I DUE VOLTI DI PAPA RATZINGER QUANDO LA PEDOFILIA NON E’ PIU’REATO MA SEMPLICE PECCATO
A cura di Ceriani Cinzia
Vicenza, 25 novembre 2006
È in onda proprio in questo periodo, sul canale 520 di Sky, il reportage realizzato dalla rete inglese BBC, “Sex Crimes and The Vaticans”, in grado di attestare gli amari fatti che caratterizzano la vita del pontefice, prima della sua elezione, in netto contrasto con ciò che, invece, và predicando. Come si suol dire: “ fate quel che dico ma non quel che faccio”…
A citare in giudizio, davanti ad una corte texana, il cardinale Joseph Ratzinger, insieme ad altri clericati nel gennaio del 2005, è l’avvocato statunitense Daniel J. Shea, con l’accusa di aver coperto e occultato, forte del documento “Crimen Sollicitationis”, emesso nel 1962 dalla Congregazione per
Il documento, ormai considerato privo di valore per il Vaticano, come previsto dal Codice di diritto Canonico, descrive gli adeguati atteggiamenti da assumere in presenza di gravi delitti. Shea, al contrario, riesce a dimostrare la sua attuale validità attraverso una lettera datata 18 maggio 2001 firmata dallo stesso Ratzinger e dell’arcivescovo Tarcisio Bertone.
Tale lettera è un invito da parte del futuro pontefice, sotto minaccia di scomunica, ad apporre silenzio sulle inchieste avviate riguardo ai preti pedofili; le vittime di codesti religiosi, inoltre, sono tenute a non rivelare le accuse prima di aver compiuto la maggior età a cui vanno sommati, poi, altri dieci anni di attesa. Solo a quel punto spetterà unicamente a Roma la competenza di trattare gli abusi dichiarati.
Tra i “protetti” spicca il sacerdote messicano Marcial Marcel Degollado, fondatore dell’ordine dei Legionari di Cristo, accusato di pedofilia da uno dei suoi adepti, padre Juan Vaca: “…Quante innumerevoli volte mi ha svegliato nel cuore della notte, abusando della mia innocenza. Notti di paura…”
Peter Keisler, vice ministro della giustizia degli Stati Uniti, però, conscio di tutto questo, comunica al tribunale che Benedetto XVI, in veste di capo dello Stato Pontificio, gode di immunità e gli atti processuali a carico del pontefice sarebbero “ incompatibili con gli interessi della politica estera americana, che dal
Fatica, la comunità cattolica, a credere a coloro che, blasfemi, addossano le colpe di simili ignominie al Santo Padre, lodevole, nel suo discorso contro la pedofilia.
“Gli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi sono enormi crimini… di fronte ai quali” , continua Ratzinger, “occorre stabilire la verità di quanto accaduto al fine di adottare qualsiasi misura necessaria per prevenire la possibilità che i fatti si ripetano.”
Il bersaglio delle parole del Papa, un uomo come tanti altri, in fondo, sono i cuori e le coscienze; definisce la pedofilia un seme subdolo e insidioso da estirpare alla radice, ma al contempo, dallo scorso novembre, vieta, con precise direttive papali, agli omosessuali di frequentare i seminari e prendere i voti sacerdotali.
Ceriani Cinzia
PERCHE’ NON SE NE PARLA
A cura di Ceriani Cinzia
800.000 vittime trucidate in 100 giorni contro le 2980 del World Trade Center.
Gli esecutori materiali del genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 è la stessa popolazione ruandese, gli Hutu, scagliata con forza alla distruzione del secondo popolo, per incremento demografico, del Ruanda, i Tutsi.
A pianificare fin dagli anni ottanta la guerra civile, scatenata in gran parte dagli europei che con le colonie di Francia e Belgio introdussero il concetto di razzismo, è la moglie del presidente ruandese, Agathe, dopo l’assassinio del marito.
Agathe e i suoi fratelli, complici del misfatto, ora si trovano, protetti da asilo politico, rispettivamente in Francia e in Belgio, finanziatori del massacro.
La radio e i media locali incitano ad uccidere e invitano i Tutsi,consapevoli e sottomessi, a presentarsi ai posti di blocco per consegnarsi ai loro carnefici. Gli stranieri vengono fatti evacuare rapidamente e i caschi blu presenti nella zona si barricano nelle caserme.
I danni subiti e provocati sono incalcolabili: migliaia gli orfani e le vedove, le donne vengono stuprate e poi uccise, epidemie e cadaveri dilaniati ovunque.
A dodici anni dal tragico evento nessuno lo ricorda e nessuno ne parla, attorno vi è solo silenzio e i giovani non sanno neppure cosa è accaduto. Forse è troppo grande la vergogna dell’ONU e del resto del mondo per non essere intervenuti, per non aver fermato la carneficina quando avrebbero potuto, o forse la vita umana non ha sufficiente valore da indurre i potenti a reagire.
L’11 settembre 2001 inizia la rappresaglia fra Oriente ed Occidente.
Gli attentati terroristici nel centro di Manhattan e sul Pentagono ne sono la causa.
Una delle più grandi potenze mondiali, l’America, colpita nel cuore e nell’orgoglio, assurdo, tanto da spingere i maligni ad insinuare il tarlo del complotto interno, del “lo sapevano e hanno lasciato che accadesse”.
L’Iraq viene bombardato, i maggiori stati europei si alleano con il continente oltraggiato e l’ONU si mobilita.
Gli U.S.A sono potenti e, se infastiditi, pericolosi e l’amicizia è un bene prezioso.
Vengono raccolte le testimonianze dei superstiti delle Twin Towers, si aprono dibattiti religiosi, partono gli speciali e i documentari trasmessi in prima serata dalla tv nazionale, i soccorritori e i soldati che partono in missione di pace sono eletti a eroi.
Gli articoli che riguardano la strage si moltiplicano e i riferimenti, anche se brevi, su quella triste e recente pagina di storia d’oltre oceano sono sulla bocca di tutti ad ogni occasione.
Il terrorismo è un problema che riguarda il mondo intero. Il genocidio del Ruanda, evidentemente, riguarda solo il Ruanda.
Ceriani Cinzia
“ QUELL’OMICIDIO DEL LAGO DI COMO…” IL CASO BELLENTANI
A cura di Ceriani Cinzia
È conservata al Museo Criminologico del palazzo Del Gonfalone a Roma la rivoltella calibro 9 con cui la contessa Bellentani, la sera del 15 Settembre 1948 all’Hotel Villa D’Este di Cernobbio, spara a Carlo Sacchi, suo amante ormai da parecchio tempo.
Pia Caroselli, il suo cognome da nubile, nasce a Sulmona, in Abruzzo, il 29 Gennaio 1916 ed è l’ultima di sei fratelli e sorelle; la sua è una famiglia umile che entra a far parte della medio- bassa borghesia grazie ad alcuni investimenti nel campo delle costruzioni edili. La madre, molto religiosa, le impartisce la sua prima educazione, rigida e conservatrice, imponendole, in seguito, di frequentare una scuola cattolica gestita da religiose. La ragazza dimostra fin da subito un temperamento passionale intervallato da frequenti sbalzi d’umore difficilmente controllabili, ama trascorrere il tempo in solitudine scrivendo poesie d’amore e fantasticando, fra le pagine dei romanzi, di amori platonici e sofferti.
Durante una vacanza a Cortina D’Ampezzo insieme alla madre, Pia, all’età di ventun’anni, conosce e ammalia con la sua bellezza il conte Lamberto Bellentani, industriale quarantenne con un’ingente conto in banca, a cui la mano di Pia viene concessa senza alcuna opposizione avendo, i genitori della ragazza, una così facoltosa opportunità.
I due si sposano il 15 Luglio 1938 e conducono, con le loro due bambine Stefania e Flavia, una serena esistenza a Reggio Emilia e a Bologna.
Due anni dopo, ad un gala organizzato all’Hotel Des Bains di Venezia, avviene l’incontro con Carlo Sacchi, industriale della seta sposato con un’ ex ballerina viennese, padre di tre bellissime bambine e amante di numerose donne.
I rapporti fra le due famiglie, quella dei Bellentani e quella dei Sacchi, s’infittiscono quando, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quest’ultimi si trasferiscono a Cernobbio e Pia stringe amicizia con la sorella di Carlo, Ada Mantero Sacchi.
Distrutto dal dolore per la perdita di una delle sue figlie, Carlo, trova conforto, nel fisico e nello spirito, fra le braccia della contessa Bellentani, paziente e amorevole, come dimostrano queste poche righe estratte da una missiva dell’epoca:
“ Tu hai suscitato in me sensazioni mai conosciute, risvegliato sensazioni nuove, hai sconvolto il mio cuore e i miei sensi: mi hai fatto conoscere quello che si chiama amore.”
Così, mentre Pia si concede totalmente a Carlo immersa in un vortice di emozioni nuove e coinvolgenti, lui si trascina da una donna all’altra fino all’entrata in scena di Sandra Guidi, detta Mimì, momentanea fiamma di un Sacchi incapace di mettere la parola fine al rapporto con Pia.
Furente, ferita nell’orgoglio e livida di gelosia, la contessa tenta addirittura il suicidio gettandosi, a bordo di una motoretta, sotto le ruote dell’auto dell’amante. Carlo sterza bruscamente, smonta e aggredisce verbalmente la donna, colpevole di avergli ammaccato la sua lussuosa macchina sportiva. Si susseguono lettere, inviti e richieste d’incontri da parte di Pia che perseguita, instancabile, l’uomo.
La sera del 15 Settembre, alla sfilata di presentazione della collezione inverno ’48- ’49 della sarta milanese Biki, è presente tutta l’alta società lombarda e una nutrita schiera di giornalisti e reporter, tra cui Elsa Haertter per la rivista “ Epoca”.
La contessa sembra felice, sorride agli amici, balla e interloquisce .
Pochi attimi prima della mezzanotte Lamberto manifesta alla moglie il desiderio di rincasare ricordandole la promessa di non far tardi ma, rimbeccati dagli amici, i due coniugi desistono e decidono di rimanere. Due ore più tardi il marito di Pia rinnova, alla consorte, l’invito a rientrare alla loro abitazione. Pia si reca, allora, al guardaroba e si fa riconsegnare il pullover e la rivoltella del compagno. Tornata al tavolo e, poggiati gli oggetti su di una sedia, acconsente ad un ultimo giro di valzer roteando felice in una sala resa suggestiva dalle luci soffuse e dal suono dell’orchestra.
Al termine del ballo la contessa Bellentani indossa la sua pelliccia d’ermellino, raccoglie gli effetti del marito e scambia poche, concise parole con Carlo Sacchi; indietreggia, estrae l’arma e spara.
La confusione è totale. Carlo è a terra, bocconi, la mano stretta sul cuore; la donna rivolge l’arma contro se stessa, preme il grilletto e urla:
“Non spara più! Non spara più!”
Quello che uccide Sacchi è l’unico colpo in canna.
La nobildonna viene arrestata e condotta al carcere di San Donnino a Como, raccontando agli inquirenti, smentendo quindi l’ipotesi di un incidente, cosa lei e Sacchi si sarebbero detti pochi istanti prima dell’omicidio.
-Bhe, che cosa vuoi ancora, che ti prende?
-Nulla, ma stavolta è finita davvero, puoi credermi…
-Che cosa intendi dire?
-Che ti posso uccidere. Ho qui la pistola.
-I soliti romanzi a fumetti di voi donne; i soliti terroni spacconi.
