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Personalità Psicopatiche e Schizofrenia

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Le Personalità psicopatiche in psichiatria costituiscono, tra tutte le figure delle personalità anomale, quelle con maggiori probabilità di sfociare in un danno concreto nei confronti della comunità o del singolo individuo.

foto intervento

In una parola, tra tutte le anomalie patologiche possibili quella della personalità psicopatica è la più pericolosa e al tempo stesso la meno prevedibile.

In particolare il termine Schizofrenia venne coniato per la prima volta da E.Bluere per indicare una psicosi dissociativa di un determinato tipo, appartenente al ceppo delle psicosi con alla base un progressivo fenomeno di disgregazione.

La disgregazione, o dissociazione, della normale personalità psichica sfocia verso una graduale astrazione nei confronti dei consueti valori morali in uso presso la comunità di riferimento.

L’individuo, in pratica, sviluppa in proprio sue personalissime leggi che meglio aderiscono alle sue esigenze e ai suoi bisogni, diventa elastico, ed adatta progressivamente la realtà alle sue necessità e desideri.

Sotto questa nuova luce le sue azioni a volte non gli sembrano nemmeno tanto riprovevoli ed è anche capace di non sentirsi minimamente colpevole di atti che invece scandalizzano gravemente la società nella quale vive.

Nuovi codici e nuovi regole, dunque, per meglio attuare la sopravvivenza psicologica del soggetto e la concreta affermazione, senza vincoli di sorta, della sua reale personalità.

Il processo, alla lunga, si trasforma in gravi disturbi della strutturazione del pensiero, alterazioni consistenti della normale dinamica affettiva, degenerazioni dei rapporti tra la personalità dell’individuo e la realtà circostante.

Molto simile per certi versi a quella che viene comunemente identificata come Demenza Senile, dove per l’appunto il soggetto colpito smarrisce per strada i consueti canoni di riferimento etici, convenzionali e morali, a causa delle turbe legate all’età avanzata, la Schizofrenia colpisce invece soggetti più giovani e fisicamente integri.

Il disturbo fondamentale di questa patologia, è l’alterazione del pensiero, che consiste nella totale arbitrarietà dei meccanismi associativi.

I normali rapporti affettivi, i legami sociali, e le comuni convenzioni vengono annullate, o meglio elise, per essere sostituite con nuovi parametri, appositamente creati, su misura, dal soggetto.

In alcuni casi il pensiero modulare appare destrutturato, vago od assente, privo di logica apparente e decisamente confuso, proprio perché risponde, da un certo punto in poi, a meccanismi schematici totalmente individuali ed autogenerati, quindi non riconoscibili o recepibili  dalla società esterna.

Particolarmente disastrosi sono poi le conseguenze che investono la sfera affettiva, dove le normali percezioni risultano totalmente alterate e si ravvisa un’evidente sproporzione tra l’intensità degli stimoli ricevuti e la portata delle reazioni opposte.

Per questo motivo molti casi di schizofrenia sfociano in delitti sanguinosi ed efferati, compiuti nella totale convinzione di aver adeguatamente risposto a una correlativa provocazione,  di modo che il soggetto rimane spesso intimamente convinto di aver agito per il meglio.

A causa di questa dicotomia tra realtà percettiva e realtà oggettiva il soggetto schizofrenico è spesso scarsamente recuperabile e mostra serie difficoltà ad essere reintegrato nel contesto circostante, che non riconosce più come il suo.

Sabina Marchesi

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Natascha Kampusch e la Sindrome di Stoccolma

di Sabina Marchesi (07/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Dal collega Gilberto Gamberini Guida di Psicologia Eriksoniana l'analisi di una delle più diffusi sindromi a carico delle vittime della violenza

