pasquale Gentilcore; sul cadavere della ragazza si contano novantasei coltellate al tronco. Ma è con il successivo delitto che compaiono le mutilazioni sessuali sul corpo delle ragazze uccise, mutilazioni che si ripresenteranno nel corso dei successivi omicidi: il 6 giugno 1981 la ventunenne Carmela Di Nuccio muore con il compagno Giovanni Foggi. Il 22 ottobre 1981 l' assassino torna a uccidere: le vittime sono Susanna Cambi, ventiquattro anni e Stefano Baldi, ventisei. Il 19 giugno 1982, a Montespertoli: Antonella Migliorini, diciannove anni, e Paolo Mainardi, ventidue. Il 9 settembre 1983 il serial killer uccide due giovani tedeschi, Horst Meyer e Uwe Rusch Sens; hanno capelli lunghi, e probabilmente uno dei due viene scambiato per una ragazza. Le indagini procedono a 360 gradi ed è in questo momento che viene richiesto dagli inquirenti un identikit psicologico del mostro. Scendono in campo esperti italiani dell' Università di Modena, agenti speciali dell' FBI e della Bundeskriminalamt tedesca. Nella perizia consegnata alle autorità si può leggere come il killer presenti le caratteristiche tipiche del lustmorder, cioè l' assassino per libidine "... inteso come soggetto che agisce scegliendo i luoghi e le situazioni, ma non le vittime, che gli sono in genere sconosciute, sotto la spinta di un impulso sessuale abnorme, nel quale confluiscono cariche aggressive profonde e un desiderio sessuale che in genere non trova altre vie di appagamento se non quelle dell' azione sadica, nell' ambito delle quali spesso si esaurisce la sua sessualità extra delittuosa. Si tratta certamente di un soggetto di sesso maschile, che agisce da solo, con tutta probabilità destrimane, con una destrezza semiprofessionale nell' uso dell' arma da taglio e una conoscenza quanto meno dilettantistica dell' arma da fuoco...". Ma altri specialisti non sono d' accordo sull' esistenza di un unico autore: troppo complesse le attività compiute sulla scena di questi crimini in Toscana. L' ultimo delitto del mostro avviene l' 8 settembre 1985 quando vengono uccisi Jean Michel Kraveichvili, venticinque anni, e Nadine Mauriot, trentasei anni. Omicidi seriali, la più famosa catena di delitti irrisolti nel nostro Paese, crimini che non possono essere scordati, fascicoli che non possono essere archiviati. Gli unici responsabili ? Nel corso degli anni compaiono sulla scena Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, presto soprannominati dai cronisti i "compagni di merenda"; il 22 febbraio 1998 Pietro Pacciani esce di scena, dopo una prima condanna e una successiva assoluzione: viene trovato morto nella sua casa di Mercatale e l' autopsia parla di cause naturali. Ma non tutti gli elementi sembrano convincere. Il 31 maggio 1999 la Corte d' Assise d' Appello di Firenze giunge a una sentenza: conferma la condanna all' ergastolo emessa nel primo grado di giudizio per Mario Vanni e riduce invece quella del Lotti a 26 anni. L' ultima ripresa delle indagini muove dalla morte del medico Francesco Narducci, annegato nel lago Trasimeno nel 1985; la riesumazione del cadavere avvenuta due anni fa avrebbe rivelato che l' autopsia sarebbe stata condotta in realtà su un altro individuo. Certamente le scienze forensi possono dare un contributo essenziale nel chiarire se la morte del Narducci, liquidata come annegamento accidentale, sia stata in realtà dovuta a strangolamento. In questi casi il tavolo anatomico può rivelare fratture a quella delicata struttura della regione del collo che è l' osso ioide. E Francesco Narducci sarebbe stato legato a Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano... Dall'America una guida anti-setta: ma da dove muovono le indagini in un caso come quello del mostro di Firenze ? Certo è fondamentale il riconoscimento di un comune modo di agire che permetta di gettare luce sul possibile movente. Così gli investigatori, per riconoscere in un delitto un crimine rituale, pongono un'attenzione particolare su alcuni elementi. Il San Francisco Police Department, per esempio, ha elaborato una vera e propria guida sul campo per l'analisi della scena di un crimine che apparentemente abbia ispirazione satanica. Trenta punti, trenta caratteristiche quali il luogo del ritrovamento del cadavere e la posizione del corpo a formare disegni geometrici. L'asportazione di parti e organi può suggerire un loro impiego a fini cannibalici o per altri rituali; a ricoprire un significato simbolico sono generalmente la testa, il cuore, le mani, i genitali, gli occhi, le orecchie e la lingua. Un significato importante rivestono poi le ferite da taglio, il loro numero, se sono cioè multipli di tre, sei, sette e tredici, la loro dimensione e localizzazione, l'incisione e la mutilazione di zone sessuali. E ancora: la presenza sulla scena del delitto di candele, oli e incensi, versi tratti dalla Bibbia e scritti col sangue, graffiti con caratteri indecifrabili o riconducibili ad antiche lingue, o ancora più direttamente alla simbologia satanista (la cifra 666, per esempio, considerata il "marchio della bestia"). Un delitto a ispirazione satanica può essere poi progettato e realizzato in coincidenza temporale con una data prefissata, ed esiste un vero e proprio calendario satanico scandito da ricorrenze particolari. Da ultimo non è infrequente che chi commetta o commissioni un crimine rituale conservi testimonianza scritta o fotografica dei macabri cerimoniali. Tempo che passa, verità che fugge: il mostro di Firenze, i mostri di Firenze: l'ipotesi di mandanti ed esecutori, di omicidi e di asportazioni d'organi utilizzati per riti satanici non si scontra con quanto in precedenza affermato: è possibile che un gruppo si costituisca intorno alla patologia e al carisma perverso di uno (o di pochi) senza che ciò debba farci per forza pensare a grandi e potenti organizzazioni. Paolo Canessa, Pubblico Ministero, e Michele Giuttari, Commissario a capo della Squadra Anti Mostro, non hanno un compito facile: tra gli investigatori è celebre un motto che recita "in polizia giudiziaria il tempo che passa è verità che fugge". Ma certamente hanno dalla loro una motivazione adeguata e una determinazione pari alla gravità dei fatti su cui vogliono fare chiarezza. E soprattutto una serie importante di riscontri che, dobbiamo immaginare, siano ancor più circostanziati di quanto noto e diffuso dai mezzi di comunicazione. Una setta in trenta punti: gli investigatori impegnati nelle indagini di un omicidio devono porre particolare attenzione ad alcuni dettagli per poter riconoscere eventuali omicidi rituali. Per esempio, il San Francisco Police Department ha elaborato una guida divisa in trenta punti per analizzare la scena del crimine. Ecco quali sono: 1) Osservare il luogo del ritrovamento: in genere i rituali satanici si svolgono in luoghi appartati. 2) La posizione del corpo: se forma un cerchio o è ritrovato appeso a un albero. 3) Osservare se il corpo è mutilato o integro. 4) Annotare se il cadavere è vestito o spogliato. 5) Controllare se sono state inferte ferite in un numero che sia un multiplo di 3, 6, 7 o 13. 6) Segni di inchiostro o tatuaggi sul corpo. 7) Se il corpo presenta disegni fatti con vernice o altre sostanze . 8) Bruciature sparse per il corpo. 9) Se vengono trovati gioielli di fianco al corpo. 10) Annotare se mancano gioielli. 11) Corde colorate di fianco al corpo. 12) Oggetti rituali come candele, calici, contenitori per il sale, tanto per fare un esempio. 13) Oli o incenso spalmati sul corpo. 14) Gocce di cera di candela rappresa sia sul corpo sia intorno a esso. 15) Controllare se vi sono escrementi umani o animali sulla superficie del corpo o internamente a esso. 16) Controllare se caviglie o polsi risultino essere stati ammanettati. 17) Durante l' autopsia verificare il contenuto dello stomaco per vedere se sono presenti sostanze anomale. 18) Verificare che nei polmoni non ci siano fumo, liquidi o sangue. 19) Controllare se il corpo è privo di sangue. Per alcuni culti il sangue contiene la forza della vita. 20) Verificare se ci sono segni di necrofilia, praticata spesso per l' iniziazione di nuovi membri. 21) La presenza o meno di paramenti sacerdotali o di manufatti tipicamenti cristiani. 22) Spesso sono presenti armadietti metallici chiusi a chiave, contenenti il corredo dei rituali. 23) Versetti presi dalla Bibbia o graffiti scritti col sangue. 24) Scritte apparentemente indecifrabili, magari prese dalla cabala. Molti di questi gruppi usano un linguaggio in codice o vecchi alfabeti, come il tebano. 25) Organi di animali nel luogo del ritrovamento del corpo. 26) Fotografie delle vittime durante i riti. Certe sette vogliono conservare il ricordo. 27) Controllare in quale data è stato commesso l'omicidio. Alcuni gruppi infatti compiono i rituali in particolari giorni dell'anno. 28) Se si sospetta che in un omicidio sia coinvolta una setta, prestare molta attenzione all' eventuale presenza di un computer nella casa della vittima. Molte organizzazioni li usano per comunicare, attirare nuovi adepti o archiviare materiale. 29) Fotografie o altro materiale pornografico di qualsiasi genere. 30) Eventuali segni, lettere dell' alfabeto o numeri che rimandino l'attenzione all'inferno e al simbolismo occulto, come per esempio il 666, il numero della "bestia".

Massimo Picozzi da http://newton.corriere.it/Pregresso/2004/03/2004030100016.shtml

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La Vittima del Circeo

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Giunge oggi la notizia che il 30 Dicembre del 2005 moriva in ospedale per un tumore Donatella Colasanti, la Vittima del terribile delitto del Circeo, questo articolo vuole essere un omaggio a una vittima coraggiosa, che ha sempre combattuto, restando però sconfitta, perchè giustizia fosse fatta. La sua è una voce, inascoltata, che si è aggiunta a milioni di altre, ora ha ormai raggiunto la sua compagna di quella notte sventurata, la giovanissima Rosaria Lopez.

foto intervento

Terrore e morte al Circeo

di Sabina Marchesi 

 

 

Siamo nel 1975, la pubblica opinione è scossa da un fatto di cronaca terribile, assolutamente senza precedenti, le famiglie strette a tavola davanti alla televisione inorridiscono, le abitudini di migliaia di ragazze adolescenti cambieranno drasticamente a seguito di quello che accade quella lontana notte del primo ottobre 1975.

 

Durante la normale ronda notturna un vigile urbano ode dei lamenti sommessi provenire dal cofano di una macchina ben chiusa e correttamente parcheggiata, presentendo subito qualcosa di grave, diffonde immediatamente un preallarme e poi si accinge a forzare il bagagliaio.

 

Lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi e che, tramite le pagine dei quotidiani, entrerà l’indomani nelle case di tutti gli italiani, è qualcosa di terribilmente sconvolgente, senza precedenti assoluti nel nostro paese anni settanta, ancora relativamente tranquillo e ignaro di quelle forme di violenza così gravi ed estreme tanto tipiche invece oltreoceano, e che da noi ancora attenevano solo all’immaginario collettivo di qualche film stile Arancia Meccanica. Roba da cinematografo, appunto, e non realtà.

 

Nello spazio angusto del bagaglio della 127 sono stipati due corpi, seviziati ed angariati, battuti e massacrati, di due ragazze appena diciassettenni, completamente nude e abbandonate come morte, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.

 

Il volto di Donatella Colasanti, che apparve fotografato il giorno dopo sulle prime pagine di tutti i giornali, è la maschera di orrore di chi ha attraversato l’inferno ed è tornato solo grazie alla forza della pura disperazione, Rosaria Lopez è morta, Donatella è sopravvissuta fingendosi morta, e solo questo l’ha salvata.

 

Prestate le prime cure, soccorsa Donatella, accertata la morte di Rosaria, rilevate le prime prove e tracce dalla macchina, è adesso l’ora del racconto della sopravvissuta, che non ancora ripresasi dallo shock, dopo aver vissuto ulteriori ore di angoscia sepolta viva nel bagagliaio della macchina, accanto al cadavere della sua amica Rosaria, narra a scatti e tra i singhiozzi una storia terribile, senza precedenti, che segnerà per sempre le nostre coscienze, e porterà mutamenti radicati nelle nostre abitudini e nella nostra vita.

 

E’ una storia all’Arancia Meccanica, appunto, qualcosa di sconvolgente, di terribile, di mostruoso, di assolutamente inaudito, inconcepibile e insospettabile, fino a che non è successo davvero, a casa nostra. E da allora è diventato storia, storia di ragazze che non escono più la sera, se non accompagnate, storia di telefoni sotto controllo, storia di amicizie monitorate, filtrate e rigorosamente selezionate dalle famiglie. Ma per Donatella e Rosaria, entrambe vittime allo stesso modo, la vita è finita quel giorno, e non c’è stato più tempo per fare altro. Per loro era ormai tardi.

 

Rosaria e Donatella incontrano, nei pressi della Stazione Termini, Carlo, un ragazzo all’apparenza tranquillo, distinto, di buona famiglia, educato, colto, tranquillo, si scambiano i rispettivi numeri di telefono, si sentono, concordano un appuntamento poi saltato, e poi un altro per il giorno dopo.

 

Combinano di incontrarsi alle 16.00 di un Lunedì, un orario tranquillo, ma all’appuntamento si presentano altri due ragazzi, Angelo e Gianni affermano di chiamarsi, Carlo è impegnato a organizzare una festa nella sua villa di Lavinio, perché non raggiungerlo là?

 

Forse Rosaria e Donatella si sarebbero dovute insospettire, tirare indietro, lasciar perdere, ma hanno diciassette anni appena, e la prospettiva di una festa è forse qualcosa a cui non sanno rinunciare, non pensano al pericolo, e del resto non era mai successo niente di simile, prima di allora.

 

Presto diventa chiaro che la corsa in macchina non porta verso Lavinio, ma verso il Circeo, le ragazze domandano spiegazioni, ma il comportamento di Angelo e Gianni è ancora irreprensibile, hanno tanto l’aria dei bravi ragazzi, la festa, dicono, non si fa più, ma Carlo li raggiungerà presto, Gianni si ferma perfino a telefonare a un bar, le ragazze potrebbero scendere, chiedere aiuto, fuggire, mettersi in salvo, ma in salvo da cosa? Sono ingenue, forse spericolate, ma ancora non sospettano niente. 

 

Alla villa il tempo passa, il senso di disagio comincia a crescere, ora sì che le due ragazze diventano inquiete, si fa tardi, chiedono di essere riaccompagnate, la situazione precipita, viene loro richiesto un rapporto sessuale a pagamento, per un milione di Lire, esse rifiutano, nelle mani dei ragazzi compare una pistola, quanto richiesto viene preteso con la forza, si parla di una banda di marsigliesi, di un capo che dovrebbe apparire da un momento all’altro, sotto la minaccia delle armi vengono rinchiuse in bagno ad aspettare l’arrivo di questo fantomatico Jacques, il Marsigliese.

 

Quando questi arriva però si scoprirà che è un ragazzo italiano, senza alcuna cadenza francese, che le guarda come se sapesse tutto, ma non dice niente, ora sono in tre e sulle vittime ormai segregate senza alcuna speranza di fuga o di salvezza si abbatte l’inferno di una notte interna di sevizie e di orribili violenze.

 

Il racconto di Donatella in ospedale è comprensibilmente confuso, colmo di lacune, sulla sorte di Rosaria si apprende ben poco, perché a un certo punto le due ragazze vengono separate, saranno le prove autoptiche e i pochi frammenti di realtà rammentati dalla superstite a comporre la storia terribile della sua fine.

 

Sevizie, violenze, iniezioni di sonniferi e di narcotici, pestaggi, poi la separazione, Donatella ode Rosaria gridare, urlare, piangere, lamentarsi piano, poi il silenzio.

 

Ora è la volta di Donatella, viene percossa, picchiata, denudata, legata e trascinata per i polsi, colpita violentemente a colpi di spranga, le vengono fatte indossare delle briglie ed è obbligata a correre, mentre la  tirano, colpendo e strattonando, sviene più volte, e ogni volta che rinviene le sevizie e le percosse si fanno più brutali, bestiali e ossessivamente violente.

 

Pugni, calci, colpi di spranga e ferite inferte al capo con il calcio della pistola, Donatella è sanguinante, semincosciente, ma viva, quando rinviene per l’ultima volta, comprende che la sua unica possibilità di salvezza è quella di fingersi morta, traendo così in inganno i suoi aguzzini.

 

In ospedale Donatella confida di essere però riuscita nonostante le sevizie subite ad evitare la violenza sessuale, e la visita medica lo conferma, nonostante le orribili ferite infertegli, nonostante i colpi ricevuti, almeno quell’infamia le è stata risparmiata, non è stato così per Rosaria, che all’autopsia risulta essere stata violentata più volte, percossa e infine uccisa per annegamento, nella vasca da bagno, colpita più volte mentre veniva immersa,  e di nuovo violentata in punto di morte.

 

L’opinione pubblica è compatta, le forze dell’ordine si muovono come un sol uomo, nessuna pista viene tralasciata, nel volgere di poco tempo si giunge all’identificazione dei tre, Gianni Guido, proprietario della 127 viene arrestato mentre si aggira attorno all’auto, praticamente sul luogo del delitto, e descritto come un esaltato ben noto negli ambienti neofascisti della capitale,  Angelo Izzo, in libertà provvisoria era già stato condannato per violenza carnale, sembra subito delinearsi come il vero istigatore, Andrea Ghira scompare nel vuoto e rimane a tutt’oggi latitante nonostante le forze di polizia di tutto il mondo abbiamo ancora il suo nome in cima a tutte le liste.

 

Per una volta tanto con un processo lampo Guido ed Izzo vengono condannati all’ergastolo già nel 1976, nel 1977 tentano la fuga prendendo in ostaggio un agente di custodia, nel 1980 Guido vede la sua pena ridotta a trent’anni per via di un accordo che la sua facoltosa famiglia ha concluso con la famiglia delle vittime, pattuendo un risarcimento in denaro per un crimine senza nome e colmo di infamia.

 

Nel 1981 Gianni Guido è ormai un detenuto modello, gode di una relativa autonomia in carcere, tanto che organizza una evasione e ripara a Buenos Aires, dove viene rintracciato successivamente nel 1985, dopo che si era già rifatto una vita. Ricoverato in ospedale perché ferito durante l’arresto, in attesa dell’estradizione fugge di nuovo e si rifugia a Panama, per essere poi arrestato di nuovo nove anni dopo.

 

Angelo Izzo in carcere invece diventa un famoso mafioso, pentito politico, ed accanito esagitatore, evade anche lui nel 1994, per essere poi arrestato in Francia subito dopo la fuga.

 

Di Andrea Ghira non si è mai saputo nulla, nemmeno lontanamente localizzato è sempre riuscito ad evitare la cattura, e tutto lascia presagire che continuerà a vivere la sua vita da uomo libero, pur se braccato dalle forze di polizia internazionali, mentre inutili fiori vengono deposti sulla tomba di Rosaria, e si piange ancora per la vita di Donatella scampata all’inferno ma orribilmente segnata per tutta la sua esistenza.

 

Sabina Marchesi

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Crimini d'Arte

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Domenica, 11 Maggio 2003, alle 4.00 di notte, ora di Vienna, in Austria. Un ladro si arrampica sull’impalcatura esterna del Museo di Storia dell’Arte, il Kunsthistorisches, rompe il vetro della finestra ed entra nella sala espositiva del primo piano.

foto intervento

Elude il complesso sistema d’allarme, si dirige a colpo sicuro verso un’unica teca e ruba la più inestimabile delle opere d’arte, la Saliera di Benvenuto Cellini, realizzata in oro, smalto ed ebano nel 1543 per il Re di Francia Francesco I.

La Saliera è l’unico esemplare autentico del lavoro orafo del grande scultore fiorentino, ed è valutata oltre 50 Milioni di Euro. Si tratta chiaramente di un furto su commissione, destinato ad arricchire la collezione privata di qualche multimiliardario di pochi scrupoli che ha privato l’intera umanità di uno dei maggiori capolavori artistici del periodo rinascimentale.

