Lo smemorato di Collegno
A cura di Ceriani Cinzia
Un giallo che ha fatto storia nella cornice
della prima guerra mondiale
PROF. CANELLA: DISPERSO.
POI RICOMPARE, MA É UN SOSIA.
LA MOGLIE LO "RICONOSCE"
E SE LO PORTA A CASA
La diversità delle impronte digitali dimostrava che Bruneri era un impostore. Ma la signora ha sempre sostenuto la sua verità. Perché?
Missouri. Divenne meritatamente famoso per la brillante soluzione che diede ad un caso di omicidio, riuscendo non solo a far scagionare il suo assistito, ma anche a scoprire il vero colpevole. Tutto ciò fu possibile grazie all'esame delle impronte digitali che l'assassino aveva lasciato sul luogo del crimine. E' rimasta famosa la descrizione delle impronte digitali, e della loro importanza, data dall'avvocato Wilson: "Ogni creatura umana porta dalla culla fino alla tomba certe caratteristiche che non alterano la sua personalità e per mezzo delle quali essa può sempre essere identificata, senza ombra di dubbio o di incertezza. Queste caratteristiche sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, né divenire illeggibile col passare del tempo... Se guardate i polpastrelli delle vostre dita, osserverete delle sottili linee curve, compatte come quelle che indicano i margini degli oceani sulle carte. Queste linee formano vari disegni chiaramente tracciati, come archi, circoli, curve, spirali e questi disegni sono diversi su ogni dito... Le impronte di un gemello non sono mai uguali a quelle dell'altro fratello gemello... Avrete spesso sentito parlare di gemelli che erano tanto simili l'uno all'altro che, vestiti allo stesso modo, neanche i genitori stessi riuscivano a distinguerli. Eppure non c’è mai stato un gemello, in questo mondo, che non abbia avuto sin dal battesimo e fino alla morte, un segno di identificazione in questo misterioso autografo di nascita."
Per correttezza dobbiamo comunque informarvi del fatto che l'avvocato David Wilson non è mai esistito: è un personaggio di un racconto, nato dalla fantasia del brillantissimo scrittore Mark Twain. Ma abbiamo citato dei brani della sua arringa perché, a detta degli esperti in dattiloscopia, è la miglior descrizione dell'importanza delle impronte come mezzo di identificazione. E' anche interessante notare che il racconto di Mark Twain è del lontano 1893: già alla fine del secolo scorso era noto che non esistono al mondo due persone con le stesse impronte digitali, e che queste sono immutabili, dalla nascita alla morte.
Tenete quindi a memoria le parole dell'avvocato Wilson. Ci saranno utili nel cammino che ci apprestiamo a fare insieme, ripercorrendo una vicenda strana e tortuosa, che appassionò l'Italia dei nostri padri e che coinvolse personaggi importanti e fuorilegge, donne innamorate e bimbi in cerca di un padre; che vide nascere e morire speranze e illusioni, inganni e verità amare. E' la vicenda dello "smemorato di Collegno".
CANELLA SPARISCE IN BATTAGLIA E’ il 25 novembre del
Giulio Canella nella vita civile era un professore di filosofia stimato e già molto conosciuto, nonostante la giovane età. Era nato a Padova nel 1881 e dopo la laurea si era trasferito a Verona, divenendo direttore della Scuola Magistrale. Nel 1909 aveva fondato assieme ad uno dei più illustri studiosi italiani, padre Agostino Gemelli, la "Rivista di filosofia neoscolastica" e all'inizio del 1916 (pochi mesi quindi prima di andare sotto le armi) aveva iniziato la pubblicazione del quotidiano cattolico "Corriere del Mattino". Giulio Canella aveva sposato la cugina Giulia Concetta, che portava il suo stesso cognome. Un matrimonio molto felice: i due coniugi erano unitissimi ed entrambi animati da una grande fede. Entrambi provenivano da ottime famiglie. Il padre della sposa, uomo facoltosissimo, aveva grossi interessi in Brasile, mentre Guido Canella, padre di Giulio, era a sua volta un letterato ed ebbe la soddisfazione di vedere tutti e tre i figli avviati a brillanti carriere, due nel campo dell'insegnamento ed uno nell'avvocatura.
... E VIENE DATO PER DISPERSO Tutto il mondo del giovane studioso di filosofia, le sue passioni, le sue frequentazioni, tutto era lontano mille miglia dalla brutalità della guerra, dalla selvaggia bestialità degli assalti alla baionetta, dei corpo a corpo, degli agguati. Una cartolina precetto strappò Giulio Canella da una vita dorata, dalla seconda figlia nata da pochi giorni, per gettarlo all'inferno. Ma da quell'inferno fece ritorno? Secondo il Ministero della Guerra, no. Il giorno successivo al tragico agguato sul sentiero di Monastir, le truppe italiane ripresero il controllo della zona, recuperando i corpi dei numerosi soldati caduti. Tra di essi non vi era il capitano Canella, che peraltro non risultava neanche, dalle informazioni assunte, prigioniero dei bulgari. Quando quest'ultimi lo avevano catturato, molti testimoni concordavano nel dire che il capitano sembrava più morto che vivo. Cosa avevano dunque fatto i soldati bulgari del suo corpo? Dove lo avevano abbandonato? Domande senza risposta: in guerra esiste un eufemismo, una definizione che non parla di "morte" e che tante volte è servita ad alimentare crudelmente inutili speranze: il capitano Giulio Canella doveva ritenersi "disperso". Così comunicò il Ministero della Guerra ai familiari.
E Giulia Concetta Canella iniziò la sua vita da giovane vedova, dedita ai figli, ritirata, protetta da una famiglia altolocata e facoltosa. Non conobbe problemi materiali, ma lo strazio della nostalgia, attenuato dalla speranza che coltivava ogni giorno nel suo cuore pensando al marito tanto amato, che, forse, non era morto. Lo aveva detto il Ministero: il marito era solo "disperso". E chi è disperso non può forse venir ritrovato? Solo i morti non ritornano.
Nove anni di vita; i due figli crescono, Giulia Canella parla con loro raramente del padre: sono troppo piccoli, non devono soffrire. Ma la giovane vedova ne parla spesso con i parenti e con i numerosi amici che conobbero e stimarono il professor Giulio Canella. Parla del marito "disperso", della sua speranza mai sopita di ritrovarlo. E si giunge così al 6 febbraio del 1927. Quel giorno la "Domenica del Corriere" pubblica la foto di un uomo barbuto, dell'apparente età di anni 45, ricoverato dal 10 marzo dell'anno precedente al Manicomio di Collegno, dove lo avevano portato i carabinieri. L'uomo era stato fermato, come risultava dai verbali, a Torino, per "atti pazzeschi nella pubblica via": urlava, piangeva, manifestava propositi suicidi. I carabinieri lo avevano consegnato ai sanitari del Manicomio di Collegno e questi, constatato che l'uomo era affetto da amnesia generale, non ricordando il proprio nome, la professione, non riuscendo a dare riferimenti di famiglia, ne avevano disposto il ricovero a tempo indeterminato, dandone notizia al Questore, che aveva ratificato il provvedimento. La "Domenica del Corriere" era al tempo la rivista letta, praticamente, da tutti. Quasi in ogni numero pubblicava delle foto sotto la testata "Chi li ha visti?": si trattava di persone scomparse dalle loro case, e i familiari chiedevano questo aiuto al noto settimanale e tante volte, in effetti, la "Domenica" aveva permesso di ritrovare parenti dispersi. Questa volta la foto veniva pubblicata sotto la testata "Chi lo conosce?". Era l'estrema speranza, dopo le inutili ricerche di polizia, di dare un nome allo "smemorato di Collegno".
UNO SMEMORATO APPARE A COLLEGNO Anche Giulia Canella legge
Abbiamo parlato di cautele: non perchè lo smemorato avesse dato segni di pericolosità; tutt'altro. Il suo comportamento al manicomio era sempre stato tranquillo e corretto. Erano però stati vani tutti i tentativi dei medici di spezzare il velo che copriva il passato dello smemorato: si poteva solo constatare che era una persona di buona cultura, di modi educati, che entrava in stato di angoscia ogni volta che, da solo o a ciò stimolato, cercava di rispondere alla domanda fondamentale: chi sono io? Le cautele dei medici si spiegavano quindi con la preoccupazione che una ricognizione non inducesse ulteriori crisi di ansia nel ricoverato: andava fatta gradualmente, per verificare se non solo i visitatori riconoscevano lui, ma soprattutto se lui stesso aveva almeno qualche reazione nel vedere i visitatori, senza sapere previamente che questi erano venuti per vederlo.
