Processo a Cikatilo, scheletri e fantasmi nella Russia senza identitÃ
A cura di Ceriani Cinzia
Ha confessato di aver ucciso cinquantacinque tra donne e bambini. Li ha stuprati, evirati, torturati, si è cibato del loro corpo mentre erano ancora vivi. Ma è stato giudicato sano di mente e come tale condannato a morte e giustiziato. Andrej Cikatilo è morto in un modo «normale» rispetto alle sue vittime. Gli hanno sparato un colpo di pistola alla nuca tre giorni fa (nel 1994, ndr). Quel «comunista che mangiava i bambini» non esiste più. Ma oggi, nell’ex Unione Sovietica ci sono almeno altri venti serial-killer che uccidono: a Odessa, Kiev, Vladimir, Georgia, Siberia. E su di loro non si sa nulla.
«La schizofrenia è una malattia universale, una malattia che in Unione Sovietica trova un terreno molto fertile perché alla base della schizofrenia c’è sempre una crisi d’identità. L’unica identità dell’uomo sovietico è il comunismo. Però il comunismo sta cadendo a pezzi. E l’uomo sovietico ha bisogno urgente di altre identità... c’è chi riscopre la propria razza, chi diventa monarchico, chi comincia ad ammirare il nazismo. Chi più chi meno sono tutti malati di mente». Sono frasi pronunciate da uno psichiatra che finirà ucciso proprio dal serial killer a cui sta dando la caccia. Questo psichiatra è una delle figure chiave del romanzo di David Grieco Il comunista che mangiava i bambini, uscito da Bompiani ispirato al caso del mostro di Rostov a cui l’Unità dedicò a suo tempo (nell’ottobre del ’92) due intere pagine realizzate appunto da David Grieco.
Grieco era partito per Rostov dopo aver visto, in una sequenza di pochi minuti trasmessa da Raitre, gli occhi bianchi di Andrej che scintillavano attraverso le sbarre della gabbia dov’era rinchiuso, bucando letteralmente lo schermo della tv. «Ho imparato quella notte che dove si posa quello sguardo il cuore si ferma». Grazie a questo potere ipnotico tutte le sue vittime, bambine, bambini, ragazze, donne diventano tanti Cappuccetti-rosso che finivano per seguire il lupo Andrej nelle varie «Striscia di bosco» (da qui il nome del processo) dove lui le conduceva. E dove conduceva se stesso per diventare «il mostro».
Arrivato a Rostov per seguire una fascinazione, per fare uno scoop, per girare un film, Grieco quel film non lo farà mai. Sul suo incontro con Andrej Cikatilo e la Russia post-comunista ci ha scritto un libro, versione romanzata di un’inchiesta dove le vicende del vero detective Aburkhan Jandlev (nella finzione Vadim Lesiev), l’uomo che ha inseguito il mostro per 12 anni, e quella dell’insegnate di lettere e intellettuale organico comunista rivelano il doppio volto dell’ex Urss, sospesa tra le barbarie e la necessità di una presa di coscienza.
Quale ossessione ti ha spinto ad andare in Russia, due anni fa?
Puro istinto. Quando ho visto la scena della prima udienza in tv è scattata l’identificazione.
Tu hai parlato di Cikatilo come personalità soggiogante. Quali episodi cruciali di quel processo ricordi?
Il processo era un gigantesco sabba. La gente urlava, imprecava, piangeva. Un uomo a un certo punto ha tirato verso la gabbia un disco da hockey colpendo Cikatilo alla nuca: lui non fece una piega. Ma la cosa più impressionante erano i suoi occhi. Abbiamo filmato per venti minuti un suo primo piano fisso. I suoi occhi, muovendosi in modo indipendente dal basso in alto possono guardare due cose contemporaneamente. Guardava in macchina ma guardava anche me. Lo chiamano «lo sguardo del camaleonte». Se ne trova tracce nella psichiatria e nella mitologia.
Tu insisti molto sulla malattia mentale, sulla gravità del fatto che essa non sia stata riconosciuta a Cikatilo. Come nasce la follia di Andrej e quali differenze ci sono con i serial killer americani?
Negli Stati Uniti la malattia nasce nella privacy, nella propria casa, che si trasforma in una macelleria. Nell’Unione Sovietica è stato l’opposto. Non c’erano notizie sui giornali, nessuna madre teneva i propri figli in casa. C’è una sorta di privacy collettiva e omertà generalizzata.
Come ne «Il silenzio degli innocenti», il film di Jonathan Demme, anche qui tu hai posto come centrale la figura dello psichiatra (che non è pazzo ma omosessuale, comunque un deviante dalla società), tramite necessario tra investigatore e assassino.
Se la polizia vuole trovare i serial killer che compiono delitti senza movente, deve specializzarsi in psichiatria. Il 70-80 per cento dei delitti è risolvibile solo usando questi strumenti.
Torna anche la metafora del cannibale...
La barbarie che sembra così lontana, è molto vicina. Tutta la cultura dell’Est europeo è crudele, pensiamo a quello che accade nella ex Jugoslavia. Per tornare ad Andrej l’ipotesi psichiatrica sul suo cannibalismo è sempre di carattere sessuale. Mangiare i bambini per lui era come ricominciare daccapo la sua vita, senza riuscirci, ovviamente. Tutto parte dall’impotenza ma il punto di arrivo è una totale disinibizione, un punto di non ritorno. La Russia di oggi in fondo è così. Basta pensare a Zhirinovskij, che è l’equivalente politico di Cikatilo nella società. Ed è lui oggi che detiene il potere e fa la politica estera.
Cikatilo è stato condannato a morte e giustiziato: per dare un esempio, per paura di affrontare una presa di coscienza sulla Russia di oggi?
La condanna a morte è stata un errore. Tutto è sbagliato in questa storia. Durante il processo hanno fatto ritrattare a Cikatilo il primo omicidio da lui confessato per il quale fu giustiziato un altro. Già allora c’erano dei sospetti su Andrej ma lui era un comunista modello, mentre l’altro no. Sapevano benissimo che ammazzavano un innocente anche perché nel frattempo erano avvenuti 24 omicidi identici al primo.
Nel tuo romanzo il funzionario di polizia dice al detective che ci sono molti altri assassini come Evilenko, alias Cikatilo, in giro per l’Urss. E domanda incredulo: «e secondo lei sarebbero tutti matti?»
In Russia non c’è nessuna conoscenza psichiatrica. I matti, quelli che venivano rinchiusi in manicomio, erano i dissidenti che invece sono sempre stati i più sani di mente. Oggi assistiamo a un fenomeno di rimozione collettiva impressionante che va di pari passo con la repressione. L’importante è dare in pasto a tutti un colpevole, dare l’esempio reprimendo il male. Anche tutti gli altri pazzi che verranno catturati saranno considerati sani di mente. Il problema è capire quanti sono davvero. 250 milioni di persone in Europa, gli abitanti dell’ex Urss, oggi non hanno più un’identità. In potenza, ognuno di loro, può diventare come Cikatilo.
Antonella Fiori
Il Curriculum di Jack Lo Squartatore
A cura di Ceriani Cinzia
Da una nota originariamente apparsa sulla Rivista Progetto Babele a firma di Marco Capelli un piccolo sunto della Storia del Serial Killer per eccellenza: Jack Lo Squartatore, mai identificato con certezza, e tuttora latitante.
una nota a cura di Marco Roberto Capelli
Il suo campo d'azione era Londra. Quel West End che, oggi come ieri, costituisce il lato trasgressivo e misterioso del Tamigi. Le vittime, tutte prostitute, furono nell'ordine: Mary Ann Nichols uccisa il 31 agosto 1888 a Bucks Row, sgozzata e mutilata all'addome; Annie Chapman, trucidata l'8 Settembre ad Hanbury Street; Elizabeth Stride, uccisa a Berner Street il giorno 30, sempre di Settembre. Anche lei fu trovata con la gola squarciata e, lo stesso giorno, fu rinvenuto in Mitre Square anche il corpo senza vita di Catherine Eddowes. Gola recisa e mutilazioni al viso e al basso ventre. Infine, Mary Jane Kelly, irlandese, che fu seviziata il 9 Novembre, a Miller's Court, gola tagliata e corpo mutilato con tale atroce perizia che questo, che fu anche l'ultimo, venne definito il delitto più spaventoso di Jack lo Squartatore e passò alla storia come "L'Orrore di Miller's Court". Cinque omicidi in tutto, in sole dieci settimane. Agghiaccianti come nemmeno la più scatenata immaginazione di uno scrittore aveva potuto concepire, almeno fino a quel momento.
Nel corso degli anni sono state avanzate moltissime ipotesi, alcune deliranti, altre motivate, altre ancora semplicemente impossibili ed il presunto colpevole è stato via via identificato con Michael Ostrog, un medico russo, Kosmanski, un ebreo polacco, John Druitt un legale inglese, il Duca di Clarence, nipote della regina Vittoria, Joseph Barnett, oscuro pescivendolo, William Henry Bury (secondo il New York Times e lo scrittore William Beadle), un imprecisato membro della famiglia reale in cerca di vendetta per avere contratto una malattia venera e, perfino, Lewis Carroll, l'autore di Alice nel paese delle meraviglie.
Jack The Ripper è stato, nell'arco di un secolo, protagonista di infinite rivisitazioni letterarie, teatrali e cinematografiche più o meno fantasiose. Alcuni autori ne hanno evidenziato gli aspetti psicologici - è considerato quasi unanimemente il primo serial killer dell'era moderna - altri quelli più tipicamente sanguinari od orripilanti. Nè sono mancati gli sconfinamenti in campi limitrofi, come quello soprannaturale o umoristico. A questo secondo filone, per così dire più leggero, appartiene un piccolo capolavoro della letteratura sudamericana, Un samba per Sherlock Holmes del drammaturgo brasiliano Jo Soares, funambolico romanzo che vede fra i protagonisti uno Sherlock Holmes un po' meno infallibile del solito (ma forse più umano) smarrito fra i vicoli di Rio de Janeiro e che ci propone una tesi inedita e suggestiva sull'origine dello squartatore.
Tra gli ultimi in ordine cronologico ad occuparsi del mistero di Jack, troviamo la giallista americana Patricia Cornwell, che nel 2001 ha pubblicato un libro reportage intitolato Portrait of a killer: Jack the Ripper. Case closed (Ritratto di un assassino - Mondadori 408 pg. 18 euro) nel quale, con estrema sicurezza, si sostiene come Jack lo Squartatore non fosse in realtà altri che il noto pittore inglese Walter Sickert (1860-1942), uno dei più importanti artisti britannici della fine del XIX secolo.
Per giungere a questa conclusione, la scrittrice avrebbe speso oltre due milioni di euro, in gran parte per acquistare trentuno quadri di Sickert, la sua scrivania e molta parte della sua corrispondenza privata. Tutto in cerca di "indizi", tra cui campioni di DNA da confrontare con quelli trovati sulle lettere scritte da Jack a Scotland Yard. Con eccentricità tutta yankee, pare abbia persino distrutto una delle tele, tagliandola in pezzi ed attirandosi le ire di numerosi critici d'arte e ammiratori della pittura inglese. Ma la sua rivelazione in Gran Bretagna è stata accolta con molto scetticismo. Anzi, la scrittrice è stata accusata di essersi comportata in "modo mostruosamente stupido". La tesi della Cornwell si basa principalmente sull'analisi di una tela del 1908 intitolata Omicidio a Camden Town, dove sono dipinti una donna nuda sul letto ed un uomo seduto accanto a lei. Secondo la scrittrice, la donna ha la stessa posa che aveva il cadavere di una delle cinque vittime di Jack, quando fu trovato dalla polizia. Coincidenza niente affatto strana, dato il gran numero di stampe ed illustrazioni prodotte in quegli anni ed ispirate ai fatti, peraltro notissimi, del 1888.
In realtà sembra che Sickert fosse sì legato alla vicenda degli omicidi delle cinque prostitute, ma soltanto come involontario complice in una cospirazione massonica che intendeva proteggere il duca di Clarence, dissoluto nipote della regina Vittoria impazzito per la sifilide e considerato da molti il vero Jack lo squartatore.
Ad una tesi similare si rifà il film From Hell (La veria storia di Jack lo squartatore, 2001) con Jonnhy Depp nei panni di un investigatore sensitivo e dedito agli oppiacei e basato su di una popolare serie a fumetti di Eddie Campbell. La pellicola, licenze poetiche a parte, si distingue per l'ottima ricostruzione gotica dei bassifondi fumosi e poverissimi della Londra del 1888, per la caratterizzazione dei personaggi e l'ottima qualità della fotografia. In From Hell, Jack è in realtà Sir William Gull (interpretato dall'attore Ian Holm), medico della casa reale. Il principe ereditario alla Corona ha una relazione con una prostituta e la sposa in segreto. Ovviamente la Regina si oppone, fa riportare di forza l'erede a Palazzo Reale e fa lobotomizzare la giovane moglie. Le uniche testimoni dell'accaduto sono appunto le cinque prostitute che Sir William Gull, membro della Massoneria Inglese viene incaricato di eliminare per proteggere il prestigio della monarchia. Spinto anche dal desiderio di vendicare il giovane principe che sta morendo per gli effetti della sifilide, Gull impazzisce e inizia a massacrare le ragazze che dovrebbe semplicemente far sparire con discrezione. Finirà a sua volta lobotomizzato per ordine della Regina e rinchiuso in un manicomio, senza peraltro riuscire ad uccidere la vera Mary Kelly (la scambierà per errore con una giovane prostituta francese) che fugge tornando in Irlanda con l'aiuto dell'investigatore Abberline (Johnny Depp), innamorato di lei.