foto intervento

in cui la vittima di una violenza fisica, psichica o psico-fisica manifesta emozioni positive verso il suo aguzzino, che possono diventare coinvolgimenti, sentimenti, legami, fino all'innamoramento.....paradossalmente più vi è coinvolgimento e drammaticità nella vicenda più può manifestarsi, come se il lieto fine cancellasse l’evento….Paradigmatico della Sindrome di Stoccolma il film di Liliana Cavani: Il Portiere di notte....un ruolo di slave, la schiava e il dominatore......si incatena al letto di lui, un legame indissolubile, oltre il tempo ed oltre la ragione, un legame indissolubile tra la vittima e l’aguzzino che va oltre il presente e il futuro, ma che si alimenta solo del passato, della dolcezza del passato che cancella la sua tragica drammaticità....Veniamo ora alla cronaca…. per fortuna esistono i sogni... che compensano i nostri desideri di trasgressione.... ed impediscono, a volte, che diventino fatti di cronaca... Natascha Kampusch, la giovane austriaca fuggita dalle mani del suo rapitore dopo essere rimasta otto anni chiusa in un garage non vuole vedere sua madre….E’ normale per un bambino passare dall’amore all’odio, paradossalmente più manca la fonte dell’amore, più lo si nega….lo si fa per sopravvivere…. A volte lo fa anche l’adulto….per sopravvivere…. Se il buono manca, se il buono non riesce a salvarmi, se non può farlo….è colpevole di non averlo fatto….Più sono forti le aspettative a riguardo e più questo sentimento di amore iniziale diventa apparente indifferenza e poi odio col passare del tempo…. Anche l’eventuale morte del buono, di chi doveva proteggermi e non l’ha fatto, in questo caso il genitore….è vissuto come un tradimento, una mancanza….Paradossalmente diviene l’aguzzino, l’unica fonte di affetto e di amore, perché è l’unica entità presente in un mondo a parte, di cui finirò per sentirmi parte, in quanto non sono più parte del mondo di prima di quell’evento…..Non ho altri termini di confronto, non ho altro per superare quello che mi accade….. Ho solo quel continuo accadere…..Quel vestito che Natascha Kampusch ha conservato dal giorno del suo rapimento….da lì bisognerebbe ripartire….per riportare alla luce una memoria…che Natascha Kampusch non si vuole ancora riappropriare, ed in cui non vuole rientrare….al momento….come è tipico del PTSD…. Ci vorrà del tempo….come in una elaborazione del lutto….di un genitore che c’è ma che in realtà non c’è e non c’è stato per ben 8 anni….perché il mondo per Natascha Kampusch non è quello reale ma quello vissuto, subito, amato….in quel garage….Al di là di Natascha Kampusch….oltre Natascha Kampusch…. Per quanti di noi il mondo è solo una sua parte…. Ed a volte uno squallido garage….. Tra una tanichetta d’olio ed uno straccio….un briciolo, sia pur squallido, d’amore….

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EVAPORAZIONE

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

Per effetto della cessazione del circolo le superfici del cadavere vanno soggette ad una perdita di acqua, per evaporazione non reintegrata dal circolo ematico e dai liquidi interstiziali.

 

 

Gli effetti dell'evaporazione sono più evidenti a livello delle sierose e delle mucose, così che la comparsa di un opacamento della cornea, un raggrinzimento delle labbra, si manifestano a poche ore dalla morte. Il fenomeno è evidente anche a livello delle lesioni cutanee, potendone modificare anche caratteristiche morfologiche.

 

 

Il fenomeno dell'evaporazione è sensibile nei cadaveri dei neonati e dei feti, la perdita di acqua potendo essere causa di errore nel riconoscimento dell'epoca di sviluppo del concepito, almeno rispetto ad dato del peso corporeo.

 

 

Come accennato, oltre ai classici segni tanatoscopici, informazioni sulla epoca della morte possono essere dedotte da altri parametri, tra i quali particolare rilievo assumono quelli di ordine tanatobiochiimico.

 

 

Esiste una tabella, elaborata da Schyler, di metodi "non convenzionali" ritenuti ottimali per la datazione dell'epoca della morte nelle prime ore.

 

 

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RIGIDITA' CADAVERICA (Rigor mortis)

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

Il fenomeno della rigidità muscolare è dovuto, nel cadavere, ad un meccanismo che ha analogie con quello della contrazione muscolare vitale. Si tratta infatti di una modificazione della struttura muscolare per messa in tensione dei filamenti di actina e di miosina, che avviene con consumo di ATP, la cui ricarica non è possibile per la cessazione dei processi ossidativi.