La signora Canella venne quindi invitata a passare per il chiostro dell'ospedale assieme ai due amici con cui era venuta a Collegno, fingendo di essere semplicemente in conversazione con loro e senza rivolgersi direttamente allo smemorato, che i medici avrebbero provveduto a portare nel chiostro, come del resto accadeva tutti i giorni, in normali passeggiate. La prima ricognizione non sortì alcun effetto: la signora Canella, obbediente ai medici, non manifestò alcuna emozione, mentre lo smemorato sembrò non accorgersi neanche di lei. Ma Giulia Canella uscì dal manicomio convinta: "E" lui! Tremendamente provato nel fisico, ingrigito, forse irriconoscibile a molti, ma non a me, sua moglie! E' lui, ne sono certa!". Il giorno successivo, un altro esperimento, con le medesime istruzioni: e in quest'occasione lo smemorato fece per avvicinarsi alla signora Canella, ma poi si bloccò, vista l'indifferenza che lei, in osservanza delle istruzioni, continuava a fingere. E poi lo smemorato disse ai medici che qualcosa era accaduto nella sua mente: un barlume, una luce tenue, ma comunque una luce, si era accesa in tanta oscurità.
E si arrivò così al terzo esperimento: La signora Canella fu autorizzata a dirigersi verso lo smemorato. Questi, fermo in mezzo al chiostro, sembrava studiare la visitatrice elegante, che avanzava piano, con esitazione, e che a un certo punto non seppe trattenere l'emozione. "Giulio, Giulio!" gridò la donna, con gli occhi pieni di lacrime. E lo smemorato si gettò tra le sue braccia. Per quanto tempo stettero così, abbracciati, mentre la donna ripeteva come una cantilena il nome del marito e singhiozzava, e anche l'uomo era chiaramente scosso da una violenta emozione? I medici osservavano la scena poi, quando finalmente i due riuscirono a separarsi, consigliarono alla signora di allontanarsi per qualche ora: lo smemorato appariva prostrato, sul punto di svenire. "Torni nel tardo pomeriggio signora, ora anche lei ha bisogno di riposarsi..."
Giulia Canella uscì tremante dal manicomio. Nel pomeriggio un nuovo incontro non fece che rinsaldare la sua convinzione. Era lui, era lui, finalmente, non era morto, era solo disperso ed ora lo aveva ritrovato! Lo smemorato parlava a stento, come chi a fatica sta riafferrando ricordi lontani; ma la sua prima domanda fu per i figli. Trascorsero ancora tre giorni, occupati da colloqui sempre più particolareggiati. Era come se lo smemorato risalisse pian piano da un profondissimo pozzo. La luce tornava, ma spesso lo abbagliava, abituato com'era ad anni di buio; e allora l'uomo si fermava nella conversazione, tornava alla sua fissità, portando una mano alla fronte, come fa chi cerca di fermare i propri pensieri. Poi, pian piano, riprendeva la sua faticosa salita.
"CANELLA" TORNA IN FAMIGLIA, PERÓ... Il direttore del manicomio, convinto della validità del riconoscimento, autorizzò la dimissione dello smemorato, che ora ridiventava ufficialmente il prof. Giulio Canella, classe 1881, dato per disperso sul fronte macedone, che tornava a casa sua, a Verona, in compagnia della legittima consorte.
Domenica 6 marzo
La lettera non porta firma. Ma va verificata. Il delegato si fa portare dal brigadiere di servizio il fascicolo intestato allo smemorato di Collegno e gli ordina anche di controllare se in archivio esista una scheda a nome di Bruneri Mario, ricercato per espiare condanne definitive. Il brigadiere torna: Bruneri Mario esiste, eccome. E' già stato ospite delle patrie galere, per una sua certa propensione alla truffa, al falso e all'appropriazione indebita. Ora risulta latitante dovendo scontare ancora due anni di reclusione per truffe. Residente ufficialmente a Torino, dove risulta però irreperibile, avendo lasciato moglie e madre nell'indigenza. Domicilio attuale sconosciuto. Segnalato negli anni precedenti a Pavia e a Milano in compagnia di Ghidini Camilla, da Brescia, già inquisita per reati contro il patrimonio e contro la morale. Peraltro il Bruneri non risulta essere un delinquente "qualsiasi". I rapporti lo descrivono come uomo di aspetto distinto, di buone capacità di conversazione, ottimo linguaggio, nonostante la limitata istruzione. Insomma, non il delinquente bruto, ma il "tipo" del truffatore, che mette al servizio del crimine delle naturali doti intellettuali ed umane. Il delegato ha davanti a sè le foto dello smemorato, fornite a suo tempo dal manicomio di Collegno e le foto segnaletiche di Bruneri Mario. Le osserva a lungo, poi prende foto e lettera anonima e chiede con urgenza al Questore di riceverlo.
COLPO DI SCENA: NON É LUI. ARRESTATO Martedì 8 marzo
LE PROVE: É BRUNERI, PREGIUDICATO La famiglia Canella, con l'aiuto di un intimo amico, il capitano Parisi, inizia a raccogliere numerose testimonianze, soprattutto tra i soldati che servirono dieci anni prima al comando del capitano Canella e presenta un ricorso al Tribunale penale di Torino, chiedendo la revoca dell'arresto disposto dalla Questura. Il Tribunale penale non ha competenza per stabilire l'identità dello smemorato, ma comunque accoglie il ricorso della famiglia Canella, ordinando, il 23 dicembre del 1927, la scarcerazione di colui che a questo punto è un "signor X", perchè i giudici semplicemente valutano non raggiunta la prova dell'identificazione dello smemorato con il Bruneri. Ma Giulia Canella non ha dubbi, e lo "smemorato" torna a casa a Verona.
Il Natale del 1927 non è felice in casa Canella. Il professor Giulio appare prostrato dalla nuova prova a cui è stato sottoposto, e poi ora le chiacchiere iniziano a divenire fin troppo fastidiose. Ma la moglie e il capitano Parisi lo confortano: la verità trionferà, non bisogna cessare di confidare nella Provvidenza. Ma anche per la vecchia madre di Bruneri il Natale di quell'anno è infelice: la poveretta è scossa da contrastanti sentimenti, perchè per una mamma un figlio è sempre oggetto d'amore, anche se è un figlio traviato. Avrebbe preferito che il figlio scontasse la pena e poi, pareggiato il suo debito con la società, potesse tornare a vivere una vita da galantuomo, come era stato suo padre, come era suo fratello. E invece il figlio ha architettato una nuova truffa, questa volta ben più complessa e grossa delle precedenti: ha cambiato identità, ha carpito la buona fede di una vedova. Mario continuerà a mal fare e sua madre sa, in cuor suo, che non lo rivedrà mai più. Felice Bruneri decide allora di adire il Tribunale Civile di Torino. Il fratello Mario ha anche degli obblighi di assistenza verso la moglie che ha abbandonato da anni. Stabilisca il Tribunale civile la vera identità dello smemorato.
VIA CRUCIS NEI TRIBUNALI E arriviamo così al lunedì 22 ottobre 1928: il primo atto di un iter giudiziario che durerà per più di due anni. Il Tribunale Civile di Torino emette la sua sentenza: lo "smemorato di Collegno" è da identificarsi in Bruneri Mario, per prove testimoniali e dattiloscopiche.
La famiglia Canella ricorre subito in Appello, anche se già nel primo giudizio ha subìto una tremenda doccia fredda. Due uomini illustri, stimatissimi, la cui parola è davvero difficile porre in dubbio, hanno escluso con sicurezza davanti ai giudici che lo smemorato possa essere il professor Giulio Canella. Non si sono pronunciati circa l'identificazione con Bruneri Mario, che per loro è un perfetto sconosciuto, ma hanno potuto escludere invece l'identificazione con Canella Giulio, che entrambi conoscevano bene. E questi due uomini sono Padre Gemelli, il fondatore dell'Università Cattolica, pioniere della psicologia in Italia, cofondatore con Giulio Canella della Rivista di Filosofia Neoscolastica, e il Conte Della Torre, direttore dell'Osservatore Romano, che fu molto vicino al giovane filosofo al tempo della fondazione del "Corriere del Mattino". Altra doccia fredda dallo Stato Maggiore dell'Esercito, che non fa che ripetere la comunicazione a suo tempo emessa: il capitano Giulio Canella risulta "disperso", nè alcun elemento nuovo è nel frattempo sopravvenuto che autorizzi ad annunciarne il ritrovamento.
L'11 marzo del 30 è un martedì. Sono trascorsi tre anni esatti da quel telegramma con cui la polizia scientifica comunicava che le impronte dello smemorato e del Bruneri erano uguali.
I "CANELLIANI" E I "BRUNERIANI" Ma la famiglia Canella, il capitano Parisi e un altro amico di famiglia, il sacerdote Germano Alberti non demordono e chiedono alla Corte di Cassazione una pronuncia nel merito. Ormai si sono formati i due partiti, i "canelliani" e i "bruneriani". I primi sostengono che un individuo ignorante come il Bruneri non avrebbe mai potuto sostituirsi al distinto e colto professor Canella. Ma i secondi a loro volta obiettano che Bruneri è tutt'altro che uno sprovveduto, e lo ha dimostrato più volte, seppur in attività illecite. E' comunque in grado di assumere molte personalità. E le impronte digitali? Non sono forse già quelle una prova sufficiente? E come si può non tener conto delle testimonianze di Padre Gemelli e del Conte Della Torre?