Il 4 Marzo 1952, alla Corte d’Assise di Como, inizia il processo. Alla difesa l’avvocato Angelo Luzzani.
La prima perizia psichiatrica effettuata sull’omicida dal Dottor Filippo Saporito, medico del manicomio criminale in cui Pia è rinchiusa, rivela la presenza di un disturbo ereditario caratterizzato da annebbiamento e turbamento, mentre la contro perizia guidata dal Dottor Petrù sostiene la semi infermità mentale.
Il 12 Marzo la sentenza è unanime. Pia viene condannata a dieci anni di reclusione, in seguito ridotti a sette, di cui tre condonati e tre da scontare presso una casa di cura.
Pia Bellentani riceve la grazia dal Presedente della Repubblica il 23 Dicembre 1955 e lascia l’ospedale psichiatrico di Pozzuoli con sei mesi d’anticipo.
Una berlina nera, circondata da un nugolo di giornalisti e fotografi, attende la contessa all’uscita del penitenziario, elegante, fiera e vedova. Trasferitosi, infatti, a Montecarlo per sfuggire allo scandalo, il conte Bellentani muore a pochi giorni dalla liberazione di Pia.
Forse pentita o forse semplicemente per mettersi l’animo in pace e riscattare in un qualche modo la sua coscienza, così mormorano le voci, Pia dichiara ai giornalisti di voler stendere le sue memorie e devolvere il ricavato alle figlie di Sacchi, guadagnandoci, di riflesso, una querela a suo carico da parte della moglie della vittima.
Ceriani Cinzia
Crimini e farfalle Misteri svelati dalle scienze naturali
A cura di Ceriani Cinzia
Anno/Pagine: 2006 pp. 250
Il libro
Forse solo gli appassionati di CSI sanno che l’identificazione di una foglia su un cadavere può farci conoscere la stagione in cui la vittima è stata uccisa, che la ricerca dei minuscoli plankton nelle ossa può aiutarci a comprendere se la persona è annegata o è stata ammazzata prima di cadere in acqua o che le caratteristiche geologiche di un bosco possono rivelare la sede di occultamento di un cadavere. In Crimini e farfalle le autrici, attraverso il racconto di casi reali, mostrano come l’applicazione delle scienze naturali sulla scena del crimine o nelle indagini di laboratorio possa essere decisiva per ricostruire la dinamica di un delitto, identificare un colpevole o incastrare un assassino.
Cattaneo C., Maldarella M.
Processo a Cikatilo, scheletri e fantasmi nella Russia senza identità
A cura di Ceriani Cinzia
Ha confessato di aver ucciso cinquantacinque tra donne e bambini. Li ha stuprati, evirati, torturati, si è cibato del loro corpo mentre erano ancora vivi. Ma è stato giudicato sano di mente e come tale condannato a morte e giustiziato. Andrej Cikatilo è morto in un modo «normale» rispetto alle sue vittime. Gli hanno sparato un colpo di pistola alla nuca tre giorni fa (nel 1994, ndr). Quel «comunista che mangiava i bambini» non esiste più. Ma oggi, nell’ex Unione Sovietica ci sono almeno altri venti serial-killer che uccidono: a Odessa, Kiev, Vladimir, Georgia, Siberia. E su di loro non si sa nulla.
«La schizofrenia è una malattia universale, una malattia che in Unione Sovietica trova un terreno molto fertile perché alla base della schizofrenia c’è sempre una crisi d’identità. L’unica identità dell’uomo sovietico è il comunismo. Però il comunismo sta cadendo a pezzi. E l’uomo sovietico ha bisogno urgente di altre identità... c’è chi riscopre la propria razza, chi diventa monarchico, chi comincia ad ammirare il nazismo. Chi più chi meno sono tutti malati di mente». Sono frasi pronunciate da uno psichiatra che finirà ucciso proprio dal serial killer a cui sta dando la caccia. Questo psichiatra è una delle figure chiave del romanzo di David Grieco Il comunista che mangiava i bambini, uscito da Bompiani ispirato al caso del mostro di Rostov a cui l’Unità dedicò a suo tempo (nell’ottobre del ’92) due intere pagine realizzate appunto da David Grieco.
Grieco era partito per Rostov dopo aver visto, in una sequenza di pochi minuti trasmessa da Raitre, gli occhi bianchi di Andrej che scintillavano attraverso le sbarre della gabbia dov’era rinchiuso, bucando letteralmente lo schermo della tv. «Ho imparato quella notte che dove si posa quello sguardo il cuore si ferma». Grazie a questo potere ipnotico tutte le sue vittime, bambine, bambini, ragazze, donne diventano tanti Cappuccetti-rosso che finivano per seguire il lupo Andrej nelle varie «Striscia di bosco» (da qui il nome del processo) dove lui le conduceva. E dove conduceva se stesso per diventare «il mostro».
Arrivato a Rostov per seguire una fascinazione, per fare uno scoop, per girare un film, Grieco quel film non lo farà mai. Sul suo incontro con Andrej Cikatilo e la Russia post-comunista ci ha scritto un libro, versione romanzata di un’inchiesta dove le vicende del vero detective Aburkhan Jandlev (nella finzione Vadim Lesiev), l’uomo che ha inseguito il mostro per 12 anni, e quella dell’insegnate di lettere e intellettuale organico comunista rivelano il doppio volto dell’ex Urss, sospesa tra le barbarie e la necessità di una presa di coscienza.
Quale ossessione ti ha spinto ad andare in Russia, due anni fa?
Puro istinto. Quando ho visto la scena della prima udienza in tv è scattata l’identificazione.
Tu hai parlato di Cikatilo come personalità soggiogante. Quali episodi cruciali di quel processo ricordi?
Il processo era un gigantesco sabba. La gente urlava, imprecava, piangeva. Un uomo a un certo punto ha tirato verso la gabbia un disco da hockey colpendo Cikatilo alla nuca: lui non fece una piega. Ma la cosa più impressionante erano i suoi occhi. Abbiamo filmato per venti minuti un suo primo piano fisso. I suoi occhi, muovendosi in modo indipendente dal basso in alto possono guardare due cose contemporaneamente. Guardava in macchina ma guardava anche me. Lo chiamano «lo sguardo del camaleonte». Se ne trova tracce nella psichiatria e nella mitologia.
Tu insisti molto sulla malattia mentale, sulla gravità del fatto che essa non sia stata riconosciuta a Cikatilo. Come nasce la follia di Andrej e quali differenze ci sono con i serial killer americani?
Negli Stati Uniti la malattia nasce nella privacy, nella propria casa, che si trasforma in una macelleria. Nell’Unione Sovietica è stato l’opposto. Non c’erano notizie sui giornali, nessuna madre teneva i propri figli in casa. C’è una sorta di privacy collettiva e omertà generalizzata.
Come ne «Il silenzio degli innocenti», il film di Jonathan Demme, anche qui tu hai posto come centrale la figura dello psichiatra (che non è pazzo ma omosessuale, comunque un deviante dalla società), tramite necessario tra investigatore e assassino.
Se la polizia vuole trovare i serial killer che compiono delitti senza movente, deve specializzarsi in psichiatria. Il 70-80 per cento dei delitti è risolvibile solo usando questi strumenti.
Torna anche la metafora del cannibale...
La barbarie che sembra così lontana, è molto vicina. Tutta la cultura dell’Est europeo è crudele, pensiamo a quello che accade nella ex Jugoslavia. Per tornare ad Andrej l’ipotesi psichiatrica sul suo cannibalismo è sempre di carattere sessuale. Mangiare i bambini per lui era come ricominciare daccapo la sua vita, senza riuscirci, ovviamente. Tutto parte dall’impotenza ma il punto di arrivo è una totale disinibizione, un punto di non ritorno. La Russia di oggi in fondo è così. Basta pensare a Zhirinovskij, che è l’equivalente politico di Cikatilo nella società. Ed è lui oggi che detiene il potere e fa la politica estera.
Cikatilo è stato condannato a morte e giustiziato: per dare un esempio, per paura di affrontare una presa di coscienza sulla Russia di oggi?
La condanna a morte è stata un errore. Tutto è sbagliato in questa storia. Durante il processo hanno fatto ritrattare a Cikatilo il primo omicidio da lui confessato per il quale fu giustiziato un altro. Già allora c’erano dei sospetti su Andrej ma lui era un comunista modello, mentre l’altro no. Sapevano benissimo che ammazzavano un innocente anche perché nel frattempo erano avvenuti 24 omicidi identici al primo.
Nel tuo romanzo il funzionario di polizia dice al detective che ci sono molti altri assassini come Evilenko, alias Cikatilo, in giro per l’Urss. E domanda incredulo: «e secondo lei sarebbero tutti matti?»
In Russia non c’è nessuna conoscenza psichiatrica. I matti, quelli che venivano rinchiusi in manicomio, erano i dissidenti che invece sono sempre stati i più sani di mente. Oggi assistiamo a un fenomeno di rimozione collettiva impressionante che va di pari passo con la repressione. L’importante è dare in pasto a tutti un colpevole, dare l’esempio reprimendo il male. Anche tutti gli altri pazzi che verranno catturati saranno considerati sani di mente. Il problema è capire quanti sono davvero. 250 milioni di persone in Europa, gli abitanti dell’ex Urss, oggi non hanno più un’identità. In potenza, ognuno di loro, può diventare come Cikatilo.
Antonella Fiori
Strage di Erba
A cura di Ceriani Cinzia
Strage di Erba. La confessione choc dei coniugi Olindo: ci stavamo pensando da tempo
"È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...". Da quel momento, Rosi Bazzi non si è più fermata. Le mosse studiate e ristudiate insieme al marito quando lui tornava dal lavoro, dopo mezzogiorno, l'orrore di quei colpi alla testa col martelletto, il bambino che piangeva e viene straziato. E poi il fuoco appiccato per distruggere le prove, con la precauzione di staccare l'interruttore della corrente perché non ne uscisse un corto circuito che avrebbe potuto distruggere anche la loro casa, lì sotto, al pianterreno. Un'ossessione diventata strage premeditata.
La confessione
E' andata così, Rosa Bazzi ha ricostruito per i pubblici ministeri gli ultimi mesi di litigi con i vicini . Non più un'indicazione generica per "fargliela pagare" ma un progetto vero e proprio: uccidere Raffaella Castagna, il suo bambino "che piangeva sempre", Youssef, e la sua mamma, Paola Galli, "impicciona ", come la definisce Rosa, che difendeva sempre la figlia e che anche questa volta si era intromessa nel litigio più grave fra i coniugi Romano e la famiglia Castagna-Azouz.
Gli aspiranti assassini Olindo e Rosa hanno studiato i dettagli, hanno seguito Raffaella per un paio di giorni, sono stati attenti ai suoi orari, hanno aspettato che il marito, Azouz, fosse lontano, in Tunisia, e hanno preparato il piano. Lunedì 11, è scattata la vendetta prima di essere trascinati in tribunale due giorni dopo per rispondere delle accuse di aggressione denunciate da Raffaella Castagna. Per i due l'ultimo affronto. Le due donne e il bambino sono arrivati a casa una decina di minuti prima delle 20, proprio mentre al piano di sopra Mario Frigerio e sua moglie, Valeria Cherubini, l'altra vittima, stavano per cenare. Olindo il netturbino e Rosa la domestica quel pomeriggio avevano parcheggiato la macchina fuori dal cortile. "Siamo andati su e abbiamo bussato alla porta" - ha raccontato Rosa ai magistrati- . Abbiamo indossato un doppio paio di guanti, per scongiurare il rischio di lasciare impronte digitali. Olindo Romano ha ammesso il primo passo: "Appena Raffaella ha aperto l'ho colpita alla testa col martinetto " una specie di cric per roulotte.