Purtroppo il danno che viene inflitto al patrimonio artistico internazionale da un furto del genere non prevede alcun tipo di compensazione, a nulla vale che le opere siano assicurate, o sostituite con copie, pur se di pregevole fattura. Ai fini della perdita di un oggetto di rara bellezza e di indiscutibile valore culturale, rimane il fatto che non potrà più essere ammirato.

Il ripetersi di furti come questo a danno del patrimonio mondiale, hanno una risonanza di grande magnitudine sulla storia dell’Arte Italiana ed Europea ed innescano una catena di eventi che minaccia di non essere più interrotta.

Sono molte nel mondo le opere che probabilmente non avremo più occasione di ammirare, se non riprodotte su un catalogo, o ricostruite tramite ammirevoli copie, e che si aggiungono all’incredibile numero di oggetti artistici dispersi o distrutti nel corso delle rivoluzioni storiche, delle grandi guerre, e delle ripetute invasioni “barbariche”.

L’Italia in particolare possiede una delle maggiori porzioni dei tesori artistici esistenti al mondo ed ha ben trentanove delle proprietà elencate nel sito dell’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità.

Secondo l’Interpol i furti di antichità e reperti storici sono al terzo posto nella scala della criminalità organizzata, e costituiscono il più grande bacino di riciclaggio di valuta nel mondo subito dopo il traffico di sostanze stupefacenti.

E’ stato calcolato che oltre 10 Miliardi di dollari di opere d’arte vengano sottratte ogni anno da Musei ed Esposizioni in ogni parte del mondo, depauperando il patrimonio culturale e artistico delle nazioni.

L’Italia, che per il suo passato storico è artisticamente ricca di reperti archeologici ed opere artistiche, è la vittima per eccellenza, annoverando nel conto anche gli oggetti sottratti all’estero ma realizzati da artisti nazionali, come nel caso della Saliera del Cellini, realizzata in Francia, rubata a Vienna, ma di indiscussa nazionalità italiana come opera d’arte.

Le statistiche parlano di oltre 2.000 furti all’anno, con sottrazione di circa 20.000 pezzi, per un valore stimato attorno ai 95 Milioni di dollari, con picchi occasionali anche di 145 milioni, per ogni anno, tutti gli anni.

Ne consegue che il Nucleo Operativo dei Carabinieri Italiani posto a tutela del Patrimonio Artistico e Culturale della nazione, sia uno dei più qualificati e preparati al mondo.

Estremamente efficienti nel combattere questo tipo di attività criminali, i Carabinieri Italiani hanno un nucleo altamente specializzato che lavora a tempo pieno per la tutela del nostro patrimonio artistico, denominato TPC (Tutela Patrimonio Artistico).

Formato da oltre 250 uomini addestrati per il recupero dei pezzi rubati, questo nucleo, che nel 1969 poteva contare su solo otto uomini, ha già recuperato attivamente più di 185.000 opere d’arte rubate, attraverso meticolose attività di indagine. Al loro attivo il recente recupero dei tre dipinti di Vincent Van Gogh e  Paul Cezanne, sottratti al Museo di Arte Moderna di Roma e il ritrovamento, nella collezione privata di un miliardario americano a Manhattan, di una rarissima fiala in oro del quarto secolo a.C., rubata in Sicilia da una collezione privata.

La forza corrispondente americana, che ha collaborato al recupero di questo esemplare, contrabbandato in Usa in aperta violazione delle leggi che vietano l’esportazione di antichità ed opere d’arte, è denominata U.S. Customs, oggi Homeland Security I.C.E..

Si calcola che il nucleo italiano per la Tutela del Patrimonio Artistico dalla sua costituzione ad oggi, in soli 35 anni di attività, abbia al suo attivo il recupero di 455.000 oggetti archeologi ed il sequestro di oltre 60.000 in falsi e contraffazioni.

Il lavoro di questi specialisti, che sono molto efficienti nel rintracciare opere d’arte scomparse, ufficialmente documentate e registrate, e la cui provenienza originale è legittima, sono molto ostacolati dall’esistenza di quel cosiddetto “patrimonio sotterraneo” cioè tutte quelle opere d’arte illegali e clandestine, il cui possesso non sia lecito, ed appartenga al mercato nero.

E’ chiaro che in questo caso la ricerca di oggetti ufficialmente “non esistenti”, mai catalogati o fotografi o assoggettati a perizia tecnica, sia estremamente complessa, mentre d’altronde il mercato “nero” di oggetti antichi trafugati, la cui origine e provenienza viene accuratamente falsificata, rappresenta un settore di attività molto redditizio per la criminalità organizzata.

Il fenomeno ha raggiunto livelli tali che non è raro trovare opere d’arte “trafugate” regolarmente acquistate in buona o in cattiva fede dai curatori dei musei. Si calcola che nel passaggio di mano il ricarico su queste vendite possa arrivare a toccare tranquillamente il 95% del valore originario del reperto, per un giro d’affari multimiliardario.

E’ il caso del conteso cratere attico a figure rosse, denominato Vaso Euphronious, custodito al Metropolitan Museum, che ha potuto dimostrare di averlo regolarmente acquistato da un collezionista di Zurigo, mentre le autorità italiane sono convinte che il reperto provenga da scavi illegittimi effettuati nelle aree archeologiche delle tombe etrusche in Toscana.

Lo stesso collezionista di Zurigo avrebbe poi venduto al Metropolitan nel 1981 il famoso gruppo di Argenti Ellenistici, sottratto illecitamente dal sito archeologico di Aidone, in Sicilia, ma anche qui il nucleo italiano in mancanza di una corrispondente catalogazione ed identificazione degli oggetti non ha potuto validamente contrastare le prove documentali di regolare acquisto, esibite dal Metropolitan Museum, lasciando aperta una contesa sul legittimo diritto di proprietà che dura ancora oggi.

Molti grandi musei americani possiedono reperti non autorizzati di proprietà del patrimonio culturale italiano, come il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il Cleveland Museum of Arts, il Saint Louis Art Museum e  il Princeton University Art Museum, che finora è stato l’unico ad aver spontaneamente restituito l’oggetto richiesto dalle autorità italiane.

In realtà il fenomeno è talmente vasto che si calcola che circa l’80% dei pezzi d’arte sequestrati dal nucleo americano di Tutela del Patrimonio Culturale, provengano dalla città di New York, che sarebbe la capitale americana degli scambi illeciti delle opere d’arte, e che avrebbe generato un mercato economico tale da ingolosire anche le case d’aste e gli antiquari della più provata fama.

Recentemente nel 2002 con un’operazione congiunta condotta da Scotland Yard con l’FBI è stato arrestato il proprietario di una casa d’aste, la galleria "Frederick Schultz Ancient Art", sulla cinquasettesima, che era anche il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Commercianti d’Arte in Arte Antica, Orientale e Primitiva, e che usava questa copertura per saccheggiare oggetti archeologici e contrabbandarli in ogni parte del paese, dopo averli camuffati sotto l’aspetto di innocui souvenir per turisti, o mal riuscite imitazioni da pochi soldi.

La stessa sorte ha avuto un commerciante di origine Libanese che contrabbandava reperti archeologici saccheggiati dall’Iran e risalenti al 700 a.C.,  anch’egli proprietario di una galleria sulla sessanteseima.

Perfino le prestigiose case d’aste Christie’s e Sothebys di Manhattan non sono esenti da questi traffici, tanto che sovente nelle loro banditure sono stati rinvenuti a catalogo oggetti di illecita provenienza, corredati di falsi certificati di origine. Questo può avvenire perché il mercato di New York orientato al mondo dei collezionisti è assai fiorente, la sensibilità culturale è bassa, e i controlli sono ancora molto contenuti rispetto al resto del mondo, soprattutto in confronto all’Europa.

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Giappone sono le nazioni che vantano il maggior numero di transazioni commerciali e investimenti su oggetti d’arte e antichità, mentre per contro sono anche i paesi che vantano i nuclei investigativi meno numerosi e specializzati nel settore dei crimini d’arte.

In controcorrente la città di Los Angeles che ha come fiore all’occhiello il miglior dipartimento anticrimine specializzato in opere d’arte, il nucleo LAPD Art Crimes Unit, diretto dal detective Donald Hrycyk, ex agente di polizia, oggi specializzato nel mercato di scambio illegittimo di opere d’arte e che vanta al suo attivo l’identificazione e il recupero di antichità rubate o contraffatte per un valore di oltre 52 Milioni di Dollari in soli dieci anni di attività.

Fino a non molto tempo fa anche il dipartimento di Polizia di New York possedeva una validissima unità specializzata in Art Crimes, guidata dal Detective Robert Volpe, ora in pensione. Volpe, che ha curato l’unità per dieci lunghi anni, era un valido poliziotto e anche un grande estimatore d’arte, un fine conoscitore, per il quale è stato facile introdursi nell’ambiente dei frequentatori abituali di aste, più o meno legittime, nel campo delle opere d’arte. E’ a questo si deve il successo positivo delle indagini che negli anni ha condotto a un numero elevatissimo di recuperi.

Descritto come " un forte poliziotto di NY che vestiva Giorgio Armani e aveva i baffi alla Salvador Dali' ”, Volpe credeva che nelle investigazioni di crimini d’arte fosse molto più importante recuperare il reperto che incriminare i colpevoli, sapeva come tenere riservate le informazioni a lui affidate da collezionisti ed antiquari, e cercava di mantenere intatta la reputazione di coloro che si prestavano a collaborare, soprattutto se marginalmente coinvolti.

La professione di Poliziotto d’Arte, richiede infatti una grande sensibilità e una fitta rete di informazioni fidate, se si vuole essere avvertiti dagli antiquari al minimo sospetto dell’immissione sul mercato di opere d’arte originali dalla provenienza non del tutto limpida.

Oggi il Federal Bureau of Investigations ha appena creato un nuovo nucleo deputato alle investigazioni sulle opere d’arte rubate. Questa unità può contare sul NSAF, che è un evoluto indice computerizzato di tutte le opere d’arte disperse, rubate o sottratte, e delle legittime registrazioni di possesso dei reperti archeologici e oggetti originali antichi, completo di una dettagliata descrizione fisica degli oggetti, e relative foto.

Grazie a questo archivio, che serve come data base analitico, è possibile identificare con matematica certezza ogni singolo oggetto detenuto da un collezionista conosciuto, o museo pubblico, e la sua “ufficiale” collocazione ed attestato di proprietà, eccezion fatta naturalmente per le collezioni “clandestine”, che, fino a che non saranno censite, non potranno essere nemmeno doverosamente protette.

Recentemente grazie all’intercessione del Professore Malcom Bell dell’Università della Virginia di Studi Classici, è stato possibile firmare tra l’Italia e gli Stati Uniti un concordato che vieta l’entrata negli Usa di oggetti artistici proveniente dall’Italia, senza la preventiva autorizzazione del nostro paese.

Si spera che con la stipula di questo patto sia possibile finalmente arginare la devastazione dei siti archeologici italiani e la contemporanea fuga all’estero delle opere d’arte depredate.

In questo modo presto lo sforzo congiunto dei paesi interessati potrà finalmente assicurare  la protezione della storia e delle sue testimonianze, e di tutte le opere artistiche, che costituiscono patrimonio e tradizione non solo del paese di origine ma di tutto il mondo, come patrimonio culturale comune all’intera umanità.

Sabina Marchesi

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Immigrati e Criminali, Quando gli Altri eravamo Noi

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Si chiamava Gaetano Godino, ed era figlio di qualche immigrato italiano giunto in Argentina con le grandi navi che salpavano da Genova, all’epoca della grande immigrazione verso le terre dell’America Latina.

foto intervento

I giornali argentini lo chiamavano “El Petiso Orejudo”, il ”monello orecchiuto”, era un piccolo ragazzino dalle grandi orecchie a sventola, fragile e allampanato. Fu rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Ushuaia, nel 1912, accusato e processato per le stragi di bambini che sconvolsero Buenos Aires, che lui uccideva insensatamente strangolandoli e conficcando loro un chiodo in testa.

L’ondata di violenza di tali efferati assassinii rivolti contro creature spesso ancora in fasce, nell’ambito di un contesto tutto sommato pacifico, fu tale da scatenare una vera e propria campagna giornalistica contro i nostri connazionali, emigrati in Argentina in cerca di sano e onesto lavoro.

Sull’onda delle teorie antropologiche e criminalistiche dell’ italiano Cesare Lombroso, il Professor Cornelio Moyano Gacita, dalle pagine dei giornali, teorizzava “La scienza ci insegna che insieme col carattere  intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c ’è il residuo della sua alta criminalità di sangue”.

Tanto bastò per scatenare la più grande persecuzione contro gli emigranti italiani mai vista e conosciuta, che dilagò a vista d’occhio in tutta Europa, dove molti paesi chiusero le porte al flusso dei nostri connazionali, che ogni anno ancora sbarcavano su territori stranieri in cerca di fortuna o di semplice sopravvivenza.

Così la Svizzera si rivoltò contro le migliaia di immigrati bellunesi e bergamaschi che ogni anno varcavano le frontiere in cerca di lavoro stagionale.

In Francia partì una campagna contro gli italiani che “rubavano il lavoro ai loro ragazzi”, talmente violenta da scatenare uno scontro nel 17 Agosto del 1893, dove perirono nove italiani che lavoravano duramente per una paga da miseria nelle saline della Camargue, in condizioni sanitarie tali che nessun lavoratore francese vi avrebbe mai messo piede.

 

Il massacro fu poi ricordato solo nel monito di un’antica canzone popolare che recitava: “Acque morte ci addita l’orrenda / ecatombe di vittime inulte / No, jamais, sì ferale tregenda / in Italia obliata sarà”, mentre i giornali francesi riportavano frasi di ben altro genere”.

 

E intanto sui giornali francesi Maurice Barrès scriveva: «Il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia hanno portato all’invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s’adoprano per sottometterci”.

 

Nel frattempo il quotidiano Le Jour incoraggiava il governo a proteggere i francesi «da questa merce nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano».

 

A New Orleans, dove gli italiani lavoravano duramente nei campi di cotone, con turni massacranti, per sostituire gli schiavi negri, affrancati dalla recente legge, portando tra l’altro la produzione a una crescita del 40% procapite, un gruppo di siciliani fu accusato senza prove di un omicidio, e poi regolaremente assolto dopo un legittimo processo.

La popolazione locale, che non era soddisfatta del verdetto, scese compatta in strada per un linciaggio, nel corso del quale 11 nostri connazionali furono prelevati dal carcere da una folla inferocita di oltre 20.000 persone e trucidati senza pietà, per un reato che non avevano commesso.

 

Il Presidente americano di allora, Benjamin Harrison, rischiò di essere incriminato dal Congresso solo per essersi pronunciato “contro” il linciaggio e per averlo definito “un’offesa contro la legge e l’umanità”.

 

Contemporaneamente i giornali locali scrivevano “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (...) Gli individui più pigri,depravati e indegni che esistano (...) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili».

 

Gli organi di stampa e di informazione di tutti i paesi del mondo incoraggiarono di conseguenza una vergognosa campagna di diffidenza verso i nostri connazionali definiti di volta in volta nel modo peggiore possibile e immaginabile.

 

Secono l’opininione pubblica, gli italiani erano: “Gli immigrati più rozzi nell’aspetto esteriore come anche moralmente ed intellettualmente”, “Mille volte peggio degli sporchi irlandesi”, “Quelli che vivevano in una depravazione orribile, poiché non è raro che la baccana che affitta casa come pensionato divenga l’amante e la concubina di tutti gli operai”.

 

Nel 1922 l’italiano Francesco Fazio, di ritorno a New York, dopo aver combattuto valorosamente per l’Italia nella Grande Guerra del 1915/1918, si vide rifiutare l’ingresso negli Stati Uniti, dove si era già costruito un futuro e una famiglia, perché “analfabeta” secondo le nuove leggi, e quindi “fuori quota”.

 

Quasi contemporaneamente l’Alabama, il North e il South Carolina decisero di accettare nel loro paese solo “cittadini bianchi di nazionalità americana, irlandese, scozzese, svizzera, francese e ogni altro straniero di origine sassone, purchè non italiano”, mentre la Louisiana non consentiva “ai bimbi italiani di frequentare le scuole dei bianchi”, perché li consideravano esseri di origine inferiore.

 

E intanto i giornali argentini ancora tuonavano contro i nostri connazionali, accusati di essere “avidi accapparratori delle ricchezze nazionali”, di aver incrementato i reati e di aver fatto sì che “nel 1875 il 75% delle prostitute registrate a Buenos Aires erano nate all’estero”.

 

In questo modo per gli emigranti italiani si allontanava il sogno, caro a ogni lavoratore, di trovare «un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, una educazione per ogni cuore».

Si attestava così in tutto il mondo una concezione negativa dell’emigrazione italiana, i grandi viaggiatori descrivevano il nostro come un “bel paese, ma brutta gente”, i nostri bambini in America “non erano considerati di razza bianca”, e gli adulti “non erano annoverati nel censimento della popolazione”, gli Australiani nutrivano un terrore fobico per l’invasione “dell’orda color oliva” composta dagli immigrati veneti e piemontesi, gli abitanti di New Orleans linciavano i nostri connazionali dopo un legittimo processo che li aveva legalmente assolti, e quelli di Aiques Mortes, in Francia, massacravano nove italiani rei solamente di aver accettato dell’onesto e necessario lavoro a basso prezzo.

Gli Svizzeri ci sospettavano di essere sporchi e degradati, e ci ritenevano colpevoli di vendere bambini e prostitute perfino ai bordelli del Cairo e di Alessandria d’Egitto. Non molto tempo dopo la criminalità mafiosa esportata negli Usa e in Canada, contribuiva a peggiorare l’immagine che di noi aveva il mondo.

Per oltre un secolo gli emigranti italiani sono stati considerati essere inferiori e indesiderabili, una casta rifiutata e dei paria.

Sarà forse per questo nostro recente passato, e per la lunga lista di invasioni, dominazioni e persecuzioni di cui è costellata la nostra storia, che oggi siamo riconosciuti come il popolo più lungimirante, illuminato, democratico e garantista di tutto il mondo occidentale.

Con tutte le implicazioni collaterali che da questo impegno derivano, ancora una volta, ci distinguiamo tra le nazioni per le caratteristiche di adattamento ed apertura mentale che da sempre ci hanno contraddistinto e che hanno contributo a fare degli italiani “un popolo di santi, di eroi, di esploratori e di navigatori..:”.

Dopotutto la culla dell’umanità, della cultura e della giurisprudenza ha avuto base in Roma, la Capitale del Mondo.

Sabina Marchesi

 


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Le Bestie di Satana

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


"... Questo è l'inizio di una lunga storia, piccola, che si concluderà con la venuta del freddo, del vento, dell'oscurità...".

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Il bosco che corre intorno a Somma Lombardo sale lungo i fianchi delle colline moreniche fino a lambire il cimitero. Il cimitero, in questa storia, è l'inizio e la fine di quel che raccontano gli alberi e il vento. Comincia da questo sentiero che corre vicino alla prima tomba, sotto al cielo azzurro, e si infila nel verde, dentro la cappa bollente dei castagni e delle felci. Il sentiero prosegue dritto per un chilometro, piega a destra, scricchiola nel folto, scende e si allarga nella radura, piena di chiazze di sole che vanno e vengono oscurate dalle nuvole. Luccica la plastica dei sigilli lasciati dalla polizia giudiziaria lungo i bordi della buca, quella dei cadaveri.
Al telefono, molto lontano da lì, un investigatore del Reparto scientifico dei carabinieri, ha voce imperturbabile: "I corpi dei ragazzi, uno sovrapposto all'altro, scheletriti, ci hanno già raccontato molto. Ora cerchiamo tracce oggettive degli assassini. Analizziamo il contenuto secondario della buca: sigarette, bottiglie di birra, una mazza, tre guanti di lattice".
Dice che i tessuti dei vestiti delle due vittime (cappotti lunghi neri, jeans neri, anfibi neri) potrebbero avere conservato molecole degli assassini. Sostiene che l'interno dei guanti potrebbe rivelare qualcosa e che la buca, contaminata dai batteri, è un pessimo ambiente, ma forse la terra del bosco ha fatto il miracolo.
La terra del bosco e specialmente la sua luce di penombra, da queste parti, fanno tutto il contrario dei miracoli. Dagli archivi dei carabinieri saltano fuori segnalazioni - a Somma, Golasecca, Pombia, Lesa - di luci misteriose intraviste, di uomini incappucciati che entrano nel bosco, di animali sgozzati, di chiese solitarie profanate, candele sciolte, pietre tombali smosse, croci e triangoli rovesciati.