In realtà Jack lo Squartatore, quello vero, dopo l'ultima vittima, sembrò volatilizzarsi nel nulla, di lui Scotland Yard conserva ancora un fascicolo aperto ma la verità non fu mai scoperta, nè mai probabilmente lo sarà. Così come non fu mai chiarito perchè i delitti siano cessati così misteriosamente come erano iniziati. Forse, semplicemente, l'insospettabile colpevole morì portandosi il truce segreto nella tomba.
© Marco R. Capelli
marco_roberto_capelli@progettobabele.it
La tragica fine di Sharon Tate
A cura di Ceriani Cinzia
Siamo ad Agosto del 1969, in California, nella sua villa con un gruppo di amici, la bellissima starlet anni sessanta, Sharon Tate, viene trucidata in un eccidio sanguinoso da una setta satanica, capeggiata da Charles Manson.
La tragica fine di Sharon Tate
di Sabina Marchesi su gentile concessione di
BiografieOnLine.it
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Siamo ad Agosto del 1969, in California, nella sua villa con un gruppo di amici, la bellissima starlet anni sessanta, Sharon Tate, viene trucidata in un eccidio sanguinoso da una setta satanica, capeggiata da Charles Manson.
Reale bersaglio della rappresaglia di Manson e del suo odio era Terry Melcher, figlio di Doris Day, con il quale l’invasato Manson aveva dei vecchi conti da saldare.
Ma il fatto che Terry non vivesse ormai da tempo in quella casa non servì a salvare dal massacro Sharon Tate e i suoi amici, che furono aggrediti e soppressi senza alcuna possibilità di scampo.
Narrano le cronache che al sopraggiungere delle forze di polizia la villa fosse letteralmente immersa nel sangue delle vittime, tutte orribilmente sfigurate e menomate a colpi di coltello, che le membra e le interiora fossero sparse ovunque e che con il loro sangue fossero state tracciate scritte sataniche sulle pareti.
Colpì particolarmente tra tutte la fine terribile di Sharon, che, incinta di otto mesi, fu sventrata ed uccisa con sedici coltellate, poi strangolata e lasciata appesa penzolante da una corda.
Il marito Roman Polansky si salvò per miracolo dall’eccidio, essendo stato trattenuto sul set per ultimare le lavorazioni di un suo film.
Charles Manson fu arrestato e condannato all’ergastolo e si scoprì in seguito che sulla sua lista nera erano elencati svariati nomi di personalità rilevanti dell’epoca quali Tom Jones e Steve Mc Queen.
Molti a posteriori credettero di vedere nella terribile morte della starlette Sharon Tate il simbolo di un’epoca che finiva, basata sulla trasgressione sistematica dei valori tradizionali e sull’emersione prorompente della cosiddetta cultura giovanile.
E’ certo che il suo stile di vita, libero, disincantato, sfavillante e brioso, all’insegna della liberazione e della spensieratezza, contro tutti i taboo, poteva facilmente degenerare in eccessi, attirando su di sé la follia di un altro figlio di questa cultura alternativa.
Si dice che Manson fosse stato ispirato dall’Helter Skelter, una vecchia canzone dei Beatles, che per Manson avrebbe significato un incitamento a scatenare il caos, il delirio, la fiamma epurativa che condusse lui e i suoi seguaci al carcere a vita, e molte persone innocenti a una morte atroce.
La follia di Charles Manson
A cura di Ceriani Cinzia
Charles Manson, uno degli assassini psicopatici più famosi della storia, ispiratore di innumerevoli leggende, fu il frutto di un epoca irrefrenabile e sconvolgente: i mitici anni sessanta in cui molti nessuno diventano facilmente qualcuno, in cui i valori abituali venivano disattesi.
La follia di Charles Manson
di Sabina Marchesi su gentile concessione di
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Charles Manson, uno degli assassini psicopatici più famosi della storia, ispiratore di innumerevoli leggende, fu il frutto di un epoca irrefrenabile e sconvolgente: i mitici anni sessanta in cui molti nessuno diventano facilmente qualcuno, in cui i valori abituali venivano disattesi, e le frustrazioni di chi si riteneva qualcuno quando invece non era nessuno, potevano facilmente portare alla follia, e all’affermazione di se stessi attraverso strade di ordinaria follia.
Nonostante le tristi vicissitudi familiari che potrebbero certo averlo portato verso la perdizione, Manson ha sempre dimostrato di possedere una lucida follia, predeterminata e personale, un odio ben centrato verso i suoi obiettivi, e una forma di persecuzione acutamente consapevole, che hanno fatto di lui il criminale forse più inquietante della storia.
Egli vive in un ranch nella valle di Simi, dove raccoglie attorno a sé in una comune giovani sbandati, privi di un punto di riferimento, e con forti difficoltà di inserimento in un normale contesto sociale.
Essi diventano la sua famiglia, su cui impera e comanda, suonando e cantando e consumando droghe e allucinogeni, convinto di essere il quinto Beatles, addestrandoli a rubare, depredare e saccheggiare, ed ammaestrandoli al mito dell’olocausto e dell’epurazione razziale contro gli impuri.
Il primo massacro cade su Cielo Drive, la villa dei coniugi Polanski, lui si salva per un puro caso, perché trattenuto sul set, lei incinta di otto mesi, viene trucidata assieme ai suoi amici e al custode della villa, in maniera atroce e barbarica.
La strage successiva colpisce i coniugi La Bianca, trucidati in casa loro con oltre quaranta coltellate al petto.
E’ poi la volta di Gary Hinman, che aveva ospitato Manson e la sua famiglia, e che insegnava musica.
Quest’ultimo collegamento con la vittima, e le scritte di sangue sul muro, tra cui Helter Skelter, da una canzone dei Beatles che Manson interpretava come un incoraggiamento all’eccidio, e allo sprigionamento del caos come fiamma liberatoria, fanno risalire le indagini fino a Manson e alla sua setta.
Inizia il processo più lungo della storia degli Stati Uniti, al termine del quale la setta satanica e il suo leader vengono condannati a morte il 29 marzo 1971. Nel 1972 lo Stato della California abolisce la pena di morte, e in virtù di questo Manson è ancora oggi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e sorvegliato a vista.
Pare che nelle sue folli liste di epurazione fossero inseriti nomi celebri e famosi tra i divi più acclamati della sua epoca tra cui Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Richard Burton, Steve McQueen, e Tom Jones.
L’insospettabile Ted Bundy
A cura di Ceriani Cinzia
Ted Bundy era uno psicopatico dal passato irreprensibile, dall’aspetto di un bravo e candido ragazzo americano, quando fu arrestato in Colorado nel 1975 si calcola che avesse già compiuto tra lo Utah e la Florida oltre trenta omicidi a sfondo sessuale.
L’insospettabile Ted Bundy
di Sabina Marchesi
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Ted Bundy era uno psicopatico dal passato irreprensibile, dall’aspetto di un bravo e candido ragazzo americano, tanto che alla fine delle indagini fu inserito nelle liste dei sospettati quasi per caso, solo perché possedeva una macchina di un colore e di un modello particolare, uguale a quella che era stata vista sul luogo di uno dei delitti.
Quando fu arrestato in Colorado nel 1975 si calcola che avesse già compiuto tra lo Utah e la Florida oltre trenta omicidi a sfondo sessuale.
Cresciuto da una ragazza madre, che si spacciava per sua sorella, e pensando quindi di essere figlio dei suoi nonni, sviluppò fin dall’infanzia forti difficoltà di adattamento, e una fobica ossessione per le donne, con le quali sembrava incapace di instaurare dei rapporti duraturi.
Alternava la sua esistenza di studente modello, perfettamente integrato, dal fisico atletico, amante degli sport, e incarnante il perfetto prototipo del bravo ragazzo americano, con una vita parallela in cui era uno psicopatico disadattato e forte consumatore di materiale pornografico.
Dopo anni di delitti a sfondo sessuale, durante i quali rimase non solo impunito ma addirittura insospettabile, in varie parti degli Stati Uniti, nel 1974 intensificò le sue attività delittuose, giungendo ad uccidere con il suo solito modus operandi quattro ragazze nel mese di gennaio, seguite da altre sette nel mese di giugno dello stesso anno a Seattle, dove si era appena trasferito.
Evidentemente il nuovo equilibrio duramente conquistato con il trasferimento, ogni volta che cambiava stato ed università sembrava integrarsi e riprendeva sempre più alacremente il suo ruolo di bravo ragazzo e di studente modello, non era più in grado di reggere ancora a lungo.
Accusato e incarcerato in Colorado a seguito delle serrate indagini, riesce a fuggire per stabilirsi in Florida, dove ha ancora il tempo di trucidare altre due ragazze, di ferirne tre, e di rapire una bimba di soli undici anni all’uscita della scuola, per poi stuprarla e ucciderla, prima di essere nuovamente arrestato.
Il suo modus operandi era quello di fingersi in difficoltà, approfittando della sua aria da bravo ragazzo, si appendeva un braccio al collo, come se fosse ingessato, e si mostrava indaffarato a caricare qualcosa su un pulmino, poi una volta che le vittime si avvicinavano per aiutarlo, le tramortiva, le rapiva, e le trasportava in una radura isolata dove le violentava per poi ucciderle sempre più selvaggiamente.
Condannato muore sulla sedia elettrica nel 1989, professandosi sempre innocente, e ritrattando poi durante alcune interviste con i mass media, le sue ceneri vengono sparse sulle montagne dall’alto delle cascate di Washington proprio sui luoghi dove alcune delle sue vittime avevano trovato la morte.
A lui sono stati attribuiti ventotto omicidi, come da sentenza del tribunale, ma si suppone che siano oltre cento le vittime che portano la firma del suo modus operandi in varie parti degli Stati Uniti nei soli anni settanta.
Le ragioni profonde dei suoi incontrollabili impulsi omicidi in realtà non furono mai chiarite e le loro radici e motivazioni si sono disperse coi suoi resti mortali sui monti incontaminati attorno a Washington, ed egli rimane a tutt’oggi uno dei serial killer più insospettabili di tutta la storia del crimine.
Sabina Marchesi per gentile concessione di BiografieOnLine.it http://biografieonline.it/
I serial killer
A cura di Ceriani Cinzia
Anche le città sono popolate da mostri. È molto più facile nascondersi nel buio, nella nebbia o nella folla che riempie le strade, piuttosto che nelle acque gelide di un Loch scozzese. Dal Sito Linguaggio Globale.
In secondo luogo, il mostro della città è una creatura enigmatica - almeno finché non viene svelata la sua identità - e l'alone di mistero che avvolge la sua figura fa sì che susciti una curiosità morbosa, malata, ma irresistibile.
Nella storia della cronaca, il mostro che più di tutti seppe destare il clamore della stampa e del pubblico fu senza dubbio Jack lo Squartatore, il mostro di Whitechapel, che terrorizzava la Londra del 1888. Ancora oggi non si conosce la sua vera identità. La leggenda dello Squartatore rinacque negli anni Cinquanta, quando Scotland Yard si trovò davanti a una serie di omicidi che fecero pensare a un ritorno dello Squartatore (dall'Inferno?), o più realisticamente ad un suo macabro epigono.
In piena belle époque salì alla ribalta della cronaca nera europea il mostruoso monsieur Landru, incubo della Parigi di inizio secolo. Landru fu arrestato e condannato alla decapitazione.
Tuttavia, se vogliamo scoprire i più feroci serial killer della storia dobbiamo fare nomi meno conosciuti: lo strangolatore indiano Buhram, almeno 931 vittime tra il 1790 e il 1840; la contessa di Bàthory (1560-1614), 650 vittime; il "mostro della Colombia", nome d'arte di Pedro Alonso López; Bruno Lüdke, infernale assassino nell'Europa stretta tra le due guerre.
Il tedesco Frederich Haarmann tra il 1918 e il 1924 fu condannato quale responsabile della morte di 27 giovani: per uccidere, assaliva la vittima e dopo averla letteralmente azzannata alla gola ne beveva il sangue, come un vero e proprio vampiro, (o forse un licantropo?).
La triste genia di criminali psicopatici, antropofagi e necrofili continua fino ai giorni nostri. È stato calcolato che attualmente, soltanto nelle carceri degli Stati Uniti siano custoditi circa 450 serial killer, autori complessivamente di un totale di più di 2.700 omicidi.
Ma il fenomeno non è soltanto americano. Per citare un triste esempio nostrano è sufficiente ricordare le vicende del mostro di Firenze.
Jack lo Squartatore, il serial killer rimasto anonimo
A cura di Ceriani Cinzia
Nella seconda metà del 1888 Londra conobbe questo terribile assassino, uno dei primi criminali a meritarsi l'agghiacciante appellativo di serial killer. Dal Sito Linguaggio Globale.
Il caso non è mai stato risolto, anche se alcuni criminologi continuano ancora oggi a studiarlo: tra le teorie più suggestive c'è l'ipotesi che Jack fosse una donna, quella per cui sarebbe stato un membro della famiglia reale, mentre altri propendono per la tesi per cui ad agire sarebbe stata una équipe organizzata composta da più assassini.