"Quando Raffaella è caduta ho colpito sua madre", ha ammesso ancora Olindo. I suoi colpi sono decisi, fortissimi, le due donne sono cadute esanimi e tutti e due, a quel punto, hanno infierito su di loro con i coltelli. Raffaella ha ricevuto dodici coltellate anche se il colpo mortale, dirà poi l'autopsia, è il primo, alla testa. "Mentre mio marito era di là con loro due io ho ammazzato il bambino. L'ho ucciso con una coltellata, alla gola" ha confessato Rosa nella sua deposizione fiume. Youssef era così piccolo che sopraffarlo è stato un attimo. Forse lui ha per istinto alzato il braccio per difendersi, forse è per questo che ha piccole ferite da taglio anche sull'avambraccio e sulla mano destra. Madre e figlia, invece, sono state massacrate da tutti e due, con il cric prima e a coltellate poi.
La fase 2 del piano
Sono le otto. La strage in casa a questo punto è finita. "Ci siamo dati da fare per appiccare il fuoco" hanno raccontato i due. Hanno raccattato libri, carta, e quanto di più incendiabile hanno trovato. Hanno usato un accendino e hanno dato fuoco, a cominciare dai vestiti che Raffaella aveva addosso.
Uccisi tutti e tre, i rumori erano cessati, loro hanno fatto il possibile per non farsi sentire. E infatti Valeria Cherubini non sentendo più nulla è scesa a portar fuori il cane. Giusto qualche minuto per una breve passeggiata nei dintorni. "Mentre stavamo uscendo si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale" ha ricostruito Olindo Romano. Era lei, Valeria, con il suo cagnolino. La signora sale, vede il fumo e corre a chiamare il marito, Mario Frigerio. "L'ho sentito che si avvicinava alla porta, l'ho aperta di scatto e l'ho colpito - ha accontato Olindo - quand'era a terra gli ho tagliato la gola finché non l'ho creduto morto". Ma c'era Valeria che urlava. E i coniugi Romano l'hanno inseguita fino a casa, hanno ammazzato a coltellate anche lei.
Il fuoco avanzava. Prima o poi qualche vicino avrebbe dato l'allarme. Bisognava scappare. "Ci siamo tolti i vestiti nel nostro garage- lavanderia e ci siamo lavati perbene" hanno proseguito nel racconto i due. "Abbiamo messo tutto ciò che era sporco di sangue in un sacco della spazzatura, anche le armi, ci siamo cambiati e siamo andati a Como". C'era da buttar via tutto e da correre in un luogo lontano per crearsi un alibi credibile. 2Sono passato davanti a un cassonetto che sapevo sarebbe stato svuotato all'indomani alle otto del mattino dal mezzo compattatore e ho buttato via tutto" ha detto il netturbino che proprio dato il suo lavoro sapeva che la spazzatura prelevata da quel cassonetto sarebbe stata portata al forno inceneritore a mezzogiorno del giorno dopo. Le tracce sarebbero state distrutte per sempre. Salvo quelle, piccolissime, trovate poi dal luminol dei Ris sulla Seat dei Romano.
L'alibi
L'alibi, l'ultimo tassello di un puzzle che Olindo e Rosa credevano perfetto. "Siamo andati al McDonald's di Como e abbiamo ordinato da mangiare. Ci siamo messi lo scontrino in tasca e, dopo un po', siamo rientrati a casa". Erano più o meno le 11. Vigili del fuoco, carabinieri, magistrati, personale del 118: erano tutti bianchi come cenci, sconvolti da quello che avevano visto al primo piano della palazzina. Sangue sui muri fino a un metro e mezzo da terra, corpi massacrati e anneriti dal fuoco, quel bambino a faccia in su, sul divano, con la gola tagliata. E Frigerio in fin di vita, sul pianerottolo. I carabinieri sapevano bene, per essere intervenuti più di una volta, che proprio lui e sua moglie litigavano spesso con Raffaella. E quella stessa notte a casa Romano è stata eseguita una perquisizione. Lui e signora sono rimasti in caserma da notte fonda alle due del pomeriggio del giorno successivo. Nessun passo falso. Non una parola che potesse sembrare sospetta. Erano convinti, i coniugi Romano, che avrebbero resistito a ogni pressione. Si sentivano finalmente liberati dall'insopportabile peso della convivenza con "quelli del piano di sopra".
Funerali blindati
Saranno funerali blindati quelli che si svolgeranno sabato alle 14.30 nella parrocchiale di Montorfano per l'ultimo saluto di Valeria Cherubini. Sarà vietato l'ingresso in chiesa di telecamere e macchine fotografiche. Inoltre sarà predisposto un cordone 'sanitario' tutt'attorno alla struttura religiosa e lungo circa 300 metri che la separano dal cimitero. In mattinata, alle 10, a Erba si terranno, invece, i funerali di Paola Frigerio, altra vittima del massacro di via Diaz. Per quel giorno è stato decretato il lutto cittadino, così come deciso all'indomani dell'eccidio al termine di una Giunta straordinaria convocata dal Sindaco Enrico Ghioni.
Verosimilmente anche a Erba saranno adottati gli stessi provvedimenti di ordine pubblico. Ieri pomeriggio l'avvocato Manuel Gabrielli è andato all'ospedale Sant'Anna, come tutti i giorni da un mese a questa parte, per parlare con l'unico scampato al massacro. "Gli ho spiegato come sono andate le cose", ha detto il legale. E' rimasto sconvolto non tanto per la dinamica dei fatti che, ormai, aveva capito da qualche giorno, ma per la premeditazione. Fisicamente sta migliorando, ma da un punto di vista psicologico ci vorrà molto tempo". Intanto i due figli di Frigerio hanno già ribadito di non aver alcuna intenzione di perdonare "gli autori materiali e morali" di questa strage.
da www.lastampa.it del 14 gennaio 2007 di Paolo Colonnello
I VERBALI-CHOC
"Volevo essere sicura che morissero tutti"

Il film della mattanza nel racconto allucinato di Rosa
«...E poi ho iniziato a colpirli: così, così e così...». Ha alzato il braccio, la mano chiusa a pugno, e ha cominciato a fendere l’aria: una, due, tre volte, all’infinito. Rosa Bazzi, l'altra mattina davanti al giudice che ascoltava il suo racconto, sembrava non volersi fermare più. Mimava la mattanza, digrignava i denti, spiegava come aveva rigirato i corpi ormai inermi sotto le sue mani, come aveva tagliato la gola a Youssef, per far capire bene con quale furia cieca, con quanta cura. Precisa, come al solito. «Sempre più forte, signor giudice, sempre di più. Volevo essere sicura che morissero...». Era come se rivivesse istante per istante la sera del massacro in casa di Raffaella Castagna. Era come se uccidesse di nuovo i mostri che agitavano la sua mente, il suo demone. Se stessa. E quando finalmente ha smesso di parlare, di sprangare e accoltellare l’aria, nell’umida saletta interrogatori del carcere di Como, è sceso il gelo. «Si sieda, per favore», ha sussurrato il gip Nicoletta Crema, sconvolta.
Lo stesso odio
Sono verbali per stomaci forti quelli raccolti negli interrogatori di questi giorni prima dai pm della Procura e poi dal gip. Ma mentre Olindo Romano è sembrato ormai più distante, quasi catatonico nella sua ricostruzione dei fatti, la moglie Rosa Bazzi parlando degli omicidi di Raffaella Castagna, della madre Paola, del piccolo Youssef, ha mostrato di essere ancora animata dalla stessa furia assassina, dall’identico odio che la sera dell’11 dicembre l’aveva spinta a salire con il marito Olindo, armati di spranga e coltelli, le scale dell’appartamento di via Diaz a Erba. Dopo aver raccolto la spranga caduta di mano ad Olindo, lei colpì con una tale violenza le teste delle due donne «che mi si ruppero i guanti che indossavo». Due paia per ciascuno: uno di lattice e, sopra, uno da muratore. Ma una lacrima, un pentimento, un rimorso, almeno per il bambino ucciso? «Niente, hanno raccontato tutto con freddezza, quasi come se non si trattasse di loro», risponde l’avvocato Pietro Troiano, diviso tra il dovere professionale di difendere due assassini e l’istinto di disgusto per ciò che hanno fatto. Il legale rivela anche un particolare che agli atti non c’è, perché Rosa gliel’ha raccontato nei pochi minuti in cui sono rimasti soli a parlare: «Quella sera, mentre io colpivo con la spranga e il coltello la testa di Raffa e di Paola, mentre tagliavo la gola a Youssef, Olindo mi diceva: “Ma cosa stai facendo? basta, smettila, fermiamoci...”».
In 35 pagine
Una strategia forse, decisa per addossarsi le maggiori responsabilità, nella vana speranza di salvare dall’ergastolo il coniuge. Eppure, si è saputo ieri, è solo lui in realtà che vorrebbe rivedere la sua Rosi. Lei sembra presa invece solo dal suo odio e di Romano non avrebbe mai chiesto. Non solo. Sia davanti ai pm che al gip, Rosa avrebbe comunque confermato che quella sera anche Olindo colpì con furia le sue vittime. Un concorso pieno e totale di entrambi dunque nel massacro che ha tolto il sonno a un intero paese. Così come si legge nel provvedimento di arresto di 35 pagine con il quale ieri il gip ha confermato la custodia cautelare dei coniugi Romano. Tra i presupposti su cui si basa il provvedimento, tre le prove fondamentali: 1) la testimonianza di Mario Frigerio, il sopravvissuto accoltellato alla gola da Olindo Romano. Frigerio, quando ha recuperato la voce, subito dopo Natale ha indicato con sufficiente chiarezza che il suo aggressore era proprio il corpulento vicino di casa. 2) La microscopica macchia di sangue ritrovata dai Ris di Parma e analizzata all’Università di Pavia, ritrovata sul battente della portiera sinistra dell’utilitaria dei coniugi. Le analisi hanno confermato che quel sangue apparteneva a Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio, raggiunta nella sua mansarda e assassinata a colpi di coltello da Rosa Bazzi, mentre stava tentando di aprire una finestra per chiamare aiuto. 3) Le agghiaccianti dichiarazioni rese davanti ai pm la sera del 10 gennaio e confermate, nei particolari più importanti, anche l’altra mattina davanti al gip.