Il parco della valle del Ticino giunge fin quasi ad inghiottire la Chiesa di Sant’Eusebio a Sesona, edificata dal XIV secolo e rimaneggiata più avanti con forme architettoniche più moderne, un luogo che ne deve aver viste dalla sua posizione. Vi abita un parroco al quale non è concesso, per volere chissà quanto superiore, esprimere liberamente le proprie opinioni, tanto da essere costretto a delegare il delicato compito alla perpetua, una donnina di una settantina d’anni, per niente arrendevole allo scorrere del tempo: “Il Cornuto esiste e si insinua. Diciassette volte è nominato nei Vangeli. Pregare lo allontana. Altrimenti lavora indisturbato. Entra nel cuore dei ragazzi, li infuoca, li fa malvagi”.

La musica, l’hard rock che non può essere l’unica spiegazione, almeno solo in vite votate al nulla, all’ordinaria ferocia da “Arancia meccanica”, quella violenza gratuita, che si esprime contro incolpevoli sconosciuti, i rituali da gang di periferia, accompagnati da cocktail di antidepressivi, alcool, droghe, allucinogeni, lungo quelle statali che portano ovunque, dai casermoni popolari tutti uguali a se stessi, fino a quelle strisce di bosco, per tornare al cemento grigio di Porta Romana, quasi sotto l’occhio vigile della Chiesa di Sant’Andrea, all’”Heavy metal pub Midnight” dove luci viola e schegge nere di mistica satanica diventano arredo e stravaganza.

I miti assumono le sembianze di Marylin Manson, rocker satanico che fonde nel suo “nome d’arte” Marylin Monroe, al fine di esaltare la sua doppiezza sessuale, e Charles Manson, il fondatore di una delle sette più deviate della storia, o di Varg Vikernes, chitarrista di uno dei gruppi più neri del blackmetal, con riff ultraveloci e lunghe urla, in prigione per scontare 21 anni. La storia di questo norvegese con la chitarra impressiona, fin dal suo pseudonimo, quel “conte Grishnackh” preso a prestito da Talkien, un orco particolarmente repellente. Suonava nei Burzum, a sua volta dimora simile all’inferno. La sua missione era quella di rendere la Norvegia simile agli inferi, attività perseguita tramite atti di vandalismo, incendio di chiese, profanazione di cimiteri, violenza su ebrei fino all’omicidio del suo discografico, un altro personaggio, Oystein Aarseth, in arte Euronymous, sospettato a sua volta di atti di cannibalismo non provati.
Di qui ebbe una grande popolarità, quella che contribuì a rendere noto il suo pensiero politico: inizialmente ossessionato dalla narrativa fantasy, passò a interessarsi alle leggende e ai miti folcloristici norvegesi, da lui messi in contrapposizione con le credenze giudaico-cristiane, considerate una vera piaga per la Norvegia e per i popoli scandinavo-germanici. La sua idea di un ritorno alla primitiva religione pagana e la celebrazione di una società strutturata come nei tempi antichi ebbero una certa presa sui giovani ma è innegabile che molti aspetti del punto di vista dei Burzum assomigliano a quelli nazisti, come il concetto di razza sovrana e la negazione dell'arte e del progresso tecnologico
La musica, con quelle stesse percussioni esplosive, testi sanguinari, accordi ossessionanti e il volume che genera onnipotenza, identità dentro a un mondo proprio, guerresco, nereggiante, maschile, che include donne sottomesse, ornamentali, sesso veloce, la mistica del dolore, e visioni di personali irrealtà precluse agli adulti.

Che sia proprio Richard Manson il precursore di queste vicende? Figlio di una prostituta sedicenne, trascorse la gioventù all’interno del sistemo penitenziario statunitense, dove subì violenze e torture di ogni tipo. Nel 1967, nel quartiere Haight Ashbury di San Francisco iniziò a reclutare reietti, sbandati, studenti del college, appartenenti a sette sataniche in cerca di una guida spirituale, un Cristo incarnato, insieme ai quali formò la cosiddetta Famiglia, una comunità dedita a pratiche sessuali orgiastiche ed all’uso di droghe psichedeliche. Anch’egli musicista, seppur mediocre, ossessionato dai Beatles, avvicinò Dennis Wilson, uno dei componenti dei famosi Beach Boys, convinto di poterne ottenere il passaporto per la popolarità. Trasferì l’intera Famiglia presso l’abitazione di Dennis, amante dei festini a base di orge e droghe. In effetti, il punk rock si basa sul rifiuto di ogni regola, e sul fatto che puoi costruirti da solo la tua cultura. Manson fece tutto questo.

Fallito il suo intento, cercò di perseguire quello di piegare il mondo al suo volere, proclamandosi nuovo Messia. Grazie all’LSD ed ai funghi allucinogeni, assoggettava i suoi seguaci, che commettevano per suo conto efferati omicidi, spostandosi verso Los Angeles nella Death Valley, luogo evocativo per eccellenza, dove migliaia di uomini trovarono la morte inseguendo il sogno del lontano West. Manipolatore di coscienze, commissionò omicidi di personaggi famosi: il 9 agosto del 1969 furono torturate e brutalmente assassinate cinque persone, tra cui la moglie del regista Roman Polansky. Gli omicida scrissero sui muri col sangue delle loro vittime le stesse parole che sarebbero poi state adottate dal leader dei Nine inch nails che nel 1992 affittò proprio quella casa per registrarvi un album.

Charles Manson è il prodotto malato di quello che furono gli sconvolgenti e irrefrenabili anni '60, il frutto marcio di una falsa idea di libertà partorito dalla frustrazione di non essere nessuno, mentre molti nessuno diventavano qualcuno.

Infanzie rubate, droga, sesso, musica, satana, violenza, temi che ricorrono, un ragazzo ed una ragazza morti insieme, in circostanze rituali che di mistico non avevano nulla.

Il giorno del funerale di Chiara Marino, il suo sguardo di tenebra in vita, quei suoi vestiti dark, una madre che urla la propria rabbia dal balcone di casa, ogni giorno, contro chi gliel’ha portata via in una notte di luna nuova. Il dolore, inascoltato, di una persona che avrebbe potuto col suo intervento modificare il corso della storia. Il quartiere cosparso di petali di rosa, quel colore tanto lontano dai poveri resti di una vittima, di se stessa, delle sue frequentazioni, del suo male di vivere che non le ha più restituito il sorriso.

Il 17 gennaio del 1998 in quel bosco non filtrava luce, ma solo l’oscurità che ottenebrò le menti allucinate di un branco di giovani.

Restano solo la croce e l’incenso, ornate da parole che sarebbero fuggite nel vento: "Luce mia, dolce strega, in un bosco, circondata sei da candele e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Quel bambino, forse, era lo stesso che trovò davanti a sé le tenebre che lo inghiottirono senza concedere alcun perché.

 

Roberto Ottonelli

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Lo Smemorato di Collegno

di Sabina Marchesi (14/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia

È il 10 Marzo del 1926, a Torino viene arrestato un uomo, presumilbilmente un vagabondo, colto in flagranza di reato, intento a rubare dalla Cappella di un Cimitero alcuni arredi sacri.

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Un crimine strano, che di fatto da il via a una serie di avvenimenti che condurranno a quello che sarà il mistero più dibattuto dell’immediato dopoguerra e che di fatto dividerà in due l’Italia.

Non identificato l’uomo, che non riesce a ricordare nemmeno il suo nome, viene visitato da un medico e dichiarato preda di una sorta di alienazione mentale di non meglio specificata natura.

Vegeta per quasi un anno nel manicomio di Collegno, fino a tornare alla più completa normalità. Un tranquillo signore di mezza età, inappuntabile, ben educato, distinto e compito nei modi. Se non fosse che ancora non è in grado di ricordare chi è, da dove viene, o come si chiama.

A quasi un anno dal suo ritrovamento, nel febbraio del 1927, si decide di pubblicare una sua foto sulla Domenica del Corriere, sotto la voce “Chi l’ha Visto?”

Quasi immediatamente da Verona partono numerose segnalazioni, diverse persone, contemporaneamente, chiamano la redazione del giornale per segnalare l’identificazione di quello che passerà alla Storia come “Lo Smemorato di Collegno”.

L’uomo privo di memoria sembrerebbe in effetti, in base alle testimonianze rilasciate da più parti, l’esimio Prof. Giulio Canella, disperso in Guerra e del quale da anni non si hanno notizie.

Gli accertamenti condotti dalla Questura sembrano avallare questa ipotesi e l’inconsapevole smemorato, che ancora ignora la sua reale identità, accetta di buon grado, anche se non ricorda nulla, di ricongiungersi a quelli che gli dicono essere i suoi cari familiari.

Ogni cosa sembrerebbe andare per il meglio, quando, inaspettatamente, una segnalazione anonima smentisce ogni riconoscimento. Colui che è stato identificato come il distinto Prof.Canella sarebbe in realtà Mario Bruneri, uomo equivoco, di professione tipografo, con precedenti penali.

L’Italia si divide in due. Da una parte la moglie e il fratello di Bruneri lo reclamano a Torino, dall’altra la potente famiglia dei Canella reclama l’affidamento del loro caro in quel di Verona.

Là dove, evidentemente, nemmeno i familiari più diretti sembrano vederci chiaro, gli italiani hanno la presunzione di saperne di più e si schierano decisi in due fronti compatti, i Bruneriani e i Canelliani.

La mattina ai bar si disquisisce dottamente sugli elementi a favore o contro una o l’altra delle ipotesi, si aspettano trepidanti eventuali aggiornamenti dell’ultima ora, come in una partita di calcio i pronostici oscillano continuamente, le percentuali variano, nessuno sa la verità, e forse nessuno la saprà mai.

Nella confusione generale solo le famiglie continuano la loro silenziosa lotta senza quartiere per l’affidamento di quello che sembra, o finge di essere, un uomo desolato e confuso, sballottato come un pallottoliere da una parte all’altra della barricata.

Fiumi d’inchiostro vengono versati, si interrogano esperti e periti medici, si emettono referti, si danno alle stampe romanzi, saggi e biografie.

Nomi autorevoli si interessano al mistero che ha diviso in due l’Italia, Leonardo Sciascia ricostruisce il dilemma nel suo romanzo “Il Teatro della Memoria”, la televisione manda in onda lo sceneggiato “Uno Scandalo per Bene” con interpreti del calibro di Ben Gazzara e Giuliana De Sio.

È forse il primo caso di giallo mediatico della storia d’Italia.

Ma al di là delle vicende editoriali e degli scoop giornalistici, sono i Tribunali alla fine a dover fare i conti con l’identificazione di un uomo che, in qualche modo, deve inequivocabilmente essere associato a una o all’altra delle due controverse identità.

Ben tre processi furono necessari per appurare questa verità.

Nel primo le potenti influenze dei Canella portarono la vicenda a concludersi con un nulla di fatto, e i magistrati mantennero una posizione neutrale dichiarando di non aver raggiunto prove certe atte a stabilire oltre ogni ragionevole dubbio la reale identità del soggetto conteso.

Ma a un’identificazione, prima o poi, si doveva pure giungere e infatti alla fine ci si dovette arrendere all’evidenza, anche perché, essendo Mario Bruneri un pregiudicato, già arrestato più volte, le sue impronte risultavano schedate, e pertanto fu possibile, tramite una comparazione delle impronte digitali, emettere alla fine un verdetto più che definitivo: lo smemorato di Collegno era in realtà Mario Bruneri e non Giulio Canella.

Peccato però che nel frattempo Giulia Canella, la moglie del Professor Canella, aveva riaccolto in seno alla famiglia con grande entusiasmo quello che credeva essere lo scomparso marito, e con lui aveva avuto altri tre figli, che si andavano ad aggiungere ai due precedentemente concepiti prima dei fatti.

L’Italia intera si chiese come avesse potuto una moglie sbagliarsi in quel modo sulla reale identità del marito. Passi il desiderio spasmodico di riaverlo a casa, passi la folle speranza di veder ritornare qualcuno che era stato dato per scomparso, ma in fondo, nell’intimità della vita coniugale, come poteva una donna aver preso un simile abbaglio?

Fatto sta che comunque Giulia Canella, donna di gran temperamento e di carattere irremovibile, rimase sempre ferma come una roccia, ben salda sulle proprie posizioni.

Fin dall’inizio aveva dichiarato che lo smemorato di Collegno era il suo stimato marito, Prof. Giulio Canella, pilastro della comunità di Verona, padre esemplare e eminente membro di una delle famiglie più in vista della città. E non avrebbe certo mutato parere tutto a un tratto, solo perché una dozzina di tribunali si ostinavano ad affermare il contrario.

Va anche detto che i Canella, a Verona, erano una famiglia molto in vista, esponenti di riguardo della comunità, ferventi cattolici e fortemente religiosi, erano stimati e rispettati e rappresentavano un vero e proprio punto di riferimento e di aggregazione per i notabili locali. Come avrebbe potuto, a un determinato punto, Giulia Canella fare retromarcia ed ammettere il proprio errore, quando ormai aveva giaciuto more uxorio con uno sconosciuto e con questi aveva addirittura concepito tre bambini?

Se solo avesse mai fatto pubblicamente una simile ammissione si sarebbe posta automaticamente fuori dalla comunità, perdendo in un sol colpo stima, onore e rispettabilità, senza parlare dei nuovi nati che sarebbero risultati alla fine figli illegittimi, senza alcun titolo a portare il cognome dei Canella.

Così Giulia Canella, a torto o a ragione, tenne duro fino alla fine e anzi, vista la mala parata, nell’impossibilità di far riconoscere legalmente la reale identità del sedicente Giulio Canella, decise di ritornare in Brasile, sua patria d’origine, portando con sé tutta la famiglia e ponendo, cosa tra l’altro niente affatto trascurabile, notevoli ostacoli a un probabile rientro in Italia di Mario Bruneri, ancora reclamato dai familiari con l’appoggio della sentenza del Tribunale, compiendo così in termini tecnici, un vero e proprio sequestro di persona.

Qualcuno ipotizzò perfino che i potenti Canella, da Rio de Janeiro, fossero anche giunti a tacitare i Bruneri con offerte di denaro, forse prontamente accettate, per mettere ogni cosa a tacere.

Ma cosa ne è stato allora di questo supposto smemorato? Ammesso che egli fosse stato veramente Mario Bruneri cosa deve aver provato a vivere la vita di un altro? E se mai ha riacquistato la memoria, in un tempo non lontano, perché ha sempre taciuto e non ha mai compiuto alcun tentativo di riappropriarsi della propria reale identità?

Quelli che l’hanno conosciuto all’epoca dei fatti sono disposti a giurare sulla sua completa immedesimazione nel ruolo, se alla fine davvero non era Giulio Canella, era certo più che convinto di esserlo.

I fatti dunque ci dicono che Mario Bruneri era stato identificato con certezza, che però i due si somigliavano molto, che le impronte erano inequivocabilmente di Bruneri, mentre la famiglia Canella era disposta a fare carte false per riavere a casa il loro caro, contro ogni prova evidente.

Se lo smemorato Mario Bruneri, ammesso che fosse poi stato veramente colpito da amnesia, a un certo punto avesse avuto modo di realizzare la situazione così come gli si prospettava, da quel piccolo avventuriero che era, amante delle donne e avvezzo al rischio, capace di recitare e di cogliere al volo un’opportunità sensazionale, perché non avrebbe dovuto approffittarne?

Da una parte aveva la sua vera vita, il fratello, la moglie, dei precedenti penali e un’esistenza tutto sommato incerta, dall’altra la ricca famiglia dei Canella, influente e benestante, e un futuro di tutto rispetto. Cosa c’era di più facile che immedesimarsi nel ruolo, potendo celare eventuali incertezze od errori dietro il comprensibile paravento dell’amnesia?

Certo c’era da colmare il non trascurabile divario culturale, da acquisire usi e abitudini che erano state del Canella, ma la posta in gioco era talmente alta che valeva sicuramente la pena di correre qualche rischio, soprattutto con la Signora Canella più che disposta ad aiutarlo e ad aprirgli le porte del proprio cuore e quelle della loro camera da letto.

E se anche l’avessero scoperto, che cosa rischiava in fondo? Era sempre uno smemorato, un uomo solo e desolato, poteva in qualunque momento tornare indietro, confessare di essere stato plagiato, convinto a forza di essere Canella, e spacciarsi per una povera vittima inconsapevole.

Solo Giulia Canella a questo punto avrebbe potuto sapere la verità, ma in fondo se nel cambio ci avesse guadagnato anche lei, tacitati i Bruneri con una congrua offerta in denaro, chi rimaneva ancora interessato a scoprire la verità?

Ecco dunque uno dei misteri davvero irrisolvibili della Storia, forse il più enigmatico, quello dove le prove materiali ci dicono una cosa, e la realtà invece indica tutta un’altra dimensione. E come sempre, a distanza di anni, in presenza di tacita omertà e di opportune alterazioni dei fatti, nessuno se non i testimoni diretti, ormai tutti defunti, potrebbe sollevare il velo che ci separa dalla verità, e il dubbio ancora rimane, vivo come allora, lo Smemorato di Collegno era il tipografo Mario Bruneri o il Professor Giulio Canella?

Sabina Marchesi

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IL CASO: ELENA ROMANI

di Sabina Marchesi (14/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia

Elena Romani è la madre di Vercelli, rinchiusa in carcere da due mesi con l’accusa di aver ucciso con un calcio la figlia Matilda, di soli ventidue mesi. A cura di Miriam Ballerini.

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  Una madre che si aggiunge alla lunga lista di donne preda di un famigerato momento nel quale si ritrovano ad avere in tasca validi motivi a spingerle verso quel punto innaturale e estremo: all’uccisione della propria prole.

 

Spesso i media parlano di depressione, in realtà la depressione porta a far del male, nei casi estremi, solo a se stessi. Sarebbe bene renderci conto che ben altri problemi ci sono all’origine di questi e altri casi simili.

 

Elena Romani è stata imprigionata sulla base di una prova importante: una scarpa sequestrata dalla polizia, con la quale si è supposto fossero calzati i piedi della donna, al momento del fatidico calcio.

 

Sui quotidiani, alla fine di settembre, è uscita la notizia che secondo la perizia dei Ris, disposta dal Gip, sebbene non si possa escludere l’utilizzo della scarpa, non sono stati trovati elementi sufficienti. Infatti, non sono state rilevate tracce di pelle, né di sangue.

 

Ovviamente, gli avvocati utilizzeranno questi elementi per scagionare la madre. Si ritornerebbe quindi ad accusare il fidanzato di Elena? L’unico altro presente al momento del delitto.

 

Si può solo sperare che ne esca la verità, per un altro caso dagli spiacevoli contorni neri.

 

Miriam Ballerini

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Un Mistero nella Vita di Anne Perry

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Se oggi Anne Perry è ancora in vita, e se è stata in grado di ricostruirsi un’esistenza, lo deve anche e soprattutto alla benevolenza dei giudici dell’epoca che, nel 1959, dopo soli cinque anni di detenzione, le consentirono di uscire dal carcere di massima sicurezza di Mt.Eden, dove venne rinchiusa dopo essere stata riconosciuta, sotto il suo vero nome, Julet Hulme, colpevole di omicidio di primo grado nei confronti di Honora Parker, in complicità con la figlia della vittima, Pauline.

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Nel mese di Ottobre la scrittrice Anne Perry, giallista di fama mondiale specializzata in drammi vittoriani, è stata in Italia per il giro promozionale del suo nuovo romanzo, Giustizia in Prima Linea, edito da Fanucci.

 

Cronologicamente collocato dopo il precedente romanzo, Alto Tradimento, questo è il secondo lavoro di Anne Perry a distaccarsi dal dorato mondo vittoriano, ipocrita e intriso di falso perbenismo, che le ha conferito il successo con la duplice serie dell’Ispettore Thomas Pitt e dell’Ispettore William Monk.

 

Ambientato nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, Giustizia in Prima Linea tratta  di un ambizioso corrispondente di guerra, fortemente idealista, inviato al fronte per una propaganda bellica che invece alla fine si trasforma in un atto di denuncia delle gravi condizioni e gli orrori della vita di trincea, dove ogni giorno muoiono centinaia di eroici soldati inglesi stroncati dai gas nervini.