Negli anni Cinquanta i giornali popolari inglesi quando si trovarono davanti ad una nuova serie di misteriosi omicidi parlarono di un ritorno dello Squartatore
Monsieur Landru
A cura di Ceriani Cinzia
Una trentina d'anni dopo il caso di Whitechapel, anche Parigi scoprì di avere il suo Squartatore. Dal Sito Linguaggio Globale.
Landru rappresenta il drammatico archetipo dell'uomo moderno impazzito: un signore di mezz'età, un padre di famiglia che dopo una vita piatta e convenzionale improvvisamente esplode in lucido delirio omicida. Nel 1922 venne ghigliottinato nel carcere di Versailles.
Un elenco dei più inquietanti serial killer che la storia ricordi. Dal Sito Linguaggio Globale.
A cura di Ceriani Cinzia
Un elenco dei più inquietanti serial killer che la storia ricordi. Dal Sito Linguaggio Globale.
La contessa Erzsbeth Bàthory viveva invece nel castello di Csejthe. Siamo nell'Ungheria del XVI secolo. Sembra che la nobildonna, invidiosa della bellezza altrui, si divertisse ad ammazzare giovani fanciulle della zona. Nel 1611 il tribunale la giudicò responsabile di ben 650 omicidi, ma i privilegi della casta le consentirono di trascorrere il resto della vita rinchiusa in una stanza del suo palazzo, dove morì nel 1614.
Tornando a tempi meno remoti, nel 1980 in Ecuador fu arrestato il colombiano Pedro Alonso López, meglio noto come "il mostro della Colombia", accusato della morte di circa 300 minorenni in vari paesi sudamericani.
Nel 1944 a Vienna la polizia giustiziò senza processo Bruno Lüdke, che aveva appena confessato di aver ucciso 85 donne nei precedenti 24 anni.
Christine e Lea Papin, Le Sorelle Assassine
A cura di Ceriani Cinzia
Le Mans, il 2 Febbraio 1933, viene sconvolta da un crimine efferato, assolutamente senza precedenti, un delitto violento, sanguinoso, esasperato.Una scena del crimine che si presenta agli occhi degli inquirenti come qualcosa di agghiacciante, capace di riportare alla mente gli orrori di Rue de La Morgue, il celebre racconto di Edgar Allan Poe.
Christine e Leà Papin nascono in un’oscura e disagiata famiglia di Angers nei primi anni del 1900. Hanno sei anni di differenza, Christine è del 1903 e sua sorella Leà del 1909, ma sembrano due gemelle, sono simili fisicamente e molto vicine affettivamente, legatissime, dipendono praticamente una dall’altra.
Il padre è un alcoolizzato cronico che abusa addirittura della sua terza figlia, Emilie, costretta a riparare in convento.
Dopo questo fatto i genitori delle ragazze divorziano, e la madre Clemence, in mancanza di altre risorse è costretta a ricoverare le figlie in un orfanotrofio.
Questa dura infanzia plasma il carattere delle ragazze Papin in maniera indelebile.
Christine cresce con un carattere ombroso, difficile, schiva e apparentemente sottomessa, sua sorella Leà dipende da lei emotivamente per ogni minima cosa, timida, scontrosa, completamente succube di sua sorella, pronta a seguirla anche in capo a mondo purché non le si domandi mai di decidere in proprio o di assumere iniziative.
Per Leà sua sorella Christine è uno scudo contro il mondo, sa di non avere le forze per affrontare la realtà, e cerca di rimediare vivendo praticamente nella sua ombra, perché in questo modo si sente sicura.
Così quando l’orfanotrofio finalmente riesce a piazzarle deve proporle entrambe perché Christine non accetterebbe mai di separarsi da Leà e Leà non potrebbe sopravvivere sola.
Vengono mandate dunque, assieme, a servizio presso la famiglia Lancelin, a Le Mans, nel 1926.
Hanno, rispettivamente, 23 e 17 anni.
In Rue Labruyère numero 6, la famiglia che ospita le due giovani come domestiche è composta da padre, madre e una figlia.
Il capofamiglia, Renè Lancelin, di professione avvocato, è un uomo pacato e schivo.
Rigido e stimato professionista, ma di animo pantofolaio, lascia che in casa i pantaloni li porti sua moglie.
Lui non vuole sapere nulla dell’organizzazione domestica, gli basta avere i suoi spazi e poter pretendere che le sue routine vengano rispettate.
Disposto a portare a casa i soldi, è pronto a delegare ogni cosa a sua moglie, a patto di non essere disturbato con banali quisquilie e irritanti seccature.
Madame Lancelin, ovviamente, non chiede di meglio.
Esigente e formalista, rigida e ossessiva, maniaca e perfezionista non è una padrona facile per le due cameriere, ancora giovani e inesperte, totalmente ignare della gestione domestica e del normale andamento di una casa, sembrano completamente inadeguate al compito loro affidato, eppure Madame Lancelin non le congeda, preferisce forgiarle, a modo suo.
E sono anni di rimproveri e minacce, dure reprimende, castighi, insulti e punizioni.
Geneviève Lancelin segue come un’ombra la madre, impara, assimila e replica. Dopo gli appunti di Madame ci sono gli ammonimenti di Geneviève, una reiterazione in tono minore delle amare reprimende materne, per le due ragazze Papin i tormenti sono amplificati, saranno anni infernali.
Le due sorelle Papin, già provenienti da un infanzia difficile e dalla lunga permanenza in un orfanotrofio, non sanno a che santo votarsi, vorrebbero fuggire ma non hanno dove riparare, sono sole al mondo, non conoscono nessuno e non sono in grado di reagire, o di adattarsi, subiscono passivamente ma intanto immagazzinano odio e rancore.
Ogni giorno di più, per sette lunghi, lunghissimi, interminabili anni.
Uno stillicidio continuo capace alla fine di intaccare il loro già fragile equilibrio mentale.
Vivono nel terrore, basta un’occhiata, un rimprovero, una frase sibilata a mezza bocca per farle tremare, sono succubi e vittime di una padrona severa, ostile, incontentabile e della sua tirannica figlia.
Certo all’epoca si trattava di un cliché. La servitù era mal pagata, alloggiata in soffitta, scarsamente nutrita, ogni permesso, concessione o deroga veniva fatta pesare come un privilegio, non c’erano sindacati od opere pie a difendere le sorelle Papin.
Il tutto naturalmente aggravato dall’erede di famiglia, Geneviève, che scimmiottava a ogni piè sospinto la madre e infieriva, se possibile, oltre ogni limite umano consentito.
La tensione naturalmente era destinata a sfociare presto in una tragedia.
Un giorno mentre le domestiche sono sole in casa un vecchio ferro da stiro difettoso salta e manda l’impianto elettrico in corto circuito.
Leà, che stava stirando la camicetta preferita di Geneviève è completamente sconvolta, trema dalla paura, l’indumento è rovinato, non c’è rimedio possibile. Christine tenta di consolarla come può, ma in fondo al suo cuore sa bene che la punizione sarà terribile, che spiegazione potranno mai addurre a loro parziale giustificazione?
Eppure avevano segnalato tante volte che il ferro era difettoso, altri abiti erano rimasti danneggiati in passato durante la stiratura, ma la padrona aveva sempre inteso questi incidenti come incompetenza e incapacità, o misere scuse addotte per motivare i loro sbagli continui.
E a quell’epoca i rapporti tra la classe padronale e i servitori non erano molto idilliaci, la ragione stava sempre da una parte sola, da quella dei signori.
Mai nessuno avrebbe dato ascolto a una cameriera che pure aveva potuto subire un torto, tanto è vero che le ragazze della servitù che rimanevano incinte di mariti e rampolli troppo focosi delle famiglie che le ospitavano, venivano poi messe alla porta senza tanti complimenti, prive di referenze e di ogni possibile mezzo di sostentamento.
Erano tempi duri, in cui non ci si faceva molto scrupolo nel rispetto dei diritti umani, soprattutto nei confronti dei sottoposti e dei ceti inferiori, e questo Christine, per quanto vissuta isolata, lo sapeva assai bene.
Così le due ragazze lasciano tutto com’è e si rifugiano nell’unico posto dove si sentono al sicuro, nella misera soffitta dotata di un minuscolo abbaino dove abitano, si spogliano, si mettono a letto, assieme, ed aspettano avvinte il ritorno della loro padrona, non sanno ancora cosa potrebbe loro accadere, ma sono terrorizzate.
Sono ore di tensione in cui con i sensi allertati e i nervi tesi allo spasimo rimangono in attesa dell’inevitabile, non sapremo mai cosa matura nella loro mente in quel momento, ma possiamo figurarcele perfettamente mentre attendono nel buio, ascoltando ogni rumore, ogni scricchiolio, cercando di farsi coraggio reciprocamente con struggenti carezze e sussurri sottili.
Presto le donne della famiglia rincasano, trovano la casa al buio, odore di bruciato, la camicetta rovinata, naturalmente corrono al piano superiore lungo la scala traballante e già stanno urlando rimproveri, entrambe, una a voce più alta dell’altra, in un crescendo ossessivo.
Ma il peggio avviene quando Christine e Leà si affacciano alla porta della soffitta scarmigliate e discinte.
È uno scandalo. Due ragazze sole, seminude, a letto, di giorno, assieme. Non possiamo nemmeno immaginare cosa le due Lancelin possano aver detto alle ragazze inermi e indifese. Minacce, insulti, aggressioni verbali.
Eppure sarebbero ancora salve se in extremis, già nel corso della discesa, Madame Lancelin non avesse cambiato idea e non fosse risalita fino a mezza scala, per reiterare ancora un’ultima reprimenda. Magari le aveva già licenziate, forse le aveva già minacciate di lasciarle in mezzo a una strada. Ma non le basta. Deve infierire ancora, è quasi più forte di lei.
Quest’ultimo gesto le costerà la vita, e anche a sua figlia Geneviève.
Se solo le Lancelin avessero visto quella scintilla di furore negli occhi di Christine, se avessero compreso di essersi spinte oltre il limite, se solo si fossero fermate, appena un attimo, a considerare quelle due ragazze per quello che erano, due esseri umani, due fanciulle sole, fragili e spaventate.
Ma la storia doveva andare diversamente.
In Christine, che aveva sopportato per tanto tempo, scatta una molla fatale. Quell’ultimo gesto di Madame Lancelin le fa perdere definitivamente il sottilissimo filo che ormai la legava alla realtà.
Quando si avventa su di lei è come una furia, con la sola forza dei pollici, a mani nude, le cava entrambi gli occhi dalle orbite e mentre Madame Lancelin si accascia sui gradini, Leà, come in trance, ripete gli stessi gesti che ha visto fare a Christine sulla giovane Lancelin, che è rimasta attonita e non ha nemmeno il tempo di reagire.
Le finiscono a colpi di martello, infieriscono sui loro cadaveri con oggetti contundenti di vario genere, con un sotto vaso di bronzo, con un coltello, con tutto quello che capita loro tra le mani.
Ma la cosa non ha poi molta importanza perché l’opinione pubblica, anche prima del processo, è già tutta contro di loro.
Dopo gli omicidi le ragazze sono tornate a letto, nude, hanno lasciato le camicie da notte insanguinate sulle scale, è questa la scena che trova l’Avvocato Lanceline, il padrone di casa, quando la sera fa ritorno.
Quella è la scena che vedranno gli inquirenti, i magistrati, gli investigatori e i poliziotti, quella è la scena che tutti rivivranno attraverso i giornali.
La mano del servo che si leva contro il padrone, una cosa inaudita, aggiunta a tanta ferocia nell’esecuzione del crimine, questa fatalità costa alle Sorelle Papin una condanna piena.
Anzi, la pubblica opinione, a gran voce, vorrebbe vedere applicata la pena di morte, per entrambe, ma i giudici sono magnanimi, non vogliono utilizzare uno strumento così antiquato in un’epoca tanto moralmente avanzata.
In Francia non viene emessa una sentenza di morte dal 1887, e ora nel 1933, quando inizia il processo, nessuno se la sente di ripristinare un uso ormai decaduto.
Christine, nominalmente condannata a morte e poi subito graziata, riceve un commutazione della pena capitale convertita ai lavori forzati a vita, Leà, che per tutto il processo è rimasta catatonica, senza alcun tipo di reazione, seguendo sempre le affermazioni e le gestualità della sorella come un automa, è condannata a soli dieci anni.
Christine, che era sempre stata la più forte, soccombe presto, la mente ormai fortemente provata, inizia a dare in escandescenze, pretende di avere la compagnia della sorella, tenta di strapparsi gli occhi con le unghie, alla fine si lascia morire di fame.
Leà sconta la sua pena senza obiezioni, non reagisce, si potrebbe dire che non dà praticamente segni di vita, sta dove le dicono di stare, fa quel che le dicono di fare, in questo modo, passivamente, sopravvive, e al termine della condanna torna a vivere presso la madre e a fare la domestica.
Sulle sorelle Papin sono stati versati fiumi d’inchiostro, scritti valanghe di libri, stesi dozzine di trattati psicologici, realizzati film, radiodrammi e commedie.
La verità è che erano due ragazze sfortunate, sole, in balia di un mondo le cui regole non capivano e che non erano in grado di accettare, scagliate in una realtà che non sapevano e non potevano gestire, completamente inadatte alla sopravvivenza, destinate a soccombere presto in balia di eventi troppo più grandi di loro.