 

 

La progressiva trasformazione dell'ATP in ADP costituisce un indicatore biochimico del rigore rende conto della irreversibilità del fenomeno. Si spiega così l'osservazione comune che risolvendo meccanicamente la rigidità cadaverica questa non si ricostituisce, come non si può più porre in tensione il muscolo in cui la rigidità si sia spontaneamente risolta.

 

 

Qualora la rigidità cadaverica di un distretto muscolare si ricostituisca dopo essere stata meccanicamente vinta, il fenomeno risulta dovuto al fatto che non tutte le fibre muscolari erano state interessate dalla rigidità che pertanto interviene dopo la risoluzione meccanica di quella già in atto in alcune fibre.

 

 

Il rilievo del fenomeno della ricostituzione della rigidità permette di collocare l'epoca della morte in tempi anteriori a quelli in cui la risoluzione del rigor mortis è definitiva.

 

 

La rigidità interessa pressoché contemporaneamente tutti i muscoli ma si completa più lentamente nelle grandi masse muscolari che nelle piccole, inizia a manifestarsi da prima (dopo 2 - 3 ore dalla morte) ai muscoli masticatori e quindi si apprezza a livello degli arti, ivi completandosi nel volgere di 12 - 24 ore. Dopo un periodo di stazionarietà, di circa 36 - 48 ore, si ha la risoluzione - da autolisi - che ricalca l'ordine di comparsa.

 

 

La rigidità cadaverica si costituisce più rapidamente nei soggetti venuti a morte dopo un'intensa attività fisica; la rigidità è influenzata dalla temperatura, quella elevata la favorisce mentre le basse temperature la rallentano. Il fenomeno è tanto più evidente quanto meglio sviluppata è la struttura muscolare. Ne deriva che esso è di rilievo difficoltoso nei cadaveri dei neonati, dei vecchi e dei defedati.

 

 

Nell'annegamento la rigidità cadaverica fissa gli arti in atteggiamenti di parziale flessione reciproca dei diversi segmenti, in atteggiamenti cioè di galleggiamento.

 

 

Il rilievo della rigidità del muscolo cardiaco non ha grande interesse tanatologico, mentre può essere importante valutarlo in rapporto ai rilievi anatomo-patologici dello stato di ripienezza di sangue o di ipertrofia della parete cardiaca.

 

 

Il rigor mortis va differenziato dalla rigidità da calore, dovuta a coagulazione delle proteine, o da freddo essendo provocata da congelamento per cristallizzazione dell'acqua.

 

 

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MACCHIE IPOSTATICHE

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

 

Dopo la morte si instaura un'ipotonia delle pareti vasali, anche di quelli più esili, che - per essere cessata anche la spinta circolatoria cardiaca - consente l'accumularsi del sangue sulle parti più declivi del cadavere, sotto la spinta della forza di gravità; pare vi contribuisca la conservazione, a breve distanza dalla morte, di una certa attività vasocontrattile da eccitazione asfittica, capace di spremere il sangue contro la rete capillare.

 

 

Ciò spiega la eventuale comparsa di macchie in sede epistatica, potendo il vasospasmo venire fissato dal subentrante rigor.

 

 

Ciò favorisce il costituirsi di un accumulo ematico a livello dei visceri e della cute nelle regioni più basse (ipostatiche) del cadavere.

 

 

A livello della cute il fenomeno acquista una particolare evidenza per la modificazione del colorito che ne consegue; la cute assume una colorazione rosso-violacea in aree di varia ampiezza e con margini di solito sfumati ma che possono anche essere netti nelle zone, che per essere a contatto con un solido, sono sottoposte ad una pressione che impedisce il fenomeno. Il colorito delle ipostasi può variare in rapporto a cause di morte particolari (per esempio, colore rosso-ciliegia nell'avvelenamento da CO).

 

 

È importante notare che il progredire dei fenomeni cadaverici impedisce, oltre un certo limite di tempo, lo spostarsi ulteriore del sangue entro i vasi, come invece avviene nei primi tempi dalla morte allorché si ha il fenomeno della migrazione delle ipostasi (comparsa delle ipostasi in sede diversa da quella ove si trovavano originariamente, quando sia mutata la posizione del cadavere sicché il fenomeno può essere utile per dimostrare una rimozione del cadavere attuata durante la fase di migrazione parziale, osservandosi allora contemporaneamente macchie nelle sedi declivi e in quelle elevate).