L'ultimo dell'anno del 1931
Mentre si svolgeva questo travagliato iter giudiziario, lo "smemorato" aveva continuato a vivere a Verona, come marito di Giulia Canella. La coppia aveva avuto ancora tre figli, Elisa (nata il 21 novembre del 28), Camillo (31 dicembre del 29) e Maria (12 settembre del 31). Questi tre figlioli, a differenza dei loro fratelli maggiori, non poterono mai figurare, per l'anagrafe italiana, come figli del prof. Giulio Canella. Lo divennero invece per l'anagrafe brasiliana. Infatti la famiglia, quando il "riconosciuto" Bruneri ebbe espiato i residui di pena, si trasferì a Rio de Janeiro, su energica sollecitazione del padre di Giulia, che voleva evitare alla figlia di vivere in una situazione che era ormai intollerabile, per le chiacchiere e lo scandalo suscitato dai definitivi pronunciamenti della magistratura. Lo stato brasiliano iscrisse nei suoi registri anagrafici un nuovo residente: il cittadino italiano prof. Giulio Canella.
E proprio da Rio si segnalò un episodio che ridiede fiato ai sostenitori della "tesi Canella". Lo "smemorato", tornato agli studi di filosofia, aveva indirizzato un suo opuscolo al Papa, in segno di devozione. E Sua Santità Pio XI aveva risposto, tramite la segreteria di Stato, indirizzando l'implorata Benedizione Apostolica allo "Ill.mo signor dottor Giulio Canella." Siamo così giunti, dopo la definitiva sentenza della Cassazione, alla (praticamente) forzata migrazione in Brasile di Giulia Canella con i suoi figli e con... Mario Bruneri o Giulio Canella?
LE IMPRONTE DIGITALI DICONO... Conviene fare un attimo di sosta e di riflessione. Alcuni dati sono indiscutibili:
primo, Il caso fu esaminato da un Tribunale, due Corti d'Appello, e due volte dalla Cassazione (la seconda volta a Sezioni Unite); nessuno di questi giudici riconobbe mai nello smemorato il prof. Giulio Canella;
secondo, la somiglianza tra Bruneri e Canella esisteva, anche se non era possibile definirli due "sosia"; ma le impronte digitali rilevate allo smemorato erano quelle di Mario Bruneri; è pur vero che le impronte di Giulio Canella non erano archiviate in alcun ufficio di polizia, essendo lo stesso incensurato. Ma non si può certo ipotizzare, per sostenere la "tesi Canella", l'unico caso mai conosciuto al mondo di due individui con le stesse impronte digitali;
terzo, l'episodio dell'opuscolo al Papa viene facilmente svalorizzato dai bruneriani, facendo notare che il volumetto non conteneva altro che vecchi scritti riordinati; in quanto alla risposta, indirizzata al "dott. Giulio Canella", è facile obiettare che ogni giorno al Santo Padre pervengono centinaia di invii postali da ogni parte del mondo, e che quindi non vi era nulla di strano nel fatto che
Resta ai canelliani una valida obiezione: come poteva lo smemorato, se era Bruneri, conoscere diversi particolari della vita di Giulio Canella, come dimostrò fin dai primi colloqui con la moglie nel manicomio di Collegno? Ciò era possibile per una ragione: Bruneri e Canella con tutta probabilità si erano conosciuti, e il primo, abile truffatore, era riuscito a carpire diverse confidenze dal secondo, intuendo che l'eccezionale rassomiglianza poteva in un domani tornargli utile. Come infatti accadde. E l'incontro tra i due avvenne a Milano, nel
UNA SOMIGLIANZA IMPRESSIONANTE Come racconterà ai giudici (ai quali si presentò spontaneamente quando apprese dai giornali la vicenda dello smemorato) l'uomo, che era in stato confusionale, chiedeva solo da mangiare. Indossava calzoni militari e una logora giacca. Mossa a compassione, la signora Taylor si prese cura del "Randagio", come era soprannominato, fornendogli abiti e cibarie, e dandogli appuntamento per il giorno successivo, per portargli altro aiuto. Gli incontri col Randagio furono diversi. L'uomo era mite, gentile, diceva di avere una famiglia, ma non sapeva dove, e di aver combattuto come ufficiale e aver perso tanti uomini. Il poveretto era aiutato anche da una buona donna, una lattaia di cui
Proprio in quel periodo il ricercato Bruneri Mario era stato segnalato a Milano. E a Milano, evidentemente, era giunto anche, dopo chissà quali vagabondaggi, il povero capitano Canella, confuso, in stato di amnesia, ridotto alla mendicità. Quali itinerari avrà percorso negli anni, come era riuscito a sfuggire ai nemici? Domande che non avranno mai risposta. Ciò che è altamente probabile è l'incontro tra i due. E il furbo Bruneri comprende che una rassomiglianza così marcata può sempre essere utile in futuro. E inizia a carpire brandelli di ricordi dal povero soldato confuso, per costruirsi un'identità "di riserva" che a uno come lui può sempre far comodo. Cosa accade poi all'infelice Canella? Con tutta probabilità continua la sua vita errabonda, alla ricerca vana di sè stesso. Forse muore come tanti barboni, senza nome e senza una lapide, ma solo con un numero all'obitorio. Ma Mario Bruneri, proseguendo nella sua vita truffaldina, sente che ormai la legge sta per mettergli le unghie addosso. E gioca il tutto per tutto. Si finge pazzo, dà in escandescenze sulla pubblica via, viene ricoverato in manicomio. E poi la sorte gli dà l'incredibile: la possibilità di ricostruirsi una vita ricucendo quei brandelli che aveva sottratto al suo povero "quasi sosia".
GIULIA, UNA MOGLIE DISPERATA La sorte si incarna in Giulia Canella. Ed è su questa donna che ruota tutta l'incredibile commedia dell'inganno. Perchè Giulia Canella non ha avuto la misericordiosa, seppur crudele, grazia che hanno avuto tante donne durante la guerra: un telegramma del Ministero che avvisa, con formale rammarico, la morte del loro congiunto. No: a Giulia Canella è stata data la più crudele delle notizie: Signora, suo marito è "disperso". Cosa può allora iniziare a maturare nel cuore e nella mente di una donna, innamoratissima del marito? Un'attesa, una logorante speranza su cui vivere giorno per giorno. Possiamo dire senza tema di esagerare che l'ultima persona che avrebbe dovuto procedere al riconoscimento dello smemorato di Collegno era proprio Giulia Canella. Perchè era consumata da troppi anni di un'attesa straziante. Perchè "voleva" a tutti i costi ritrovare il suo Giulio. E lo ritrovò, in cuor suo lo ritrovò di sicuro. E siamo convinti che siano da respingere con sdegno le ipotesi maliziose, formulate all'epoca da alcuni giornalisti, che vollero la strenua difesa fatta da Giulia Canella del marito come dettata solo dalla necessità di coprire lo scandalo. In altre parole: lei stessa si sarebbe accorta poco dopo il riconoscimento dell'errore di persona, ma ormai i passi già fatti l'avevano compromessa. Noi crediamo che Giulia Canella abbia davvero ritrovato nello smemorato il suo Giulio, abbia amato il suo Giulio, a lui abbia donato altri tre figli. Follia? Forse. O amore portato all'estremo.
Il 12 dicembre del 1941 Mario Bruneri moriva in Brasile. Forse qualcuno piangeva per lui in Italia; di sicuro piansero per lui i figli, pianse la moglie, per la quale moriva Giulio, col conforto di aver vissuto più serenamente gli ultimi anni, lontano da una Patria ingrata.
E chissà se prima di morire lo smemorato di Collegno avrà guardato un attimo le sue mani, i suoi polpastrelli. Se anche non aveva mai letto nulla di Mark Twain, lui ben sapeva che le impronte digitali per ogni uomo "...sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, nè divenire illeggibile col passare del tempo... ".
di Marco Lambertini da http://www.storiain.net
Inghilterra, Serial Killer prostitute
A cura di Ceriani Cinzia
da www.repubblica.it del 12 dicembre 2006
Salgono a cinque le vittime dell'assassino che sta gettando nel panico
sarebbero di due ragazze "scomparse misteriosamente". La polizia: "Non uscite di casa"
Ipswich, è caccia al serial killer trovati i corpi di altre due prostitute
LONDRA - Orrore senza fine a Ipswich, nel Suffolk: con la scoperta di altri due cadaveri di donne, sale a cinque il numero di prostitute uccise da quello che ormai non si può non considerare un serial killer che si accanisce contro le ragazze che lavorano in strada.
I due cadaveri - la polizia sta finendo gli accertamenti, ma è certa si tratti delle due 'working girl' sparite - sono stati trovati a poca distanza uno dall'altro a Levington, un villaggio qualche chilometro a sud di Ipswich, verso il mare, poco lontano da dove emerse il terzo cadavere.