L’aggravante
Ma c’è di più. Perché nel provvedimento, oltre a ribadire l’aggravante della premeditazione (l’uso dei guanti, i tentativi andati a vuoto nei giorni precedenti) e la particolare efferatezza del crimine per l’omicidio del piccolo Youssef, quando il giudice fa riferimento alle condizioni necessarie per la detenzione in carcere degli indagati, oltre al pericolo di fuga e all’inquinamento probatorio (dovuto alla distruzione nell’inceneritore di armi e vestiti) parla anche di possibilità di reiterazione del reato. Indicando chiaramente il sopravvissuto Mario Frigerio e il marito di Raffaella Castagna, Azouz Marzouk, come possibili obiettivi della coppia assassina, come si evincerebbe da frammenti di frasi intercettati durante il lungo mese d’indagini. Olindo e Rosi insomma temevano concretamente di essere riconosciuti da Frigerio e il fatto che il netturbino avesse raccontato a una vicina della sua intenzione di volerlo andare a trovare in ospedale, ha reso ancor più concreta la possibilità che nella mente diabolica dei coniugi si fosse affacciata l’ipotesi di compiere l’ennesimo omicidio. Per Marzouk invece, l’ipotesi di essere assassinato era più remota, anche se il timore di essere affrontati dal tunisino, avrebbe potuto indurre Rosi e Olindo ad agire preventivamente.
http://www.rai.it del 13 gennaio 2007 e www.lastampa.it del 14 gennaio 2007 di Paolo Colonnello
Il colloquio clinico nell’esame scientifico di personalità
A cura di Ceriani Cinzia
di Saverio Fortunato, specialista in Criminologia clinica
Il criminologo clinico nell’esame di personalità deve agire come il ricercatore scientifico (ossia, colui che ricerca per conoscere), non interessato ai problemi del Bene e del Male, del Giusto o Sbagliato, del Meglio o del Peggio (sono compiti che spettano al Giudice o ad altre professioni), ma deve ancorare il suo compito a dei criteri di scientificità: limitarsi a valutare le affermazioni d’ordine categoriale e non normativo, vale a dire, occuparsi di quelle affermazioni concernenti ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. La criminologia clinica nulla può decidere su come la società (o anche la vita, quindi, il futuro stesso del “paziente” osservato) dovrebbe andare e non fa raccomandazioni su questioni attinenti alla criminologia sociale o alla politica criminale. E’ questo il canone che distingue la criminologia clinica ancorata in senso epistemologico a dei criteri di scientificità, dalla criminologia sociale, dalla sociologia, psicologia, psichiatria, religione, etica sociale e dalla filosofia politica e sociale.
Il criminologo clinico che agisce come il ricercatore scientifico usa criteri di obiettività e di neutralità etica. Obiettività, significa che le conclusioni cui si perviene come risultato dell’indagine e della ricerca sono indipendenti dalla razza, credo, professione, nazionalità, religione, preferenze morali e propensioni politiche del ricercatore , anche se questo tipo di obiettività è difficile da raggiungere alla perfezione, perché il ricercatore deve sempre fare i conti con i pregiudizi sociali e anche di quelli propri della sua personalità.
Neutralità etica, significa che lo scienziato nel suo ruolo professionale non si schiera da nessuna parte in questioni di significato morale o etico. Lo scienziato in quanto tale, non ha preferenze etiche, religiose, politiche, letterarie, filosofiche, morali. In fatto che egli abbia delle preferenze come cittadino rende ancora più importante che egli se ne liberi come scienziato. In tale qualità, egli è interessato non a ciò che giusto o sbagliato, bene o male, ma soltanto a ciò che è vero o falso (Bierstedt R., 1957; Fortunato S., 2000).
Nell’osservazione scientifica di personalità si deve distinguere: il delinquente dal criminale; il delinquente (o il criminale) occasionale da quello patologico (Fortunato S., 2003); il “detenuto in luogo” (in attesa di giudizio o meno) dall’ “autore di reato” (Pisapia G.V., 1987).
Il colloquio criminologico clinico deve rispondere a problemi diagnostici (di criminogenesi e criminodinamica), prognostici (previsioni di comportamento futuro) e d’indicazioni di trattamento criminologico (Merzagora I., 1987); inoltre, per quanto sia difficile da raggiungere, deve prefiggersi uno scopo di risocializzazione: ossia, far rinascere in un detenuto il desiderio di essere parte della comunità umana ed il fargli lentamente ammettere o tollerare il punto di vista di un’altra persona (Balloni, Sabattini, 1971).
Nel porsi l’obiettivo della risocializzazione il criminologo clinico si differenzia dallo psicologo o dallo psichiatra o da altre figure professionali che studiano la psiche. Il compito sociale professionale dello psichiatra è di occuparsi della prevenzione e cura della patologia; quello dello psicologo è la prevenzione; dello psicoterapeuta della cura dei malati di spirito… ma sono compiti necessari ma insufficienti per capire il crimine: sia perché spesso la cura non cura sia perché la prevenzione è già di per sé un terreno minato sia perché, in sintesi, sono saperi (teorie) che hanno poco o nulla di scientifico in senso epistemologico delle scienze.
Pensiamo a quanto possa essere pericoloso o prevedibile, nello studio dell’osservazione scientifica di personalità, ricorrere alla psicoanalisi per “scavare” nell’inconscio (ipnosi, interpretazione dei sogni, ecc.) per fini prognostici! Oppure, porsi in termini psicoterapici con il detenuto, che come tecnica porterebbe ad un inevitabile transfert tra analista e analizzato, a causa delle condizioni di rigorosa disciplina ed ordine imposti dal carcere, per la rottura con il mondo esterno, per la fragilità psicologica che da tutto ciò deriva, ecc.. Oppure, porsi in termini psichiatrici cercando di dare una spiegazione biologica o farmacologia (o entrambe) al comportamento umano, che porterebbe a vedere correlazioni causali anche tra il caldo torrido dell’estate e l’aggressività, quindi a psichiatrizzare il trattamento.
Con questo non si vuole negare l’importanza del ruolo dello psicoanalista, dello psicoterapeuta o dello psichiatra, che possono e debbono collaborare in tandem con il criminologo clinico, ma si deve sempre tenere conto che la natura del colloquio criminologico è diversa da quella terapeutica o psichiatrica in quanto qui non abbiamo un paziente che chiede di essere curato o aiutato, ma è lo Stato che chiede al criminologo clinico di osservare in termini scientifici la personalità del detenuto. Inoltre, la terapia (psicologica) o la cura (psichiatrica) si pongono sempre l’obiettivo di “guarire” il paziente (quando ci si riesce a farlo!), ma mentre nella terapia o nella cura è il paziente che si sottopone spontaneamente ad essa e si attende dei risultati (impegnandosi in cambio ad osservare la terapia stessa o la cura), in carcere, invece, il detenuto non richiede nessuna terapia né cura, e lo stesso colloquio criminologico, ai fini del trattamento, è imposto o suggerito, ma non scelto di sua iniziativa, (come avviene quando ci si rivolge allo psicologo o allo psichiatra). Inoltre, sia lo psicologo sia lo psichiatra vivono, purtroppo, lo stereotipo sociale che li cataloga come gli “strizza cervelli” o “medici dei matti”, dunque è difficile (ma non insuperabile, certo!) che qualcuno accetti o riconosca di suo, l’aver bisogno di relazionarsi con uno “strizza cervelli” o “medico dei matti” se ritiene oggettivamente di aver commesso o non commesso un reato ma di sicuro di non essere un matto!
Il criminologo clinico è distante da tali figure professionali perché egli “non deve orientare la sua azione al fine di conformizzare la personalità del detenuto, né deve cercare di minimizzare i guasti che un sistema ingiusto produce ai danni di persone socialmente sfavorite” (Bandini, Gatti, 1987), In altre parole, non deve né psicologizzare né psichiatrizzare la personalità del detenuto per fini trattamentali o altro (Fortunato S., 2003).
L’indagine (diagnosi e prognosi) del criminologo clinico è prettamente criminologica, ed il colloquio ha fini valutativi, poiché quel che in realtà sarà oggetto d’indagine peritale potrà riguardare il giudizio diagnostico e prognostico per l’idoneità o meno a fruire di misure alternative alla detenzione; il tipo della misura che è preferibile adottare; l’opportunità di avere licenze premio; la convenienza di sottoporre il soggetto ad un regime di sorveglianza particolare; e, in generale, vari quesiti che l’autorità giudiziaria o la magistratura di sorveglianza ritengano utile e possibile porre. (Marzagora, I, 1987).
Perizia criminologica nell’osservazione di personalità
Raccolta di dati
Data e luogo di nascita, Parto e svezzamento. Normalità, precocità o ritardo nello sviluppo, prime fasi di vita fisiologica (linguaggio, cammino). Notizie sulla famiglia di origine: livello di istruzione, situazione economica e sociale, occupazioni, interessi, esistenza di fratelli e sorelle, età e caratteristiche, rapporti con loro, sentimenti o risentimenti, conflitti, senso di superiorità o inferiorità, ammirazione e identificazione. Atmosfera familiare: ricordi sui genitori nei primi anni di vita, i rapporti dei genitori fra loro e dei genitori con il soggetto, attaccamento alla famiglia, preferenza per un genitore o per un altro, giudizio sui genitori, disciplina familiare, la famiglia come fonte di conforto e di sicurezza. Atteggiamento nei giochi e con gli altri bambini (cooperativo, aggressivo, importuno, timido, passivo, ecc.). carriera scolastica: età di inizio e fine della scuola, motivi interruzione studi, classi ripetute, rapporti con i compagni e con gli altri insegnanti, atteggiamento nei confronti dello studio. Atteggiamento verso il gruppo dei pari, figure di identificazione. Ambizioni ed ideali adolescenziali e giovanili. Il servizio di leva. Disciplina, frustrazioni, ecc. Esperienze sentimentali e sessuali, legami affettivi, matrimonio, atmosfera coniugale, difficoltà, accordo o disaccordo, separazioni o divorzi. I figli e i rapporti con loro. Malattie, infortuni, precedenti psicopatologici, loro importanza nella vita di relazione e lavorativa. Carriera lavorativa, costanza o meno nel lavoro, interessi extraprofessionali. Uso di alcool o di droghe. Difficoltà di adattamento. Scopi e aspirazioni per il futuro, ideali e personali. (Marzagora. I, 1987).
Sulle finalità
Secondo Bisio B. (1975) il colloquio criminologico si deve occupare di: a) indagare come il soggetto ha ceduto all’azione dei motivi che su di lui hanno agito; b) determinare perché non lo hanno inibito altri motivi (sociali, individuali, morali, religiosi, giuridici, ecc.); c) ricercare come il soggetto è arrivato a concepire, e sotto quale aspetto, l’azione antisociale, dalla quale si è ripromesso la soddisfazione di un interesse; d) conoscere come è stata la preparazione e l’esecuzione del reato; e) passare allo studio del comportamento onde determinare come la personalità umana reagisce ai vari stimoli e nelle varie condizioni.
Sulle teorie
Le teorie criminologiche non si pongono più l’obiettivo di comprendere perché gli individui violino le norme, ma tentano di comprendere i meccanismi attraverso i quali la delinquenza viene definita, prodotta, utilizzata (Bandini, Gatti, 1987). E’ difficile, quindi, che uno psicologo o uno psichiatra possa scoprire l’appartenenza ad una sottocultura o l’esistenza di un’associazione differenziale, o il gioco di una situazione anomica, o della stigmatizzazione, o dei fattori che hanno favorito un’identità negativa, o la reazione sociale di etichettamento, ecc., se non conoscono le teorie criminologiche sulle sottoculture, sulle associazioni differenziali, sull’anomia, sull'etichettamento, sull’interazionismo ecc..
Sulla metodologia
Il modello di teorizzazione causale. Il modello causale tende ad individuare fino a che punto la variazione di una variabile causi la variazione di un’altra. In realtà questo è risultato molto difficile, tanto che nelle scienze sociali si parla sempre meno di causa e sempre più di correlazione tra variabili diverse. In ogni caso, si può affermare che:
a) esiste una relazione tra X e Y;
b) la relazione è asimmetrica, così che una variazione di X ha come risultato una variazione di Y, e non viceversa;
c) una variazione di X ha come risultato una variazione di Y quali che siano le influenze d’altri fattori.
Dato che nessuna causa può precedere l’effetto, uno dei metodi più sicuri, per determinare quale fattore sia la causa e quale l’effetto, è la sequenza temporale (ciò che accade prima è considerato la causa, ciò che accade dopo l’effetto).