 

Deciso a denunciare a qualsiasi costo l’atroce verità, il nostro protagonista però sarà costretto a eludere i rigidi sistemi di censura britannici e ad attirarsi, fatalmente, non pochi nemici, soprattutto tra l’entourage militare che lo ospita.

 

Quando viene ritrovato il suo cadavere è subito chiaro che i colpevoli vanno ricercati proprio al fronte, tra i militari che comunque non vogliono che il reale stato delle cose alla fine trapeli, più che interessati a tacere e dunque a occultare le terribili atrocità cui sono esposti i soldati inglesi in prima linea.

 

In una caccia senza quartiere tra Londra e le spiagge di Gallipoli l’epilogo finale prevede da parte dell’investigatore di turno una durissima decisione che lo costringerà a rimettere in discussione tutta la sua esistenza, arrivando perfino a dubitare dei valori considerati sacri e sui quali aveva posto le basi della sua stessa filosofia di vita.

 

Un romanzo duro, graffiante, che immortala la Seconda Guerra Mondiale così come è stata vissuta dall’Inghilterra, e che non fa altro cher riconfermare le valide capacità letterarie di questa eccelsa giallista che ha già ben dimostrato di saper pescare nel torbido delle umane passioni con tocco sicuro e con profondissima introspezione psicologica.

 

Dagli orrori della guerra alla brutale perversità del falso perbenismo vittoriano, dalla trincea ai frivoli salotti, dalle spiagge di Gallipoli alle passeggiate di Londra, il tocco di Anne Perry non si appanna e non subisce incertezze, conquistandosi con questa nuova serie un’ ulteriore larga fetta di pubblico, e non solo tra gli appassionati giallisti irrimediabilmente intrisi di nostalgia.

 

Ma chi è dunque alla fine questa sorprendente scrittrice capace di passare con tanta disinvolta sicurezza da dure atmosfere belliche a soffici frivolezze salottiere?

 

Nata a Londra nel 1938, deve la sua fortuna alla brillantezza dei suoi personaggi vittoriani, alla fedeltà con cui ha saputo riproporre un mondo competitivo e spietato falsamente celato sotto uno strato apparente di perbenismo, delle sue opere sono state vendute oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo.

 

Premiata dunque per le capacità introspettive e per la rigorosa fedeltà delle ricostruzioni storiche, Anne Perry è una profonda conoscitrice delle tematiche etiche e sociali, a cui nel 2000 è stato perfino tributato anche un Edgar Award per il racconto breve Heroes.

 

Ma Anne Perry ha nella sua vita un trascorso drammatico, la cui vicenda è stata accuratamente ricostruita nel film Heavenly Creatures, Creature del Cielo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1994, Vincitore del Leone d’Argento e Candidato alla Nomination degli Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

 

La pellicola, a regia di Peter Jackson, magistralmente interpretata da Melanie Lynskey e Kate Winsley, narra di un torbido rapporto tra due adolescenti, nella Nuova Zelanda del 1954, che conduce alla fine all’omicidio della madre di una di loro, uccisa a colpi di pietra su un sentiero di campagna, al ritorno da una festosa escursione di shopping in città.

 

La storia di Julet Hulme e Pauline Parker è stata anche riportata nel libro Assassine di Cinzia Tani, edito da Mondadori, e coinvolge molto da vicino la scrittrice Anne Perry, che oggi è viva solo perché all’epoca, secondo la legislazione vigente, i minorenni, anche se riconosciuti colpevoli, non potevano essere soggetti alla pena di morte, ma venivano sottoposti a pena detentiva secondo quanto indicato direttamente dal Tribunale di Sua Maestà.

 

Se oggi Anne Perry è ancora in vita, e se è stata in grado di ricostruirsi un’esistenza, lo deve anche e soprattutto alla benevolenza dei giudici dell’epoca che, nel 1959, dopo soli cinque anni di detenzione, le consentirono di uscire dal carcere di massima sicurezza di Mt.Eden, dove venne rinchiusa dopo essere stata riconosciuta, sotto il suo vero nome, Julet Hulme, colpevole di omicidio di primo grado nei confronti di Honora Parker, in complicità con la figlia della vittima, Pauline.

 

Quando nel 1994, a cinquanta anni precisi dal delitto, Anne Perry, sotto la sua nuova identità, è stata rintracciata ed intervistata in proposito, in concomitanza con l’uscita del film dedicato alla sua vicenda, si è stupita molto di suscitare tanta attenzione, affermando di aver solo aiutato l’amica, Pauline Parker, a liberarsi della madre e di averlo fatto perché la riteneva instabile e la vedeva così sofferente da temere che alfine, un giorno, potesse giungere a suicidarsi.

 

Anne Perry, alias Julet Hulme, riteneva di avere un “debito d’onore” con quella che fu la sua compagna durante gli anni adolescenziali e pagò questo impegno morale con una condanna per omicidio di primo grado.

 

Ma vediamo come si svolsero all’epoca i fatti secondo la ricostruzione effettuata dalla Professoressa Cinzia Tani, docente di Storia e Sociologia del Delitto presso l’Università La Sapienza di Roma.

 

Siamo nel 1954 in Nuova Zelanda, Julet Hulme e Pauline Parker sono praticamente coetaneee, e presto diventano inseperabili amiche a scuola, pur provenendo da famiglie drasticamente diverse.

 

Pauline Paker è nativa del luogo, figlia generata nel 1937 nella città di Christchurch da Honora Parker e Herbert Risper, i suoi non sono sposati, ma lei ancora non lo sa. E’ la seconda di quattro fratelli, tutti con gravi problemi di salute, uno dei suoi fratellini muore, un altro è colpito dalla Sindrome di Down,  il terzo è costretto a vivere in un sanatorio.  Lei stessa a cinque anni di età contrae una grave forma di osteomielite e viene operata per ben cinque volte, con esito incerto, rimanendo alla fine claudicante. Rimarrà per tutta la vita impossibilitata a praticare sport e tagliata fuori di fatto dalle maggiori occasioni di socializzazione e mondanità.

 

Julet Hulme invece proviene da Londra, dove è nata nel 1938, è figlia di Hilda Marion ed Henry Hulme, uno dei più insigni scienzati di tutta l’Inghilterra, fine matematico e in seguito rettore del Canterbury University College, proprio lì a Chirchchurch. Anche Julet però, come l’amica, ha problemi di salute, ad otto anni viene colpita dalla polmonite ed i medici le consigliano un cambiamento d’aria, per amor suo una delle menti più eccelse del suo tempo accetterà di abbandonare Londra per ricoprire l’incarico di rettore presso un anonimo collegio universitario in un’oscura cittadina della Nuova Zelanda.

 

Ma il sacrificio della famiglia Hulme, che dopo due anni segue la giovane Juliet in Nuova Zelanda, sembra ben ripagato, entrambe isolate da tutto e da tutti a causa della loro malattia, le due ragazze sembrano legare, sono compagne inseparabili, eccelgono negli studi, sono ambiziose e determinate, sognano di diventare scrittrici e di andare a vivere negli Stati Uniti.

 

Entrambe le famiglie sono soddisfatte di questa profonda amicizia che di fatto estrae le ragazze dal loro forzato isolamento e le accomuna in un progetto preciso, le due fanciulle sono spesso ospiti una dell’altra, le famiglie si conoscono reciprocamente e socializzano, nonostante le profonde differenze sociali. Il padre di Pauline è solo un pescivendolo e il padre di Julet un insigne matematico, ma gli interessi delle figlie per loro vengono prima di ogni altra cosa, e finchè le ragazze ne traggono beneficio, quell’unione va bene per tutti.

 

Ma presto il mondo rigorosamente selezionato di Julet e Pauline si fa troppo rarefatto, la loro amicizia diventa ossessiva, in famiglia inziano a sospettare un rapporto innaturale, perfino i loro voti a scuola peggiorano, i genitori si consultano.

 

Proprio in questo momento così delicato Julet scopre sua madre a letto con l’amante, il padre, informato, risolve di lasciare la Nuova Zelanda per far ritorno ai suoi studi in Inghilterra, manderà la giovane figlia presso dei parenti in Sud Africa, dove il clima le sarà di giovamento e dove ella sarà fuori dalla cattiva influenza di Pauline.

 

La madre di Pauline, Honora Parker, informata, è d’accordo. Le due ragazze stanno trasformando la loro amicizia in un rapporto eccessivamente morboso, che nuoce ad entrambe, vanno separate, per il loro stesso bene.

 

Sarà però una decisione tardiva, che alla resa dei conti non otterrà altro risultato che quello di far precipitare, rapidamente, la catena degli eventi fino all’epilogo finale.

 

Pauline Parker alla sola idea di perdere la sua amica, la sua complice e la sua confidente precipita nel panico più assoluto, in preda al delirio progetta, assieme a Julet, l’assassinio di Honora Parker, che ancora ostinatamente si rifiuta di concederle il permesso per accompagnare in Sud Africa l’amica, fosse pure per una breve vacanza.

 

Gli appunti sul diario sono inequivocabili e si riveleranno più che determinanti per l’incriminazione e la condanna delle due ragazze per omicidio di primo grado, e quindi premeditato, senza la concessione di alcun tipo di attenuanti, eccettuata quella, fisiologica, della giovanissima età.

 

Pauline scrive: “ Abbiamo discusso di nuovo i particolari dell’omicidio. Mi sento euforica come se stessimo organizzando un Party a sorpresa. Mamma c’è cascata in pieno e il felice evento avrà luogo domani pomeriggio. Così la prossima volta che scriverò questo diario mamma sarà morta. Che strano, e che bello.”

 

Il 22 Giugno del 1954 l’inconsapevole Honora Parker accompagna le due ragazze in paese per fare shopping, sulla strada del ritorno devono attraversare un parco, Julet che cammina davanti lascia cadere un sasso rosa, che ha portato appositamente con sé, richiama l’attenzione della madre sul sassolino, questa si china, e la figlia la colpisce con un pezzo di mattone avvolto in una calza, l’arma del delitto, già opportunamente predisposta. Poi porge il mattone all’amica perché infligga anche lei un colpo, rendendola indissolubilmente complice di omicidio.

 

Quando le due ragazze, candidamente, in conformità al loro ingenuo piano, tornano di corsa in paese simulando una disgrazia, vorrebbero far credere che Honora inciampando in una radice si sia fratturata il cranio, non vengono credute e subito aleggia fortissimo un clima di sospetto.

 

Il ritrovamento del diario con le incaute e chiarissime frasi annotate da Pauline proprio il giorno prima del delitto non contribuisce certo a migliorare la loro posizione già gravissima. Le ragazze, sottoposte a uno stringente interrogatorio confessano, entrambe.

 

Giudicate colpevoli di omicidio di primo grado nel corso di un legittimo processo vengono però salvate dalla pena di morte dalle leggi attuali che sanciscono che un minore, anche se colpevole, non possa essere giustiziato, e vengono condannate a una pena detentiva.

 

Pauline è rinchiusa nel carcere minorile di Arohata, Julet in quello durissimo di Mt.Eden, insieme ai condannati a morte, vengono rilasciate dal tribunale nel 1959, a soli cinque anni dal crimine, con il divieto assoluto di incontrarsi ancora.

 

Pauline scompare dalle scene e di lei non si saprà più nulla per lunghissimo tempo, Juliet si ricongiunge a sua madre in Inghilterra, assumendo il nuovo cognome di Perry, dal nuovo marito di quest’ultima, Walter Perry. Per un certo periodo lavora come segretaria, poi emigra a San Francisco, si converte alla religione mormone, e a questo punto di lei si perdono le tracce.

 

Ricompare in Inghilterra sotto il nome di Anne Perry come celebre scrittrice di gialli ambientati in epoca vittoriana, e oggi vive in Scozia con tre cani e due gatti.

 

Sulla vicenda viene di nuovo attirata l’attenzione della stampa quando, nel 1994, a 50 anni di distanza dall’omicidio di Honora Parker, Peter Jackson, il regista neozelandese, gira il film Creature del Cielo.

 

Si identifica Julet Hulme in Anne Perry e solo tre anni dopo, nel 1997, si rintraccia Pauline Parker sotto il nome di Hilary Nathan, e si scopre che ha vissuto per trent’anni in un villaggio inglese insegnando equitazione ai bambini. Nessuno degli abitanti riuscirà a credere di aver convissuto per anni con un’assassina e di averle affidato i propri figli.

 

Intervistata in proposito Anne Perry non ha mai negato la sua reale identità e anzi si è dichiarata sorpresa che un fatto avvenuto tanti anni prima potesse ancora riscuotere un simile interesse, affermando di aver soltanto voluto aiutare Pauline per timore che questa si suicidasse, “Avevo con lei un debito d’onore”, ha detto ai giornalisti.

 

Oggi Anne Perry, pagato il suo debito con la giustizia, è una splendida ed elegante signora inglese di sessantasette anni, giallista di fama indiscussa, e protagonista di un giro promozionale con la Casa Editrice Fanucci che vi consigliamo assolutamente di non perdere, secondo le tappe del seguente calendario.


Sabina Marchesi

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Stati del Nord contro Lindy e Michael Chamberlain

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Il 17 Agosto del 1980 l’Australia è scossa da un delitto sanguinoso ed efferato che genererà uno degli errori giudiziari più clamorosi della storia. Coinvolti i coniugi Lindy e Michael Chamberlain, vittima la piccola Azaria, la loro terzogenita, di appena dieci mesi d’età.

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Siamo nella torrida estate del 1980, quando la famiglia Chamberlain al gran completo lascia la sua abitazione nel Queensland del Nord, presso la città di Mount Isa, per compiere un giro naturalistico nell’Australia Centrale.

 

Durante il viaggio fanno sosta in quella che è considerata, a livello turistico, praticamente una tappa obbligata e si accampano nella suggestiva zona di Ayers Rock.

 

La sera dopo scompare dalla loro tenda la loro bambina più piccola e i coniugi Chamberlain vengono accusati del delitto, nonostante il mancato ritrovamento del corpicino, a tutt’oggi ancora disperso.

 

Denominata Uluru nella lingua indigena, Ayers Rock è una particolarissima località contraddistinta dalla presenza di un enorme monolite di colore rosso oro che domina su tutta la zona.

 

All’epoca dei fatti, Michael Chamberlain era un pastore della Chiesa Avventizia del Settimo Giorno e la fede religiosa dei coniugi sarà destinata ad avere un peso notevole durante il processo, giungendo ad influenzare perfino  l’emissione del verdetto e il pronunciamento generale dell’opinione pubblica.

 

Al processo, iniziato sui giornali prima ancora che in aula, si mormorerà a lungo sul significato simbolico di quel particolare monolite, sull’accezione esatta del nome “Azaria” imposto alla bimba scomparsa e più in generale sulle presunte tendenze di follia religiosa dei Chamberlain.

 

Su tutto peserà, inquietante, l’ombra del recente caso di suicidio di massa di Jonestown, avvenuto appena due anni prima.

 

In ogni caso, appena giunti sul posto i Chamberlain, come dei normali villeggianti,  montano la tenda e passano tranquillamente la notte. Il giorno successivo Michael con i due figli più grandicelli, Aidan, il maschio, di 6 anni, e Reagan di 4 anni, si arrampicano sulla suggestiva altura di Ayers Rock, mentre Lindy e la piccola Azaria si avventurano nella zona di  Fertility Cave.

 

Risale a quello stesso giorno l’ultima foto di Lindy con la figlioletta, ancora viva.

 

Giunta la sera, dopo il tramonto, la piccola Azaria scomparirà dalla tenda in cui dormiva, presumibilmente rapita dalle fauci ingorde di un dingo, uno di quei cani della prateria che tanto sono tipici di quelle zone e che somigliano vagamente ai coyotes.

 

In seguito la stessa Lindy, ed altri campeggiatori interrogati sul luogo, racconteranno di aver visto nei giorni precedenti dei dingo avvicinarsi pericolosamente alle tende, all’accampamento e perfino al bivacco accanto al fuoco.

 

Resterà un mistero però come mai nessuno, nonostante gli inquietanti avvistamenti, avesse dato alcun segno di preoccupazione o timore, almeno fino alla sparizione della bambina.

 

Fino a quel momento, del resto, va anche detto che nessun caso di aggressione nei confronti dell’uomo era mai stato reso noto, e che tutti erano abituati a considerare i dingo come animali innocui, lasciati liberi di scorazzare nella zona, loro habitat naturale, visto  che si accontentavano generalmente di cibarsi degli avanzi lasciati dai turisti.

 

Al processo tuttavia deporrà sfavorevolmente la dichiarazione della stessa Lindy che, a cose fatte, raccontò come, quello stesso pomeriggio, durante la sua passeggiata a Fertility Cave avesse visto un dingo che la fissava insistentemente ponendo particolare attenzione verso la bambina che ella teneva in braccio.


Tutte le mamme d’Australia si chiesero cosa avrebbero fatto loro al posto di Lindy.

 

Sarebbero forse tornate al bivacco accanto al fuoco a chiaccherare piacevolmente del più o del meno, dopo aver deposto la loro piccola creatura a dormire in una tenda aperta, senza alcun riparo dalla notte e dalle aggressione degli animali selvatici che non un sottile lembo di tessuto ed una zip?

 

Eppure questo fu proprio quello che Lindy Chamberlain fece in quella notte infausta.

 

I segnali di allarme, invece,  a quanto pare, c’erano stati e come.

 

Al calar della sera, Lindy e suo marito sono accanto al fuoco assieme agli altri cammpeggiatori, una delle donne si alza per andare a buttare gli avanzi nella spazzatura, e tornando racconta di essere stata seguita dall’ombra di un quadrupede, probabilmente un dingo.

 

In seguito lo stesso Chamberlain vede uno degli animali aggirarsi nelle vicinanze del bivacco, tanto che gli lancia un boccone di pane, aspramente redarguito da Lindy che lo invita a non incorraggiare quegli animali ad avvicinarsi troppo.

 

Eppure nonostante questo, Lindy, che teneva la piccola Azaria addormentata tra le braccia, poco dopo si alza e la va a deporre nella tenda, a fianco di Reagan, che già dormiva, per poi tornare tranquillamente davanti al fuoco assieme agli altri campeggiatori.

 

Non molto più tardi, si alza di nuovo, affermando di aver udito un pianto infantile e si avvicina alla tenda, da dove presto giunge alle orecchie dei villeggianti un disperato grido di allarme.

 

Tutti accorrono prontamente ma non possono far altro che constatare l’inevitabile, la bimba è scomparsa, tracce confuse indicano il passaggio di un animale. Un dingo ha preso Azaria e l’ha portata via con sé.


Da qui in poi il comportamento dei coniugi Chamberlain si fa sempre più equivoco o quanto meno atipico.

 

La reazione degli astanti è praticamente immediata, subito si organizza una catena di oltre trecento persone che in formazione a ventaglio perlustrano metodicamente la zona alla ricerca di una pista.

 

Ma i Chamberlain nemmeno partecipano alle ricerche, sono sicuri, senza alcun motivo apparente, che la bimba è già morta e si aggirano per il campeggio salmodiando frasi incomprensibili sulla volontà del Signore, ostentando una rassegnazione e un fatalismo talmente improbabili da apparire subito sospetti.

 

Secondo i testimoni addirittura Michael, inopinatamente, dichiara che è tutto inutile, tanto “A quest’ora sarà morta” e subito dopo aggiunge, insensatamente, come se le cose fossero in qualche modo collegate, “Io sono un ministro del Vangelo”.

 

Il primo poliziotto a intervenire sulla scena del crimine è Frank Morris, che provvede a illuminare l’interno della tenda e scorge delle impronte di sangue su uno dei materassini. A suo dire in effetti delle impronte di zampe partivano dall’ingresso e si allontavano verso la strada sterrata dove finivano per confondersi del tutto con i solchi lasciati dalle autovetture.

 

Intanto anche il piccolo Aiden, di appena quattro anni, ha già chiara dentro di sé la triste fine della sorellina tanto che dice a una delle donne che lo assistono, “Il dingo ha la nostra sorellina nella pancia”.

 

Lo squadrone di turisti, organizzato in formazione compatta, nel volgere di qualche ora appena batte tutto il territorio alla disperata ricerca della bimba, seguendo tracce e sentieri, fino a che uno di loro, allontanatosi dal gruppo, richiama l’attenzione degli investigatori su una serie di impronte rinvenute lungo un sentiero sabbioso.