L'annuncio del macabro avvistamento, brevissimo, è stato dato dagli stessi vertici della polizia, che prevedevano di dare informazioni alla stampa sull'andamento dell'indagine, ma che si sono trovati a dare una notizia terribile, quasi in contemporanea con il ritrovamento dei cadaveri. Da ieri gli agenti continuavano setacciare accovacciati le acque gelide e fangose di torrenti e rigagnoli attorno a Ipswich alla ricerca delle due giovani prostitute scomparse, con un timore che poi è diventato realtà: il "killer delle prostitute" - o i killer - ha colpito ancora, e le nuove vittime sono Paula Clennel e Annette Nichols. Gli ultimi due corpi, uno in particolare, erano a poca distanza dalla strada, a Levington, a indicare, secondo gli inquirenti, che l'assassino sta diventando sempre più spavaldo.
Tutte e cinque erano prostitute, tutte e cinque lavoravano a Ipswich: queste le uniche certezze sulla serie di omicidi che sta sconvolgendo la città nel sudest britannico. E poi un dubbio: la polizia del Suffolk ha scoperto che la terza vittima, Anneli Alderton, 24 anni, è stata strangolata. Un 'modus operandi' diverso da quello dei primi due omicidi, quelli di Gemma Adams e Tania Nicol, che forse furono avvelenate, ma sicuramente non strangolate. Ora bisognerà attendere gli esami della polizia scientifica per capire come siano state assassinate Paula e Annette.
La polizia, che ritiene che qualche indicazione possa arrivare dalle circa 30 prostitute che lavorano in strada nella zona di Ipswich o dai loro clienti, ha invitato il killer - ormai è certo che dietro gli omicidi ci siano la stessa o le stesse mani - a prendere contatto con le autorità. Stewart Gull, responsabile dell'indagine della polizia del Suffolk ha detto: "Chiaramente hai un grosso problema. Chiamami e vediamo come affrontarlo". Per Gull, "la chiave di questi delitti può essere nelle lavoratrici di strada e nei loro clienti. C'è stata una forte risposta dalle ragazze, un po' scarsa dai clienti".
Anneli, l'ultima volta che è stata vista in vita, è stato il 3 dicembre, quando prese un treno pomeridiano da Harwich a Colchester. Poi, era svanita. Fino al 7, quando un automobilista ne ha avvistato il cadavere in una zona boscosa, scambiandolo però per un manichino, e non avvertendo subito la polizia. Il cadavere è stato poi trovato dagli agenti il 10.
"E' importante sapere gli ultimi spostamenti di Anneli.
Sappiamo che, come Gemma e Tania, faceva la prostituta. Ma, diversamente da loro, nessuno aveva denunciato la sua scomparsa", ha affermato il capo della polizia, invitando tutte le prostitute a fare la massima attenzione, se proprio decidono di tornare sul marciapiede. Le indagini, oltre che nel fango dei torrenti, si svolgono anche negli archivi della polizia, che sta verificando dove si trovino i 400 autori di reati sessuali della zona, registrati in un'apposita banca dati.
da www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo341265.shtml del 22 dicembre 2006
Killer prostitute, uomo incriminato
Gb, un 48enne comparso in tribunale
Uno dei due uomini arrestati per la morte di cinque prostitute a Ipswich, in Gran Bretagna, è stato incriminato ed è comparso brevemente davanti ai giudici, dopo essere stato tenuto in un luogo segreto per tre giorni. Si tratta di Stephen Wright, 48 anni, autotrasportatore al porto di Felixtowe. L'altro sospetto, Tom Stephens, 37anni, impiegato in un supermarket, è stato rilasciato. L'incubo del serial killer è finito.
Stephen Wright dovrà rispondere dei brutali assassini, compiuti tra il 2 e il 12 dicembre, di Tania Nicol, 19 anni, Gemma Adams, 25 anni, Anneli Alderton, 24 anni, Paula Clennell, 24 anni e Annette Nicholls, 29 anni, tutte prostitute a Ipswich, nella contea di Suffolk. Le giovani donne, che si conoscevano tutte, erano tutte tossicodipendenti e si vendevano nella cittadina britannica per potersi procurare la droga. L'altro indagato, il primo sul quale si sono concentrati i sospetti della polizia, il 37enne Tom Stephens, è stato rilasciato su cauzione.
Wright rimarrà agli arresti fino al 2 gennaio, data prevista per la successiva audizione davanti al tribunale di Ipswich. L'uomo è comparso alla sbarra vestito elegantemente con un abito blu scuro, con camicia bianca e una cravatta a righe azzurre. L'avvocato dell'accusa ha annunciato che non presenterà domanda per scarcerazione sotto cauzione. "Non si lascia abbattere - ha dichiarato il pm Paul Osler descrivendo lo stato d'animo dell'imputato - Certo, chiunque si trovi tali accuse è traumatizzato, ma lui regge il colpo. Vorrei inoltre richiamare a ciascuno il principio della presunzione di innocenza".
Chi è l'incriminato
Wright, figlio di un militare, lavora come manovratore portuale ed è residente a Ipswich, in un quartiere a luci rosse, con la compagna Pamela, che lavora di notte. I vicini lo descrivevano come un uomo senza storia, dall'abbigliamento curato, gestore di pub, appassionato di golf e con un debole per il gioco. In passato ha lavorato come stewart per parecchi anni sul transatlantico Queen Elizabeth II.
Il padre, 72 enne, aveva dichiarato di non credere che suo figlio fosse "abbastanza intelligente per commettere dei crimini".
L'inchiesta
Benché la legge britannica imponga di non diffondere troppi dettagli a partire dal momento in cui una persona è indagata, è trapelato che i corpi delle giovani prostitute non mostrano tracce di violenza. Fonti poliziesche hanno pertanto suggerito che possano essere state drogate con Valium prima di essere state assassinate. Le ragazze sono state trovate nude, con solo qualche monile addosso, immerse in corsi d'acqua nelle campagne attorno a Ipswich.
Numerosi interrogativi aperti
Sul caso restano tuttavia numerose domande. Perché sono stati impiegati 500 agenti per dargli la caccia? Chi è veramente Steve Wright? Perché avrebbe ucciso cinque prostitute? Quando sono state uccise? Dove (perché sembra siano morte non nei luoghi in cui sono state trovate) e in che modo? A questi interrogativi gli inquirenti devono ancora trovare risposta.
L'UOMO NERO
A cura di Ceriani Cinzia
E’ una perversione psichica. E’ violenza, abuso, sottomissione e morte.
Gli psicologi definiscono la pedofilia un disturbo, riconducibile all’ambito delle parafilie, dell’eccitazione sessuale provocata da particolari stimoli ritenuti socialmente anomali e alimentata dal piacere per la trasgressione.
Lo “strumento” di piacere del pedofilo è il bambino, indotto a compiere o subire una serie di comportamenti finalizzati alla soddisfazione del desiderio sessuale del soggetto anziano, giovane, benestante, indigente, colto o incolto che sia. Egli guarda il bambino mentre si spoglia, si masturba in sua presenza, lo accarezza e lo persuade a toccarlo a sua volta.
L’attrazione, o meglio l’ossessione, che l’abusante prova per i piccoli non riguarda la sola questione fisica, ma, a suo modo, egli nutre dei sentimenti, che gli impediscono di maltrattare le sue giovani vittime in modo tale che queste non parlino e mantengano segreto il crimine.
Di contro, però, i pedofili così detti attivi, sono in grado di assoggettare il bambino con metodi invasivi e devastanti fisicamente e mentalmente, stando ben attenti a non lasciare segni visibili.
Altri, invece, chiamati latenti, si limitano alla consultazione di materiale pedopornografico diffuso nella rete.
Di certo più pericolosi sono coloro che praticano il pedosadismo, in cui l’eccitazione è associata ad una forma di sesso sadico e amorale che ha come conseguenza, ma non come regola, la morte del fanciullo per tentare di occultare l’accaduto.
Stando sempre alle affermazioni di alcuni psicologi il pedofilo è un individuo dalla personalità immatura e con gravi problemi relazionali che lo rendono incapace di vivere un normale e adulto rapporto amoroso.
Sono narcisisti, hanno scarsa stima di se stessi e scaricano sull’infante il loro costante bisogno di potere e controllo mettendo in gioco molti aspetti mentali, istituzionali, di educazione sessuale e violenza che contribuiscono a definire alcune fra le caratteristiche entro cui riconoscere un pedofilo e, nel contempo, le possibili motivazioni che portano ad esserlo.
Ad esempio l’essere stati a loro volta dei bambini abusati, magari dai genitori, potrebbe far nascere nel soggetto il senso di rivalsa e la conseguente emulazione di atteggiamenti simili, intesi come modelli di detenzione del potere con i quali sottomettere facilmente il bambino.
E’ causa di un sentimento di rivalsa anche l’essere stato un bambino isolato e deriso o l’aver vissuto in un ambiente famigliare contraddittorio e disgregato. Infine, altrettanto determinante, è l’aver assistito a episodi di violenza ai danni di un famigliare senza avere la possibilità di intervenire.