Avrebbero dovuto chinare il capo, arrendersi, rinunciare, invece, inaspettatamente, contro ogni legge della selezione naturale, due creature votate all’estinzione e alla morte, sono sopravvissute, disperatamente, aggrappandosi con le unghie e con i denti alla loro unica possibilità di salvezza, la ribellione estrema, e per far questo sono passate alla storia come Christine e Leà Papin, le Sorelle Assassine.
La Marchesa de Brinvilliers e l’Era dell’Arsenico
A cura di Ceriani Cinzia
Marie Madeleine d’Aubray, Marchesa de Brinvilliers, è una delle figure più controverse del milleseicento, condannata a morte per decapitazione, accusata di omicidio plurimo e in odore di stregoneria, venne poi osannata dal popolo che giunse a fare di lei una martire e una santa.
Inizia con lei in Francia l’Era dell’Arsenico destinata a segnare profondamente la corte di Luigi XIV negli anni successivi alla sua morte, avvenuta nel 1676.
Nata nel 1630, Marie Madeleine d’Aubray passa alla storia come una ninfomane, una nobile dama perennemente affamata di sesso e di soldi, ambiziosa e arrivista, capace di uccidere tutti i membri della sua famiglia per biechi motivi d’interesse, e in generale disposta, con la massima disinvoltura, ad eliminare dalla sua strada tutti coloro che potevano in qualsiasi modo ostacolarla o esserle d’impaccio.
A ventuno anni com’era in uso nella sua classe sociale va in isposa, senza amore, a un uomo benestante ma molto più anziano, decisamente un vecchio satiro, Antoine Gobelin, che oltre a non occuparsi di lei la trascura indegnamente e la tradisce.
Nel mille e seicento in Francia era in uso uno stile di vita libertino e un contegno piuttosto disinvolto in società, era consentito a tutti, nella società benestante, uomini o donne che fossero, di avere un certo numero di amanti, più o meno ufficiali, accompagnatori occasionali e perfino mantenuti.
A Marie Madeleine viene così concesso, senza urtare più di tanto la sensibilità pubblica, di intrattenere numerose relazioni amorose più o meno passionali con vari stalloni con i quali si dice facesse faville. E fino a qui nessuno interferisce in quella che, in definitiva, era la sua vita privata.
Quando però Marie si invaghisce follemente di Gaudin Sainte-Croix, noto libertino e avventuriero che già all’epoca godeva di una pessima fama, là dove non interviene il marito, provvede il padre della fanciulla che, muovendo pedine e conoscenze politiche, riesce a far imprigionare questo cattivo soggetto per un determinato periodo con un’accusa dopotutto nemmeno tanto campata in aria.
Il trascorso in carcere però, lungi dall’allontanare Sainte-Croix dalle grazie della D’Aubray, serve ai due amanti solo per affinare e mettere in atto la loro vendetta, quando esce per ricongiurgersi alla focosa innamorata, Sainte-Croix ha appreso tutti i segreti della distillazione chimica dei veleni, e li insegna amorevolmente alla fanciulla, che non tarderà a metterli in pratica.
La prima vittima “ufficiale” naturalmente è il padre di Marie, che una notte muore misteriosamente nel suo Castello di Offemont, ma probabilmente prima Marie aveva esercitato numerose prove generali con i malati del vicino Ospedale Maggiore, la cui mortalità aumenta improvvisamente proprio durante i periodi in cui la carità cristiana e l’amorevole assistenza della Marchesa di Brinvilliers erano maggiormente presenti.
A questo punto sembrerebbe che Marie abbia preso gusto al gioco perché nel suo entourage muoiono, in maniera esasperata e in date sempre più ravvicinate, ben tre persone, due sorelle e un fratello del suo lacchè La Chaussès, che forse era pure suo amante.
Sono queste le prove generali per l’assassinio di suo marito, che però fallisce per la pietosa intercessione di Sainte-Croix che, indignato o spaventato per l’eccessiva reteirazione degli omicidi, somministra prontamente un’antidoto al pover’uomo consentendogli di scampare a una morte certa, o forse addirittura sostituisce la pozione mortale con una meno venefica.
Presto però anche l’amante di sempre, il perfido, ma forse non tanto paragonato al suo alter ego femminile, Sainte-Croix, è destinato a pagare il fio delle sue colpe, morendo insensatamente nel rogo del suo laboratorio alla Cagliostro.
Gli inquirenti troveranno tra le rovine del laboratorio, nascosto tra storte, alambicchi e provette in pezzi, un diario contenente la confessione di Sainte-Croix che accusa Marie di una lunga serie di crimini, compreso il suo omicidio, che egli in qualche modo evidentemente presentiva.
Marie Madelein d’Aubray ripara prontamente in un convento a Liegi, dove, secondo le leggi dell’epoca può considerarsi al sicuro, essendo considerata la Chiesa uno Stato senza obbligo di estradizione.
Potrebbe vivere lì per sempre, se solo volesse, relativamente certa di restare impunita, se pur condannata a una sorta di esilio e di segregazione volontaria, comunque ancora in possesso della vita, dell’indipendenza e della piena disponibilità dei suoi beni terreni e materiali.
Ma a questo punto interviene il genio del Luogotenente Desgrais, lo stesso che sarà poi protagonista del di poco successivo Scandalo dei Veleni alla corte di Luigi XIV che condusse all’istituzione della Camera Ardente, alla caccia alle streghe, e alla morte sul rogo di Madame La Voisin, al secolo Catherine Deshayes.
Travestito da Abate il Luogotenente insidia la virtù, già variamente provata, della bella e conturbante Marchesa di Brinvilliers e la convince a recarsi, nottetempo, fuori dalle mura del convento, per un convegno amoroso, con la promessa di chissà quali estasi passionali.
Tecnicamente, fuori dal convento, la protezione della Chiesa viene a cessare, e non appena, incautamente, Marie mette piede nella trappola tanto argutamente tesa per lei, viene posta in arresto e ricondotta sotto la tutela dello Stato Temporale.
Ma non sarebbe ancora finita per la D’Aubray, cui il censo, la nobiltà di nascita e l’aura inconfondibile da angelo calunniato potrebbero ancora far salva la vita, se questa, inspiegabilmente, non avesse lasciato nella sua cella al convento una specie di memoriale-confessione destinato a fare scandalo.
“Mi accuso di aver causato un incendio. Ho concepito desideri peccaminosi su mio fratello. Mi accuso di aver avuto commercio (sessuale) con un cugino di secondo grado, duecento volte. Da lui ho avuto un figlio. Ho avuto commercio con un primo cugino di mio marito, trecento volte. Era sposato. Mi accuso di aver avvelenato mio padre con le mie proprie mani. Ho avuto desiderio di avvelenare mia sorella perché mi rimproverava della mia condotta, che era orribile. Mi accuso che un giovanotto mi stupravit quando avevo sette anni…”
È uno scandalo senza precedenti, nessuno oramai alla pur libertina corte di Francia può ancora far finta di niente, non è più nemmeno concepibile girare la testa dall’altra parte e fingere di non vedere o di non sapere, simili autoaccuse sono eclatanti, nemmeno uno dei suoi peggiori nemici avrebbe mai potuto concepire contro di lei simili nefandezze o crimini tanto efferati.
E poi perché proprio per iscritto la D’Aubray sentiva la necessità di essere talmente precisa e circostanziata circa le sue colpe, al punto da censire addirittura il numero delle volte con cui aveva avuto commercio sessuale con i suoi partner? Per quale motivo addebitarsi anche crimini commessi solo con la fantasia come il desiderato omicidio della sorella? E perché indulgere in aggravanti tutto sommato non necessarie, come il grado di parentela del cugino, o lo stato civile del cugino di suo marito?
Sembrerebbe quasi una sorta di autopersecuzione mistica, una crisi spirituale nel corso della quale la D’Aubray avesse tentato di riscattare se stessa e le sue colpe se non agli occhi di Dio quanto meno agli occhi del mondo.
E infatti da lì in avanti il suo comportamento rasenta la santità.
Il processo avviene nel 1675, nonostante venga data lettura in aula della confessione, che da sola varrà ad incriminarla, Marie D’Aubray viene comunque sottoposta a tortura, che sopporta, dicono le cronache, con estrema compostezza ed ammirevole dignità.
Il suo avvocato inutilmente sosterrà la tesi dell’inamissibilità di quel memoriale come prova in un tribunale, essendo una lettera diretta a Dio, avrebbe dovuto essere materiale riservato, destinato solo all’imputata e ai suoi diretti confessori.
Ma la mentalità giuridica dell’epoca era ancora immatura per arrivare a comprendere e far proprio un concetto tanto avanzato, che invece oggi viene tacitamente riconosciuto come uno dei fondamenti della difesa, compreso il famigerato Quinto Emendamento della disciplina legale degli Stati Uniti.
Condannata a morte e selvaggiamente torturata la Marchesa di Brinvilliers tenne dunque sempre un comportamento esemplare e morì dignitosamente sul patibolo, per decapitazione, dopo essere stata esposta al pubblico lubridio e offerta in pasto agli insulti della folla.
Immediatamente dopo la sua esecuzione, prima ancora che la sua testa, con i capelli scarmigliati e gli occhi ancora aperti, cadesse nel cesto di vimini predisposto dal boia, l’umore della folla mutò improvvisamente.
Idolatrata come una santa e martire, adorata da quegli stessi popolani che l’avevano insultata mentre sul carretto dei condannati a morte veniva trascinata verso il palco del patibolo, i suoi indumenti e i brandelli del suo scialle vennero fatti oggetto di venerazione e conservati come reliquie, presto il popolo di Francia la elesse come simbolo di tutti gli innocenti ingiustamente perseguitati dalla giustizia e diede inizio spontaneamente a un vero e proprio processo di venerazione, al punto da attribuire alle sue spoglie poteri miracolosi.
Così la Marchesa di Brinviellirs, pluriomicida, ninfomane e visionaria, probabilmente soggetta a crisi mistiche e depressive, maniaco compulsiva e autolesionista, passa alla storia come una santa e martire, idolatrata dal popolo di Parigi, icona dell’iniquità delle pene e dell’accanimento dei tribunali, e venerata al pari di Giovanna D’Arco, la Pulzella D’Orleans.
La Dura Storia di Aileen Wuornos
A cura di Ceriani Cinzia
Quella di Aileen Wuornos, condannata per sei volte alla pena capitale, è una parabola discendente segnata da una serie di eventi che tutti indissolubilmente sembravano mirare alla sua completa distruzione, vittima di un destino infausto, dal quale nemmeno il migliore degli individui sarebbe potuto scampare, Aileen Wuornos non ha mai avuto una sola occasione per riscattarsi o per imprimere un corso diverso alla sua vita che già, fin dagli inizi, appariva segnata.
La madre, semplicemente, esce dalla porta di casa dopo cena e non torna più.
La bimba crescerà con i nonni, fermamente convinti che essi siano i suoi genitori e che la madre fuggita sia in realtà sua sorella.
Al di là delle esperienze di vita devastanti che sicuramente ne segnarono profondamente il carattere, probabilmente nel sangue di Aileen scorreva comunque qualche insanabile alterazione genetica.
Il padre, Leo Pittman, che Aileen non ha mai conosciuto, era un individuo posseduto da manie sessuali devianti, sembra che costringesse la moglie Diana, la madre di Aileen, a rapporti sessuali molto intensi e ripetuti, arrivando anche a sei al giorno. Tuttavia l’abbandona senza un motivo valido e sei anni dopo viene arrestato perché accusato di aver stuprato due bambine in tenera età, di appena dieci anni, e addirittura di averne uccisa una terza.
La verità non si saprà mai perché si uccide in carcere, impiccandosi.
La diagnosi degli psichiatri che lo avevano visitato era di Paranoia e Schizofrenia.
Aileen così cresce sola con i nonni, convincendosi giorno per giorno che essi siano i suoi veri genitori, il nonno è un forte alcoolista e ha la fama anche lui di essere uno stupratore, la nonna, dedita anche lei all’alcool, sarà destinata presto a morire di cirrosi epatica.
Aileen e suo fratello Keith, di appena un anno più grande, vivono dunque in un ambiente oppressivo e malsano, non sarà mai chiaro se il nonno abbia o meno approfittato sessualmente della nipote, quel che si saprà per certo, attraverso le testimonianze degli insegnanti, è che i due fratelli vivevano senza affetto, sottoposti a percosse e punizioni corporali, e in carenza di un’alimentazione sufficiente, dipendendo dalla carità dei professori che spesso li sfamavano a scuola a loro spese.
Per sfuggire a questa situazione drammatica Aileen presto inizia a scappare di casa, a soli undici anni si rende conto che il sesso è una buona merce di scambio e si prostituisce nelle strade in cambio di un panino o di una coca cola. La sua fama è presto segnata, nessuno vuole farsi vedere con lei di giorno, ma in molti la cercano di notte per approfittare della sua disponibilità sessuale.
A questo punto costituire dei rapporti affettivi per Aileen è praticamente impossibile, bollata a vita con l’infamante etichetta di “puttana”, a scuola diviene asociale ed aggressiva, si dedica a praticare piccoli furti senza importanza, appropriandosi di ogni cosa bella che vede e che le piace. Il nonno un giorno la costringe a chiudersi con lui nella sauna e davanti ai suoi occhi uccide, affogandolo, un gattino che le aveva graffiato il viso.