Bailey ritiene utile parlare di causalità in termini di condizioni necessarie e sufficienti. Si può affermare che X è causa necessaria al verificarsi dell’effetto Y se Y non accade mai, a meno che non accada (o sia già accaduto) X. Si può dire che X è causa sufficiente di Y, se Y si verifica tutte le volte che si verifica X.
Ma esistono altre tre combinazioni:
aa) causa necessaria ma non sufficiente: in questo caso X deve accadere, ma non basta, è necessario che compaia un altro fattore, prima che avvenga Y (es. fumo, smog e cancro). In questo caso si può parlare dei due fattori come cause parziali;
bb) causa sufficiente ma non necessaria: quando due o più fattori, ad esempio X e Z, sono causa alternativa dello stesso fenomeno Y, ma non sono causa parziale, perché anche uno solo dei due fattori è sufficiente a causare Y (ad es. nel caso risulti che il fumo e lo smog sono sufficienti, anche da soli, a provocare il cancro);
cc) causa necessaria e sufficiente: questa è la forma più forte di relazionale causale, Y non accadrà mai senza che accada X, ed accadrà sempre quando accade Y. In questo caso non ci sono cause alternative, X è la causa completa, l’unica.
Bailey ritiene che i modi migliori per conoscere le cause siano l’analisi della sequenza temporale, ed in particolare l’osservazione sperimentale.
L’ultimo aspetto importante da sapere è la causazione reciproca. Abbiamo visto come di solito si parla di causa nei rapporti asimmetrici, ma è possibile individuare una causa anche nelle relazioni simmetriche, in cui X è causa di Y e contemporaneamente causa ed effetto. Ma la causa può non essere diretta tra X e Y e passare attraverso una serie d’altri fattori, intermedi, che rendono il processo ancora più complicato. E’ una teorizzazione di questo tipo che si va diffondendo sempre più e che sta diventando uno dei punti centrali di un’analisi attuale nel campo delle scienze sociali. Queste ultime, cioè, stanno passando da un’analisi unicausale, tipica di una sociologia ottocentesca, ad una causalità reciproca, interrelata, complessa.
La conditio sine qua non
La sequenza temporale è spesso il modo certo per stabilire quale fattore sia la causa (il prima) e quale l’effetto (il dopo). A complicare però le cose sono tre combinazioni di necessità e sufficienza. Prima combinazione: diremo che X è una condizione necessaria ma non sufficiente per l’esistenza di Y. In questo caso, X deve accadere prima che accada Y, ma X da solo non è sufficiente a causare la comparsa di Y. Al contrario, deve esistere qualche altro fattore che compare sommato a X prima che compara in Y. Supponiamo, per esempio, che la ricerca dimostri che soltanto i fumatori si ammalano di cancro al polmone e che i non fumatori non si ammaleranno mai. Ciò dimostrerebbe che il fumo X è condizione necessaria del cancro al polmone Y. Ma supponiamo che ulteriori ricerche svelino che tale malattia non coinvolge tutti i fumatori. Di fatto, solo i fumatori che vivono anche in un’area a forte inquinamento atmosferico Z si ammaleranno di cancro. Da solo il fumo X non può provocare il cancro Y ma in combinazione con lo smog Z (che è anch’esso una causa necessaria ma insufficiente) può portare al cancro. Insieme i fattori del fumo X e dello smog Z sono sufficienti a causare la malattia, ma singolarmente sono insufficienti, per quanto sia necessario. Un fattore può essere una condizione sufficiente ma non necessaria. Modifichiamo il nostro esempio affermando due cose: a) che il fumo X è sufficiente a causare da solo (senza la compresenza di altri fattori) il cancro al polmone; b) che anche lo smog Z è sufficiente a causare da solo (senza la compresenza di altri fattori) il cancro al polmone. In questi casi nessuno dei due fattori (fumo o smog) è di per sé necessario perché si manifesti il cancro. Più specificatamente il fumo non è più necessario perché il cancro si manifesterà anche in sua assenza (se è presente lo smog); lo smog non sarà più necessario perché il cancro si manifesterà anche in sua assenza (se è presente il fumo). In ogni caso, uno dei due deve essere presente. Nel caso di condizioni non sufficienti ma necessarie, possiamo dire che X e Z sono cause alternative di Y ma non cause parziali, poiché ciascun fattore è sufficiente a causare Y da solo.
TERZA COMBINAZIONE: la causa X è ad un tempo necessaria e sufficiente per il verificarsi dell’effetto Y. Questa è la forma più ideale di relazione causale. In questo caso Y non accadrà mai senza che accada X ed accadrà sempre quando accade X. Non ci sono altre possibilità: X è la causa completa ed unica. Poniamo un esempio: se il fumo costituisse una condizione necessaria e sufficiente del cancro, allora tutti i fumatori si ammalerebbero di cancro e nessun non fumatore si ammalerebbe mai. Dato che X è necessario, non sussistono cause alternative e dato che X è anche sufficiente, è la causa completa e non una causa parziale. Una relazione necessaria e sufficiente rappresenta il più puro caso di causalità. E’ un esempio di unicausalità, perché X è la sola causa di Y e Y non si manifesterà mai senza che sia presente X.
Sul metodo della metodologia: le proposizioni
Le fasi per svolgere un’indagine peritale a base scientifica sono le seguenti:
1. Scelta del problema di ricerca e definizione delle ipotesi;
2. Formulazione del disegno della ricerca;
3. raccolta dei dati
4. Codifica e analisi dei dati;
5. Interpretazione dei risultati e verifica delle ipotesi.
Ciascuna di queste fasi dipende dall’altra; è ovvio che non si può, per esempio, svolgere la fase (d) per analizzare i dati, senza averli prima raccolti (fase c).
Un ricercatore può causare danni enormi nella ricerca se non è in grado, per esempio, di formulare delle ipotesi iniziali non controllabili o prevedendo un campione inadeguato. La ricerca è dunque un sistema di fasi collegate e interdipendenti.
Nella perizia ancorata a dei criteri di scientificità, sul piano metodologico, possiamo suddividere le seguenti fasi:
1) quesito;
2) formulazione dei metodi della ricerca;
3) individuazione della metodologia del metodo da seguire;
4) raccolta dei dati dell’indagine peritale;
5) codifica e analisi dei dati con verifica;
6) interpretazione dei risultati e risposta al quesito.
Conclusioni
Nel campo scientifico non è sufficiente conoscere le cause per affermare di conoscere qualcosa che da quelle cause ha avuto origine, perché occorre la competenza del ragionamento, posto che qualunque idea perde il senso o ne acquista un altro rispetto quello originale se non segue dei principi e non descrive le strutture ed i caratteri fondamentali della realtà. In questo senso il ragionamento criminologico clinico, oltre che da esperto, deve essere logico in senso logico, privo di logigismi e, dunque, metodologico nella misura in cui vuol dire “qualcosa di qualcosa” per dare un “senso al senso” di ciò che dice.
http://www.criminologia.it/mass_media/ristretti.htm
Giappone: cena con mamma (alla griglia)
A cura di Ceriani Cinzia
La mamma è buona, specialmente con le spezie. Non è humour nero. E' la macabra trovata di Yaoki Osawa, trentasettenne di Osaka che la mamma se l'he fatta davvero sulla piastra con le erbette. Non per mangiarsela, no. Solo per mettere fine alle sue fastidiose scenate quotidiane.
Yaoki Osawa è uno di quegli eterni ragazzoni che non sanno decidersi a diventare adulti. In compenso sanno trasformarsi in micidiali bulldozer appena qualcuno cerca di opporsi al loro tran tran da parassiti. Stanco di essere continuamente rimproverato per la sua incapacità di fare alcunchè di utile, Yaoki Osawa un giorno ha detto basta. Non alla propria ignavia, basta alla mamma che lo tormentava perché si cercasse un lavoro, mettesse la testa a posto, si trovasse una brava ragazza e se ne andasse finalmente di casa.
Andarsene di casa? Lui? A soli 37 anni? Mai! Yaoki Osawa ha pensato che il modo più spiccio di liberarsi della opprimente genitrice fosse e cucinarla arrosto su di una piastra elettrica. Bisognava solo che si presentasse l'occasione giusta.
C'è voluto un anno prima che la polizia di Osaka, avvertita, dai vicini della scomparsa della cinquantasettenne Iroki, venisse a capo della sparizione. Alla fine però, stretto fra le maglie di una rete investigativa sempre più opprimente, il giovane, già da tempo in stato di fermo, ha confessato.
"Non sopportavo più i suoi continui rimproveri. Negli ultimi tempi era diventata asfissiante", ha confessato ieri Yaoki Osawa messo alle strette dagli investigatori. Secondo l'agenzia di stampa giapponese Kyodo, la donna sarebbe stata assassinata nel corso di una delle tante liti quasi quotidiane. Uscita di casa come una furia, Iroki sarebbe inciampata e caduta dalle scale restando stordita. Vedendola a terra priva di sensi, il figlio ne avrebbe approfittato per liberarsi una volta per tutte dal giogo. Afferrata una pietra, le si sarebbe scagliato contro colpendola ripetutamente al capo fino a ridurglielo in poltiglia.
Osawa, riferiscono i media locali, ha confessato di aver commesso il delitto seguendo l'impulso del momento, perché non tollerava più di venire continuamente accusato diessere un fannullone. La sua idea originaria era di far sparire il cadavere un pezzo alla volta dentro blocchi di cemento poi però, temendo le esalazioni della decomposizione che avrebbe messo in allarme i vicini, non avrebbe trovato di meglio che farlo a pezzi con un coltello da cucina e un'accetta, eviscerarlo e rosolarne le carni un po' per sera sulla griglia con erbe aromatiche e spezie, gettando ogni volta tutto quanto nella spazzatura. Proprio come la gente fa di solito col cibo avanzato nei piatti.
Agli inquirenti Yaoki Osawa avrebbe spiegato di averci messo una settimana a smembrare il cadavere, ma di non aver mai pensato di abbandonarsi ad atti di cannibalismo. Cucinare la mamma un po' per sera sarebbe stato solo un espediente per disfarsene senza destare sospetti. E l'avrebbe passata liscia se i rapporti fra madre e figlio fossero stati solo un filo meno turbolenti e se la signora non avesse più volte confidato ai vicini di temere per la propria vita.
Unabomber, giallo sul consulente dell'accusa
A cura di Ceriani Cinzia
Il tecnico era stato il primo a esaminare le forbici trovate in casa di Zornitta
La perizia della difesa avrebbe evidenziato una manipolazione
L'ingegner Elvo Zornitta
TRIESTE - "E' una sciocchezza. Sono sconcertato": lo ha detto il Procuratore Generale della Repubblica di Trieste, Beniamino Deidda, interpellato dall'Ansa sulla notizia pubblicata sul sito Internet di Panorama (www.panorama.it) secondo la quale l'ispettore di Polizia Ezio Zernar è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura del capoluogo giuliano nel corso delle indagini su Unabomber. Secondo le notizie in possesso di "Panorama" il tecnico, consulente della Procura, sarebbe sospettato di aver in qualche modo manipolato o contribuito a manipolare le forbici trovate in casa dell'ingegner Zornitta in modo da renderle compatibili con le tesi accusatorie.
"Per quanto riguarda le mie conoscenze, che sono naturalmente triestine, questa è veramente una sciocchezza", ha ribadito con fermezza Deidda che ha detto di "voler mantenere il massimo riserbo" sull'eventuale interrogatorio al quale Zernar sarebbe stato sottoposto nel corso della scorsa notte.