Diversamente da altri loro colleghi, alcuni studiosi della pedofilia in chiave patologica hanno elaborato una teoria in cui racchiudere e analizzare tre particolari tipi di soggetti:
- Gli ansiosi resistenti hanno scarsa stima in loro stessi e si negano all’amore perché indegni; sono persone insicure dedite alla costante ricerca dell’approvazione altrui e riescono ad acquisire sicurezza solo in presenza di un compagno su cui possono esercitare controllo. Raramente usano eccessiva violenza od atti coercitivi contro i bambini.
- Gli evitanti timorosi desiderano il contatto intimo con un adulto, ma, allo stesso tempo, sono terrorizzati da un rifiuto e quando abusano sul minore non si fanno scrupoli ad usare la forza.
- Ultimi sono coloro che ricercano rapporti e relazioni impersonali caratterizzati da un alto tasso di aggressività e da comportamenti addirittura sadici.
DOVE E COME
Ideale, per l’attività del pedofilo, è l’ambiente domestico. Un lupo travestito da agnello, un abusante travestito da padre, madre, zio, nonno, fratello, cugino.
Un tratto tipico del maltrattamento entro l’ambito famigliare, incombente come una nuvola tossica, è il silenzio a cui la vittima viene costretta per impedire la distruzione della famiglia a seguito di un’eventuale denuncia alle autorità.
In linea di massima il principale autore di incesti e abusi è il padre o il patrigno impegnato ad ostacolare ogni tentativo di socializzazione dei componenti della famiglia, mentre la vittima, al contrario, si dimostra socievole e ben disposta a rapportarsi con gli altri.
Il carnefice, inoltre, è solito ricompensare con regali e privilegi di sorta l’oggetto delle sue perversioni per comprarne la complicità e celare lo sfruttamento sessuale.
La madre, il più delle volte assente, sceglie di abbandonare il suo ruolo di donna di casa addossando tutti i doveri richiesti dallo status, compresi quelli sessuali, sulla figlia coprendosi il volto e l’animo con una maschera d’indifferenza.
Lontano dalle mura domestiche il pedofilo presenta una personalità creativa in grado di utilizzare raffinate tecniche di approccio. Egli può corteggiare la madre per arrivare al bambino; conquistare la fiducia dei genitori che lo accolgono nella loro casa come un amico e ottenendo, così, libero accesso. Meschino, può prendere di mira bambini sofferenti o con carenze affettive facendoli sentire importanti e amati.
Altri, i classici frequentatori del turismo sessuale in vigore soprattutto in Asia e in Africa, agiscono senza premeditazione.
Per il pedofilo, parlare di patologia o di ossessione recidiva in riferimento alla sua condizione, è un errore. Egli sostiene di amare il bambino e quindi inevitabile, nell’amore, è l’attrazione per il partner e il contatto fisico.
Le sedute di analisi psichiatriche puntano l’obiettivo sulla rielaborazione dell’infanzia dell’individuo, sminuzzando simultaneamente la sua personalità e richiedendo perciò la massima collaborazione da parte del paziente che di raro accetta.
L’alternativa è rappresentata da una cura farmacologia a base di antidepressivi, antiossessivi e antifobici che inibiscono le pulsioni, calmano l’ansia e diminuiscono il desiderio stabilizzando l’umore. Drastica ma non risolutiva è la castrazione chimica. Essa agisce limitando la secrezione del testosterone, l’ormone maschile che regola lo sviluppo e le pulsioni sessuali, attraverso l’assunzione di antiandrogeni.
IL PARADOSSO
E’ un dato di fatto che la maggior parte dei pedofili rifiuta le terapie rivendicando la legittimità dei loro abusi, forti della convinzione secondo cui il bambino ha la facoltà di accettare o meno le avance dell’adulto.
Naturalmente le cronache al riguardo affermano l’esatto opposto.
La sessualità, a loro avviso, è un aspetto gradevole e fondamentale nella vita delle persone e non è da considerarsi ne maligna ne amorale.
Proprio per questo nascono le associazioni a tutela del “Diritto di libertà sessuale del bambino”,a loro avviso, oppresso da una società sessuofobica.
Secondo tali associazioni i veri danni provocati al bambino sono l’ansia di dover tener nascosti i “giochi” che fanno con gli adulti, i processi penali a seguito delle denunce e il comportamento dei genitori di eccessiva protezione verso i pedofili, che insegnano al bambino a ribellarsi condannandolo a morte.
Indebolire l’influenza dei genitori sui loro figli si pone, allora, come scopo essenziale.
L’associazione pro-pedofilia “The Slurp” ha stilato a tal proposito una lettera idealmente rivolta a tutti i bambini per convincerli a non aver paura e ad abbandonare ogni remissività.
Eccone brevi stralci.
“[…]Probabilmente qualcuno ti ha detto che puoi dire di no. […] Se qualche adulto ti chiede di fare delle “cose”, non devi farle. Questo, ovviamente, non si riferisce al fatto che tua madre ti dice di lavarti i denti. […]
Bene ricorda solo una cosa: se puoi dire no, puoi anche dire sì. Questo significa che se ti senti di fare qualche cosa, tu hai il diritto di farlo. Non importa quello che hanno detto i tuoi genitori. Perché è un diritto. Sei tu che puoi scegliere.”
E ancora.
“Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti dicono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. […] Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle cose con un amico adulto, questo può farlo andare in prigione e rovinargli la vita.”
Risulta qui chiaro il punto su cui far leva. L’ingenua sensibilità del bambino e i sensi di colpa in lui generati. Il bambino, spinto dal timore di far accadere “qualcosa di brutto”, cede all’abuso. Si lancia, vittima sacrificale, fra le braccia dell’orco che lo ha ingannato con subdole parole e chiude, dietro di sé, la porta al dolce paradiso della tenera età.
Ceriani CinziaPapa Luciani, L’Ipotesi del Complotto
A cura di Ceriani Ciniza
Ma chi, in definitiva, aveva interesse ad eliminare dalla scena un Papa diventato troppo scomodo, e che aveva tutte le intenzioni di effettuare in Vaticano una rigorosa pulizia?
Quando, il 26 Agosto del 1978, viene eletto Papa Albino Luciani, Patriarca di Venezia, diverse persone in Vaticano accolsero la notizia con malcelato dispiacere all’inizio, e con viva preoccupazione in seguito.
E non si trattava di aspiranti candidati al ruolo di Pontefice che erano stati delusi dalla sceta del Conclave, ma di qualcuno, che nell’ombra, fino all’ultimo istante, aveva caldeggiato caldamente la nomina del Cardinal Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova.
Ben presto si delinea, all’interno delle diverse candidature, un preciso progetto per assicurarsi la continuità e la prosecuzione di certi loschi giochi di potere che da sempre avvenivano all’interno del Vaticano tra lo IOR, l’Istituto per le Opere Religios, e alcune potenti istituti bancari, esterni alla Santa Sede, ma pesantemente in grado di influire sul suo ordinamento interno politico ed economico.
Quella che avrebbe dovuto essere in definitiva una pia istituzione benefica negli ultimi anni si era andata trasformando in un’organizzazione economica ben definita, dotata dei più ampi poteri, e in grado di controllare flussi di denaro liquido costantemente in aumento.
A capo dello IOR, Monsignor Marcinkus, che ben conoscendo di che stoffa era fatto Albino Luciani, preconizzò, fin dal primo momento della sua elezione, che con quel nuovo Papa le cose per loro sarebbe cambiate, e molto pesantemente.
Un Papa che predicava la povertà, che inneggiava alla rinuncia di tutte le ricchezze superflue da parte della Chiesa, che voleva improntare il Vaticano agli antichi ideali di carità cristiana ed umiltà terrena, perché riteneva che
Un tipo di cattolicesimo forse primitivo, arcaico, ma decisamente improntato ai parametri della Bibbia e del Vangelo, in perfetta armonia con le sacre scritture e con l’esempio stesso di Gesù e della sua Chiesa.
Su due punti in particolare Albino Luciani, anche da Patriarca, era sempre stato fermo e irremovibile, l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria e l’utilizzo del denaro vaticano che lo IOR utilizzava come se fosse, né più né meno, una qualunque Banca Privata.
Proprio nel momento in cui Luciani era prescelto come Papa, venivano dati alle stampe gli elenchi degli ecclesiastici ufficialmente iscritti alla Massoneria, la maggior parte dei quali appartenevano alla Santa Sede,
Tra questi nomi spiccavano quelli di Jean Villot, Segretario di Stato, Agostino Casaroli, Capo del Ministero Affari Esteri del Vaticano, Paul Marcinkus, Presidente dello IOR, Don Virgilio Levi, Vicedirettore de L’Osservatore Romano, e Roberto Tucci, il Direttore della Radio Vaticana.
Presto qualcuno, all’interno della Curia, cominciò insistentemente a far circolare delle voci sull’inadeguatezza di Albino Luciani a ricoprire l’incarico di Pontefice.
Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.
In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.
Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.
In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.
Ma il complotto, se di complotto si trattò, benchè ottenesse lo scopo primario, cioè l’eliminazione di un Pontefice troppo scomodo per gli occulti giochi di potere all’interno dello Stato Vaticano, fallì miseramente nell’intento secondario, quello di far passare sotto silenzio la sua morte.