 

Liberamente interpretate le tracce sembrano denunciare il passaggio di un quadrupede della taglia di un dingo, che poteva aver sostato in quel punto per mettere a terra un fagotto portato tra le fauci, per poi proseguire dopo averlo ripreso in bocca.

 

La depressione ritrovata sul terreno avrebbe potuto facilmente corrispondere all’impronta lasciata da un tessuto, ma i rilievi in tal senso non furono mai veramente conclusivi.

 

Presto il pregiudizio nei confronti dei Chamberlain comincia a crescere, aggravato dal comportamento decisamente anomalo tenuto dai coniugi nelle primissime ore dopo i fatti.

 

Quando infatti, come un sol uomo, almeno trecento campeggiatori, aiutati dagli investigatori, cercavano disperatamente e contro ogni speranza le tracce di Azaria, erano invece gli stessi genitori gli unici a rimanere passivi e inerti, come se fossero, per qualche strana ragione, già fatalmente rassegnati alla sua misera fine.

 

Sapevano forse qualcosa di cui gli investigatori erano all’oscuro?

 

Sabina Marchesi

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Il Mistero di Ayers Rock

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


In breve, tra gli atteggiamenti inusuali dei coniugi Chamberlain e le ridda di tests, prove e comparazioni, l’opinione pubblica si apprestava a costruire attorno alle prove indiziarie un vero e proprio caso di omicidio.

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...segue da ...Stati del Nord contro Lindy e Michael Chamberlain

 

Intanto, tra le equipe delle forze dell’ordine si schierano due fazioni opposte.

 

Da una parte qualcuno, come Michael Gilroy, credeva fermamente all’ipotesi del dingo cannibale, anche perché, se era pur vero che nessun fatto del genere si era mai verificato prima, risultava comunque nel parco naturale un incremento nella segnalazione degli avvestimenti degli animali selvatici, che andavano facendosi più arditi, avvicinandosi pericolosamente alle tende dei campeggiatori. Risultavano anche alcuni sporadici casi di aggressione dei dingo contro l’essere umano, anche se non di questa gravità.

 

Dall’altra invece, investigatori dell’esperienza di John Lincoln ritenevano una simile ipotesi inapplicabile allo svolgersi dei fatti, la bambina aveva già dieci mesi, e al di là di ogni altra considerazione avrebbe costituito un peso di almeno 4 chilogrammi, davvero eccessivo per essere trasportato serrato dentro le mascelle da quello che in definitiva era una specie di piccolo cane.

 

Lincoln si spinse fino ad operare una simulazione. Confezionò un sacchetto con 4 chili di sabbia e si provò a trasportarlo con la bocca, dopo solo un minuto fu costretto a mollare la presa. Per quanto le mascelle di un canide fossero sicuramente più robuste e maggiormente predisposte delle sue, sembrava quasi impossibile che una bestia così piccola avesse potuto trasportare una preda del genere così lontano dall’accampamento e soprattutto tanto rapidamente.

 

Uno sviluppo decisivo per le indagini fu apportato, improvvisamente, circa una settimana dopo la scomparsa della povera bimba.

 

Wally Goodwin, competente fotografo dilettante, era in appostamento proprio alla base dell’Ayers Rock per riprendere alcune suggestive inquadrature della flora selvatica, tanto rigogliosa in quella stagione.

 

Sulle pendici di un sentiero, che recava numerosissime tracce del passaggio di ogni specie di animali, effettuò un macabro ritrovamento. Vicino  a un masso spiccavano un pannolino strappato e una tutina da neonato.

 

La polizia, subito avvertita, venne a prelevare i resti degli indumenti per appurare se appartenessero alla piccola Azaria e per sottoporli ad indagini di laboratorio tentando finalmente di appurare se la piccola, il cui corpo non sarà mai ritrovato, fosse deceduta per l’attacco di un predatore o non piuttosto, come si andava oramai sospettando, per mano umana.

Il 28 agosto del 1980 l’indagine andava in carico ufficialmente al detective Graeme Charlwood che, ben deciso a non lasciarsi influenzare, prese ad esaminare come prima cosa il circostanziato rapporto di Michael Gilroy, il primo investigatore convinto dell’attendibilità della pista del dingo selvatico.

Lo stesso Gilroy, il più deciso sostenitore della tesi del rapimento della piccola ad opera di un dingo isolato dal branco, non aveva però potuto fare a meno di rilevare nelle sue osservazioni alcune gravi incongruenze, che andavano tutte nella stessa direzione.

Iniziava lentamente a formarsi una sempre più consistente ipotesi di colpevolezza  a carico dei coniugi Chamberlain.

Dall’esame della documentazione si evinsero presto alcuni fatti allarmanti, evidenziati dall’analisi  dell’investigatore Gilroy.

Alcuni giorni prima dell’incidente Lindy Chamberlain aveva portato la bimba dal pediatra, per un controllo. Lo specialista, interrogato, aveva dichiarato che si era fortemente insospettito dell’atteggiamento anomalo della donna nei confronti dell’ultima nata, che stranamente i vestiti usati per la piccola erano sempre di colore nero e che il nome prescelto, Azaria, apparentemente significava “sacrificio nella natura”.

I Chamberlain per contro continuavano a sostenere che al momento della scomparsa la piccola indossava invece una tutina di spugna di colore chiaro, e un morbido golfino lavorato a maglia, bianco con un bordino giallo pallido, degli indumenti più che consueti per un neonato, e che il nome Azaria era stato scelto perché significava “colei che è aiutata da Dio”.

Nei suoi appunti poi Gilroy evidenziava che i panni tanto provvidenzialmente ritrovati una settimana dopo i fatti dal fotografo dilettante alle pendici dell’Ayers Rock, erano troppo in buono stato per essere rimasti esposti agli agenti atmosferici per tutto quel tempo e che sembravano invece essere stati collocati a bella posta per un opportuno ritrovamento, tra l’altro proprio dove la famiglia Chamberlain aveva fatto una piccola escursione, forse una specie di sopralluogo, proprio il giorno prima della disgrazia.

Da interrogatori sul posto era poi emerso che i campeggiatori riuniti quella sera attorno al fuoco potevano soltanto “aver creduto” di aver visto Lindy con la bimba in braccio, mentre quello che potevano giurare di “aver visto realmente” era solo un fagotto informe giacere tra le braccia della donna.

Forse dopo tutto, a quell’ora la piccola Azaria era già morta, e tutta la scena della tenda poteva essere stata solo una recita appositamente allestita a loro beneficio, per avvalorare l’ipotesi del dingo.

Nel frattempo, con un dispiegamento di forze incredibile, in numerosi laboratori di analisi sparsi in tutta l’Australia veniva organizzata una rete di esperimenti incrociati sui reperti legati alla scena del crimine, mentre specialisti di flora e fauna, e studiosi del comportamento animale venivano interrogati nel tentativo di avvalorare, o confutare, la tesi esposta dai Chamberlain, con simulazioni e ricostruzioni scientifiche.

Sangue, campioni vegetali e peli animali rinvenuti sugli indumenti della neonata vennero sottoposti ad ogni genere di analisi e furono esaminate al microscopio anche le microlesioni della stoffa per capire se dovute a mano umano o a  intervento animale.

Vennero perfino abbattuti appositamente dei dingo della zona di  Ayers Rock, per appurare se nei loro corpi potesse essere rinvenuta qualche traccia, resti umani o proteine, che avvalorasse la tesi del consumo di carne umana da parte di quel particolare branco, in contrasto del resto, a detta degli esperti, con le abitudini generali della razza.

 

Pezzi di carne da macelleria avvolta nei pannolini da neonato furono lanciati ai dingo per studiare il loro comportamento e per confrontare poi gli squarci con quelli riportati sugli indumenti appartenuti ad Azaria.

 

In breve, tra gli atteggiamenti inusuali dei coniugi Chamberlain e le  ridda di tests, prove e comparazioni, l’opinione pubblica si apprestava a costruire attorno alle prove indiziarie un vero e proprio caso di omicidio.

 

Dalle pagine dei quotidiani poi, la stampa contribuì non poco ad esarcebare gli animi, conducendo una vera e propria campagna contro i due coniugi, di fervente religione avventista, che si attirarono ogni sorta di persecuzioni, giungendo fino ad essere sospettati di aver sacrificato la bimba in nome di chissà quale assurdo fanatismo di setta, risvegliando nel pubblico dolorosi echi del recente suicidio di massa di Jonestow.

 

Come per il caso a noi più noto della tragedia di Cogne, le interviste rilasciate dai due e i loro interventi durante i telegiornali non ottennero altro risultato che quello di incattivire l’opinione pubblica  e fomentare la campagna di persecuzione contro di loro.

 

Lindy e Michael Chamberlain, infatti, continuavano ad ostentare melodrammaticamente un fatalismo e una rassegnazione decisamente inconsueti per due giovani genitori crudelmente privati della loro figlioletta in frangenti tanto drammatici.

Il primo di Ottobre del 1980, Graeme Charlwood, titolare dell’indagine, giunge presso l’abitazione dei Chamberlain e sottopone i due a un serrato interrogatorio, nel tentativo di ricostruire da capo la vicenda.

Dopo averli ascoltati separatamente alla ricerca di possibili contraddizioni o anomalie, il detective alla fine arriva perfino alla decisione di tentare il tutto per tutto, sottoponendo Lindy Chamberlain ad ipnosi, con la speranza di far emergere qualche dettaglio rimasto occultato nella sua memoria, potenzialmente utile per le indagini.

Per una persona innocente avrebbe dovuto essere, a rigor di logica, una magnifica occasione per dimostrare definitivamente la propria totale estraneità ai fatti, ma il rifiuto eclatante della donna fu, in quel contesto, davvero sorprendente.

Ci si sarebbe aspettato che una giovane madre privata a quel modo della sua creatura fosse disposta a qualsiasi prova pur di arrivare alla verità ma, inaspettatamente, la gelida reazione di Lindy lasciò il detective completamente interdetto, nel sentirsi dire: “La Chiesa non me lo permetterebbe mai e io non lo farei. Dio uccise Saul per questo. Conosce la storia di Saul e la Strega di Endor?”

Si giunse così alla prima delle tre inchieste di medicina legale istruite sul caso Chamberlain, sotto la conduzione di Denis Barritt, magistrato e coroner di Alice Springs.

Sabina Marchesi

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Prosegue con .... The Dingo Trial ....

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The Dingo Trial

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Finalmente il giudice Galvin, pienamente persuaso della probità degli indizi prodotti dall’accusa, incrimina formalmente Lindy Chamberlain di omicidio e Michael di complicità dopo il fatto.

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Segue da ... Il Mistero di Ayers Rock ....

Il 16 dicembre del 1980 l’inchiesta fu ufficialmente aperta da Ahsley Macknay.

Le conclusioni dei test di laboratorio fecero orientare la pubblica accusa verso una linea di posizione ben precisa.

 

Gli abitini della piccola non erano stati lacerati da morsi animaleschi, ma probabilmente tagliati con una lama acuminata, inoltre gli indumenti rinvenuti sotto l’Ayres Rock non risultavano essere stati trascinati sul terreno, come sarebbe dovuto essere se li avesse trasportati un dingo, ma sembravano essere stati semplicemente appoggiati, o meglio disposti, da mano umana in attesa di un  conveniente ritrovamento.

 

Durante l’interrogatorio a Lindy Chamberlain però il Pubblico Ministero non riuscì in alcun modo a provare un qualsivoglia possibile movente.

 

Non sembravano proprio esserci motivi di alcun genere per cui la donna avesse potuto decidere improvvisamente di uccidere la figlioletta, né si potè dimostrare che ella avesse dato in precedenza segno di squilibri o di avversione nei confronti dell’ultima nata.

 

Nel corso dell’inchiesta si giunse allora a un compromesso.

 

A un certo punto il detective Barritt, non riuscendo a provare l’omicidio intenzionale, arrivò ad ammettere che probabilmente la bimba era stata realmente aggredita da un dingo mentre era nella tenda, ma che poi qualcuno, probabilmente i genitori, pur non essendo gli esecutori materiali del delitto o i diretti responsabili della morte, erano intervenuti per trasportare altrove il corpo e far rinvenire gli abitini convenientemente disposti in un luogo congruo.

 

Era tuttavia pur sempre un’ipotesi debole, non completamente comprovata dai fatti e priva ancora una volta della minima logica. Anche in questo caso mancava del tutto una motivazione adeguata. Al di là del fanatismo religioso e della fantasiosa ipotesi del sacrificio umano non si riusciva a comprendere cosa mai li avesse spinti a tanto.

 

Ma il 19 Settembre del 1981 l’inchiesta subisce una svolta ulteriore.

 

Vengono inviati degli investigatori presso il domicilio dei Chamberlain per sottoporre i locali ad un’accuratissima perquisizione durata in effetti oltre quattro ore e mezza. Si cerca l’arma da taglio che avrebbe potuto lacerare gli indumenti della piccola, ma ancora ci si attiene all’ultima ipotesi, manomissione della scena del crimine e occultamento di cadavere.

 

Quello che si trova, però, è ben diverso.

 

Vengono prelevati più di trecento oggetti, abiti, valige, vestiti, forbici, armi da taglio, coltelli, utensili da cucina e anche l’automobile che i Chamberlain usarono per quella terribile gita ad Ayers Rock.

 

Ai Chamberlain venne spiegato che nuove scoperte dello specialista britannico forense James Cameron sembravano escludere tassativamente che i vestiti della piccola Azaria fossero stati lacerati da un dingo. La reazione imperturbabile di Lindy fu  ancora una volta  glaciale: “Non sapevo che ci fossero degli esperti di dingo a Londra”.

 

Il 14 dicembre del 1981 prende avvio la seconda inchiesta.

 

Nell’automobile dei coniugi viene rinvenuta una quantità di sangue davvero anomala. Maldestramente ripulita, la vettura viene sottoposta ad ogni genere di analisi, e la posizione dei Chamberlain comincia ad aggravarsi ogni giorno di più.

 

Questa volta responsabile dell’inchiesta è il Giudice Gerry P. Galvin  con il suo assistente Des Sturgess. Adesso l’accusa è orientata sempre di più verso la colpevolezza della sola Lindy, lasciando momentaneamente da parte le  responsabilità di Michael.

 

Secondo la loro ricostruzione, quella sera, a un certo punto Lindy si sarebbe allontanata con la bimba dal campeggio, per poi ucciderla nella propria macchina utilizzando un affilato strumento da taglio, molto probabilmente un paio di forbici. Il ruolo del marito avrebbe potuto essere, indifferentemente, di complicità o connivenza, o prima o dopo i fatti.

 

A questo proposito risultò determinante la testimonianza della biologa Joy Kuhl, che identificò le macchie trovate nella macchina, sotto il sedile del passeggero, incontrovertibilmente come sangue di neonato.

 

Contemporaneamente, lo specialista forense James Cameron rincarava la dose affermando che lo strappo provocato nella tuta non era assolutamente da attribuirsi a zanne animali, ma piuttosto a un paio di forbici.

 

Così, mentre la prima inchiesta era stata giocata sulle abitudini dei dingo e sulla loro presunta attitudine ad attaccare o meno l’essere umano, la seconda fu basata interamente sui reperti e sulle analisi di laboratorio. Fattori che la metodologia forense aveva sempre insegnato a prendere come verità inoppugnabili, prove incontrovertibili capaci di illuminare realmente sulle concrete modalità dei fatti.

 

Finalmente il giudice Galvin, pienamente persuaso della probità degli indizi prodotti dall’accusa, incrimina formalmente Lindy Chamberlain di omicidio e Michael di complicità dopo il fatto.

 

Si giunge così al processo del 13 Settembre del 1982.

 

Lo stato dei Territori del Nord si costituisce parte civile contro i coniugi Chamberlain.

 

Si comprende subito che si tratta di un processo anomalo. Lindy si presenta in tribunale in avanzato stato di gravidanza, il cadavere non è mai stato ritrovato, mentre per contro brillano per la loro assenza sia il movente, inesistente, che i testimoni oculari, inconsistenti.

 

Tutto il procedimento si basa su prove indiziarie e pregiudizi culturali, nonché sull’antipatia che i coniugi Chamberlain suscitano con il loro contegno eccessivamente mistico. La giuria, selezionata tra 123 candidati, risulta alla fine composta da nove uomini e tre donne.

 

La tesi dell’accusa, a firma di Ian Barker,  questa volta bypassa tutte le incertezze e punta dritta allo scopo.

 

Si ammette  candidamente che “non è possibile ipotizzare alcun movente per il delitto. Non ci risulta che la signora Chamberlain avesse in precedenza mostrato alcuna tendenza anomala nei confronti  della bambina”, tuttavia è ferma opinione dell’accusa che la piccola Azaria Chamberlain fosse giunta alla morte “molto velocemente perchè qualcuno le aveva tagliato la gola”, di conseguenza la questione del dingo era stata niente altro che “una fantasiosa bugia, ideata per nascondere la verità”.

 

Su tali premesse, il primo teste chiamato a deporre fu proprio Sally Lowe, la donna che quella notte al campeggio era seduta in prossimità dei Chamberlain attorno al fuoco.

 

Secondo la sua testimonianza, Lindy in quel frangente si sarebbe assentata non meno di cinque minuti ma non più di dieci. Il tempo sufficiente per mettere la bambina a letto, ma non certo per condurla in macchina, ucciderla e poi liberarsi del corpo.

 

La deposizione della teste prosegue poi confermando di aver visto quella sera più volte l’ombra di un dingo aggirarsi attorno al bivacco e in prossimità della tenda.

 

Di fatto, in questo modo, Sally Lowe conferma interamente la versione di Lindy, affermando inoltre che la donna  al momento della tragedia aveva l’aria tipica della da “neo-mamma che irradiava felicità per la bambina”.

 

Su questa scia si snodano tutte, o quasi, le testimonianze dei campeggiatori, che tendono sostanzialmente a confermare i fatti, compresa l’inquietante presenza dei dingo tanto vicini all’accampamento.

 

A domande più circostanziate le risposte sono ancora più inequivocabili.

 

Il marito di Sally Lowe, quando viene interrogato esplicitamente circa la macchina sporca di sangue e la possibilità che i Chamberlain l’avessero lavata quella stessa notte, ribatte sicuro: “No, non li ho visti ….C’erano molte persone al campeggio in quel momento e sono sicuro che se avessero fatto qualcosa del genere sarebbero stati notati.”

 

Un’altra testimone, Judy West, si pronuncia anche lei a favore dell’ipotesi del dingo, dichiarando di aver sentito Lindy urlare “Un dingo ha preso la mia bambina!”, proprio pochi minuti dopo aver udito, distintamente nel buio, un ringhio sommesso di animale.

 

Anzi la teste giunge perfino ad affermare che una di quelle bestie si era già  spinta all’interno del campo ed aveva afferrato per un braccio sua figlia, strattonandola, fino a quando lei stessa non era dovuta intervenire in sua difesa, nonostante la bambina avesse ben dodici anni.

 

La giuria fu notevolmente impressionata.

 

Diversi testimoni non legati ai Chamberlain da alcun rapporto di parentela o di amicizia stavano dichiarando, sotto stretto giuramento, che quella sera al campeggio i dingo si aggiravano tra le tende ed avevano mostrato un atteggiamento aggressivo, mostrando un particolare interessamento nei confronti dei bambini isolati dal gruppo.

 

Altri teste invece si pronunciavano a sfavore.

 

Ann Whittaker per esempio ricordava chiaramente lo strano comportamento dei Chamberlain durante i primi terribili momenti. Secondo la sua ricostruzione quella sera, subito dopo la scomparsa della bimba, Michael Chamberlain si era affacciato alla soglia del loro camper ed aveva annunciato, in tono melodrammatico “Un dingo ha preso la nostra bambina, e a quest’ora ormai probabilmente è morta”, mentre sua moglie Lindy rincarava la dose confermando “Qualunque cosa accada, è la volontà del Signore”.

 

Successivamente a questo dialogo i due si sarebbero poi allontanati tra i cespugli scomparendo per quasi mezz’ora, il tempo sufficiente, questa volta,  per potersi disfare del corpicino.