Risposta di "massimo riserbo" da parte di Deidda anche alla domanda relativa alla circostanza secondo la quale all'eventuale verbale d'interrogatorio di Zernar possa essere stato attribuito anche il valore di informazione di garanzia. "Noi, di fronte a una serie di questioni poste dalla difesa che riteniamo serie - ha affermato con Deidda - siamo impegnati a chiarire fino in fondo le questioni che vengono sollevate. E' palese - ha aggiunto - che per chiarire queste questioni sono in corso indagini. Resto sconcertato dal fatto che qualcuno non soltanto anticipi o dica delle cose prive di senso, ma si cerchi di rompere il tipico riserbo istruttorio di momenti come questi".
"Noi - ha concluso Deidda - siamo assolutamente interessati, davvero tutti, ad appurare tutte le eccezioni contenute nello scritto difensivo. Sono eccezioni serie e noi vogliamo appurare cosa ci sia di vero e di fondato, perchè questo è interesse di tutti".
Sempre secondo 'Panorama', Ezio Zernar, direttore del Lic (Laboratorio indagini criminalistiche) della procura di Venzia specializzato in analisi balistiche, sarebbe già stato interrogato a lungo la scorsa notte. Le ragioni andrebbero ricercate nella controperizia della difesa di Zornitta, depositata dagli avvocati Maurizio Paniz e Paolo Dell'Agnolo. Un documento che, anche secondo la procura contiene elementi seri a favore di Zornitta.
Nella controperizia si ipotizzerebbe che le forbici sequestrate a casa di Zornitta siano state modificate per renderle compatibili con un lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva trovata inesplosa il 2 aprile 2004 nella chiesa di Sant'Agnese di Portogruaro (Venezia) e attribuita a Unabomber.
"Sui contenuti della perizia io non dico assolutamente nulla fino a lunedì", ha detto l'avvocato Maurizio Paniz, rinviando ogni considerazione al 22 gennaio, quando i risultati delle perizie, saranno esaminati, in contraddittorio fra accusa e difesa a Trieste, nella camera di consiglio dell'incidente probatorio disposto dal gip Truncellito. "Non abbiamo mai fatto, assolutamente, il nome di Zernar - aggiunge l'altro difensore di Zornitta, Paolo Dell'Agnolo. Noi - dice il legale - ci siamo limitati a depositare le nostre deduzioni e di questi sviluppi dell' inchiesta non so assolutamente nulla".
Sono stati proprio Ezio Zernar e il Lic a fare, nei mesi scorsi, la prima perizia sulle forbici sequestrate a Zornitta e sul lamierino di ottone recuperato nella chiesa di Portogruaro. Inoltre, è stato lui per primo a utilizzare, nell'inchiesta su Unabomber, la tecnica del "toolmark", basata sul confronto fra le microstrie lasciate da un utensile (per sempio, un coltello o un paio di forbici) su un oggetto lavorato con lo stesso arnese, nel presupposto che ogni utensile lascia tracce assolutamente uniche e inconfondibili, alla stregua dei codici a barre dei prodotti commerciali.
Dopo quattro perizie, la difesa di Zornitta ha contrapposto ieri le conclusioni di una quinta perizia, eseguita dai consulenti di parte Alberto Riccadonna e Paolo Battain, che contesta la validità della tecnica del "toolmark" e presenta un "evento straordinario" e "fatti abnormi" avvenuti nel corso degli accertamenti tecnici precedenti - come ha detto l' avvocato Paniz ai giornalisti - con "la prova che scagiona completamente Zornitta".
"Non posso e non voglio fare commenti: so cosa significa essere indagati. Certo provo stupore, ma anche, improvvisamente, un'enorme stanchezza addosso", è la prima reazione di Elvo Zornitta. L'ingegnere non ha voluto dire se si sente o meno tradito dalla giustizia. "Troppo presto per dirlo - ha spiegato - Da mesi sono una vittima e non voglio commettere lo stesso errore che è stato fatto con me dispensando commenti inopportuni e intempestivi. Però - ha aggiunto con tono deciso - se venisse dimostrata l'accusa emersa in queste ore, allora qualche commento da fare ce l'avrei".
da http://espresso.repubblica.it del 19 gennaio 2007 di Giorgio Cecchetti
Il poliziotto consulente della procura è indagato a Venezia per calunnia e falso. Tutto nacque quando l’inchiesta sembrava ormai destinata all’archiviazione
Prove manomesse, si cercano complici
Zernar avrebbe tagliato il lamierino per «rafforzare» gli indizi contro Zornitta
VENEZIA. Il perito e assistente della Polizia Ezio Zernar, conosciuto a livello internazionale per la sua competenza balistica, è indagato per calunnia, falso ideologico e violazione di pubblica custodia di cose. Ma le indagini proseguono: i controlli potrebbero riguardare anche altre persone. Nel momento in cui fossero confermate le accuse di aver manipolato la prova cardine contro Elvo Zornitta, l’ormai noto lamierino, gli investigatori avrebbero ricevuto indicazioni di cercare possibili complici con cui il poliziotto veneziano potrebbe aver ideato la falsificazione.
Nel pomeriggio di ieri il pubblico ministero Emma Rizzato si è incontrata negli uffici del Tribunale lagunare con il collega triestino Pietro Montrone per decidere come proseguire indagini e accertamenti innanzitutto su quello che sempre più sembra essere un depistaggio, per capire se c’è stato e chi l’ha commesso; in secondo luogo come procedere nei confronti dell’ingegnere di Azzano Decimo, che al di là della perizia sulla forbice, resta l’unico indagato e nei confonti del quale sono stati raccolti numerosi ma non univoci indizi nell’inchiesta su Unabomber.
Toccherà ai carabinieri del Ris del colonnello Luciano Garofalo stabilire che cosa è accaduto al lamierino che faceva parte dell’ordigno inesploso ritrovato nell’inginocchiatoio di Sant’Agnese a Portogruaro l’1 aprile 2004. Era stato proprio Zernar, due anni dopo (era marzo del 2006) a chiedere agli inquirenti di sequestrare tutti gli attrezzi della piccola officina di Zornitta. Aveva già pensato di poterli comparare con i segni lasciati sui materiali.
Proprio nei primi due mesi di quello stesso anno, a Roma, c’era chi sosteneva che il gruppo di investigatori anti-Unabomber andava sciolto: troppi soldi e nessun risultato. Quasi contemporaneamente, a Venezia, il pm Luca Marini, che allora si occupava della vicenda, non nascondeva le sue perplessità sul conto delle indagini su Zornitta e aveva già preso contatti con i colleghi di Trieste per chiedere l’archiviazione (in caso di nuove prove l’indagine può essere riaperta).
Neppure un mese dopo il sequestro degli attrezzi nel capannone di Azzano, la scoperta: nonostante fossero state trovate ben due anni dopo il confezionamento della piccola bomba, Zernar comunica che i segni lasciati da una delle forbici sequestrate a Zornitta lascia le stesse impronte riscontrate sul lamierino dell’ordigno. La scoperta rilancia il lavoro del pool formato appositamente per identificare Unabomber e i pm triestini, dopo la conferma del Ris di Parma e della Polizia scientifica di Roma, chiedono l’incidente probatorio ritenendo sia la prova che cercavano.
Stando alle accuse, Zernar avrebbe rifilato e rimpicciolito il lamierino con le forbici sequestrate nel 2006, lasciando i segni dell’attrezzo di Zornitta: ma i tagli sarebbe stato lui e non Unabomber a farli sul minuscolo pezzo di metallo. Ieri, il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti, con un comunicato di poche righe e senza aggiungere commenti, ha confermato che il perito del Laboratorio di indagini criminalistiche della Procura è indagato e per quali ipotesi di reato. Il sospetto è che lui abbia compiuto materialmente la manipolazione perché aveva la possibilità di farlo, ma l’idea potrebbe essere stata di altri e gli inquirenti cercano di capire di chi.
Lo scopo di Zernar, quindi, sarebbe stato quello di fornire una prova, da aggiungere ad alcuni indizi (che restano validi), per «incastrare» Zornitta, sospettato già prima di essere Unabomber. Una scorciatoia: i colpevoli non si costruiscono con le prove false. E l’inghippo è venuto a galla grazie ai difensori, ma gli investigatori, quando hanno avuto la consulenza in mano, non ci hanno pensato un momento e senza timori hanno voluto vederci chiaro. «Ci sentiamo traditi - ha dichiarato il procuratore generale di Trieste Beniamino Deidda - perchè noi lavoriamo per accertare la verità. Siamo stati ingannati anche noi».
I periti ai giudici: "Unabomber è lui"
A cura di Ceriani Cinzia
Le sue forbici usate per uno degli ordigni. Licenziato dall'azienda l'ingegnere indagato
LE RIVELAZIONI DOPO TRE MESI DI LAVORO DEGLI ESPERTI
Ai due superperiti - impegnati per tre mesi con un microscopio a scansione elettronica, un paio di forbici, un lamierino, quattro consulenti e una traduttrice - la risposta chiesta era secca: Sì o No. E’ uscito il Sì. E, dunque, sì: le forbici da elettricista sequestrate ad Azzano X in casa dell’ingegner Elvo Zornitta, unico indagato nell’inchiesta su Unabomber e nel mistero degli ordigni da dodici anni disseminati in ogni angolo del Nordest, sono quelle che hanno tagliato il lamierino di ottone recuperato da un ordigno recuperato inesploso in un inginocchiatoio nella chiesa di Sant’Agnese nel 2004. La perizia depositata venerdì pomeriggio nella Cancelleria del gip a Trieste, con le sue 40 pagine e le sue 363 foto, doveva restare coperta da riserbo fino a lunedì 22 gennaio, data fissata per la discussione in camera di consiglio. Ma ieri il contenuto è stato svelato: il lavoro dei periti mette a segno un punto forse decisivo per l’accusa.
Una conferma, secondo il procuratore Nicola Maria Pace, ai risultati di un’indagine che certo non si fonda solo sulla corrispondenza tra i segni incisi dall’usura nelle lame delle forbici e le tracce trasferite nel lamierino: c’era dell’altro, e questo è un tassello in più. Una non-prova, secondo la difesa (che però è costretta ad accusare il colpo), perché in Italia e in nessun altro paese il toolmark, così si chiama l’esperimento, può essere usato a carico di un indagato. Resta il fatto che adesso toccherà a Zornitta spiegare: quelle forbici hanno tagliato senza possibilità di dubbio il lamierino, quelle forbici sono state trovate in casa sua.
A firmare la perizia sono i due tecnici incaricati dal gip: Pietro Benedetti è l’ex direttore del Banco di prova nazionale delle armi di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia; Carlo J. Rosati è direttore del Firearm and toolmarks examiner dell’Fbi di Quantico, in Virginia. Sono considerati tra i massimi esperti di balistica al mondo. Accanto a loro c’erano anche due rappresentanti dell’accusa e due della difesa, che hanno seguito tutto lo svolgimento dell’esame.
Le forbici erano già state sottoposte a tre perizie: la prima al Laboratorio di indagini criminalistiche a Venezia, la seconda al Ris di Parma. La terza, al Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale Anticrimine di Roma, aveva comportato un danneggiamento dell’attrezzo, le cui lame erano state disallineate. Ma questo, assicurano Benedetti e Rosati, non ha compromesso l’esito dell’incidente probatorio. Che conferma, con l’ausilio di uno strumento altamente sofisticato e non utilizzato in precedenza, le conclusioni a cui anche le altre perizie erano giunte.