La tesi infatti dell’inadeguatezza “politica” di un uomo che anche agli occhi della gente appariva sempre tanto semplice, sarebbe anche potuta passare, se non fosse stato per le incredibili titubanze del Vaticano ad offrire spiegazioni convincenti, dichiarazioni ufficiali, dati, orari e particolari sulla morte.
Mentre tutto, lentamente, andava avvolgendosi nel mistero, qualcuno cominciò a ricordare che dai discorsi del Papa, tutto sommato, questo nuovo Pontefice era tuttavia apparso come un piccolo uomo combattivo, semplice finchè si vuole, ma certo ben determinato ad andare fino in fondo per proteggere e difendere quello in cui credeva fermamente e che era lo scopo ultimo di tutta la sua vita,
Emergeva dai ricordi, ancora piuttosto recenti, una figura che mal si conciliava con l’ipotesi di una pietosa inadeguatezza.
Le numerose discrepanze delle spiegazioni “ufficialmente” offerte dal Vaticano contribuirono sempre di più a confondere le acque, sollevando dubbi e interrogativi che, ancora oggi, a 27 anni di distanza, non sono stati risolti.
All’inizio ad esempio fu detto che Luciani era stato trovato morto nel suo letto, mentre ancora stringeva in mano un libro, il cui titolo era “L’imitazione di Cristo”, successivamente il libro si trasformò in un discorso da tenere al consesso dei Padri Gesuiti, poi in un fascicolo di appunti personali, poi nella lista delle prossime nomine che il Papa intendeva divulgare il giorno successivo.
Nei primi comunicati l’ora del decesso era stata fissata alle 23.00, poi era stato detto che il corpo senza vita era stato rinvenuto verso le 4.00 da qualcuno che passando per i corridoi aveva notato la luce ancora accesa nella camera del Pontefice, infine l’ultima versione spostava l’orario ulteriormente alle 5.00 del mattino, con Suor Vincenza che portando il caffè al Papa lo aveva rinvenuto senza vita.
Troppe contraddizioni, troppe versioni diverse, troppi comunicati discordanti per non ipotizzare qualcosa di sospetto.
La situazione divenne talmente tesa, tra comunicati ufficiali, variazioni e smentite, che presto ci fu anche qualcuno che prospettò la necessità, discretamente, di eseguire almeno un’autopsia, che però, anche se fu effettuata, non fu mai resa pubblica e della quale non vennero mai divulgati i risultati.
E a questo punto si apre ancora un doppio interrogativo.
Davanti a tanti dubbi, al cospetto dell’opinione pubblica in fermento, con i giornali che titolavano a chiare lettere insinuando il dubbio sulla morte “naturale” del Papa, perché alfine il Vaticano, se davvero non c’era niente di sospetto, non avrebbe dovuto avvallare un’esame autoptico per chiarire definitivamente le cause del decesso?
Era chiaro che se non lo faceva è perché per gli “addetti ai lavori”, per coloro che erano ufficialmente incaricati di fare chiarezza, era lampante che un esame autoptico sarebbe stato rovinoso.
E se invece, in totale buonafede, qualcuno, in Vaticano, avesse autorizzato l’autopsia, come mai i referti non sarebbero stati resi noti? Era forse emerso qualche particolare a sostegno della “non naturalità” di quella morte così inaspettata?
Al di là dunque della tesi del complotto sostenuta dallo scrittore Yallop, che addirittura giunge a coinvolgere sei persone, secondo lui tutte implicabili nella morte, è chiaro che ancora oggi, come ventisette anni fa, nessuno sa ancora spiegarsi un decesso così improvviso e a tutti gli effetti decisamente innaturale.
Che poi, come sostiene Yallop, vi fossero invischiati addirittura nomi altisonanti, come Jean Villot, il Segretario di Stato, John Cody, il Cardinale di Chicago, Marcinkus, il Presidente dello IOR, Michele Sindona e Roberto Calvi, Banchieri, e perfino Licio Gelli, il Venerabile Maestro della Loggia P2, è ancora, ovviamente tutto da dimostrare.
Benchè dunque nella tesi esposta da Yallop si abbia comunque la sensazione di avere a che fare con teorie fanta politiche, e con fatti a volte accuratamente distorti pur di dimostrare una determinata tesi, è chiaro che questo libro ha avuto comunque il merito, indiscusso, di attirare l’attenzione su tutta una serie di particolari, anche di minore importanza, che non furono, di fatto, mai spiegati ufficialmente.
Perché furono sottratti dalla camera da letto del Papa alcuni suoi oggetti strettamente personali?
Perché non fu mai chiaro quali testi, appunti, o fascicoli stesse sfogliando prima di assopirsi, proprio un attimo prima di scivolare nel sonno e poi nella morte?
Perché mancavano le sue pantofole, i suoi occhiali, senza i quali chiaramente non avrebbe potuto leggere, alcuni appunti e il flacone del suo medicinale Efortil?
Perché la prima alta autorità ad entrare in quella stanza, il primo che Suor Vincenza andò a chiamare, fu casualmente tra tanti proprio Jean Villot, il nome in cima alla lista degli alti ecclesiastici aderenti alla Massoneria?
A tutto questo non c’è mai stata risposta, e probabilmente non ci sarà.
Se davvero le menti occulte che hanno progettato questo crimine in seno a una delle organizzazioni più potenti del mondo figurano in quella lista di nomi eclatanti approntata da Yallop, allora possiamo stare sicuri che la verità, alla fine, non sarà mai rivelata.
Tutto quello che possiamo fare è ricordare un uomo buono, un grandissimo Papa, che è rimasto tra noi forse per troppo poco tempo, e che ancora vive nel cuore della gente e nella memoria di tutti coloro che l’hanno conosciuto.
Lo lasciamo con le parole di quelli che lo ricordano con un misto di devozione e affetto.
"…egli è persona schietta, buona e profonda, una persona umanissima, conquistatrice delle anime, specialmente giovanili."
“Dirò ancora che egli ama ascoltare gli altri con attenzione cordiale e anche sorridendo; non col sorriso dell’ironia che raggela, ma con quello della comprensione di chi sa imparare dall’altro, con l’affetto di chi vuole bene e desidera incoraggiare. Il suo sorriso non nasce mai dai limiti delle persone, ma dai limiti delle cose e dei fatti umani”
“Il nuovo Papa è un uomo colto, assai più di quanto lascia scorgere. Il suo magazzino è incomparabilmente più fornito della sua vetrina.”
“Ma si sa che il card. Luciani, per indole è un uomo retrattile, e a furia di tirarsi da parte è finito sulla cattedra di Pietro. A questo Papa dal breve Conclave, fino a ieri quasi ignoto al mondo, è bastato un soffio per conquistarsi il cuore degli uomini. I sapienti rimangono stupiti. I semplici ne godono.”
“Quando parla non pesca le parole dai molti libri che ha studiato o che ha letto, le prende calde e chiare dal cuore e le lancia ai cuori. Dall’origine quelle parole non sbagliano il bersaglio... Mi sembra che il fascino di questa augusta e mite persona viene dal morso della povertà".
“E' passato come un fanciullo: ilare, scanzonato, un po' sbarazzino...".
"Ha portato nella Chiesa il sorriso aperto della bontà, la spontanea cordialità popolare, l'umiltà della saggezza e, oserei dire, il volto indifeso dell'innocenza. Così lo ricorderemo con il rimpianto di qualche cosa: che ci è stato sottratto anzitempo, ancora intatto di promesse e di futuro. Come un fanciullo.”
Possiamo solo dire che pochi uomini sono passati nella Storia con una tale velocità riuscendo nel contempo a seminare e a raccogliere tanto nel loro se pur breve cammino, se mai è esistito un raro esempio di spiritualità e di carità cristiana, questo è stato Albino Luciani tanto che ancora oggi, a ventisette anni di distanza, le parole che annunciavano la sua venuta ancora riscaldano i nostri cuori.
Il 26 Agosto del 1978, sulla folla festante in Piazza San Pietro, risuonava altisonante il commovente annuncio del cardinale Felici: «Habemus Papam, Albinum Cardinalem Luciani», il Patriarca di Venezia, bellunese.
Il 28 Settembre, nella sua camera al Vaticano, Albino Luciani, il Papa del Sorriso, “colui che sapeva spezzare in briciole le verità della fede e farle penetrare nel cuore della gente”, lasciava il nostro mondo, per entrare, definitivamente nell’aura della santità e del mito.
Terrore e morte al Circeo
A cura di Ceriani Ciniza
Il vigile notturno di servizio sulla strada avverte distintamente dei gemiti provenire dal bagagliaio di una 127 regolarmente chiusa e parcheggiata.
L'istinto lo porta a pensare immediatamente a qualcosa di grave. Telefona alla polizia,e subito dopo tenta di forzare il bagagliaio. Ne emerge una figura spettrale, una maschera di dolore e orrore, coperta di ferite e ematomi, completamente nuda. E' una ragazza di appena 17 anni, si chiama Donatella Colasanti, e la foto scattata al momento del ritrovamento la ritrae con gli occhi sbarrati, quasi increduli, di chi ha fatto un viaggio di andata e ritorno dall'inferno.