 

Stando così le cose, l’elemento determinante diventava chiaramente la presenza di sangue neonatale nella macchina, tanto che l’accusa si spinse fino a convocare un perito perché testimoniasse che quel sangue apparteneva proprio ad Azaria e non a un’autostoppista ferita raccolta dai Chamberlain, come questi andavano sostenendo.

 

Chiamata a testimoniare, la donna cui i  Chamberlain avevano dato un passaggio, Keyth Lenehan, non fece altro che confermare come in quella circostanza lei fosse ferita e che al momento di salire al posto del passeggero stesse sanguinando copiosamente.

 

Il tentativo ossessivo dell’accusa di dimostrare a tutti i costi che il sangue era neonatale e che non poteva in alcun modo essere quello dell’autostoppista non fece che intorbidare ulteriormente le acque e dare complessivamente la sensazione che si volesse forzatamente colpevolizzare gli imputati.

 

Alcuni rappresentati della stampa giunsero anche a dichiarare che “Finora l’accusa non ha fatto altro che dimostrare che Lindy è innocente”.

 

Decisa ad ottenere a tutti i costi una condanna esemplare la pubblica accusa iniziò a chiamare a deporre una serie infinita di periti medico legali.

 

Il Dottor Andrew Scott, rinomato biologo  di Adelaide, dichiarò senza mezzi termini che il sangue rinvenuto sulla canottierina di Azaria era caduto dall’alto verso il basso, traboccando da una ferita alla gola probabilmente causata da un taglio causato a mezzo di uno strumento affilato, e non da uno squarcio slabbrato provocato dalle zanne di un animale.

 

Ma tutte queste considerazioni senza il cadavere della piccola vittima, mai rinvenuto, lasciavano comunque il tempo che trovavano.

 

Successivamente fu la volta del Professor Malcolm Chaikin, il maggior esperto di tessuti di tutta l’Australia, che dimostrò inequivocabilmente come, tagliando la tutina della bimba, si potessero produrre tanti piccoli occhielli spugnosi, simili in tutto e per tutto a quelli rinvenuti nella borsa della macchina fotografica di Michael Chamberlain.

 

Forse era lì che i due imputati avevano occultato il corpicino prima di disfarsene?

 

Ma anche in questo caso la deposizione dei Chamberlain attutì nettamente la probanza di questa prova.

 

Nessuno riuscì infatti a dimostrare che i frammenti ritrovati provenissero proprio da quella tutina  e non da un’altra simile, visto che spesso i coniugi usavano proprio quella borsa anche per riporre o trasportare gli indumenti della bimba durante le gite.

 

La 35° testimone dell’accusa fu la biologa Joy Kuhl, pronta  a presentare prove inequivocabili che il sangue ritrovato nell’autovettura degli imputati, maldestramente ripulita, appartenesse proprio a un neonato e non ad un adulto.

 

Ma i test effettuati in laboratorio erano stati fatti con campioni di sangue poi distrutto, e dunque inutilizzabile per eventuali analisi comparative o di raffronto.

 

Il perito nominato dalla difesa, Phillips, smontò dunque efficacemente anche questa testimonianza, dando ad intendere alla giuria che volendo, in laboratorio, qualsiasi campione poteva essere manipolato a dovere, fino ad ottenere i risultati desiderati.

 

Si passò poi agli etologi e agli esperti animalisti.

 

Bernard Sims, chiamato addirittura da Londra, rinomato esperto di odontologia, testimoniò che a suo avviso, confrontando circa ventiquattro diversi casi di aggressione di canidi verso gli  esseri umani, l’evento in esame non sembrava riconducibile all’attacco di un dingo, per il tipo di ferita e la disposizione degli schizzi di sangue sugli indumenti.

 

Inoltre disse anche che un dingo con la sua mandibola non avrebbe mai potuto afferrare la testa di un bambino di dieci mesi, come quella di Azaria.

 

L’esperto della difesa, Kirkham, allora esibì una foto dove un dingo teneva nelle mascelle la testa di una bambola, riproducente a grandezza naturale quella di un bambino. Le zanne dell’animale arrivavano precisamente fino ai lati della testa, da orecchio a orecchio, smontando in maniera inequivocabile quanto appena affermato dall’accusa

 

L’ultimo perito chiamato a testimoniare, James Cameron, esimio Professore di medicina forense, basandosi sulle sole macchie rinvenute sugli abiti, tentò di dimostrare come la piccola Azaria fosse stata uccisa da una ferita inferta sulla regione del collo con una lama molto affilata e non dalle zanne acuminate di un animale.

 

Il collegio della difesa si limitò a considerare come, anche in passato, la testimonianza di Cameron fosse servita solamente per far condannare persone poi dimostrate innocenti.

 

Tra battaglie di periti e contro deposizioni si arrivò alfine al momento di ascoltare la testimonianza di Lindy Chamberlain.

 

A quel punto il processo si era avviato definitivamente a diventare più una farsa che un legittimo dibattimento.

 

La donna fu costretta a contemplare le gigantografie agli ultravioletti degli abitini insanguinati indossati dalla sua creatura al momento della morte.

 

Obbligata a porre le sue mani sulle fotografie per la comparazione delle impronte, la donna rese la sua testimonianza tra le lacrime che le scendevano copiose e senza freni sul viso devastato.

 

Al momento del contraddittorio, la Chamberlain semplicemente rifiutò di considerare le domande a trabocchetto che richiedevano da lei spiegazioni di cui ella non poteva essere in possesso.

 

Tra i quesiti formulati dall’accusa spiccavano vere e proprie insinuazioni di colpevolezza goffamente mascherate da domande: “Poteva lei spiegare come mai un dingo che scuoteva un neonato sanguinante non aveva lasciato una grande quantità di sangue dentro e attorno alla tenda? Poteva forse giustificare il sangue trovato nella macchina di famiglia? Poteva rispettosamente considerare l’ipotesi che tutta la storia del dingo fosse solo mera fantasia?”

 

La risposta di Lindy Chamberlain fu, ancora una volta,  chiara ed inequivocabile.

 

“Non ho alcuna intenzione di speculare su questo”.

 

Vene poi il momento dei testimoni a discarico. La difesa chiamò i suoi testi, ascoltò i periti, coinvolse gli abitanti della zona e i villeggianti di Ayers Rock.

 

Oltre ventiquattro persone confermarono la pericolosità della zona, le frequenti incursioni dei dingo che di anno in anno andavano facendosi sempre più arditi, testimoniarono a favore dell’integrità dei coniugi Chamberlain e portarono in aula parole di stima e di cordoglio per la loro perdita.

 

I periti della controparte si dedicarono attivamente a smontare passo passo le prove di laboratorio presentate dall’accusa, giungendo perfino a dichiarare che “duecento test fatti male valgono meno di uno fatto bene”.

 

Un esperto comportamentale specializzato sulle abitudini dei dingo, Les Harris, spiegò diffusamente in aula le modalità di caccia di questi animali che, dopo aver afferrato la preda, usualmente la immobilizzano e la tramortiscono serrando le mascelle attorno al suo capo, causando un minimo spargimento di sangue.

 

Illustrò poi come i dingo, abitualmente, non divoraressero la vittima sul posto, preferendo riparare in un luogo sicuro, trasportando tra le fauci la preda già morta, uccisa per rottura dell’osso del collo ottenuto strattonandone il corpo a destra e a sinistra, mentre la testa veniva trattenura saldamente tra le mandibole.

 

L’ultima persona chiamata sul banco dei testimoni fu Michael Chamberlain.

 

Ian Barker, per l’accusa, insistette fino alla nausea sul comportamento anomalo dell’uomo nei primissimi minuti in cui si dovette constatare la scomparsa della piccola Azaria dall’interno della tenda.

 

Perché non aveva organizzato le ricerche? Perché non aveva fatto domande? Perché si era detto sicuro che la piccola fosse già morta, quando erano passati appena pochi attimi dalla sua scomparsa?

 

Un qualsiasi altro padre si sarebbe arrampicato a mani nude sull’Ayers Rock pur di ritrovare la sua bambina.

 

Forse allora, lui sapeva già che la piccola era morta, che la colpevole era sua moglie, e che la storia del dingo era semplicemente una messa in scena?

 

La domanda fu posta esplicitamente, e più di una volta.

 

Michael rispose, a bassa voce ma determinato: “No”.

 

A ulteriori riprese Barker calcò la mano, tentando di farlo crollare:“Tutta la storia è un’assurdità, e lei lo sa”.

 

Chamberlain rispose:“No, signor Barker”.

 

Tuttavia il marito di Lindy non si accalorava, rimaneva paziente ed inerte sul banco dei testimoni ripetevndo stancamente quel “no” con calma flemmatica, come se fosse emotivamente assente, quasi che quella tragedia non fosse la sua.

 

Qando si alzò, al termine della testimonianza, tornò a sedersi in aula come se nulla fosse, accanto a sua moglie, prendendole le mani e guardandola come se solo lei potesse fornire le risposte che lui non sapeva dare.

 

La requisitoria finale della difesa battè insistentemente sulla lacuna più grave della macchina accusatoria.

 

Nessuno in alcun modo era ancora riuscito a dimostrare un movente qualsiasi per quel crimine tanto efferato, non esisteva al mondo anche un solo motivo, provato  o meno che fosse, per cui Lindy avrebbe dovuto uccidere sua figlia.

 

“L’accusa ha avuto due anni e tre mesi per pensare a un motivo plausibile, e non c’è riuscita”.

 

La pubblica accusa replicò, come di prammatica, che non era quello il ruolo e tantomeno il compito del collegio accusatorio.

 

“Tutto quello che abbiamo da dire è che il delitto è avvenuto. Non c’è nemmeno la prova che il dingo sia il colpevole: come potete condannarlo su queste basi?”.

 

Il quesito, per quanto astruso,  era perfettamente logico.

 

Se non c’erano prove che potessero accusare inequivocabilmente Lindy, allo stesso modo non esistevano evidenze certe nemmeno della colpevolezza del dingo.

 

Nonostante l’enormità dei rilievi e delle perizie effettuate mancavano ancora le prove.

 

Non erano stati trovati peli animali nella tenda, mancavano tracce certe che indicassero concreti segni di trascinamento, e nessun testimone oculare aveva visto, materialmente,  un animale allontanarsi dalla tenda con un fagotto in bocca.

 

Il fatto poi che la tutina fosse stata ritrovata in condizioni relativamente buone, come se fosse stata disposta appositamente per un opportuno ritrovamento pesò forse più del dovuto sull’andamento processuale.

 

Il 28 ottobre del 1982 il giudice Muirhead tentò di fare retromarcia, e di riportare in parità i piatti della bilancia, facendo notare alla giuria che Sally Lowe aveva lucidamente dichiarato di aver sentito piangere la bambina, dentro la tenda, cosa impossibile se Azaria fosse già stata uccisa.

 

Ciò nonostante il 29 ottobre del 1982, alle ore 20.37, dopo pochissime ore di camera di consiglio, il presidente della giuria annunciò il verdetto.

 

Lindy Chamberlain era stata riconosciuta colpevole di omicidio e il marito Michael Camberlain di complicità.

 

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir 

 

 Prosegue con  ... La Dea Bendata ....

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La Dea Bendata

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Nel 1992, dodici anni dopo i fatti, alla memoria di Azaria Chamberlain, l’Australia intera dovette riconoscere il gravissimo errore giudiziario, uno dei più eclatanti nella storia della metodologia forense.

foto intervento

 

 

Segue da .... The Dingo Trial ....

 

In quel momento tutta l’Australia era in tripudio davanti alle televisioni e la condanna fu approvata a furor di popolo.

 

In seguito si seppe che il parere della giuria non era affatto umanime, su dodici persone solo quattro avevano sostenuto la colpevolezza, quattro erano convinti dell’innocenza dei Chamberlain e i rimanenti quattro non sapevano cosa pensare, completamente confusi dal rapido alternarsi di perizie e testimonianze che praticamente continuavano a smentirsi una con l’altra.

 

Ma alla fine si erano trovati d’accordo, forse influenzati dalle raccomandazioni del giudice e della rilevanza del processo. Nessuno dei giurati in fondo era giunto in aula, come vuole la legge, immune da pregiudizi e privo di un proprio ordine di pensiero circa la questione della supposta colpevolezza dell’imputata.

 

Il giudice Muirhead, ascoltato il verdetto, procedette a condannare Lindy  Chamberlain all’ergastolo, sospendendo però la sentenza di Michael perché potesse avere cura dei figli e mandare avanti la famiglia.

 

Agire diversamente “Non sarebbe stato né appropriato né nell’interesse della giustizia”.

Neanche un mese dopo, nel carcere di Berrimah, alle porte della città di Darwin, veniva alla luce un’altra piccola Chamberlain, chiamata Kahlia. Anche al momento del parto Lindy non perdette la sua abituale imperturbabilità e trovò la forza di domandarsi: “Vediamo se avranno qualcosa da dire anche su questo”.

Gli avvocati di Lindy Chamberlain presentarono domanda di appello, ottenendo per la loro assistita la libertà condizionata temporanea.

Ad Aprile del 1983 venne respinta la prima domanda di ricorso alla Corte di Appello per insufficenza di motivazioni adeguate. Non erano emersi nuovi elementi processuali, né erano stati portati all’attenzione della corte fatti che potessero gettare nuova luce sulla vicenda.

Stessa sorte ebbe la seconda istanza di ricorso, respinta nemmeno dieci mesi dopo.

A due anni di distanza dal processo, Lindy Chamberlain dovette far ritorno in carcere, per scontare la pena completa dell’ergastolo, senza condoni o riduzioni della pena.

Nel frattempo però l’incertezza cominciava a serpeggiare nella pubblica opinione, non tutti erano ancora convinti della sua colpevolezza, come all’epoca della condanna.

Si cominciarono a far girare petizioni per ottenere la sua liberazione, l’immagine di quella mamma che tornava in carcere abbandonando la sua bambina faceva male al cuore.

Il paese era diviso in due, un sondaggio televisivo rivelò, insapettatamente, che, a pochi anni di distanza dai fatti, solo il 52% delle persone intervistate la riteneva ancora colpevole.

Ma fu solo a  Gennaio del 1986 che finalmente si verificò un fatto nuovo, di tale rilevanza da giustificare l’immediata riapertura del processo.

Un escursionista inglese, David Brett, cadde dalla cima dell’Ayers Rock durante una scalata notturna in solitaria e rimase ucciso sul colpo. Le ricerche partirono diversi giorni dopo, e quando si comprese che il disperso era diretto verso la rupe dell’Ayers Rock per un’arrampicata, si cominciò a cercare il suo corpo nei dintorni.

Otto giorni dopo la sua scomparsa si scoprì che il suo cadavere era stato spostato, o trascinato, fino alle tane dei dingo. Caduto dalla cima della vetta, morto sul colpo secondo l’autopsia, il suo corpo era stato attaccato dai dingo, che lo avevano trascinato lontano.

E David Brett, anche da morto, pesava molto di più della piccola Azaria.

Così, mentre gli agenti cercavano prove che potessero dimostrare che erano stati i dingo a spostarlo, si iniziò  a battere la zona a tappeto per verificare se alcui brandelli degli abiti o del cadavere potessero essere stati dispersi durante il tragitto.

 

Fu in questo momento che le squadre di ricerca si imbatterono in un reperto sconcerante.

 

Si rinvenne infatti un golfino da neonato finemente lavorato a maglia, che un tempo doveva essere stato bianco.

 

La macabra scoperta questa volta aveva il sapore autentico della pura verità.

 

Lindy Chamberlain era salva.

 

Giustizia era stata fatta, ma una madre innocente, oltre ad aver subito il lutto per la sua piccola creatura, era anche passata attraverso le pene dell’inferno.

 

Scarcerata il 7 febbraio del 1986, a pochi giorni di distanza dal ritrovamento degli indumenti della piccola Azaria, finalmente Lindy Chamberlain ottene il sospirato ricorso alla Corte d’Appello.

Il 15 settembre del 1988 la Corte d’Appello dei Territori del Nord è costretta dall’evidenza delle prove a ritirare tutte le accuse contro Lindy e Michael Chamberlain.

Il caso balzava di nuovo, prepotentemente, agli onori della cronaca e qualche tempo dopo, con la consulenza della stessa Lindy, fu girato il film “A cry in the dark”, con Meryl Streep.

Nel 1992, dodici anni dopo i fatti, alla memoria di Azaria Chamberlain, l’Australia intera dovette riconoscere il gravissimo errore giudiziario, uno dei più eclatanti nella storia della metodologia forense.

 

Alla famiglia Chamberlain venne riconosciuto un riscarcimento pari a 1,3 milioni di dollari australiani, da parte dei territori del Nord.

 

Finisce così una delle pagine meno gloriosa della giustizia, lo storico processo Stati del Nord contro Lindy e Michael Chamberlain, che avrebbe dovuto insegnare all’uomo, per il futuro, a diffidare delle prove indiziare e della faciloneria dei cossidetti esperti, per concedere forse di più all’umanità e alla comprensione psicologica delle testimonianze.

 

Sabina Marchesi

Guida Giallo Noir

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Ancora una prova nel caso Franzoni

di Sabina Marchesi (07/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia


Una nuova prova scagionerebbe Annamaria Franzoni dall'accusa di omicidio del figlio Samuele. E' quanto si legge sull'ultimo numero del settimanale Gente.

foto intervento

Cogne/ Un sabot scagionerebbe Annamaria Franzoni

Mercoledí 11.10.2006 10:20

L'arma con la quale è stato ucciso sarebbe uno zoccolo, il sabot valdostano, misura 42-43 di piede, maschile, con suola rinforzata. L'assassino avrebbe colpito il bambino più volte col sabot, provocando schizzi di sangue compatibili con lo zoccolo. L'ipotesi del sabot come arma del delitto è contenuta in uno studio del professor Carlo Torre, medico legale di Torino che si era già occupato di casi come quelli di Marta Russo, Carlo Giuliani, Ilaria Alpi e Francesca Vacca Agusta. Studio che però la Corte d'assise d'appello del capoluogo subalpino non ha voluto accettare.

Torre ha iniziato il lavoro partendo dall'affermazione del perito Hermann Schmitter che, dopo aver analizzato la macchia di sangue e materia cerebrale sul piumone, scrisse: "Si tratta di un'impronta di scarpa". Il medico torinese ha analizzato l'orma e ricostruito la testa di Samuele con le ferite provocate dall'arma, arrivando a dichiarare la compatibilità delle lesioni sul cranio del bambino con la suola di un sabot.

In particolare, il professor Torre, ha analizzato vari modelli di zoccolo con suola a "carro armato", poi ha costruito un modello della testa di Samuele ed ha sovrapposto le impronte rilevate sul corpo del piccolo con la suola del sabot. Il risultato è stato perfetto: collimano. Quindi la conclusione: chi ha ucciso il piccolo Sammy calzava un sabot da riposo, una calzatura da trekking o comunque una scarpa invernale.

Ma il rame rilevato nelle ferite di Samuele, che ha fatto pensare a tutti dell'esistenza di un pentolino fabbricato con quel metallo e utilizzato come arma del delitto? Per Torre la risposta c'è: si tratterebbero di traccie di filamenti che restano "impigliati" nelle suole a carro armato di queste scarpe, dal momento che vengono prodotte a stampo grazie ad una pressa di rame.

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E' quello di Cogne il delitto che più ha impressionato l'Italia

di Sabina Marchesi (07/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia


 


La domanda è secca e precisa: "Quali sono i delitti che le sono rimasti più in mente?". E la risposta non lascia spazio a dubbi. Il massacro di Samuele Lorenzi, il piccolo ucciso a Cogne il 30 settembre 2002, è il delitto in assoluto più ricordato dagli italiani. Anna Maria Franzoni è la sospettata numero uno tra la gente e la più conosciuta.

foto intervento Il delitto di Cogne il fatto di cronaca nera più ricordato dagli italiani da http://canali.libero.it

 

Sondaggio

 Sarà per le sue innumerevoli presenze in tv, sui giornali, e sui media in generale, l'attenzione sul caso Cogne è massima. L'assenza dell'arma del delitto, i sospetti, le perizie che non convincono e che spesso non combaciano, fanno sì che sia il giallo che mantiene più alto l'interesse nel nostro Paese. L'omicidio nella casetta isolata della Valle d'Aosta è la storia di cronaca nera più ricordata e che più appassiona. 