A quattordici anni è già incinta, forse di uno dei suoi “clienti”, forse del nonno, o addirittura del fratello. Costretta, fortunatamente, a dare il suo bimbo in adozione quando fa rientro a casa assiste impotente alla morte della nonna, gravemente minata da anni di dedizione all’alcoolismo.
Nulla ormai la può distogliere o salvare dalla strada della prostituzione, che si accompagna a sporadici episodi di criminalità minore, Aileen continua a compiere furti ed è dipendente dagli stupefacenti.
Nel 1976 muore il nonno, suicidandosi, e subito dopo spira anche il fratello Keith, colpito da una forma mortale di cancro alla gola.
Questa è l’unica occasione per Aileen di interrompere la spirale perversa che legherà per sempre la sua vita al crimine, nello stesso anno in cui praticamente ha perso drammaticamente tutta la sua famiglia, ha una possibilità per redimersi, una sola, che tenterà di cogliere disperatamente e con tutte le sue forze.
Facendo l’autostop conosce Lewis Gratz Fell, è un uomo distinto, agiato, più che benestante, lui la fa salire sulla sua auto, è incuriosito da quella ragazza bionda dall’aria dura, lei ha solo vent’anni ma è già consumata dentro, i due si innamorano e si sposano. Ma il destino di Aileen ormai è segnato.
Il matrimonio dura meno di un mese, entro pochi giorni Aileen è di nuovo sulle strade a prostituirsi spesso in cambio di pochi dollari o di una consumazione al bar.
Aileen ormai vive sulla strada, periodicamente trova impiego in un motel, poi torna a prostituirsi, si sposta facendo l’autostop, compie piccoli furti, e ricomincia da capo.
Arrestata e condannata a tre anni per furti e piccole rapine sconta un anno di reclusione e poi viene liberata. In questa fase ancora si sarebbe potuta salvare se qualcuno degli psichiatri del carcere avesse colto i segnali di aiuto che disperatamente, col suo comportamento insensato, stava cercando di lanciare.
Rilasciata sulla parola incontra sulla sua strada Tyria Moore di 24 anni proveniente da una famiglia agiata e benestante. Anche lei orfana della madre in tenera età, vive sola con il padre a Daytona. Ha tendenze lesbiche ma le percepisce come una colpa perché è una fanatica osservante delle Sacre Scritture che tenta di applicare alla lettera.
Aileen si innamora di lei non appena la vede, diventano amanti la stessa notte in cui si sono conosciute. Alloggiano in un Motel, Aileen sparisce dal Lunedì al Venerdì, e poi torna da Tyria per spendere fino all’ultimo centesimo tutti i dollari che ha guadagnato durante la settimana.
Girano per i bar, fanno un tipo di vita dispendioso, alloggiano nei motel, presto Aileen abbandona il lavoro, che comunque integrava sempre con la prostituzione, e vive giorno per giorno fianco a fianco con Tyria, lei è il maschio della coppia, lei decide, lei comanda, lei porta a casa i soldi.
Presto nei Motel nessuno vuole più saperne di loro due, sono sporche, sono lesbiche, tutto il giorno a letto davanti alla televisione, mangiano e bevono a più non posso, presto ingrassano entrambe in maniera disgustosa, indulgono davanti agli altri avventori in espansioni amorose eclatanti di esibizionismo, Aileen diventa spesso violenta.
Alla fine vengono mandate via da ogni alloggio, nessuno è più disposto ad ospitarle, i soldi non bastano mai, si ubriacano continuamente e devono birra a fiumi, Aileen acquista una pistola e fa pratica nei boschi sparando alle lattine, ormai sono costrette a dormire all’aperto, devono rubare il cibo e solo raramente riescono a mettere un tetto sopra la testa.
La situazione diventa sempre più precaria, Aileen sente il terreno scivolarle via da sotto i piedi, Tyria sta diventando inquieta, Aileen sa che se non riesce a trovare abbastanza denaro per mantenerla perderà il suo ruolo dominante e dovrà rassegnarsi a vederla andar via.
La prima vittima viene ritrovata nel dicembre del 1989 in un bosco vicino a un’auto abbandonata, nei pressi di Daytona Beach. Si tratta di Richard Mallory, conosciuto per essere un frequentatore abituale di prostitute nella zona. Colpito quattro volte con una calibro 22, Mallory era stato rinchiuso per dieci anni in un istituto psichiatrico per violenza carnale.
È il primo delitto di Aileen.
Nel maggio del 1991 è la volta del camionista David Spears, il mezzo abbandonato sulla Florida Highway, il corpo denudato dell’uomo sessanta miglia più avanti, anch’egli freddato da una calibro 22. Sul luogo del delitto viene rinvenuto un capello biondo.
Cinque giorni dopo viene rinvenuto un altro cadavere, l’arma è sempre una calibro 22, ma ancora gli inquirenti non collegano gli omicidi.
La situazione resta immutata fino a quando Aileen e Tyria girovagando ubriache alla guida di un’auto hanno un incidente tale che le costringe ad abbandonare la vettura, prima di allontanarsi però Aileen asporta la targa, il gesto insospettisce Tyria che chiede spiegazioni fino a che Aileen è costretta a confessare, l’auto è stata rubata a una delle sue vittime, per la prima volta Aileen ammette con Tyria di aver ucciso.
Le manovre sospette attorno alla macchina coinvolta nell’incidente non passano però inosservate a un gruppo di testimoni che prontamente avvertono le forze dell’ordine.
Vengono predisposti degli identikit che gli inquirenti decidono di non diramare, almeno fino a quando la scoperta di altri tre cadaveri non giunge a far precipitare la situazione. A questo punto ovunque nel paese, sui giornali e sulla televisione, appaiono gli identikit di Aileen e Tyria, Tyria già stanca degli scatti d’ira e di violenza di Aileen ne approfitta per sparire.
Sarà lei incriminare definitivamente Aileen inducendola durante una telefonata, registrata, ad ammettere i suoi crimini. Ad Aileen arrestata in un bar vengono trovati indosso indizi compromettenti tra cui la chiave di un magazzino, dove erano nascosti indumenti ed oggetti di proprietà delle vittime.
L’arresto avviene l’8 Gennaio del 1991, al processo Aileen dichiarerà di aver ucciso solo per legittima difesa, ma non verrà creduta. Emerge che alla fine Aileen nella sua dura vita potrebbe avere avuto rapporti sessuali con oltre 250.000 uomini, il Pubblico Ministero sostiene la tesi di omicidio per rapina, le vittime sarebbero state tutte soppresse dopo essere state attirate nella trappola con l’esca della prostituzione, condotte in un luogo appartato e sottoposte a una sorta di esecuzione.
Il verdetto finale è di sei volte la condanna per la pena capitale, uno dei verdetti più duri mai emessi contro una donna negli Stati Uniti, Aileen acclama la sentenza dichiarandosi più che disposta ad essere giustiziata pur di scomparire dalla faccia della Terra e da quel mondo devastante che in vita sua aveva conosciuto.
Aileen Carol Wuornos, L’Adescatrice delle Autostrade
A cura di Ceriani Cinzia
Sette vittime accertate al suo attivo, una delle sentenze giudiziarie più dure emesse contro una donna negli Stati Uniti, condannata a sei volte la pena capitale, viene giustiziata il 9 Ottobre 2002 e scompare dalla scena contenta di poter abbandonare un mondo che non le aveva mai dato altro che dolore.
Nasce nel Michigan il 29 Febbraio del 1956, suo madre morirà in carcere dove è detenuto per crimini sessuali e violenza carnale nei confronti di due bambine, sua madre la abbandona in tenera età per tornare poi a riprenderla quando sarà oramai troppo tardi.
Aileen e suo fratello Keith crescono affidati ai nonni, entrambi alcolizzati, in mezzo alla violenza e al degrado più totale, il nonno morirà suicida, la nonna di cirrosi epatica, il fratello Keith verrà a mancare per una grave forma di cancro alla gola.
Aileen cambia spesso nome, si fa chiamare Sandra, Lory, Susan e in pochi anni colleziona tutta una serie di arresti per guida in stato di ubriachezza, rapine, spaccio di assegni falsi e prostituzione, viene anche denunciata per aver minacciato un cliente, ma se la cava usando una delle sue false identità.
La breve parentesi con Lewis Fell, uomo anziano e benestante che aveva accettato di sposarla, non la salva dalla vita da strada, cui ella ritorna prepotentemente dopo aver dilapidato quasi tutti i soldi dell’uomo.
Seguono varie relazioni autodistruttive con uomini violenti e opportunisti che la sfruttano e la picchiano, Aileen continua a vivere dei proventi della prostituzione e di piccole rapine, ha frequenti crisi di rabbia nel corso delle quali distrugge ogni cosa o si procura gravi ferite da autolesionismo.
La situazione pare stabilizzarsi quando conosce Tyria Moore, una ragazza lesbica, della quale si innamora follemente.
Le due vanno a vivere insieme, alloggiano nei Motel, si amano e si ubriacano, Aileen è il maschio della coppia, suo è il ruolo dominante, sua la responsabilità di mantenere Tyria.
Il primo omicidio di Aileen risale al 30 Novembre del 1989, si tratta di Richard Mallory, il suo corpo sarà ritrovato solo il 13 Dicembre vicino all’Interstate 95, in avanzato stato di decomposizione.
Il 5 Maggio del 1990 viene rinvenuto il secondo cadavere, un camionista non identificato, freddato con due colpi di pistola calibro 22, sulla Intestate 75.
A Giugno dello stesso anno sulla Intestate 19 si rinviene il cadavere di David Spears, ucciso come in un’esecuzione con sei colpi calibro 22.
È chiaro che la furia dell’assassino sta aumentando ma i casi ancora non sono collegati tra loro, nessuno pensa a un serial killer, tuttavia nel caso di David Spears viene chiamata una criminologa che traccia una sorta di profilo psicologico dell’assassino, per la prima volta emerge che forse il colpevole potrebbe essere una donna e che il fine ultimo degli omicidi non sarebbe la rapina.
Il 6 Giugno viene rinvenuto sulla Intestate 75 un altro cadavere in avanzato stato di decomposizione, solo quando si identifica la sua auto viene accertata anche la sua identità, si tratta di Charles Carkadonn, di professione mandriano, è stato ucciso con nove colpi di calibro 22.
Finalmente si trova un minimo comune denominatore tra le vittime accertate, tutte, indistintamente, occasionalmente andavano a donne e non disdegnavano la prostituzione.
Gli inquirenti cominciano non solo a collegare i casi ma anche a identificare il modus operandi, le vittime vengono uccise con furia crescente dopo essere state attirate in luoghi appartati con l’esca della prostituzione, la rapina effettivamente sembrerebbe solo uno scopo secondario e non la motivazione primaria degli omicidi.
Dopo circa due mesi viene rinvenuto il cadavere Eugene Burness lungo l’Interstate 75, colpito a morte sempre da una calibro 22.
L’11 Settembre del 1990 scompare Dick Humpreys di 53 anni, ritrovato cadavere dopo pochi giorni, ucciso con sette colpi di arma da fuoco, sempre calibro 22.
Poco più di un mese dopo, il 19 Novembre del 1990 è la volta di Walter Gino Antonio, 4 colpi calibro 22, tre alla schiena e uno alla testa.
A questo punto i casi sono collegati in maniera eclatante.
Le indagini sono però a un punto morto fino a che un’anziana signora, Ronda Biley, ricorda di aver assistito a una scena fuori dal comune, vicino a casa sua una vecchia Pontiac era finita fuori strada, nell’estate del 1990, e ne erano fuoriuscite due donne, una bionda e una bruna, che avevano stranamente rifiutato in maniera piuttosto congestionata ogni tipo di soccorso.
E’ finalmente il primo indizio concreto, la macchina abbandonata appartiene a una delle vittime, sull’autovetture vengono rilevate delle impronte, nel frattempo sul mercato nero viene rintracciata una telecamera appartenente a Mallory, la prima vittima, e anche lì ci sono delle impronte rivelatrici.
Mentre il cerchio si stringe Aileen tenta di colpire ancora, abborda un soggetto promettente che però si rivela essere un’esca della polizia, ora è veramente la fine. Anche Tyria viene arrestata, e confessa quel poco che sa, ma le viene richiesto ancora di più, deve contribuire a incriminare Aileen incastrandola con una telefonata compromettente, in cambio la parziale immunità.
Ma Aileen anche se intuisce la trappola confessa comunque ogni cosa, pur di scagionare la sua compagna ed amante, ed accetta le conseguenze delle sue azioni, solo, afferma, e su questo sarà sempre irremovibile, di aver ucciso in un eccesso di legittima difesa, e di aver colpito solo quegli uomini che per un verso o per l’altro avevano cercato di abusare di lei costringendola con la forza a rapporti contro natura e non consenzienti.
Il processo ha inizio il 14 gennaio del 1992, la sentenza è esemplare, secondo la legge della Florida Aileen viene processata separatamente per ogni omicidio e alla fine condannata a subire sei volte la pena capitale.
Le perizie psichiatriche l’hanno sempre ritenuta perfettamente capace di intendere e di volere, sarà soppressa il 9 Ottobre del 2002 tramite iniezione letale secondo la legge dello Stato della Florida.