E adesso? «Questa prova non è assolutamente sufficiente. Dimostreremo che il nostro cliente è innocente» assicura l’avvocato Paolo Dell’ Agnolo, che con Maurizio Paniz compone il collegio difensivo dell’ingegnere. E’ invece «raro - secondo il procuratore generale di Venezia, Ennio Fortuna - trovare una perizia che si spinge in questi termini di certezza». Nicola Maria Pace definisce il risultato una «prova del nove» che rimette a posto tutti gli altri elementi raccolti in questi anni a carico dell’indagato. Elvo Zornitta cerca di reagire con calma. A 49 anni, una laurea in ingegneria aeronautica, una lunga carriera alla «Oto Melara» di Genova e da tempi più recenti un lavoro da dirigente in una società di Pordenone, si trova disoccupato: è stato licenziato, dice che i vertici dell’azienda non hanno fatto misteri comunicandogli a fine novembre che tutto il clamore intorno alla sua persona rischiava di provocare un danno di immagine. Tre mesi di preavviso, e da fine gennaio è a casa.
Oggi, mentre il macigno della perizia cade sulle sue ripetute dichiarazioni di innocenza, soprattutto questo sembra angosciarlo: «Devo pagare le parcelle dei miei difensori, perfettamente rapportate all’eccellenza del lavoro che stanno svolgendo. Per tutto questo, da febbraio potrò contare solo sullo stipendio da insegnante di mia moglie».
da www.lastampa.it del 14 gennaio 2007di Anna Sandri
Vicenda Unabomber «La forbice ha tagliato quel lamierino»
A cura di Ceriani Cinzia
La relazione dei due super-esperti: La forbice sequestrata all' ingegnere Elvo Zornitta ha tagliato un lato del lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva recuperata intatta il 2 aprile 2004 nell'inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro
TRIESTE - La forbice sequestrata il 24 marzo 2006 all' ingegnere friulano Elvo Zornitta ha certamente tagliato un lato del lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva recuperata intatta il 2 aprile 2004 nell' inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro (Venezia) e attribuita a Unabomber. Lo scrivono Pietro Benedetti, ex direttore del Banco di prova nazionale delle armi di Gardone Val Trompia (Brescia), e Carlo J. Rosati, direttore del «Firearm and toolmarks examiner» dell' Fbi di Quantico (Virginia), nelle conclusioni della 'superperizia' che hanno depositato ieri pomeriggio nella cancelleria del Gip di Trieste, Enzo Truncellito.
Nelle stesse conclusioni Benedetti e Rosati affermano che la forbice ha subito alterazioni che non hanno consentito il riscontro positivo fra due profonde microstriature rilevate sui reperti nel corso degli accertamenti tecnici da loro eseguiti. I due 'superperiti', inoltre, indicano in quale fase delle tre perizie precedenti - a loro parere - la forbice ha subito tali alterazioni che hanno determinato un disallineamento delle lame. Si tratta degli accertamenti eseguiti dai tecnici del Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale Anticrimine di Roma che hanno eseguito una perizia sulla forbice dopo quelle gia fatte dai colleghi del Lic (Laboratorio Indagini Criminalistiche) della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Venezia, e da quelli della Sezione di Balistica del Ris (Reparto Investigazione Scientifiche) dei Carabinieri di Parma. Nella 'superperizia', Benedetti e Rosati sottolineano la coincidenza dei risultati delle perizie del Lic e del Ris e spiegano le differenze rilevate fra le due microstriature, attribuendole alle modificazioni subite dalla forbice.
In particolare, sia il Lic, sia il Ris avevano individuato su uno dei lati del lamierino di ottone (quello contraddistinto dai tecnici con la lettera 'B') microstriature che si identificano con quelle rilevate nella zona delle punte delle forbici da elettricista a lame dritte, marca Valex, sequestrate a Zornitta. Per quanto riguarda le microstriature rilevate su un altro lato del lamierino (quello contraddistinto con la lettera 'A' Lic e Ris erano giunti a conclusioni leggermente differenti: per il Lic, infatti, vi era assoluta identità anche per il lato 'A', mentre il Ris aveva affermato che il giudizio era inesprimibile perchè il lato era troppo corto. Il lamierino, repertato con il numero 24, ha forma rettangolare, è composto da due parti termosaldate mediante lega di stagno e ha dimensioni molto limitate: il lato più corto misura 12 millimetri, mentre quello più lungo si aggira intorno ai 38 millimetri. Faceva parte del meccanismo di scoppio di un accendino contenente nitroglicerina trovato inesploso nell' inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro. La trappola esplosiva era la quinta recuperata inesplosa dagli investigatori che da anni indagano su Unabomber (al momento gli ordigni recuperati inesplosi e attribuiti a Unabomber sono in tutto sette). La forbice è stata, invece, sequestrata circa due anni dopo in un capanno vicino all' abitazione di Zornitta, insieme a un'altra sessantina di oggetti ritenuti dagli investigatori interessanti per le indagini. Ha manici di plastica di colore rosso, una lunghezza complessiva di 14,5 centimetri (di cui 4,8 di lama tagliente) ed è stata repertata con il numero 63.
La prova del «toolmark», che si basa sul confronto fra le impronte lasciate da utensili da taglio, come le forbici o i coltelli, «non è assolutamente sufficiente per portare una persona a processo», treplica però l'avvocato Paolo Dell'Agnolo, difensore dell'ingegnere Elvo Zornitta, commentando i risultati della superperizia «I risultati del toolmark - ha aggiunto Dell'Agnolo - non bastano per un processo, nè in Italia e in nessun altro posto al mondo. Siamo lontanissimi da altri tipi di prove come quelle delle perizie balistiche, del Dna e delle impronte digitali. La validità delle prove ottenute con queste tecniche sono totalmente e completamente diverse da quella del toolmark». Dell'Agnolo ha poi ribadito «la totale innocenza di Zornitta. Ho letto gli atti in maniera approfondita e resto fermo in questa convinzione nella quale credo da sempre. Io, l'avvocato Maurizio Paniz e i nostri consulenti di parte, ribadiremo questa convinzione compiutamente nella sede istituzionale, che è l'aula di giustizia, e non sui giornali».
da www.corriere.it del 13 gennaio 2007
Progetto pilota per la PreCrimine inglese
A cura di Ceriani Cinzia
Scotland Yard pensa ad un database di probabili criminali, in modo da poter prevenire i loro intenti delittuosi. Non sarà la polizia preventiva di Minority Report, ma la sua utilità è garantita, dicono i responsabili
Londra - La polizia metropolitana di Londra ha iniziato la sperimentazione, in cinque quartieri della città, dell'utilizzo di un database di delinquenti altamente pericolosi, con l'intento di poter prevenire i delitti prima ancora che essi avvengano.
Il progetto, che verrà esteso all'intera area urbana della capitale inglese qualora dimostrasse la sua reale efficacia, si basa sulla creazione di una lista dei 100 peggiori "soggetti a rischio" per la società e i cittadini londinesi: i profili, contenenti informazioni psicologiche particolareggiate, dovrebbero secondo le intenzioni servire da "mappa" dei possibili casi a rischio per i poliziotti, permettendo di agire prima ancora che gli elementi schedati decidano di colpire con il loro sordido agire.
L'idea alla base di questa sorta di PreLista è avere uno strumento di valutazione ritagliato su misura per i peggiori elementi della città, personaggi poco raccomandabili quali l'assassino seriale Ian Huntley, lo stupratore Richard Baker e criminali di simile risma da tenere costantemente sotto sorveglianza con analisi incrociate dei rapporti di salute mentale e dei delitti di cui si sono già resi protagonisti in passato.
La lista serve insomma a "provare a beccare Ian Huntley prima che esca e commetta un nuovo omicidio", stando a quanto dichiara al Times la criminologa Laura Richards in forze alla Unità di Prevenzione degli Omicidi di Scotland Yard, "In questo modo potremo avere l'opportunità di fermare qualcosa prima ancora che essa si trasformi in un evento irreparabile".
L'idea non è nuova: a parte Dick e Spielberg, nella realtà ha già provato Singapore a varare una PleClimine dagli ampi poteri previsionali, e per quanto in maniera ridotta il progetto inglese ricorda molto da vicino quel Total Information Awareness dell'ammiraglio John Poindexter, bocciato dal Congresso e tornato in auge dal buco della serratura con il nuovo nome di Tangram.
Di fatto, la PreCrimine metropolitana è una iniziativa che allarma e preoccupa le organizzazioni di difesa della privacy e delle libertà civili fondamentali: Simon Davies, direttore di Privacy International, ha espresso la propria perplessità a riguardo: "È giusto che la polizia adoperi strumenti di intelligence sui sospetti criminali, ma è osceno suggerire che dovrebbe esserci una lista di potenziali criminali".
Secondo alcuni rapporti, l'improvvisa impennata di omicidi fatti registrare nella città di questi tempi sarebbe dovuta alle liti finite in violenza e sparatorie condite con alcool e uso di sostanze stupefacenti, e non invece agli assassini seriali che la PreLista avrebbe il compito di tenere sotto controllo. Per non parlare degli omicidi passionali o quelli non premeditati, impossibili da prevedere se non usando appunto tecnologie e soggetti scaturiti dalla fantasia dei maggiori autori sci-fi del secolo scorso.
Dubbia rimane inoltre l'efficacia della pervasività degli strumenti di sorveglianza nella società inglese nel ruolo di prevenzione dei crimini. Le telecamere a circuito chiuso, piazzate per ogni dove per le strade di Londra proprio con il compito di individuare improvvise esplosioni di violenza casuale (erano 4 milioni in tutta l'Inghilterra già nel 1994), per quanto dotate di software avanzati di riconoscimento delle forme e microfoni in grado di individuare i toni di voce fuori posto, hanno finora dimostrato di non essere in grado di fare molto più di quanto i "bobby" in giro per la città non facessero già da soli: le statistiche criminali dicono che la percentuale di omicidi è rimasta sostanzialmente costante.
La domanda fondamentale da porsi è quindi quanta utilità possa avere l'idea di una sorveglianza speciale nella riduzione dei crimini efferati, se già quella ordinaria ha dimostrato, finora, di non funzionare un granché.
Alfonso Maruccia da http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1789991&r=PI
Ma le sette esistono davvero?
A cura di Ceriani Cinzia
Religione cattolica, diavolo, reati omicidi.
Dietro agli omicidi seriali compiuti dal mostro di Firenze ci sono, secondo alcuni, potenti organizzazioni clandestine. Il nostro criminologo si chiede se tali sette esistano davvero. E la risposta è inattesa ...