Ad assicurare il tutto è un sondaggio effettuato da FoxCrime, il primo canale italiano dedicato al giallo e all'investigazione, in onda su Sky. Il campione degli intervistati è di 1.003 persone di età superiore ai 15 anni. Alla domanda "Quali sono i due delitti che più le sono rimasti in mente?", oltre l'85 per cento parla dell'omicidio di Cogne. Quasi la metà, il 48 per cento ricorda quello, famossissmo, di Novi Ligure. Il 22 per cento gli omicidi del mostro di Firenze, il 17 per cento il delitto di Desirée Piovanelli a Leno e l'11 per cento il giallo, molto recente, dei coniugi Aldo e Luisa Donegani, fatti a pezzi in montagna nell'alta Val Camonica e di cui non sono ancora state trovate le teste.

Non solo. Tra gli assassini o i sospettati, c'è, per 8 italiani su 10,  Anna Maria Franzoni, seguita dai giovani Erika e Omar (che confessarono l'omicidio della mamma della ragazza, Susy Cassini e del fratellino Gianluca), con il 55 per cento. Ultimo Pietro Pacciani, per un terzo del campione. 

Il sondaggio ha mostrato una differenza di risposte tra uomini e donne. Anna Maria Franzoni e la coppia Erika-Omar sono ricordati più dalle donne, mentre Pietro Pacciani e Donato Bilancia (il killer delle prostitute in Liguria) sono ricordati da un numero maggiori uomini. E', probabilmente, il segno che le donne ricordano maggiormente i delitti compiuti da donne e viceversa.

Si rileva dall'analisi anche l'interesse a volte morboso che gli italiani nutrono nei confronti dei fatti di cronaca nera (proprio come nei casi di Cogne, di Erika e Omar e di Donato Bilancia). La metà degli intervistati si dichiara molto o abbastanza interessato a programmi televisivi sull'argomento.

Tra i moventi che sarebbero alla base dei delitti, il 40 per cento degli intervistati ritiene che il motivo principale è il denaro, seguito dai conflitti familiari e dalla gelosia. La malattia mentale, invece, è il movente principale solo per 2 italiani su 10.

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L'Inferno di Columbine poteva essere evitato?

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A Cura di Ceriani Cinzia


Online i quaderni dei due studenti: «Siamo degli dei» Columbine, i diari dei killer: «Sarà l’inferno» Mille pagine di appunti: il massacro del '99 fu studiato nei minimi dettagli. «Dopo aver sparato, ci schiantiamo in aereo su New York»

foto intervento 4) I diari di Columbine da http://www.corriere.it del 10 luglio 2006

  

Disegni di persone con la gola tagliata. Approfondite ricerche sul serial killer Charles Manson. Frasi e simboli copiati dalla propaganda nazista. Inni d’amore per il sangue, e per le armi. È di questo che scrivevano, nei loro diari privati, i due ragazzi americani protagonisti della strage del Liceo Columbine, dove spararono all’impazzata uccidendo dodici compagni e un insegnante. Sette anni dopo, la polizia di Denver ha deciso di pubblicare questi diari online. Era il 20 aprile del 1999, il diciottenne Eric Harris e il diciassettenne Dylan Klebold entrarono nel loro liceo a West Denver, in Colorado, e prima di suicidarsi fecero una strage. La storia, che sconvolse l’America, fu raccontata in un documentario, «Bowling a Columbine» di Michael Moore, e ispirò un film, «Elephant» di Gus Van Sant.

 

«IO UCCIDERO'» - I diari, quasi mille pagine di appunti, hanno dato nuovi argomenti a chi, all’indomani della tragedia, disse che la strage poteva essere prevista ed evitata. Dagli appunti è evidente che i due giovani stavano pianificando il massacro da mesi. E che più volte, proprio a scuola, avevano lasciato intendere il loro progetto. In alcune pagine, i ragazzi si lamentano di non avere amici, di non essere abbastanza integrati a scuola. In altre lasciano proclami come questo: «Arriverà il giorno in cui io finalmente ucciderò. Ci sono al massimo cento persone nella scuola che sono sole e che io non voglio uccidere. Tutti gli altri devono morire». Lo scrive Harris nell’ottobre '98, sei mesi prima della strage. E Klebold è ancora più esplicito: «L’inferno sulla terra, aaaah, il mio libro favorito» scrive sopra al disegno di un soldato decapitato, con un mitra e una pistola in mano. L’obiettivo della loro missione? «500+ dead», oltre cinquecento vittime. E poi, in una calligrafia che a volte sembra infantile, a volte è disturbante: «Noi, gli Dei, ci divertiremo... NBK (sigla di natural born killers, assassini nati, ndr) a uccidere i nemici, distruggere tutto, uccidere i poliziotti... Lo sapete cosa odio? Odio la gente».


«CI SARA' DA DIVERTIRSI» - Tra le carte rese pubbliche dalla polizia ci sono anche ricerche e compiti in classe dei due ragazzi. Mesi prima della strage, Harris scrive in un tema che gli studenti «devono essere liberi di portare le pistole in classe»; in una lunga tesina si lancia in un’apologia della «cultura nazista»; in un altra racconta ammirato la vita di Charles Manson, paragonandolo a Gesù, e a Satana. Due mesi prima del massacro, in un racconto per la classe di letteratura, Klebold scrive la storia di un uomo che - senza motivo - uccide 9 persone. Finisce così: «Io vidi trasparire da lui potere, autocompiacimento e devozione. Compresi la sua azione». Più giù, l’appunto del suo professore: «Prima di darti un voto mi piacerebbe parlare con te di quello che hai scritto. Tu sei un eccellente narratore, ma ho avuto molti problemi nel leggere questo racconto».

«LA COSA PIU' BELLA È ODIARE» - In una delle ultime pagine Klebold prevede nel dettaglio tutte le tappe del massacro, minuto per minuto: «Appuntamento alle sei del mattino in punto; 10.30, organizzazione finale; 11.09, prendere le bombe; 11.12 inizio della strage; 11.16, ritorno. Hahaha». No, nelle mille pagine dei loro diari i killer non parlano mai di suicidio. Anzi, hanno programmato anche un piano di fuga, dalla scuola all’aeroporto e da lì in aereo fino a un Paese straniero. Altrimenti, se le cose non fossero andate a buon fine, avevano immaginato un’alternativa: «Precipitare in aereo su New York City». «Ho l’intenzione di distruggere il più possibile - conclude Harris -. E non devo essere distratto dalle mie simpatie, dalla pietà o dalle preghiere. La cosa più bella è odiare».

  Francesco Tortora

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La Strage di Columbine

di Sabina Marchesi (07/01/2007)


A cura di Cinzia Ceriani

I volti delle vittime sono i volti di coloro che potrebbero essere i nostri figli e, soltanto per il mistero della provvidenza, non lo sono. Clinton, alla sera, dirà che "è una cosa terribile" e lui prega e invita la nazione a pregare per le vittime, per questi studenti. Ma dove vanno i liceali idrofobi a procurarsi gli Uzi e le bombe a mano, presidente?

foto intervento

La Repubblica del 21 aprile 1999 La strage di Columbine

 

 

Una banda di giovanissimi fa strage in una scuola di Denver. Dopo sei ore di assedio due assassini si uccidono

Usa, massacro razzista 16 morti in un liceo


Tre studenti armati di mitra e bombe sparano contro compagni e professori. Clinton: pregate per le vittime

dal nostro inviato VITTORIO ZUCCONI

WASHINGTON - Ai piedi delle Montagne Rocciose l'incubo di un western che esce dallo schermo e sbrana la vita di innocenti: una gang di studenti, alcuni vestiti di nero con l'impermeabile lungo, altri in T-Shirt o in tuta mimetica militare danno l'assalto a una scuola, la loro scuola, il loro liceo, forse per vendicarsi dei compagni che li disprezzano, forse per fare una "pulizia etnica" di neri, latinos, nemici, forse per pura, incontrollabile rabbia.

E' un'operazione paramilitare perfetta, demenziale e suicida: bombe a mano, fucili da guerra, assalto con le armi automatiche in pugno contro studenti inermi che dopo sei ore di atrocità lascia sul campo di battaglia 16 morti, venti feriti e i cadaveri di due degli aggressori, che scelgono la morte del kamikaze e si suicidano dopo la strage. E per alcune ore il bilancio era apparso ancora più drammatico: i testimoni parlavano di 25 vittime.

Nella sera delle Montagne Rocciose, questo liceo con il bugiardo nome rasserenante di "Columbine", questo pacifico sobborgo della pulita, civile Denver diventano un altro mattatoio senza senso di creature innocenti. Ancora dopo le sei ore di assedio, non soltanto il "perché" di questa mattanza, ma anche il "come" restano senza spiegazione. Gli studenti che erano dentro il liceo, un enorme complesso di aule, palestre, librerie, caffetterie che ospita quasi duemila allievi e centinaia di adulti tra insegnanti e personale per questo sobborgo di classe media e tanto per bene di Denver, raccontano adesso con lo sguardo vuoto e la voce monotona del profugo che i due "commando" di punta sparavano soprattutto a neri, a latino-americani, a gente con la pelle un po' troppo scura e con gli occhi troppo neri e miravano agli "stranieri".

Molti dei ragazzi, degli agnelli designati per il sacrificio umano da questi giustizieri del nulla, li avevano riconosciuti subito, quando li avevano visti entrare: dicono che erano compagni di scuola e "soldati" della "Trench Coat Mafia", la confraternita dell'impermeabile, come si facevano chiamare loro, una ventina di studenti uniti in una gang di vigilantes razziali, di mentecatti, di reietti che i compagni chiamavano "la merda della terra". Da mesi minacciavano di vendicarsi, di "far vedere a tutti chi erano".


Preparavano in segreto l'assalto studiando vecchi manuali di tattica militare e rivivendo battaglie della Seconda Guerra Mondiale, come confermano piani, bombe, armi ed esplosivi trovati nella casa di uno di loro. E ieri lo hanno fatto.


I due, o forse tre, commando di punta sono entrati a mezzogiorno, l'ora dell'intervallo per la colazione, spalancando a calci la porta della caffetteria, come avevano visto fare nei film, armi alla mano e all'altezza della vita.

Gridavano "Revenge!", vendetta, e tra le urla di quelli che avevano capito al volo e si gettavano sotto i tavoli e dietro i banchi della mensa, hanno cominciato a sparare.

Nei corridoi, negli atri e nei gabinetti esplodevano le "bombe tubo" che avevano sistemato per seminare panico. I loro complici fuori dal liceo lanciavano granate, forse bombe a mano, per creare il caos.


I primi ragazzi cominciavano a cadere nel loro sangue. Amici si buttavano sul corpo di amici feriti, di morose e di fidanzatini, per proteggerli dalle pioggia dei pallettoni e dai proiettili di una machine pistole, forse una Uzi, che uno dei due stringeva in pugno. Altri si lanciavano dalla finestra, fortunatamente al primo piano, sfondando i vetri o fuggivano verso i corridoi, verso le loro classi, verso la vicina biblioteca della scuola credendo di trovare lì, tra quei libri tanto noiosi e tanto familiari, la salvezza. Ma gli assassini li braccavano, la libreria diventava la tonnara: il maggior numero dei corpi sarà trovato lì, nella biblioteca, insieme con i cadaveri dei due kamikaze.


Altri, più fortunati, riuscivano a rientrare nelle loro classi, con gli insegnanti, e barricare la porta, mentre gli echi degli spari e delle esplosioni facevano tremare i vetri. C'erano classi che pregavano, recitando i salmi della morte sotto la guida dei professori, aspettando di vedere la porta spalancarsi, "...neppure se attraverso la valle della morte avrò timore, perché il Signore è il mio pastore...", racconta una ragazza scampata. C'era chi preferiva stare in silenzio, sdraiato a terra, la mano sulla bocca, sperando di non essere sentito dai pazzi che perquisivano le stanze e le aule con le armi in pugno, ancora non sazi.


C'era chi telefonava, un ragazzo di cui conosciamo soltanto il primo nome, James, e che aveva con sé un telefonino cellulare. E' riuscito a correre verso la sua aula deserta, a chiudersi dentro da solo, sbarrando la porta con banchi e sedie e a chiamare la Cnn perché il centralino della polizia, il 911, era bloccato dalle troppe chiamate. "Sento gridare.... sento correre nei corridoi... qualcuno urla... c'è uno sparo... Cristo, un'esplosione" ansima il ragazzo nella diretta dall'aula e l'anchorman che gli parla vince la tentazione dello scoop e gli consiglia di smettere, di non telefonare, perché i televisori potrebbero essere accesi, nella scuola del massacro e i predatori con l'impermeabile nero potrebbero essere all'ascolto e stanarlo.


Dentro era puro, squisito terrore senza nome. Pristina, Sarajevo, Rwanda, Etiopia, le stragi degli innocenti, la storia umana.

Fuori erano scene di guerra in Colorado. Le squadre degli "Swat", le truppe d'assalto della polizia di stato, stringevano un cordone blindato attorno alla scuola, appoggiati da mezzi corazzati della Guardia Nazionale immediatamente mobilitata dal governatore dello Stato.


Entravano in varie ali dell'edificio, ripulendole una a una dalle granate e dalle bombe che i cani idrofobi con l'impermeabile avevano disseminato come trappole. Liberavano la scuola aula per aula, aiutando a uscire decine di studenti troppo terrorizzati per fuggire da soli, tenendo lontane migliaia di genitori, di parenti, di amici che accorrevano al liceo delle Colombine, assediando l'assedio.


All'ospedale arrivava una ragazza con nove proiettili in corpo, ancora viva. Si è salvata per uno di quegli strani, incomprensibili misteri del destino.


A un ragazzo erano estratti 15 pallettoni da caccia, nessuno dei quali aveva toccato parti vitali. Un'insegnante aveva il cranio fratturato da una pallottola che era rimbalzata senza penetrare.

Niente di simile era mai accaduto, in America. E se i due - forse tre, uno sarebbe stato catturato dalla polizia, ma le notizie si accavallano, confondono, le voci si rincorrono - che hanno fatto la strage non parleranno più, i loro quattro o cinque complici che la polizia ha arrestato, che erano talmente idioti da avere assistito all'attacco dai dintorni del liceo indossando la maglietta nera della loro "uniforme" avevano la stessa faccia vuota, normale, banale della follia umana. Era la faccia del ginnasiale di 15 anni che il 21 maggio del 1998 uccise a fucilate due compagni di scuola nell' Oregon e poi tornò a casa, per ammazzare il padre e la madre. Gli occhi vacui e lontani del diciassettenne "primo della classe" che nel Tennessee freddò a rivoltellate il compagno più somaro ma più bello che gli aveva portato via la ragazza tre giorni prima del ballo finale della scuola. Le figurine patetiche dei due bambini, uno di 11 e l'altro di 13 anni, che aprirono il fuoco sopra la loro Media nell'Arkansas, ammazzando quattro compagni e un'insegnante.


Sono i volti di coloro che potrebbero essere i nostri figli e, soltanto per il mistero della provvidenza, non lo sono. Clinton, alla sera, dirà che "è una cosa terribile" e lui prega e invita la nazione a pregare per le vittime, per questi studenti. Ma dove vanno i liceali idrofobi a procurarsi gli Uzi e le bombe a mano, presidente?

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L’Angelo della morte, Sonya Califfi

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

L’Angelo della morte, Sonya Califfi, prima parte

 

 

La Repubblica del 15 dicembre 2004

 

 

 

Lecco, le morti sospette dopo l'assunzione nell'ospedale
A casa sua sequestrati articoli sottolineati sulla "dolce morte"

 

Infermiera uccide sei pazienti "Volevo attirare l'attenzione"

 


Ha confessato: "Ho accelerato i tempi del loro decesso
perché provavo pietà per quei malati terminali"

 

 

 

LECCO - Una donna di 34 anni, divorziata, infermiera all'ospedale Alessandro Manzoni di Lecco, ha confessato di aver provocato la morte di cinque o sei pazienti per embolia. Le sue vittime, cinque sicure - ma il sospetto è che possano essere state ancora di più - erano tutte persone anziane, gravemente ammalate, pazienti in fase preterminale, come affermano i medici. L'infermiera ha confessato di averli uccisi con iniezioni di aria, tra il primo settembre e il 10 novembre.

 

"Volevo solo attirare dell'attenzione su di me perché mi sentivo sottovalutata. E poi quelle persone destinate a morire in poco tempo mi facevano pietà. Ecco perché ho accelerato i tempi del loro decesso". Questa in sintesi la confessione che l'infermiera Sonia Caleffi avrebbe scritto nella lunga lettera consegnata agli inquirenti. La donna avrebbe agito su anziani pazienti che avevano possibilità di sopravvivenza non superiore a un paio di settimane. E lei, impietosita, avrebbe deciso di attuare la "dolce morte".

 

Sonia Caleffi ora è accusata di omicidio plurimo. In casa sua, a Como, i carabinieri hanno sequestrato numerose riviste con articoli sulla "dolce morte" con sottolineati parecchi passaggi. Prima di lavorare al Manzoni di Lecco, la donna aveva svolto servizio anche presso il Valuce di Como. Separata dal marito, Sonia negli ultimi tempi sarebbe stata in cura per un grave stato di prostazione e problemi di carattere psichico. In passato, l'infermiera aveva sofferto di anoressia.

 

Secondo le prime informazioni dopo alcune morti "poco convincenti" la dottoressa Laura Chiappa, direttrice medica di presidio, si era rivolta alla Procura. Tutto è iniziato dopo un decesso avvenuto il 10 novembre quando è deceduta un'anziana paziente, affetta da una patologia non reversibile. Quel giorno, l'infermiera sarebbe entrata nella camera di una malata terminale invitando i parenti a uscire perché doveva effettuare delle prescrizioni mediche.

Subito dopo sarebbe uscita dicendo che la paziente stava morendo, cosa che avvenne pochi minuti dopo. Ma proprio i parenti della deceduta notarono una strana agitazione nell'infermiera e il camice sporco di sangue. La successiva autopsia confermò che la morte non era stata naturale, ma procurata. L'infermiera fu subito trasferita in un altro servizio non più a contatto con i degenti, in attesa che le indagini si concludessero con l'acquisizione di ulteriori prove.

 

Le prime voci di morti sospette circolavano in ospedale già dalla scorsa estate. Nel reparto Medicina 1 il tasso di mortalità era incredibilmente salito dopo l'assunzione dell'infermiera. La Direzione medica, in autunno, ha disposto un'indagine interna, con l'esame sistematico delle cartelle cliniche delle persone decedute tra settembre e novembre: in tutto cinque o sei casi.


http://www.merateonline.it del 27 dicembre 2004

 

Como: interrogata Sonya Caleffi dai PM
di Lecco e Como. Giovedì vedrà la mamma

 

 

E` durato oltre due ore l`interrogatorio da parte del Sostituto Luca Masini della Procura di Lecco di Sonya Caleffi, l`infermiera comasca accusatasi di aver procurato la morte ad alcuni pazienti del "Manzoni" di Lecco e indagata per altri casi sospetti al "Sant`Anna" di Como. Durante l`interrogatorio la donna avrebbe confermato quanto già aveva spiegato al Giudice preliminare nei giorni scorsi. Oggi si è appreso che oltre ai quattro decessi e al tentato omicidio già contestati, la Procura di Lecco addebita alla 34enne un secondo tentativo. Entrambi sarebbero avvenuti nel mese di ottobre ai danni di due anziani pazienti. Sempre oggi è anche emerso che gli episodi sospetti segnalati alla Procura di Como da una dottoressa fino a qualche fa tempo in servizio del reparto femminile del "Sant`Anna" di Como sono due e che riguardano i pazienti deceduti per "arresto respiratorio". Secondo quanto ha riferito l`avvocato difensore, Claudio Rea, l`infermiera "con estrema lucidità ha ricostruito la sua attività omicida a Lecco mentre ha respinto con vigore ogni ipotesi di accusa per quanto riguarda gli "strani decessi avvenuti all`ospedale di Como e sui quali sta indagando il Sostituto Vittorio Nessi". Nei prossimi giorni il Giudice delle indagini preliminari di Lecco, Davide De Giorgi, disporrà la perizia psichiatrica in sede di incidente probatorio. Domani mattina sarà depositata, invece, la nomina dello psichiatra, Massimo Picozzi per conto della difesa. L`avvocato Rea, ha incontrato la sua assistita nella mattina di Natale, oggi ha anche fatto sapere che nei prossimi giorni, probabilmente giovedì, Sonya sarà autorizzata ad incontrare la mamma, Lorenza e il suo convivente, Gian Marco Belloli. "La mia assistita ammette anche il quinto omicidio ma sembra avere dei vuoti di memoria al punto che - ha spiegato l`avvocato Rea - non è stato possibile identificare con certezza la vittima. Abbiamo chiesto di poter trasferire la mia assistita nella struttura psichiatria di Castiglione delle Stiviere (Mantova), trasferimento che avverrà probabilmente subito dopo le festività". Alle 15.15, dopo circa un`ora e mezza, si era, invece concluso l`interrogatorio da parte del sostituto Vittorio Nessi della Procura di Como, che indaga per altri "strani decessi" avvenuti nel reparto di Medicina femminile del Sant`Anna di Como fra il 3 settembre e il 6 novembre 2003. Il doppio interrogatorio è avvenuto nel reparto detenuti del Sant`Anna. All`uscita il magistrato lariano si è limitato a confermare che i contenuti del colloquio sono stati incentrati sul capitolo comasco della vicenda: "Non posso entrare nel merito - ha detto Nessi -. Per ora e` prematuro. La signora Caleffi mi è apparsa decisamente sofferente". Dal canto suo il Sostituto di Lecco, dottor Masini, all`uscita dall`ospedale non ha rilasciato dichiarazioni alla stampa.