 

 

La lisi delle emazie consente poi una diffusione emoglobinica nei tessuti, che restano stabilmente impregnati, dando luogo alla fissazione delle ipostasi; tale fenomeno si rivela con la pressione digitale energica: al primo stadio (8-12 ore dalla morte) la macchia scompare; di poi (secondo stadio) permane invariata o quasi.

 

 

La formazione delle ipostasi ha inizio 3 - 6 ore dopo la morte e raggiunge il massimo sviluppo dopo 12 ore; dopo 14 ore ha inizio il fenomeno della fissazione mentre in tutto il periodo intermedio si può constatare la migrabilità delle ipostasi.

 

 

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PERDITA DELL'ECCITABILITA' NEURO-MUSCOLARE

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

 

il rilievo della perdita dell'eccitabilità neuro-muscolare è utile nei tempi più prossimi della morte, dato che l'eccitabilità in questione scompare entro le 12-24 ore dalla morte, sempre che la stimolazione sia effettuata in modo congruo ed a seconda dei distretti muscolari esplorati.

 

 

Le strutture muscolari scheletriche conservano l'eccitabilità anche a distanza di 6-7 ore dalla morte; più a lungo dura l'eccitabilità dei muscoli erettori dei peli e quella del muscolo ciliare. Così introducendo nella camera anteriore dell'occhio sostanze midriatiche o miotiche si può, di massima, osservare doppia reazione sino a 11 ore dalla morte, midriasi fino a 17 ore e miosi fino a 20 ore.

 

 

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RAFFREDDAMENTO DEL CADAVERE

di Sabina Marchesi (09/12/2006)

PROCESSI ABIOTICI CONSECUTIVI da http://www.thanatos.it/scienza/tanatologia/tanatologia_02.htm

 

 

 

 

 

 

La cessazione delle attività metaboliche e, quindi, della produzione energetica determina dopo la morte una perdita di calore da parte del cadavere, che tende a cederlo all'ambiente fino a equilibrarsi quasi con esso.

 

 

La velocità del raffreddamento è più o meno rapida in rapporto alla resistenza che viene opposta alla dispersione del calore del cadavere all'ambiente e alla differenza di temperatura esistente tra ambiente e cadavere.

 

 

La presenza di vesti, coperte e la coibenza termica di queste sono elementi che rallentano il raffreddamento, così come rallenta la perdita di calore l'assenza di ventilazione nel luogo in cui il cadavere soggiorna.

 

 

La temperatura del cadavere decresce più rapidamente quanto più grande è la differenza di temperatura tra ambiente e cadavere, differenza la cui ampiezza può dipendere non solo dalla temperatura del luogo ma anche da quella cadaverica.

 

 

 

 

Teoricamente il raffreddamento dovrebbe iniziare poco tempo dopo la morte, se non immediatamente dopo, e continuare sino ad equilibrio con la temperatura ambientale. In pratica, a differenza di un corpo inerte, il cadavere non si raffredda uniformemente ma secondo un andamento che, riportato su un sistema di assi cartesiani coordinati, appare ad S italica, con un plateau iniziale (allorché il decremento termico orario è di circa mezzo grado essendo controbilanciato dalla maggior attività della cosiddetta "vita residua " cellulare) cui segue un tratto intermedio con caduta più rapida (un grado - un grado e mezzo all'ora) che trapassa in un ultimo tratto pianeggiante.

 

 

La valutazione dell'epoca della morte in base al decremento della temperatura è assai complessa per la difficoltà di apprezzare tutti i fattori che influiscono sul fenomeno oltre a quelli già indicati (l'umidità relativa ad esempio, l'esposizione dell'ambiente, l'escursione termica diurna del luogo, i fattori meteorologici, ecc.).

 

 

Nel computo si deve poi tener conto che al momento della morte si poteva avere ipertermia o ipotermia.

 

 

È quindi praticamente impossibile dare dei parametri fissi di valutazione; si richiede comunque che si proceda alla determinazione, a più riprese, della temperatura superficiale e di quella rettale del cadavere nonché della temperatura ambientale. Ciò potrà consentire di esaminare, caso per caso, l'andamento del decremento della temperatura in un ampio periodo di osservazione e da questo calcolare per extrapolazione la presumibile epoca della morte.

 

 

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