Tutto era iniziato qualche giorno prima di quel terribile 1 ottobre 1975. Due ragazze diciassettenni, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, conoscono un ragazzo, Carlo. Si scambiano i numeri di telefono con la promessa di rivedersi il giorno dopo. E' un venerdi, e all'appuntamento si presentano altri due giovani, che dicono di chiamarsi Angelo e Gianni. Parlano del più e del meno, infine decidono di rivedersi. I due giovani propongono la domenica seguente. Ma a Donatella la cosa non piace,per la domenica ha altri programmi, e convince anche la sua amica Rosaria a rinviare l'appuntamento, che viene fissato, dopo aver parlato e discusso ancora, per il lunedì alle 16,00. Con ritardo, si presentano solo Angelo e Gianni, dicendo che Carlo è impegnato nella preparazione di una festa a Lavinio. I due giovani invitano le ragazze alla festa. Donatella e Rosaria accettano, ma immediatamente si rendono conto che qualcosa non và. La direzione presa dai due porta a San Felice Circeo, non a Lavinio.Gianni, alla richiesta di spiegazioni da parte delle due ragazze risponde che la villa è più su di Lavinio, meta originaria. Quindi si ferma ad un bar per telefonare. Torna in macchina e convince le due ragazze a seguirlo, dicendo loro che Carlo avrebbe raggiunto il gruppo direttamente dal mare dov'era,e che i quattro potevano nel frattempo usare la villa. A Donatella gli inquirenti chiederanno spiegazioni sul perché non abbia chiesto al Guido (Gianni) di fermarsi e di farle scendere. La risposta della ragazza fù che non si erano rese conto di correre dei pericoli, e che fino a quel momento il comportamento dei due era stato irreprensibile.
Arrivano alla villa, si siedono nel salotto. Il tempo passa e le due ragazze iniziano a spaventarsi, chiedono di essere riaccompagnate. Gianni, dapprima con fare gentile, propone alle due ragazze di avere un rapporto sessuale, promettendo loro la somma di un milione di lire. Alla risposta negativa delle due, estrae una pistola, e racconta loro che in effetti ad arrivare non doveva essere Carlo, bensì Jacques Berenger, che, a suo dire, è il capo della banda dei marsigliesi e che è per suo ordine che le ragazze sono state portate nella villa. Sotto la minaccia delle armi,Rosaria e Donatella vengono chiuse in bagno. Il presunto Jacques arriva la notte, ma per le ragazze è una sorpresa. Ha più o meno trent'anni, parla perfettamente l'italiano,senza cadenza francese. Le guarda, ma non dice nulla. Anzi, in compagnia di Angelo se ne và. Secondo Donatella abbandona addirittura la villa.
La quale racconta confusamente lo scenario di violenza bestiale e brutale che si abbatte su di loro l'indomani .Le due ragazze vengono dapprima selvaggiamente picchiate, poi sottoposte a violenze e brutalità inenarrabili. I tre tentano di somministrare del narcotico alle loro vittime. Vengono iniettate loro tre siringhe di sonnifero, che però non sortiscono alcun effetto. A questo punto Rosaria viene separata da Donatella. E quello che le succede può solo essere ipotizzato. Donatella sente la sua amica urlare, poi lamentarsi sempre più lentamente. Infine, il silenzio. I tre tornano da lei e la brutalizzano ancora. La legano, la spogliano nuda e la trasportano tirandola per i polsi per tutta la casa. La ragazza sviene e rinviene varie volte. La colpiscono ancora, violentemente, questa volta con una spranga. Sono pugni,calci, colpi violenti di spranga, colpi inferti anche con il calcio della pistola. Donatella è semiincosciente, ma è viva. Gli uomini hanno perso il controllo, e probabilmente, in preda ad una furia cieca e incontrollata, bestiale, vogliono ucciderla. In un ultimo barlume di coscienza, Donatella capisce che se vuole salvarsi deve fingersi morta. I tre ci cascano, e decidono di sbarazzarsi del cadavere. Viene gettata letteralmente nel portabagagli, nel quale poco dopo viene aggiunto il corpo esanime della sventurata Rosaria. Quando Donatella, dopo il ricovero in ospedale, verrà interrogata, dirà più volte che nonostante le violenze subite è riuscita ad evitare quella più umiliante, la violenza carnale. Cosa che sarà confermata dall'esame ginecologico a cui viene sottoposta. Per Rosaria non è così: l'autopsia conferma la violenza carnale, avvenuta probabilmente nel momento della separazione delle due amiche. E' probabile che nel tentativo di salvarsi, Rosaria abbia accondisceso alle turpi richieste dei suoi sequestratori. Donatella racconta anche particolari scabrosi della vicenda. Angelo viene descritto come un semi-impotente, incapace di eccitarsi sessualmente; Gianni invece ne è capace, ma non vuole metter in imbarazzo l'amico, per cui non và oltre blandi tentativi. Infine Donatella racconta come sia riuscita a raggiungere un telefono, in un stremo tentativo di salvezza, e di come sia riuscita a comporre il 113;ma le sue indicazioni sono lacunose. Non dimentichiamo che è convinta di essere a Lavinio. Fatto stà che la cosa cade drammaticamente nel vuoto. Di Rosaria Lopez si scopre che non è morta in seguito alle percosse, ma che è stata soffocata nell'acqua.Colpita più volte mentre veniva immersa, ha subito l'estrema umiliazione di essere violentata anche mentre moriva. Visto che le lesioni agli organi sessuali sono ovunque. Le indagini scattano immediatamente, e portano all'arresto del proprietario della 127, Gianni Guido. Subito dopo viene arrestato Angelo Izzo. Il terzo componente della banda, Andrea Ghira, non verrà mai più catturato.Gianni Guido viene arrestato mentre si aggira attorno alla sua auto. E' probabile che avesse ascoltato le urla che provenivano dal bagagliaio della sua auto e volesse dare alla Colasanti il colpo di grazia. Chi è Gianni Guido? Un esaltato, gravitante nell'orbita degli ambienti neofascisti della capitale. Angelo Izzo è in libertà provvisoria, è stato da poco condannato per violenza carnale. Forse è per questo motivo che hanno ammazzato Rosaria e tentato di fare lo stesso con Donatella. Cos'ì com'è possibile che la situazione sia loro sfuggita di mano: hanno tentato infatti, prima di usare la violenza, di comprare la "compiacenza" delle sventurate.
Dopo un processo velocissimo, Guido e Izzo vengono condannati all'ergastolo nel 1976. tentano di fuggire nel 1977, prendendo in ostaggio un agente di custodia, ma vengono fermati. Nel 1980 Guido si vede ridotta la pena a trent'anni,in virtù dell'accordo di risarcimento della famiglia Guido con quella delle vittime.Trasferito in un altro carcere, a San Gimignano, diventa un detenuto modello. A tal punto di godere di ampia libertà. Infatti a gennaio 1981 Guido evade e ripara a Buenos Aires, dove viene successivamente arrestato:faceva il venditore di automobili.
Siamo nel 1985 e Guido, ricoverato in ospedale perché si è ferito nel tentativo di sfuggire alla cattura, mentre è in attesa di estradizione fugge nuovamente. Verrà definitivamente arrestato nove anni dopo a Panama. Izzo diviene un vero e proprio pentito di mafia,politico e quant'altro.Evade dal carcere di Alessandria il 25 agosto del 1994, ma viene arrestato venti giorni dopo in Francia.
Entrerà, con le sue farneticanti accuse a tutti e a tutto in diverse inchieste a fine anni 90.
Ghira non è mai stato nemmeno localizzato, e tutto purtroppo lascia prevedere che finirà i suoi giorni nell' oscurità, braccato come una belva dalla giustizia,che non ha mai smesso di cercarlo.
I coniugi Medici furono avvelenati
A cura di Ceriani Cinzia
I coniugi Medici furono avvelenati
Cinque secoli per svelare uno dei più grandi misteri della storia fiorentina: Francesco I e Bianca Cappello furono uccisi con l'arsenico: è l'eccezionale scoperta della più ambiziosa indagine paleopatologica mai effettuata
Firenze, 28 dicembre 2006. - La storia della famiglia Medici dovrà essere riscritta. In particolare per quanto riguarda la morte di Francesco I, succeduto a Cosimo I nel 1564, e la moglie Bianca Cappello.
La versione ufficiale, e fino ad ora letta sui libri di storia, diceva che i due fossero morti a causa della malaria il 19 ottobre 1587. Ebbene da oggi si dovrà parlare della morte dei due coniugi per assassinio. Morte violenta causata da dosi di arsenico.
L'esame sui resti ha infatti smentito la morte per malaria ed ha invece confermato la presenza di tracce di arsenico. Grazie ad alcuni campioni di Dna prelevati dai resti di Francesco I - nel novembre 2004 - e grazie, soprattutto, ai reperti recuperati in una chiesa di Bonistallo, piccola frazione in provincia di Prato, dove furono sepolti i visceri della coppia prima dell'imbalsamazione, sono state effettuate delicatissime analisi tossicologiche, che hanno rivelato, dopo oltre quattro secoli, la presenza di dosi massicce del veleno.