 

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Cogne: La Telefonata al 118

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

La Repubblica del 4 dicembre 2006, processo alla Franzoni

 

 

 

Torino, lunga udienza per il processo d'appello che riprenderà il 19 dicembre
Riesaminati gli istanti successivi la morte del piccolo Samuele Lorenzi

 

Cogne, riascoltata la telefonata al 118 L'esperto: "Il vuoto negli occhi della Franzoni"

 

Il consulente del pm: "Annamaria non ha ancora capito cosa è successo"
Il perito: "Ci può essere una risposta aggressiva e non giustificabile"

 

Annamaria Franzoni

 

TORINO - Udienza di sette ore, quasi tutte dedicate agli interventi degli psichiatri, al processo d'appello per il delitto di Cogne, ripreso oggi a Torino e a fine giornata rivniato al 19 dicembre. Annamaria Franzoni, condannata in primo grado a trent'anni di carcere per l'assassinio del figlio, e l'avvocato Carlo Taormina non erano presenti. C'era, invece, il legale d'ufficio Paola Savio, nominata dopo la rinuncia al mandato da parte di Taormina. Notevolmente ridotto il numero dei presenti tra il pubblico, dopo la decisione dell'imputata di non partecipare più alle udienze.

 


In aula sono stati rivissuti i primi minuti dopo l'aggressione al piccolo Samuele Lorenzi. Così come richiesto dall'avvocato Paola Savio, è stata ascoltata la registrazione della telefonata fatta dalla Franzoni la mattina del 30 gennaio 2002 al 118.

 


Ecco la trascrizione:
Centralino: "Pronto".
Franzoni: "Ascolti mio figlio ha vomitato sangue e non respira, abito a Cogne"
Centralino: "Un attimo che le passo subito ..."
Franzoni: "Fate presto, la prego" (musica d'attesa - tratta da 'Le quattro stagioni' di Vivaldi - per alcuni secondi) - Operatrice: "Pronto"
Franzoni: "Mio figlio ha vomitato sangue, venga subito"
Operatrice: "Allora, no, con calma (Annamaria urla e la sua voce si sovrappone) devo avere l'indirizzo, abbia pazienza"
Franzoni: "Abito a Cogne"
Operatrice: "Il numero di telefono (...). Ecco, Cogne dove?"
Franzoni: "Frazione Montroz"
Operatrice: "Con calma ... Monrò?"
Franzoni: "Cosa devo fare?"
Operatrice: "Numero civico?"
Franzoni: "Ooh ... eeh ... la prego, sta male!" - Operatrice: "Signora, con calma perché non risolviamo niente. Allora, Monrò?".
Franzoni: "Numero 4 A. E' già venuta stanotte perché stavo male io. Vi prego, aiutatemi, non respira ... (respiro affannoso, urla incomprensibili)"
Operatrice: "Subito ... Signora, abbia pazienza, è Montroz o Monrò?"
Franzoni: "Montroz".
Operatrice: "Ecco. Numero?"
Franzoni: "Oh, mamma mia. 4 A".
Operatrice: "4 A. Signora, allora suo figlio quanti anni ha e come si chiama?"
Franzoni: "Tre anni, Samuele"
Operatrice: "Di cognome?"
Franzoni: "Lorenzi (interferenza telefonica). La prego, sta malissimo".
Operatrice: "Signora, intanto se vomita non lo tenga ..."
Franzoni: "E' tutto insanguinato, ha vomitato tutto il sangue. Non respira ...".
Operatrice: "Arriviamo subito, signora"
Franzoni: "Grazie"
Operatrice: "Mi lasci solo il telefono libero perché se no..."
Franzoni: "Sì, sì, sì, arrivederci".

E' poi iniziata l'audizione dei periti. In aula è stato ascoltato il professor Roberto Mutani, neurologo incaricato di eseguire la perizia sugli accertamenti neurologici svolti privatamente da Anna Maria Franzoni, nel giugno di quest'anno presso la clinica dell'Università di Sassari. Secondo Mutani in presenza di certe patologie, come quelle che sembrano emergere dall' analisi di un elettroencefalogramma sulla Franzoni, "ci può essere una risposta aggressiva e non giustificabile" anche a un rumore o alla semplice richiesta di "un bicchiere d'acqua" ma, se non ricorrono altre condizioni, impossibili da accertare senza altri test, "è molto raro che si arrivi a infliggere lesioni o a uccidere".

L'esperto, esaminando il tracciato di un elettroencefalogramma sulla donna accusata di avere ucciso il figlioletto Samuele, ha detto che la presenza di onde teta lascia pensare o a un assopimento o, più probabilmente, a scompensi come l'epilessia e i disturbi del sonno (parasonnie), gli unici che, a differenza dell'emicrania, possono produrre "comportamenti violenti" e "potenzialmente correlabili al delitto". "Ma il discorso - ha sottolineato - rimane teorico, visto che non ho potuto compiere ulteriori esami".

Quindi è toccato a Ugo Fornati, consulente della pubblica accusa, che ha spiegato: nello sguardo di Annamaria Franzoni "io vedo il vuoto". E ha aggiunto: "I suoi sono gli occhi di una persona che non ha ancora capito quello che è successo. Il suo io è arroccato su posizioni difensive paranoidee, tutto il bene è in lei e nella sua famiglia, tutto il male è al di fuori, nel mondo cattivo". Per Fornari, che ha seguito i lavori degli psichiatri sin dalle indagini preliminari, Annamaria Franzoni soffre di un disturbo grave della personalità con "scompensi psicotici borderline e stati dissociativi". La donna, secondo l'esperto, si è costruita l'immagine di una "mamma brava, che fa le cose per bene".

Altri quattro periti, Ugo Freilone, Ivan Galliano, Giovan Battista Traverso e Gaetano De Leo, hanno parlato di "un restringimento della coscienza, del pensiero, della memoria". E hanno confermato la tesi della seminfermità mentale, formulata nella loro relazione e valida solo in caso di colpevolezza, generata da "stato crepuscolare orientato".

 

 

 

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Il Rogo di Primavalle

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

5)  Il Rogo di Primavalle di Marco Ansaldo per “la Repubblica”

 

 

 

 

"IL ROGO DI PRIMAVALLE FU ORDINATO DAL CAPO DELLE BR (È UNO POTENTE, ADESSO)” - MANLIO GRILLO, UNO DEI TRE COMPONENTI DEL COMMANDO, VUOTA IL SACCO E COINVOLGE ANCHE PAOLA PITAGORA: “MI ACCOMPAGNÒ NELLA MIA FUGA IN TRENO” - L´ATTRICE SMENTISCE…

1 - "IL ROGO DI PRIMAVALLE FU ORDINATO DALLE BR"…

 

 




Per tutti, l´immagine è quella del volto annerito di Virgilio, 20 anni, morto bruciato sul balcone di casa mentre chiede aiuto. Il rogo di Primavalle, il tragico attentato nel quartiere romano in cui morirono i due fratelli Mattei, figli del segretario locale del Msi, fu un´azione comandata dalle Br. Così sostiene Manlio Grillo, uno dei tre componenti del commando, che oggi vive in Nicaragua. L´attentato, stando al racconto di Grillo, sarebbe uno dei primi commissionati dalle nascenti Brigate Rosse.

 

 

 

 

 

 


L´ennesimo segreto di una vicenda mai pienamente chiarita emerge da una iniziativa civile presentata al Tribunale di Roma dall´ex giudice Carlo Palermo, attuale avvocato della famiglia Mattei. Le novità escono da più di 11 ore di registrazione fatte in Nicaragua dall´ex esponente di Potere operaio - e poi, secondo le sue affermazioni, delle Br - Manlio Grillo, che con Achille Lollo e Marino Clavo partecipò all´azione e fuggì all´estero. Dopo essere rientrato e aver partecipato ad attacchi armati, ormai da molti anni risiede a Managua, capitale del Nicaragua. «Il capo era uno delle Br - si ascolta Grillo, oggi 65enne, ammettere nei dischetti che conservano la registrazione - quello che ci ha detto: fate ‘sto nucleo, vediamo, e poi... Se lui sapeva di Primavalle? E come non lo sapeva? Lì veramente c´è il progetto. Noi avevamo fatto 8 attentati. Ci siamo messi d´accordo con lui: faremo questo, questo, questo. Lui controllava, ci dava i soldi».

 

 


La vicenda però ha un giallo nel giallo. Grillo, infatti, ha fissato il memoriale sul registratore con l´intenzione di farne un libro. Ad aiutarlo è stata una donna, un´italiana che per due anni ha vissuto in Nicaragua. Ma nei quindici giorni di lavoro svolto assieme, il registratore è rimasto acceso all´insaputa dell´ex br anche su avvenimenti, persone e argomenti che Grillo non voleva mettere per iscritto, svelando così inconfessabili segreti. Tutto, inesorabilmente, è confluito in nastri integri e, quindi, in trascrizioni complete, di centinaia di pagine che costituiscono adesso un pesantissimo atto di accusa contro Grillo stesso e i suoi sodali. Repubblica ha ascoltato le registrazioni ed è a conoscenza del contenuto delle trascrizioni.

 

 

 

 

 

 

Il libro non è mai stato scritto, e si è trasformato ora in un fascicolo giudiziario. La donna infatti, una volta resasi conto della gravità delle affermazioni raccolte, al ritorno in Italia ha consegnato la sua testimonianza all´avvocato Palermo, il quale, su incarico della famiglia Mattei, ha avviato un´iniziativa civile non solo contro Lollo, Clavo e Grillo ma anche contro Valerio Morucci, Francesco Piperno, Oreste Scalzone, Lanfranco Pace, Jaroslav Novak e altri. Per alcuni di loro è individuata la partecipazione alla banda armata e il favoreggiamento permanente; in particolare il fatto di aver procurato "armi, esplosivi e documenti falsi".

 

 


L´attentato avvenne il 16 aprile 1973, prima dell´alba. Secondo la ricostruzione, l´azione fu decisa per colpire il segretario della sezione Msi di Primavalle. Lollo e Clavo, con Grillo in macchina ad aspettarli, appiccarono il fuoco alla porta dell´abitazione dei Mattei con una tanica di benzina. A rimanere intrappolati, in quella scena orribile immortalata da un notissima fotografia, furono due dei figli - Virgilio, 20 anni, e Stefano, 8 - rimasti bruciati sul terrazzo mentre tentavano di salvarsi dal rogo. Lollo venne subito arrestato. Gli altri furono "coperti" da Potere Operaio, e sparirono all´estero. I tre furono condannati a 18 anni per incendio doloso e omicidio colposo.

 

 

 

 

 

 

 

 


Nei nastri Grillo accenna a Paola Pitagora come alla persona che lo accompagnò nella sua fuga in treno da Roma a Milano. L´attrice ieri ha smentito decisamente («di Grillo conosco solo il comico. Ho la querela facile e questa persona non l´ho mai vista. Primavalle fu una pagina grave e vergognosa di questo paese»). Oggi, 33 anni dopo, quelle condanne sono cadute in prescrizione. Ma il tenore delle novità emerse rischia di riaprire completamente il caso e di consentire l´integrale risarcimento per le vittime del terrorismo. La prima udienza del nuovo processo si terrà già a fine dicembre.

2 - LE REGISTRAZIONI DI GRILLO: "A CAPO DELL´ORGANIZZAZIONE UN UOMO POTENTE, MAI SCOPERTO"

 

 



Di seguito alcuni brani delle dichiarazioni registrate di Manlio Grillo e della sua "intervistatrice":

IL "SALTO DEL FOSSO"

 

 

«Arrivò il momento che anche a me, purtroppo, venne fatta questa richiesta di voler decidere se era il caso, se me la sentivo, di entrare a far parte della lotta armata. Ricordo molto bene che questo fu un venerdì di gennaio del ´73. Io dissi di sì».

 

 


IN PROVA

 

 

«Il capo, ufficialmente, della cellula che noi formammo era Marino. Fu un formalismo perché in realtà eravamo io e Achille. Noi dovevamo salvare la faccia. Ancora non avevamo comunicato a Potere operaio che volevamo uscire, che stavamo in prova per entrare nelle Brigate rosse».

 

 


IL MANDANTE

 

 

«Altri due compagni, di cui uno è il capo effettivamente, a te lo dico, era uno delle Br, che è quello che ci ha detto "fate ‘sto nucleo, vediamo e poi...". Capisci? Quello è uno grosso. Quello sta fuori. Si è salvato pure da tutte le cose delle Brigate rosse. Non ho mai capito, nessuno ha mai fatto il nome di questo. È uno potente, adesso. Già allora era potente a livello politico, potente a ‘sti livelli qua, delle Br e compagnia bella. Poi, del caso Moro. Hanno parlato tutti. Duemila persone in galera, e di lui? Mai hanno fatto il nome suo. Era quello che organizzava questi movimenti proletari, Radio onda rossa, Radio proletaria, era un leader carismatico, molto popolare. Capisci? Quindi, evidentemente, per rispetto.... Non è mai ‘uscito´ mai. Se lui sapeva di Primavalle? ...e come non lo sapeva, lì veramente c´è il progetto. Noi avevamo fatto 8 attentati. Ci siamo messi d´accordo con lui, faremo questo, questo, questo. Lui controllava, ci dava i soldi per comprare le cose. Era quello che mi dava i fiorini, marchi, faceva tutte le rapine. Anche adesso, nell´ambito della società, è rimasto proletario».

 

 

 

 

 

 

 

POTOP SI SCIOGLIE

 

 

«Il fatto di Primavalle fece sciogliere Potere operaio. Ci fu il congresso e si arrivò allo scioglimento, perché si inc… tutti, perché non riuscivano a controllare un c… Nessuno sopportò l´attacco mediatico attraverso la cosa di Primavalle. Valerio Morucci e Jaro Novak erano quelli che non erano più i generali, i militari, hai capito? Cioè, crollò una struttura e loro si ritrovarono in mezzo a una strada, infatti Morucci passò alle Brigate rosse».

LA RICONSEGNA DELLE ARMI

 

 

«Alessio Casimirri, appunto, che io avevo visto al volante della macchina con cui era arrivato Valerio Morucci la sera prima che io partissi, quando consegnai le mie cose, le mie dotazioni, diciamo così, tra cui la pistola, la famosa Walther PK, l´avevo consegnata a Valerio. Io ero lì con mitra, pistole, granate, caricatori. Queste l´ho ridate a lui, a Morucci, quando siamo andati dietro il carcere di Roma. La Walther gliel´ho data quella sera».

"MI HA ACCOMPAGNATO UN´ATTRICE"

 

 

«La sinistra extraparlamentare ha sempre avuto dei forti appoggi economici da attori e registi di sinistra, intellettuali, scrittori, ti posso fare un nome solamente perché è morto: Gian Maria Volontè. Tu sai che c´è un movimento fortissimo nell´elite della ‘intelligenzia´ italiana. Cioè quasi tutti erano di sinistra. C´era cultura e spettacolo. Insomma, i meglio. Io stesso sono stato accompagnato, quando sono andato da Roma a Milano, appunto ho detto la fuga, da Roma a Milano in treno, da un´attrice (è Paola Pitagora, si legge nel testo della trascrizione, ndr.). Con tanto di collo di volpe, con i cani. M´hanno truccato con gli occhiali di vetro, con i baffi che mi cascavano da tutte le parti». Gian Maria Volontè o la Paola, dopo che è iniziata la guerra dura delle Brigate rosse... «Oh! cerca de scordarte della Paola». No, no. «Non si sa mai. Insomma, non facciamo cazzate». Dopo che è iniziata la lotta più dura, dopo che sono iniziati i morti, hanno continuato ad aiutarvi? «Sono spariti tutti. Nessuno di questi ha mai appoggiato le Br, appoggiavano la sinistra extraparlamentare».

 

 

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Ancora Ground Zero Trovati Resti Umani

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

La Repubblica del 20 ottobre 2006, 11 settembre

 

 

 

 

  

 

 

Sono vaste porzioni di braccia e gambe. Ancora anonime
I parenti delle vittime: "Le indagini chiuse troppo in fretta"

 

 

Trovati resti umani a Ground Zero
5 anni dopo l'11/9: è polemica

 

 

 

 

 

NEW YORK - Nonostante Ground Zero sia stata passata al setaccio per diversi anni, oggi sono stati ritrovati resti umani, almeno una decina, e due portafogli appartenenti a vittime dell'11 settembre. L'area dove è avvenuto il macabro ritrovamento si trova nel margine nord-ovest del sito dove sorgevano le Torri Gemelle. Né le squadre dei soccorritori né il Dipartimento dei Vigili del Fuoco che aveva sorvegliato l'andamento dell'operazione, hanno saputo offrire una spiegazione plausibile.

 

 


Ancora più stupefatte delle autorità sono state le famiglie delle vittime dell'11 settembre anche perché i resti umani rinvenuti non sono piccoli frammenti di ossa ma vaste porzioni di braccia e di gambe. Cinque anni dopo gli attenti che hanno ucciso 2.749 persone, circa 1.150 vittime devono ancora essere identificate. La scoperta è stata fatta ieri al livello della strada dietro il podio costruito per consentire alle famiglie delle vittime di leggere il nome dei loro cari.

 

 


L'area è stata usata anche come strada di servizio di accesso al cantiere dell'ex World Trade Center. Operai della società elettrica Con Edison hanno portato in luce i resti durante uno scasso nell'asfalto. Almeno tre parti di cadavere non erano completamente decomposte. E' stato chiamato subito il medico legale che ha confermato l'appartenenza dei resti a vittime dell'11 settembre. Le famiglie delle vittime hanno protestato e convocato subito una conferenza stampa: a loro giudizio il ritrovamento di ieri è la prova che l'operazione di recupero delle salme dal luogo della strage venne all'epoca conclusa prematuramente.

 

 

"Il fatto che questi frammenti sono stati trovati a Ground Zero dimostra che è stato fatto un grave errore sospendendo l'operazione", ha protestato Charles Wolf, il vedovo di una donna che lavorava al 97esimo piano della Torre Nord del World Trade Center il cui cadavere non è mai stato ritrovato. Il ritrovamento di ieri non è il primo che avviene anni dopo la tragica giornata che ha cambiato lo skyline di New York e la storia d'America: la scorsa primavera decine di frammenti sono venuti in luce nel palazzo della Deutsche Bank, limitrofo al cantiere di Ground Zero e gravemente danneggiato nel crollo delle Torri Gemelle.

L'operazione di recupero dei resti delle vittime dell'11 settembre è cominciato parallelamente alla ricerca di sopravvissuti la sera stessa degli attentati ed è durato nove mesi. Sono stati recuperati in tutto 20 mila frammenti di resti umani, ma in molti casi il Dna presente nel campione è risultato troppo danneggiato dal calore, dall'umidità e dal tempo per poter essere abbinato al Dna fornito dalle famiglie e in mano ai medici legali del comune di New York.

 

 

 

 

Categoria: Cronaca
Tag: 11,cronaca,ground,settembre,zero
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