Il numero oscuro e i casi irrisolti di omicidi seriali
A cura di Ceriani Cinzia
Il "numero oscuro" rappresenta quella quota di casi che, in ogni tipo di reato, non vengono registrati dalle agenzie di controllo e, quindi, non finiscono nelle statistiche ufficiali, perché non sono stati denunciati dalla vittima, non vengono scoperti oppure c'è un indiziato che non viene condannato. Dal sito Serialkillers.
In alcuni tipi di reato, il "numero oscuro" è più basso che in
altri. L'omicidio, ad esempio, è un reato che provoca un forte impatto
sociale e sollecita un'investigazione particolarmente approfondita: per
questo motivo è uno dei reati con il "numero oscuro" più basso.
Nell'omicidio seriale, probabilmente, quest'ultimo è ancora più basso,
perché, in questo caso, l'assassino, invece di compiere un gesto isolato,
esegue diverse azioni in un intervallo di tempo più o meno lungo e, anche
se pianifica con cura ogni azione, è più facile che, a lungo andare, possa
commettere un errore che lo faccia scoprire.
Fra le numerose persone che scompaiono ogni anno, sicuramente alcune sono
vittime di assassini seriali che ancora non sono stati identificati. Del
resto, con l'accresciuta mobilità che si è avuta in questo secolo, gli
assassini hanno imparato a spostarsi da un luogo ad un altro per compiere
i propri crimini; così due omicidi commessi a distanza di centinaia di
chilometri possono essere opera di un'unica persona, senza che la polizia
riesca a collegarli ed a trovare il colpevole. Il problema è amplificato
al massimo negli Stati Uniti, dove il territorio è così vasto che è quasi
impossibile che la polizia pensi a collegare omicidi avvenuti in vari
Stati.
Dennis Nielsen tradito da un'idraulico
A cura di Ceriani Cinzia
Dal Sito SerialKillers.it, la biografia di una altro inquietante serial killer, Dennis Nielsen, che era solito disfarsi dei cadaveri delle sue vittime tagliandole a pezzi e buttando i resti nel water. Fu scoperto proprio a causa di un ingorgo delle fognature che condusse prima gli idraulici e poi gli investigatori sulle sue tracce. Articolo di Michele Giagnorio.
Dennis Nilsen è nato in Scozia, a Fraserburg il 23 novembre 1945 da Betty ed Olav Nilsen. Del focolare domestico ricorderà bene poco in quanto a causa dell'alcoolismo di Olav, il matrimonio arriva al capolinea quando Nilsen ha solo 4 anni. Betty e Dennis così si trasferirono a casa dei nonni materni.
Qui visse la sua infanzia, affezionandosi morbosamente al nonno, Andrew White, che però morì presto, quando Dennis ha soltanto sei anni. Ed è proprio la morte di suo nonno a lasciare il primo grande vuoto nella vita del bimbo Dennis. Ma al dolore della morte dell'unica persona per la quale aveva provato affetto si aggiunge un altro grosso trauma. Sua madre, senza prepararlo, decide di portare Dennis a vedere il cadavere del nonno. Anni dopo lui stesso definirà quel momento come la sua "morte emozionale".
Due anni dopo sua madre, Betty, si risposò e dal nuovo matrimonio ebbe altri quattro figli. Il distacco dalla realtà di Dennis iniziava ad essere pesante. Diventava un bambino sempre più chiuso dopo la morte del nonno ed in quella famiglia che non sentiva sua. All'età di otto anni successe un altro fatto sconcertante, anche se è venuto alla luce solo dalle sue confessioni e non è verificata la realtà dei fatti.
Mentre era al mare rischiò di affogare, ma per fortuna l'intervento di un ragazzo più grande che stava giocando in spiaggia, gli evitò la morte. Il suo salvatore però dovette essere eccitato dal corpo disteso e quasi inerme del piccolo Dennis, tanto che si spogliò masturbandosi su di lui.
Nonostante le esperienze negative e traumatiche si susseguano nella sua infanzia, nessun segnale poteva far pensare ad un futuro serial killer, infatti Dennis non mostrava aggressività, non era crudele verso gli animali o gli altri bambini e non era affascinato al fuoco. Insomma non presentava nessuna caratteristica che è solita comparire nell'infanzia dei serial killer. L'unica caratteristica del suo carattere era il completo isolamento, tanto che arrivato all'adolescenza, pur nutrendo attrazione verso gli altri ragazzi, non aveva mai avuto alcun tipo di esperienza sessuale. Soltanto una notte, dormendo di fianco a suo fratello, aveva cominciato a sbirciare sotto il pigiama, masturbandosi. Dennis ricorda l'eccitazione del fratello che tuttavia continuò a fingere di dormire e mai nessuno fece parola all'altro dell'accaduto.
Nel 1961 si arruola nell'esercito dove ebbe la mansione di cuoco. In questo periodo impara il metodo per tagliare la carne senza sforzi, e questo gli servirà nel futuro. Durante il periodo di arruolamento si innamora di un suo commilitone, da tutti conosciuto come "Terry Finch", e se ne innamora, ma ben presto lascia stare poichè non corrisposto. Nel 1972 si congeda e partecipa a dei corsi per diventare agente di polizia.
Il motivo di questa scelta era ben preciso. Dennis era affascinato dai corpi senza vita, dai cadaveri, e cercava sempre di partecipare alle autopsie. Ma dopo un anno si rese conto che anche questo lavoro non faceva per lui e così diventa addetto alle selezioni del personale per una società, lavoro che mantiene fino al suo arresto.
Chi uccide?
A cura di Ceriani Cinzia
Molteplici, e generalmente associati alla tipologia di vittima prescelta, sono i motivi che spingono una persona ad uccidere.
Quando sono degli uomini di sesso maschile le vittime degli omicidi spesso, questi, come il loro assassino, si rivelano essere degli omosessuali infrangendo la legge del “cane non mangia cane”.
- Chi uccide lo fa perché non accetta la sua natura di omosessuale e quindi tenta di sopprimere questa parte di se “sbagliata” assolvendo alla sua missione di “pulitura” del mondo dagli omosessuali.
- Il confronto con una parte di se che non si accetta ma che talvolta le situazioni quotidiane obbligano ad avere, fa scattare nel soggetto una sorta di meccanismo di difesa che lo porta ad eliminare il responsabile di tale confronto o disagio.
I Serial Killer sono persone insicure e dotate di bassa autostima, per questo tra le loro vittime abitudinarie ci sono le donne, perché più deboli, e facilmente assoggettabili; i killer vogliono essere i padroni, quelli fisicamente più forti, intrappolando giovani ragazze e donne mature con le armi della seduzione e delle lusinghe.
- L’assassino si sente sessualmente inadeguato e di conseguenza frustrato; uccidendo delle donne recupera fiducia, stima in se stesso e afferma la propria virilità.
- Al contrario, invece, la prepotente sessualità del soggetto diventa difficile da controllare e appagare se non attraverso molestie e stupri che si concludono con la morte della vittima.
Non sempre però la scelta dell’assassino cade su una categoria di donna in particolare ma piuttosto è rivolta a tutte le donne.
Il killer russo Serghi Kashinzev ne è un esempio.
Rimasto storpio a causa di una poliomelite contratta da bambino, Serghi non riuscì mai ad avere normali rapporti con le donne uccidendone un numero imprecisato.
La vittima più comune negli omicidi seriali è la prostituta, perchè più facile da avvicinare, è più semplice sviare i sospetti, è disponibile e servile nei confronti del cliente di turno e rappresenta il simbolo del peccato.
Uccidendo prostitute l’omicida acquisisce autostima e sicurezza sia nelle relazioni sociali che nella sfera sessuale.
Un’altra ideale vittima per un serial killer sono i bambini.
Influenzabili, poco impegnativi e con scarsa autodifesa vengono scelti all’interno di ospedali e orfanotrofi così da evitare legami di sangue diretti.
Nell’infanticidio motivato da pedofilia, invece, l’assassinio ha solo la funzione di togliere di mezzo un testimone scomodo.
Meno frequenti sono, infine, l’omicidio seriale di massa e l’omicidio seriale di coppie.
Nell’omicidio seriale di massa è l’omicida ad avere il totale controllo della scena. Lui è il regista e le vittime sono i suoi attori. Lui decide per più persone contemporaneamente senza mai instaurare contatti fisici con le vittime e pianificando sin nei minimi dettagli l’intera azione omicidiaria e le vie di fuga.
L’omicidio seriale di coppia riguarda, in linea di massima, le coppiette appartate in auto in luoghi isolati.
Le modalità di uccisione sono sistematiche e seguono uno schema ben preciso.
Prima uccide l’elemento più forte, l’uomo, con un’arma da fuoco, poi l’assassino si accanisce sulla donna utilizzando un’arma bianca.
Il killer che si accanisce sulle coppie ha gravi problemi relazionali e spesso vive isolato in un mondo fantastico precluso al piacere sessuale ed affettivo.
Famoso è il caso del “Mostro di Firenze”, catturato e condannato dopo vent’anni di uccisioni e mutilazioni.
Cinzia Ceriani
Da Mentesociale una brillante analisi sui Delitti Passionali
I delitti passionali corrispondono oggi al numero maggiore dei crimini omicidiari commessi in Italia; diverse ricerche hanno tentato di analizzare e conseguentemente comprendere il movente di quest’azione omicidiaria e la personalità dell’autore di reato.
delitti passionali: le cause da
Ad esempio l’Eurispes, dai dati dei primi mesi del
Addentrandoci maggiormente nei delitti passionali e partendo proprio da un punto di vista etimologico troviamo innanzi tutto la parola greca “pathos” e quella latina “delinquere”. Nel primo caso si fa riferimento a un sentimento profondo, quasi una sofferenza, che corrisponde alla parte più istintuale della persona e che, in circostanze particolari, può esplicitarsi nella sua essenza, attraverso comportamenti più o meno estremi. A questo riguardo, diversi autori affermano che il delitto è sempre determinato dall’odio, tranne quello indirizzato alla persona amata, in cui l’unico sentimento che trapela è l’amore, per questo viene definito passionale. La parola “delinquere” invece, indica una violazione della legge penale con conseguenti sanzioni come multe, reclusione ed ergastolo. Nell’opinione pubblica questo termine è spesso confuso con quello di omicidio, ma c’è una grossa differenza: è delitto anche la violenza psicologica, le minacce, i riscatti.
Un’altra importante differenza è quella tra delitto emotivo e delitto passionale. Tale distinzione rappresenta poi quella proposta generalmente dai mass media tra delitto passionale e raptus, che porta a compiere gesti irrefrenabili. Entrambi i delitti possono avere come movente l’amore, ma ciò che li distingue è l’incontrollabile impulsività e la non premeditazione nel delitto emotivo.
Da un punto di vista legislativo, il delitto passionale è punibile per l’art. 575 del codice penale, che asserisce: “chiunque cagiona la morte di un uomo è punito con la reclusione non inferiore ad anni ventuno”.
Le cause
Cosa spinge un individuo a compiere un delitto passionale? Sembra che la gelosia sia la motivazione più frequente. Da un punto di vista etimologico, questa parola proviene dal latino "zelus" e significa zelo, cura scrupolosa. Nell'accezione più comune la gelosia è però uno stato d'animo forte di una persona che dubita della fedeltà e dell'amore del partner o di una persona cara.
Esistono comunque diversi livelli di gelosia:
1. desiderio di tenere a sé la persona amata
2. gelosia che porta a continue verifiche sulla vita del partner
3. gelosia ossessiva: proiezione della propria infedeltà o insicurezza sull’altro.
4. gelosia delirante
La gelosia di per sé quindi, non è patologica, ma può diventarlo, se espressa e percepita nella sua forma più estrema, trasformandosi in gelosia ossessiva o delirante. Il delirio di gelosia, come riportato dal DSM IV TR, consiste nella convinzione di essere traditi dal proprio partner distinguendosi in tal modo dalla gelosia caratterizzata dal timore di tradimento, ma non dalla certezza che esso si sia consumato.
Un secondo movente, a parte la gelosia, sembra essere la fine di una storia d’amore. A questo riguardo, è interessante notare come a livello biochimico, durante l’innamoramento si abbia un aumento della produzione di endorfine e feniletilamina, con conseguente senso di benessere ed euforia, mentre quando la relazione finisce, si abbia un crollo di queste sostanze, con conseguente ansia, apatia, senso di frustrazione ed irritabilità. La fine di un rapporto va a coincidere con un senso di fallimento interno e di ingiustizia subita, la cui unica reazione emotiva risulta essere spesso la rabbia o la disperazione. Da un punto di vista comportamentale, quindi,, si reagisce in due diversi modi: con l'isolamento da tutti e da tutto – e spesso con la depressione-, oppure con l'aggressività verso la persona che ci ha "regalato" il senso di frustrazione e fallimento precedentemente descritti. Sempre più frequentemente vediamo che tali delitti vengono attuati senza un movente apparente oppure, per un motivo banale. In realtà l’azione omicidiaria rappresenta l’ultima goccia che fa traboccare il vaso. La soglia della tolleranza viene meno. Alcune ricerche hanno dimostrato che delle volte le vittime non erano consapevoli dell’esistenza di qualcuno che le sopportava. Dietro questa tolleranza ed il desiderio di rimanere in silenzio, di non alzare la voce, c’è spesso la paura di esprimere le proprie idee e le proprie emozioni, in una parola, c’è un problema di comunicazione che cela il timore di essere rifiutati.