Le indagini sono state effettuate grazie al grandioso 'Progetto Medici ' la più ambiziosa operazione di indagine paleopatologica mai intrapresa fino ad oggi su una dinastia regale, i cui risultati sono stati ora pubblicati dal 'British Medical Journal'.
Un delitto perfetto irrisolto per oltre 420 anni e che oggi trova soluzione. Il movente dell'omicidio dei due coniugi è da ricercarsi nelle lotte politiche frattricide. Il cardinale Ferdinando fece uccidere il fratello Francesco I perchè lo riteneva poco adatto a guidare un piccolo Stato ma potente come
La sera dell'8 ottobre 1587 Francesco I si sentì male, accusando forti dolori all'addome. Poco dopo anche la moglie Bianca fu allettata con dolori, febbre e vomito. Per la coppia cominciò un'agonia durata undici giorni tra dolori lancinanti. A Firenze si sospettò subito di Ferdinando, ma il cardinale per fugare ogni dubbio ordinò un'autopsia.
I medici compiacenti dichiararono che la morte era stata provocata da una 'malaria perniciosa'. Ferdinando ottenne la dispensa papale per lasciare il sacerdozio e succedere così a Francesco I, facendo della dinastia dei Medici una famiglia ancora più grande e potente.
Risolto il delitto perfetto da http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net dal 28 dicembre 2006
OMICIDIO DELL'OLGIATA
A cura di Ceriani Ciniza
OMICIDIO DELL'OLGIATA
Contessa uccisa: 'Il dna dirà chi è il killer'
Roma, 5 gennaio 2007 - OLTRE QUINDICI anni di distanza dal fattaccio, la procura di Roma ha deciso di riaprire le indagini su uno dei più clamorosi delitti rimasti insoluti nella capitale: quello che ha avuto come vittima l’affascinante contessa Alberica Filo della Torre, 42 anni, tramortita con numerosi colpi di zoccolo alla testa e infine strangolata nella camera da letto della sua lussuosa villa all’Olgiata la mattina del 10 luglio 1991.
Proprio quel giorno la nobildonna e suo marito, il costruttore Pietro Mattei, avrebbero festeggiato, con un affollato party serale, il decimo anniverario di matrimonio.
A SOLLECITARE la riapertura dell’inchiesta, al momento contro ignoti, è stato Pietro Mattei con una istanza firmata dall’avvocato Giuseppe Marazzita e indirizzata al procuratore aggiunto Italo Ormanni, ora titolare del fascicolo insieme con il sostituto procuratore Nicola Maiorano. Il costruttore ha chiesto la riapertura del caso (archiviato nel 2005) facendo leva sulle nuove e più sofisticate tecnologie di indagine in materia di analisi dei reperti ematici.
COMPIACIUTO per la decisione della procura l’avvocato Marazzita «perché la nostra iniziativa è diretta ad accertare finalmente la verità con l’unico strumento possibile: la prova scientifica». Il penalista ha aggiunto: «Dopo questo accertamento o conosceremo il nome del colpevole, oppure il caso sarà definitivamente chiuso. La famiglia Mattei attende con serenità gli sviluppi investigativi».
ERA UNA TORRIDA mattina di luglio quando l’assassino entrò nella camera da letto dove si trovava la contessa, madre di due bimbi, l’aggredì e la uccise con ferocia. Poi, così come era entrato, il killer si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Il delitto fu scoperto da una domestica filippina mentre in casa si trovavano i due figlioletti della coppia e quattro operai intenti a preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata. Pietro Mattei, invece, era al lavoro.Tra i primi ad accorrere nella villa fu uno dei funzionari del Sisde coinvolti nel processo per la gestione dei fondi neri del servizio segreto civile: furono avanzate diverse ipotesi circa la sua presenza sul luogo del delitto, ma in seguito si accertò che lo 007 era un amico di famiglia.
PER MESI un groviglio di piste convolse il domestico filippino Manuel Winston e Roberto Jacono, figlio dell’ex governante dei Mattei. Lo stesso marito della vittima fu sfiorato dai sospetti. Gli accertamenti vennero incentrati soprattutto su alcune tracce ematiche trovate nella villa e sui pantaloni di Winston e di Iacono al fine di stabilire se appartenessero alla vittima, ma per entrambi gli indagati l’esito dell’esame del Dna fu negativo e, di conseguenza, essi vennero scagionati.
ORA PIETRO MATTEI ha chiesto alla procura romana che i reperti — cioè i pantaloni di Winston e di Jacono, ma anche il lenzuolo del letto della contessa, la canottiera e il completo intimo che la donna indossava quando fu uccisa, e lo zoccolo usato dall’assassino come arma — siano riesaminati con gli attuali sistemi di indagine.
Sistemi che, secondo Mattei, possono fornire elementi per l’identificazione dell’omicida sicuramente più efficaci di quelli utilizzati 15 anni fa.
Da http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net di GAETANO BASILICI
Olgiata, chiesta la riapertura dell'indagine
Il marito della contessa Filo Della Torre presenta istanza alla Procura
Ancora insoluto il delitto dopo quindici anni e due archiviazioni
Olgiata, chiesta la riapertura dell'indagine
"Le nuove tecniche sveleranno l'assassino"
Albertica Filo Della Torre fu uccisa il 10 luglio 1991
ROMA - Dopo quindici anni di indagini e due procedimenti di archiviazione, il marito di Alberica Filo Della Torre chiede che si riapra il fasciolo del delitto dell'Olgiata. Le nuove tecniche scientifiche, più sofisticate e attendibili di un tempo, potrebbero consentire di compiere accertamenti sconosciuti all'epoca dalla polizia scientifica. La riapertura delle indagini è stata sollecitata dal costruttore romano Pietro Mattei, marito della nobildonna, con un'istanza di venti pagine recapitata al procuratore aggiunto Italo Ormanni.
"Le nuove tecnologie più sensibili". Secondo i consulenti interrogati dal consorte della vittima, "le tecniche allora conosciute presentavano una serie di inconvenienti quali la notevole quantità di Dna necessaria per ottenere significativi risultati e la facile degradabilità e contraffazione dei campioni". Per i due esperti, infatti, "le nuove metodologie di laboratorio hanno una sensibilità di circa 1.000 volte superiore a quelle metodologie utilizzate quindici anni fa". Sulla base del parere espresso dai consulenti, il marito della contessa ritiene che "queste nuove indagini emato-chimiche e genetiche si possano fare anche su reperti molto vecchi o degradati" come quelli conservati dal '91 negli archivi della Procura.
Chiesta la riapertura dell'inchiesta di Via Poma. Sulla base dell'evoluzione delle tecniche investigative, soprattutto a livello di identificazione di tracce ematiche, è stata riaperta da qualche tempo anche l'inchiesta sull'omicidio di Via Poma in cui perse la vita Simonetta Cesaroni, l'impiegata dell'Associazione degli ostelli della Gioventù uccisa con 30 coltellate il 7 agosto 1990.
I cinque reperti. L'attenzione si concentra una volta ancora sulle tracce raccolte nella stanza della vittima (un lenzuolo, una canottiera, un completo intimo, oltre ad uno zoccolo) e sui jeans sequestrati a Roberto Jacono, figlio della governante dei due figli della vittima, e Manuel Winston, domestico filippino di casa Mattei, indagati a piede libero per omicidio volontario e poi scagionati proprio da quell'esame del Dna di cui oggi, il consorte della contessa uccisa, contesta la veridicità.
La contessa fu strangolata. Era il 10 luglio del '91 quando un misterioso killer entrò nella stanza da letto della contessa, 42 anni, la strangolò e la colpì con uno zoccolo alla testa. Proprio quel giorno, nella villa avvolta nel verde dell'Olgiata, la donna, molto bella, avrebbe dovuto festeggiare i dieci anni di matrimonio. Il delitto fu scoperto da una domestica, mentre in casa si trovavano i due piccoli figli che avevano da poco fatto colazione e nella villa erano al lavoro alcuni operai per preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata. Il marito, invece, era al lavoro.
Scagionati i due sospetti. Secondo l'accusa, i due sospetti avevano motivi per nutrire rancore nei confronti della vittima. Roberto Jacono non aveva gradito il licenziamento della madre; il domestico filippino doveva restituire alla padrona di casa un milione di lire ed era stato più volte sorpreso a discutere animatamente con la contessa. Ma l'esame del Dna li scagionò entrambi e per ben due volte,
La testimonianza della figlia di Ornella Muti. L'ultima volta, lo scorso anno quando, ancora su richiesta del marito della vittima, furono svolti nuovi accertamenti dopo che Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti, disse in un'intervista: "Lo sanno tutti chi è stato" ad uccidere Alberica. Quando però fu sentita come testimone dai carabinieri, Naike Rivelli ritrattò e ammise che le sue dichiarazioni erano del tutto infondate.





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