La fine di un rapporto può essere in queste persone legato anche all’incapacità di sopportare la separazione. Eppure l’uomo va incontro nel corso della propria vita, a molteplici separazioni: con il ventre materno, con la famiglia nel momento dell’adolescenza e successivamente in età adulta, con il proprio corpo fanciullesco nella pubertà, oltre a situazioni relazionali di separazioni o morte. La capacità di sopportare ed elaborare tali distacchi è in parte determinata dall’acquisizione, da parte della persone, di un nucleo protettivo adeguato, a cui far riferimento nei momento del bisogno, sviluppando cioè, un attaccamento sicuro. Se così non avviene, le separazioni vengono viste come qualcosa di catastrofico perché perdendo l’oggetto d’amore, si sente perduta una parte di se stessi.
Un terzo movente del delitto passionale è l’amore respinto. Si può trattare quindi di un ex partner che ha tentato invano di ricongiungersi alla persona amata o semplicemente di un individuo innamorato di un altro. In questo senso, uccidere l’oggetto d’amore significa riuscire finalmente a possedere quella persona che fino ad allora ci aveva rifiutati. Diverse ricerche hanno mostrato come in questo caso può non esserci rimorso perché il delitto è ritenuto logica conseguenza di ripetuti rifiuti subiti.
Un quarto movente è il delitto d’onore. Si parla in questo caso di “Sindrome di Otello”, facendo riferimento al protagonista dell’omonima tragedia shakespeariana. In questi casi, in realtà, non si tratta di vero e proprio delitto passionale in quanto l’omicidio viene attuato per salvaguardare il proprio onore. Sebbene sia sparito dal codice penale (è stato abolito nel 1981 l’articolo 587 che prevedeva una pena ridotta di 3 o 7 anni di reclusione), il delitto d’onore resiste in diversi paesi; si rivendica un tradimento, uccidendo e punendo la moglie o il rivale.
Delitto Passionale e disturbi mentali
Da un punto di vista psicopatologico, oltre il disturbo delirante di gelosia, precedentemente menzionato, in alcuni casi è presente un disturbo borderline di personalità caratterizzato, oltre che da un disturbo dell’umore, anche da una difficoltà nei rapporti interpersonali per cui da un lato si teme la simbiosi e la perdita della propria identità e dall’altro si teme l’abbandono. Di fronte alla separazione allora, si prova panico ed angoscia. Un'altra caratteristica del borderline è quella relativa allo scarso controllo della propria rabbia e questo spiega il perché, nelle persone che hanno commesso tali delitti, se si parla di disturbo mentale, si fa riferimento a questa patologia.
La depressione è anch’essa riscontrabile negli individui che commettono un omicidio di tipo passionale; in queste persone, la separazione dall’amato viene mal tollerata e, intrappolate nell’ambivalenza di una morte, quella del partner, desiderata ed al tempo stessa non voluta, uccidono l’altro e se stessi.
Serial Killer - Introduzione al fenomeno dell'omicidio seriale 1
di Sergio Antonini da http://www.psyreview.org/articoli2001/20010803-antonini-01.htm
Dai primi giorni di febbraio fino ad oggi stiamo assistendo allo svolgersi delle vicende relative a Michele Profeta, il presunto killer di Padova, accusato di aver commesso due forse tre omicidi nella zona lombardo-veneta; l'ultima notizia trasmessa dai giornali riguarda un suo probabile tentativo di fuga dal carcere scoperto in tempo dalle guardie carcerarie. Intanto i mass-media ripropongono particolari sempre più esaurienti sui delitti dell'assassino e sulle carte da gioco lasciate da quest'ultimo accanto ai cadaveri e ancora una volta viene chiamata in causa la figura del "mostro", termine italiano, a dire il vero semplicistico e non corretto, con cui si suole tradurre la parola "serial killer". Il termine omicida seriale molto più vicino al significato della formula inglese "serial killer", non ha ottenuto mai molto credito forse per la maggiore suggestione e spettacolarità che la parola mostro sa esprimere.
L'immagine dell'omicidio ha da evocato da sempre un misto di paura ed insieme di inquietante fascino nell'uomo. E' sufficiente pensare alla dimensione istituzionalizzata dell'omicidio messa in atto quotidie, negli scontri tra gladiatori nel colosseo, nella Roma imperiale, così come ai sacrifici umani compiuti dagli Aztechi per gli dei, ai raffinati e truculenti sistemi di tortura congegnati nel medioevo dalla inquisizione spagnola o nel rinascimento nell'Inghilterra di Enrico VIII, fino ad arrivare alla grande riscossione di successo dei romanzi gialli a partire dalla metà dell'800 con i racconti più celebri che raccontavano di assassinii e morti misteriose.
La figura dell'omicida seriale ha poi aggiunto a queste già cospicue motivazioni quella non indifferente della figura dell'insospettabile omicida, dell'immagine del doppio, diviso e tormentato da una doppia esistenza, solare e ktonia al tempo stesso, il "Doctor Jekyll and Mr Hide" descritto mirabilmente da Stevenson per intenderci.
Quello che più affascina del fenomeno è probabilmente l'incontro con la personificazione del male, la violenza perpetrata su di un altro essere umano senza altri fini, la votazione dell'omicida a questo stile di vita efferato, come testimonia il titolo di un libro sull'analisi dell'omicidio seriale intitolato "Vivere per uccidere". Perché il serial killer e questa è una caratteristica distintiva della sua personalità, non uccide per un regolamento di conti (come un killer mafioso), per questioni economiche o di acquisizione di potere (i delitti dei "colletti bianchi"), né per rivendicazioni politiche (come le organizzazioni terroristiche), ma bensì per delle motivazioni inconsce che pur nella loro diversità si ricollegano al piacere recato dal sopprimere l'esistenza altrui.
Spesso però soprattutto nelle notizie fatte circolare dai mass-media si possono riscontrare alcune inesattezze sulle caratteristiche discriminanti dell'azione del serial killer, come ad esempio quando si è parlato di serial killer a proposito degli autori della strage di Novi Ligure e anni prima a proposito di quella di Pietro Maso e compagni. Vediamo innanzitutto di tracciare delle specificazioni in merito alle diverse modalità di azione omicidiaria e in quali di esse si distingue il serial killer.
Una distinzione sulle modalità dell'omicidio plurimo è stata fatta a metà degli anni '80 negli USA dall'FBI grazie ai dati forniti dall'NCAVC (Centro nazionale di analisi dei crimini violenti) visto il crescente aumento di omicidi plurimi e la difficoltà da parte degli inquirenti nel trovare dei punti fermi che aiutassero a tracciare un identikit criminogeno.
Di solito gli omicidi multipli si possono inquadrare in queste categorie.
Riferimenti Bibliografici
Musci, A., Scarso, A., Tavella, G. (a cura di) (1997) vivere per uccidere, anatomia del serial killer. Calusca Edizioni.
Bourgoin, S. (1993) la follia dei mostri. Sperling & Kupfer Editori, 1995
Serial Killer - Introduzione al fenomeno dell'omicidio seriale 3
I serial killer disorganizzati uccidono invece perché colti da un impulso improvviso, senza scegliere la vittima e senza curarsi di lasciare tracce, utilizzando talvolta un'arma trovata sul posto.
Il luogo del delitto si trova spesso nei pressi della loro abitazione e si presenta come disordinato, lasciato così come è. I delitti sono efferati e a volte sono costellati da atti sessuali e di cannibalismo verso la vittima. Tali assassini seriali sono mentalmente malati, per lo più affetti da psicosi. Infatti c'è da dire che molti di queste sequele di violenza sarebbero potute essere evitate se i malati fossero stati adeguatamente curati e monitorati da uno specialista soprattutto nelle fasi a sfondo delirante-persecutorio. Infatti il cosiddetto "raptus" dello schizofrenico sembra non esistere, dato che l'atto violento di quest'ultimo avviene dopo tutto un crescendo di segnali, di sintomi sempre più gravi e frequenti cui non si è posto tampone con un aiuto farmacologico o psichiatrico.
Considerando più specificamente le tipologie di assassino seriale si possono distinguere a seconda della motivazione che li spinge ad uccidere tre categorie: gli psicotici, gli edonisti, i missionari.
Gli psicotici (schizofrenici, paranoici) uccidono perché guidati da allucinazioni uditive (voci imperative) e da deliri mistici o di grandezza.
Gli edonisti, che uccidono per il "gusto di uccidere", per l'emozione ed il piacere che provocano la soppressione di un essere umano, per il senso di onnipotenza che deriva dal poter disporre totalmente della vita di un uomo; una sottocategoria è costituita dai "Lust-Killer", ossia "assassini per libidine", per i quali l'omicidio riveste il valore di gratificazione sessuale, perché per raggiungere l'orgasmo devono uccidere.
I missionari, che uccidono sulla base di "motivazioni morali": le vittime sono prostitute, omosessuali, neri, barboni, drogati, ossia quelle categorie di persone che essi considerano la "feccia" da cui ripulire il mondo.
Infine a proposito del comportamento violento del serial killer vale la pena ricordare la considerazione dello psicoanalista Frank M. Lachmann. Secondo Lachmann vari fattori: storici, ambientali, genetici e psicologici, tra cui anche gli abusi e le violenze subite porterebbero il futuro serial killer a sviluppare un'aggressività di tipo "eruttivo, vulcanico"; un'aggressività cioè che invece di essere una reazione comportamentale ad un ambiente che non è in grado di soddisfare i bisogni (come nelle persone normali) e quindi "reattiva", eromperebbe senza bisogno di nessuna sollecitazione dal contesto in cui è immersa la persona.
Il serial killer spesso non è consapevole di questa impulsività comportamentale, ed è per questo forse che conducono una doppia vita, una magari banale e anonima ed un'altra drammatica che li porta ad uccidere.
Nel caso di violenze subite nell'infanzia da un bambino, Storolow (un'altro psicoanalista) afferma che dopo averne subito la conseguente reazione emotiva dolorosa, il bambino desidera intensamente da parte di qualcuno una risposta sintonizzata che possa modulare, contenere, migliorare il suo stato affettivo reattivo e doloroso. Quando invece (come nel caso dei serial killer) il dolore affettivo del bambino incontra una consistente mancanza di sintonia, allora egli percepisce che quei sentimenti reattivi dolorosi, non sono bene accolti da chi si occupa di lui, e devono essere sequestrati in modo difensivo per poter sostenere il legame di cui egli ha necessità. Questo affetto abortito diventa fonte di conflitto e vulnerabilità agli stati traumatici e dura tutta la vita. Inoltre spesso il bambino acquisisce la convinzione inconscia che gli stati affettivi dolorosi e terrorizzanti sono le manifestazioni di una sua tara disgustosa, oppure di una sua cattiveria interiore intrinseca.
Si viene così a formare internamente una identità in negativo, un Sé cattivo e tutte le volte che l'individuo ritiene di non essere stato compreso, "contenuto" dall'altro, reagirà con rabbia e violenza per aver visti ancora una volta frustrati i suoi bisogni di rassicurazione e di sintonizzazione emotiva.
Riferimenti Bibliografici
Musci, A., Scarso, A., Tavella, G. (a cura di) (1997) vivere per uccidere, anatomia del serial killer. Calusca Edizioni.
Bourgoin, S. (1993) la follia dei mostri. Sperling & Kupfer Editori, 1995
di Sergio Antonini da http://www.psyreview.org/articoli2001/20010803-antonini-01.htm
Serial Killer - Introduzione al fenomeno dell'omicidio seriale 2
Il "Muss Murderer", ossia l'omicida di massa, è colui che compie quattro vittime o più in uno stesso luogo e nella medesima circostanza; esempi di questo tipo appaiono spesso nelle cronache americane, ultimamente un uomo ritenendo di aver subito un licenziamento ingiusto dal suo posto di lavoro ha ucciso con un fucile 6 dipendenti dell'ufficio in cui lavorava.
Lo "Spree Killer" è l'autore di tre o più atti omicidiari distinti, con un intervallo di tempo di solito breve (non superiore ad un ora) che separa un omicidio dall'altro. La cinematografia statunitense ci ha fornito un calzante esempio di Spree Killer con il film "Un giorno di ordinaria follia" di J. Schumacher.
Gli autori della strage di Novi Ligure o quelli dell'uccisione dei coniugi Maso nel 1991 possono essere riconosciuti come esempi di "Family Murderers"; infatti la caratteristica principale del Family Murderer è quella di focalizzare la sua azione omicidiaria contro i membri della sua famiglia: la strage viene spesso compiuta nella medesimo luogo e circostanza o quanto più portata a termine in un breve lasso di tempo (massimo un'ora). Il motivo per cui le stragi sia dello Spree Murderer che del Family Murderer non si protraggono molto a lungo dipende sia dal movente dell'azione che nella maggioranza dei casi risiede in un disturbo psichiatrico preesistente che porta l'omicida a compiere l'atto nel più breve tempo possibile pressato da una forma delirante che lo obbliga a farlo, sia perché dopo i primi omicidi viene velocemente rintracciato e fermato dalla polizia.
Altri dati interessanti da aggiungere a proposito di tutte e tre queste tipologie di assassino multiplo sono che gli assassini non scelgono l'identità delle vittime, massacrano chiunque abbia la sventura di incontrarli, essi inoltre come ho già accennato, arrivano al momento omicidiario in uno stato di disorganizzazione delle funzioni psichiche, o sotto l'effetto di droghe, non hanno cioè in termini di legge la piena capacità di intendere e volere le loro azioni. Questo tipo di killer infine finisce con il perdere facilmente il controllo della situazione che lui stesso ha creato, lascia innumerevoli tracce sul suo cammino di morte che non si preoccupa di celare, viene presto rintracciato e messo alle strette dalle forze dell'ordine e la sua azione termina o con il suo suicidio messo in atto per evitare l'arresto o con la morte in uno scontro a fuoco con la polizia, più raramente si costituisce spontaneamente.
Il Serial Killer, di cui mi occupo qui in particolare, è definito come colui che, letteralmente, "uccide in serie" da un minimo di 2-
In questo si differenzia come già si può vedere dalle tre precedenti tipologie di omicidi sia per la durata che per il raggio di azione implicati nell'omicidio.
Il "Ritual Murderer", ossia l'assassino che uccide per adempiere ai dettami e ai rituali di sette pseudoreligiose, pseudopsicologiche o a sfondo esoterico per scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori, orgiastici ecc...
Un esempio di tale omicidio rituale è fornito dal caso dei delitti compiuti negli anni '60 dagli adepti della setta di Charles Manson, che destarono scalpore per l'incredibile ferocia con la quale furono commessi.
Tornando ad occuparci di assassini seriali, la nazione in cui si è registrato il maggior numero di casi di serial killer sono gli USA; fino al 1997 (anno a cui ci riferiamo per la casistica sui S.K.) sono considerati attivi negli USA quasi 100 serial killer e 450 sono reclusi in prigione, a questi ultimi sono stati attribuiti circa 2.700 omicidi, ma considerando le numerose persone scomparse in questi stati potrebbero essere ancora di più.
I motivi per cui negli ultimi decenni si è registrato in alcune nazioni un incremento dei serial killer sono tanti.
Innanzitutto il fenomeno è divenuto mano a mano più visibile in virtù dei moderni mezzi d'informazione, sempre più efficienti, che ormai quotidianamente parlano dei delitti dei serial killer, inoltre i sistemi investigativi e le procedure di medicina legale hanno permesso di ascrivere alla mano dei serial killer molti delitti che in altri tempi sarebbero stati archiviati come decessi di altro genere.
Un territorio come gli Stati Uniti inoltre, in cui troviamo gran parte della popolazione ammassata in metropoli che superano spesso i 3 milioni di abitanti, con un alta densità di popolazione e con diverse fasce della popolazione in forte rischio di marginalità sociale e in condizioni di povertà, costituisce un habitat ideale per la condotta omicidiaria del serial killer.
Infatti l'ambiente alienante e individualistico della società metropolitana/industriale, in cui migliaia di individui vivono dentro un grattacielo, con scarsi momenti di incontro dati i diversi orari lavorativi e di continuità relazionale, dato il notevole intercambio di persone in uno stesso stabile, favorisce quello stile di vita solitario e anonimo dentro cui si cala l'omicida. Nell'ambiente metropolitano si è infatti persa quella sorta di controllo, di monitoraggio sociale che era costituito nella società rurale, dalla piccola comunità contadina, stretta intorno alle solide tradizioni della chiesa, del lavoro nei campi e dei riti, delle feste di villaggio, in cui tutti sanno tutto di tutti e parlano di tutti.
Infine il fatto che ogni differente stato degli USA abbia una diverso sistema giudiziario facilita l'operato degli omicidi che sono soliti uccidere le loro vittime in diversi stati: il diverso modo di intendere reati contro il patrimonio e la persona, la diversa velocità dell'apparato burocratico, la difficoltà tra gli stati nel passarsi informazioni sui casi ha permesso a molti criminali ricercati magari da anni in uno stato, di commettere molti altri omicidi in un altro prima di essere individuati e riconosciuti colpevoli per tutti i crimini commessi.
Gli studiosi americani, dopo aver esaminato tutti i serial killer incarcerati, hanno tracciato un identikit psicobiografico che si può così riassumere.
Sono prevalentemente maschi di razza bianca (nel 90% dei casi), hanno un'età media all'epoca dell'omicidio di 27 anni. Sono sia eterosessuali che omosessuali; primogeniti, hanno trascorso la loro infanzia e adolescenza in famiglie violente, con una madre "patologica" (spesso prostituta) e un padre assente (delinquente). Da bambini sono stati trascurati o maltrattati e sono sono stati oggetto di violenze anche sessuali, manifestando di conseguenza comportamenti disturbati quali torture ad animali e piromania, con marcato isolamento sociale.
La mancanza di rapporti interpersonali e di validi modelli di riferimento ha provocato, da adolescenti, l'incapacità di interagire con le persone dell'altro sesso, con la conseguenza di accumulare frustrazione e rabbia: gli assasini seriali non hanno avuto normali rapporti eterosessuali, preferendo invece la masturbazione compulsiva e rapporti omosessuali o la zoofilia; hanno manifestato in adolescenza comportamenti antisociali (furti, violenza, fughe da casa, abuso di alcool e droghe). Dotati di un quoziente intellettivo medio, in età adulta, talvolta, sono riusciti a costruirsi una famiglia, cosa che consente loro di assumere una facciata di normalità, dietro la quale si cela però il problema dell'indefinita identità sessuale.
Sono spesso pigri e incostanti sul lavoro, attività nella quale accumulano ulteriori stress e frustrazioni, per sfuggire alle quali tendono a rinchiudersi nel loro mondo immaginario.
L'iter che porta questi individui a compiere quel passo fondamentale per la loro condotta di assassini recidivi che è il primo omicidio, è costituito da un lungo percorso iniziato nell'infanzia, caratterizzato da "fantasie onnipotenti di morte" che si fanno con il passare degli anni sempre più vivide e pressanti, fino a non poter più solo esser solo pensate ma a dover anche essere messe in atto. Le fantasie di un serial killer psicopatico si fondano quasi sempre secondo Roger Depue esperto dell'FBI sul binomio sesso-violenza, attraverso la loro infanzia di bambini abusati sia fisicamente che sessualmente incominciano a costruire delle fantasie a sfondo sadico-sessuale, in cui il ruolo del violento e del seviziatore è svolto da loro ed in cui l'orgasmo non può essere raggiunto se non infliggendo sugli altri sofferenza e dominio.
L'assassino seriale con l'eliminazione di un essere umano appaga i suoi fantasmi di morte e distruzione, concretizza e ritualizza questo fantasma di rivalsa sull'aggressore di un tempo, questa "sensazione di onnipotenza", di aver avuto cioè pieno dominio e arbitrio dell'altrui vita gli dà quel tantum di eccitazione, di trasgressione, di conquista che lo fa sentire vivo, porta l'omicida a ripetere l'esperienza più volte, rendendolo così un serial killer, vampiro della vita degli altri.
Per quanto riguarda le modalità con cui uccidono si possono distinguere due tipi di omicidi: I serial killer organizzati e i serial killer disorganizzati: I primi pianificano con cura i delitti, scegliendo le vittime ed il luogo del delitto. Utilizzano un'arma propria e non lasciano tracce. Sono individui apparentemente normali, socialmente inseriti, spesso coniugati e ciò rende molto difficile individuarli; inoltre siccome posseggono mediamente un alto quoziente intellettivo mettono a punto tutta una serie di accorgimenti che rendono difficile alla polizia la loro individuazione e cattura. Per esempio riescono a uccidere diverse persone in luoghi anche molto distanti fra loro, stanno attenti a non lasciare tracce sul luogo del delitto, cambiano volutamente "modus operandi" [ nota1 ] per confondere gli inquirenti, seguono attentamente lo svolgersi delle ricerche e spesso anticipano le mosse della polizia. Inoltre sono gratificati dall'attenzione data loro dai mass-media perché ciò rafforza l'identità negativa che si stanno costruendo e spesso sfidano le autorità inviando messaggi denigratori di sfida o rivendicando con qualche macabro particolare la paternità dei propri misfatti. Infine sono capaci di intendere e volere, pur presentando disturbi della personalità, di carattere sadico e sessuale. Riferimenti Bibliografici
Musci, A., Scarso, A., Tavella, G. (a cura di) (1997) vivere per uccidere, anatomia del serial killer. Calusca Edizioni.
Bourgoin, S. (1993) la follia dei mostri. Sperling & Kupfer Editori, 1995
di Sergio Antonini da http://www.psyreview.org/articoli2001/20010803-antonini-01.htm
Serial Killer - Introduzione al fenomeno dell'omicidio seriale 1
Dai primi giorni di febbraio fino ad oggi stiamo assistendo allo svolgersi delle vicende relative a Michele Profeta, il presunto killer di Padova, accusato di aver commesso due forse tre omicidi nella zona lombardo-veneta; l'ultima notizia trasmessa dai giornali riguarda un suo probabile tentativo di fuga dal carcere scoperto in tempo dalle guardie carcerarie.
Intanto i mass-media ripropongono particolari sempre più esaurienti sui delitti dell'assassino e sulle carte da gioco lasciate da quest'ultimo accanto ai cadaveri e ancora una volta viene chiamata in causa la figura del "mostro", termine italiano, a dire il vero semplicistico e non corretto, con cui si suole tradurre la parola "serial killer". Il termine omicida seriale molto più vicino al significato della formula inglese "serial killer", non ha ottenuto mai molto credito forse per la maggiore suggestione e spettacolarità che la parola mostro sa esprimere.
L' immagine dell'omicidio ha da evocato da sempre un misto di paura ed insieme di inquietante fascino nell'uomo.
E' sufficiente pensare alla dimensione istituzionalizzata dell'omicidio messa in atto quotidie, negli scontri tra gladiatori nel colosseo, nella Roma imperiale, così come ai sacrifici umani compiuti dagli Aztechi per gli dei, ai raffinati e truculenti sistemi di tortura congegnati nel medioevo dalla inquisizione spagnola o nel rinascimento nell'Inghilterra di Enrico VIII, fino ad arrivare alla grande riscossione di successo dei romanzi gialli a partire dalla metà dell'800 con i racconti più celebri che raccontavano di assassinii e morti misteriose.
La figura dell'omicida seriale ha poi aggiunto a queste già cospicue motivazioni quella non indifferente della figura dell'insospettabile omicida, dell'immagine del doppio, diviso e tormentato da una doppia esistenza, solare e ktonia al tempo stesso, il "Doctor Jekyll and Mr Hide" descritto mirabilmente da Stevenson per intenderci.
Quello che più affascina del fenomeno è probabilmente l'incontro con la personificazione del male, la violenza perpetrata su di un altro essere umano senza altri fini, la votazione dell'omicida a questo stile di vita efferato, come testimonia il titolo di un libro sull'analisi dell'omicidio seriale intitolato "Vivere per uccidere". Perché il serial killer e questa è una caratteristica distintiva della sua personalità, non uccide per un regolamento di conti (come un killer mafioso), per questioni economiche o di acquisizione di potere (i delitti dei "colletti bianchi"), né per rivendicazioni politiche (come le organizzazioni terroristiche), ma bensì per delle motivazioni inconsce che pur nella loro diversità si ricollegano al piacere recato dal sopprimere l'esistenza altrui.
Spesso però soprattutto nelle notizie fatte circolare dai mass-media si possono riscontrare alcune inesattezze sulle caratteristiche discriminanti dell'azione del serial killer, come ad esempio quando si è parlato di serial killer a proposito degli autori della strage di Novi Ligure e anni prima a proposito di quella di Pietro Maso e compagni. Vediamo innanzitutto di tracciare delle specificazioni in merito alle diverse modalità di azione omicidiaria e in quali di esse si distingue il serial killer.
Una distinzione sulle modalità dell'omicidio plurimo è stata fatta a metà degli anni '80 negli USA dall'FBI grazie ai dati forniti dall'NCAVC (Centro nazionale di analisi dei crimini violenti) visto il crescente aumento di omicidi plurimi e la difficoltà da parte degli inquirenti nel trovare dei punti fermi che aiutassero a tracciare un identikit criminogeno. Di solito gli omicidi multipli si possono inquadrare in queste categorie:
Il "Muss Murderer", ossia l'omicida di massa, è colui che compie quattro vittime o più in uno stesso luogo e nella medesima circostanza; esempi di questo tipo appaiono spesso nelle cronache americane, ultimamente un uomo ritenendo di aver subito un licenziamento ingiusto dal suo posto di lavoro ha ucciso con un fucile 6 dipendenti dell'ufficio in cui lavorava.
Lo "Spree Killer" è l'autore di tre o più atti omicidiari distinti, con un intervallo di tempo di solito breve (non superiore ad un ora) che separa un omicidio dall'altro. La cinematografia statunitense ci ha fornito un calzante esempio di Spree Killer con il film "Un giorno di ordinaria follia" di J. Schumacher.
Il "Ritual Murderer", ossia l'assassino che uccide per adempiere ai dettami e ai rituali di sette pseudoreligiose, pseudopsicologiche o a sfondo esoterico per scopi di iniziazione, purificazione, propiziatori, orgiastici ecc...
Riferimenti Bibliografici
Musci, A., Scarso, A., Tavella, G. (a cura di) (1997) vivere per uccidere, anatomia del serial killer. Calusca Edizioni.
Bourgoin, S. (1993) la follia dei mostri. Sperling & Kupfer Editori, 1995 di Sergio Antonini da http://www.psyreview.org/articoli2001/20010803-antonini-01.htm





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