Parli del diavolo ed eccolo che appare..." scriveva Erasmo da Rotterdam intorno all' anno del Signore mille e cinquecento. All' alba del terzo millennio la fascinazione diabolica non sembra avere perso nulla della sua attrattiva e seguaci del maligno paiono comparire con buona frequenza in ogni parte del mondo, suggerendo l' esistenza di organizzazioni sataniste potenti e occulte, dedite all' omicidio efferato, ai riti sanguinari. Nessuno può negare una confusa ispirazione satanista nelle stragi compiute in California da Charles Manson e dai suoi seguaci che si riconoscevano nella definizione di The Family; l' assassino di Sharon Tate d' altra parte è passato alla storia come "Satana" Manson. Nella stessa linea si muoveva Richard Ramirez, the night stalker, serial killer satanico attivo nella metà degli anni Ottanta, nel periodo in cui negli Stati Uniti era diffuso e allarmante il cosiddetto "panico satanista", la convinzione terrifica che potenti organizzazioni e sette fossero ovunque, a incrinare le istituzioni americane. E del tutto recentemente, nel nostro Paese, ecco le tre giovani ragazze di Chiavenna che decidono di portare a termine il sacrificio di una vittima innocente, e il 6 giugno del 2000, in una zona solitaria scelta con premeditazione, colpiscono a morte Suor Laura Maria Mainetti. Ma è altrettanto vero che il tentativo di andare oltre gli episodi, seppure estremi, di cogliere segnali di una struttura forte e ramificata non hanno portato a molto; anzi, quasi a nulla. Per esempio abbiamo negli Stati Uniti la testimonianza di Ken Lanning, per 10 anni all' Unità di Scienze del Comportamento dell' FBI; il rapporto assai prudente delle sue approfondite indagini sul mondo dei rituali satanici è disponibile in rete (basta inserire in un motore di ricerca il titolo del lavoro Satanic, occult, ritualistic crime: a law enforcement perspective). Sandor La Vey, ormai defunto autore della Bibbia di Satana, fondatore della Chiesa di Satana di cui il cantante Marylin Manson si è dichiarato sacerdote, non è mai stato considerato dalle forze di Polizia un elemento pericoloso; un passato da domatore di circo, quindi fotografo per la scientifica, veniva addirittura chiamato sulla scena di alcuni omicidi perché fornisse un parere tecnico sull' esistenza o meno di segni e simboli che rimandassero all' occulto. E in Italia, dopo alcuni anni di ribalta, il processo alla setta dei "bambini di satana" di Marco Dimitri si è concluso senza lo svelamento di retroscena di una qualche gravità criminale. Naturalmente coloro che credono nell' esistenza e nella potenza delle organizzazioni sataniche affermano che chiunque non le riconosca, sia esso magistrato o investigatore, non sia altro che un affiliato impegnato a coprire, a nascondere. Una catena di delitti irrisolti: una necessaria premessa, per giungere all' argomento che, da vent' anni a questa parte, si ripresenta periodicamente d' attualità: il mostro di Firenze; o forse sarebbe più opportuno parlare dei mostri di Firenze. Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, amanti, vengono uccisi nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1968; solo 14 anni dopo l' intuizione di un maresciallo dei carabinieri permetterà di collegare il duplice delitto ai crimini del mostro, riconoscendo, attraverso prove balistiche, l' impiego di un' unica arma, calibro 22. Il 14 settembre 1974 cadono sotto i colpi del maniaco Stefania Pettini e il fidanzato Pasquale Gentilcore; sul cadavere della ragazza si contano novantasei coltellate al tronco. Ma è con il successivo delitto che compaiono le mutilazioni sessuali sul corpo delle ragazze uccise, mutilazioni che si ripresenteranno nel corso dei successivi omicidi: il 6 giugno 1981 la ventunenne Carmela Di Nuccio muore con il compagno Giovanni Foggi. Il 22 ottobre 1981 l' assassino torna a uccidere: le vittime sono Susanna Cambi, ventiquattro anni e Stefano Baldi, ventisei. Il 19 giugno 1982, a Montespertoli: Antonella Migliorini, diciannove anni, e Paolo Mainardi, ventidue. Il 9 settembre 1983 il serial killer uccide due giovani tedeschi, Horst Meyer e Uwe Rusch Sens; hanno capelli lunghi, e probabilmente uno dei due viene scambiato per una ragazza. Le indagini procedono a 360 gradi ed è in questo momento che viene richiesto dagli inquirenti un identikit psicologico del mostro. Scendono in campo esperti italiani dell' Università di Modena, agenti speciali dell' FBI e della Bundeskriminalamt tedesca. Nella perizia consegnata alle autorità si può leggere come il killer presenti le caratteristiche tipiche del lustmorder, cioè l' assassino per libidine "... inteso come soggetto che agisce scegliendo i luoghi e le situazioni, ma non le vittime, che gli sono in genere sconosciute, sotto la spinta di un impulso sessuale abnorme, nel quale confluiscono cariche aggressive profonde e un desiderio sessuale che in genere non trova altre vie di appagamento se non quelle dell' azione sadica, nell' ambito delle quali spesso si esaurisce la sua sessualità extra delittuosa. Si tratta certamente di un soggetto di sesso maschile, che agisce da solo, con tutta probabilità destrimane, con una destrezza semiprofessionale nell' uso dell' arma da taglio e una conoscenza quanto meno dilettantistica dell' arma da fuoco...". Ma altri specialisti non sono d' accordo sull' esistenza di un unico autore: troppo complesse le attività compiute sulla scena di questi crimini in Toscana. L' ultimo delitto del mostro avviene l' 8 settembre 1985 quando vengono uccisi Jean Michel Kraveichvili, venticinque anni, e Nadine Mauriot, trentasei anni. Omicidi seriali, la più famosa catena di delitti irrisolti nel nostro Paese, crimini che non possono essere scordati, fascicoli che non possono essere archiviati. Gli unici responsabili ? Nel corso degli anni compaiono sulla scena Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, presto soprannominati dai cronisti i "compagni di merenda"; il 22 febbraio 1998 Pietro Pacciani esce di scena, dopo una prima condanna e una successiva assoluzione: viene trovato morto nella sua casa di Mercatale e l' autopsia parla di cause naturali. Ma non tutti gli elementi sembrano convincere. Il 31 maggio 1999 la Corte d' Assise d' Appello di Firenze giunge a una sentenza: conferma la condanna all' ergastolo emessa nel primo grado di giudizio per Mario Vanni e riduce invece quella del Lotti a 26 anni. L' ultima ripresa delle indagini muove dalla morte del medico Francesco Narducci, annegato nel lago Trasimeno nel 1985; la riesumazione del cadavere avvenuta due anni fa avrebbe rivelato che l' autopsia sarebbe stata condotta in realtà su un altro individuo. Certamente le scienze forensi possono dare un contributo essenziale nel chiarire se la morte del Narducci, liquidata come annegamento accidentale, sia stata in realtà dovuta a strangolamento. In questi casi il tavolo anatomico può rivelare fratture a quella delicata struttura della regione del collo che è l' osso ioide. E Francesco Narducci sarebbe stato legato a Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano... Dall'America una guida anti-setta: ma da dove muovono le indagini in un caso come quello del mostro di Firenze ? Certo è fondamentale il riconoscimento di un comune modo di agire che permetta di gettare luce sul possibile movente. Così gli investigatori, per riconoscere in un delitto un crimine rituale, pongono un'attenzione particolare su alcuni elementi. Il San Francisco Police Department, per esempio, ha elaborato una vera e propria guida sul campo per l'analisi della scena di un crimine che apparentemente abbia ispirazione satanica. Trenta punti, trenta caratteristiche quali il luogo del ritrovamento del cadavere e la posizione del corpo a formare disegni geometrici. L'asportazione di parti e organi può suggerire un loro impiego a fini cannibalici o per altri rituali; a ricoprire un significato simbolico sono generalmente la testa, il cuore, le mani, i genitali, gli occhi, le orecchie e la lingua. Un significato importante rivestono poi le ferite da taglio, il loro numero, se sono cioè multipli di tre, sei, sette e tredici, la loro dimensione e localizzazione, l'incisione e la mutilazione di zone sessuali. E ancora: la presenza sulla scena del delitto di candele, oli e incensi, versi tratti dalla Bibbia e scritti col sangue, graffiti con caratteri indecifrabili o riconducibili ad antiche lingue, o ancora più direttamente alla simbologia satanista (la cifra 666, per esempio, considerata il "marchio della bestia"). Un delitto a ispirazione satanica può essere poi progettato e realizzato in coincidenza temporale con una data prefissata, ed esiste un vero e proprio calendario satanico scandito da ricorrenze particolari. Da ultimo non è infrequente che chi commetta o commissioni un crimine rituale conservi testimonianza scritta o fotografica dei macabri cerimoniali. Tempo che passa, verità che fugge: il mostro di Firenze, i mostri di Firenze: l'ipotesi di mandanti ed esecutori, di omicidi e di asportazioni d'organi utilizzati per riti satanici non si scontra con quanto in precedenza affermato: è possibile che un gruppo si costituisca intorno alla patologia e al carisma perverso di uno (o di pochi) senza che ciò debba farci per forza pensare a grandi e potenti organizzazioni. Paolo Canessa, Pubblico Ministero, e Michele Giuttari, Commissario a capo della Squadra Anti Mostro, non hanno un compito facile: tra gli investigatori è celebre un motto che recita "in polizia giudiziaria il tempo che passa è verità che fugge". Ma certamente hanno dalla loro una motivazione adeguata e una determinazione pari alla gravità dei fatti su cui vogliono fare chiarezza. E soprattutto una serie importante di riscontri che, dobbiamo immaginare, siano ancor più circostanziati di quanto noto e diffuso dai mezzi di comunicazione. Una setta in trenta punti: gli investigatori impegnati nelle indagini di un omicidio devono porre particolare attenzione ad alcuni dettagli per poter riconoscere eventuali omicidi rituali. Per esempio, il San Francisco Police Department ha elaborato una guida divisa in trenta punti per analizzare la scena del crimine. Ecco quali sono: 1) Osservare il luogo del ritrovamento: in genere i rituali satanici si svolgono in luoghi appartati. 2) La posizione del corpo: se forma un cerchio o è ritrovato appeso a un albero. 3) Osservare se il corpo è mutilato o integro. 4) Annotare se il cadavere è vestito o spogliato. 5) Controllare se sono state inferte ferite in un numero che sia un multiplo di 3, 6, 7 o 13. 6) Segni di inchiostro o tatuaggi sul corpo. 7) Se il corpo presenta disegni fatti con vernice o altre sostanze . 8) Bruciature sparse per il corpo. 9) Se vengono trovati gioielli di fianco al corpo. 10) Annotare se mancano gioielli. 11) Corde colorate di fianco al corpo. 12) Oggetti rituali come candele, calici, contenitori per il sale, tanto per fare un esempio. 13) Oli o incenso spalmati sul corpo. 14) Gocce di cera di candela rappresa sia sul corpo sia intorno a esso. 15) Controllare se vi sono escrementi umani o animali sulla superficie del corpo o internamente a esso. 16) Controllare se caviglie o polsi risultino essere stati ammanettati. 17) Durante l' autopsia verificare il contenuto dello stomaco per vedere se sono presenti sostanze anomale. 18) Verificare che nei polmoni non ci siano fumo, liquidi o sangue. 19) Controllare se il corpo è privo di sangue. Per alcuni culti il sangue contiene la forza della vita. 20) Verificare se ci sono segni di necrofilia, praticata spesso per l' iniziazione di nuovi membri. 21) La presenza o meno di paramenti sacerdotali o di manufatti tipicamenti cristiani. 22) Spesso sono presenti armadietti metallici chiusi a chiave, contenenti il corredo dei rituali. 23) Versetti presi dalla Bibbia o graffiti scritti col sangue. 24) Scritte apparentemente indecifrabili, magari prese dalla cabala. Molti di questi gruppi usano un linguaggio in codice o vecchi alfabeti, come il tebano. 25) Organi di animali nel luogo del ritrovamento del corpo. 26) Fotografie delle vittime durante i riti. Certe sette vogliono conservare il ricordo. 27) Controllare in quale data è stato commesso l'omicidio. Alcuni gruppi infatti compiono i rituali in particolari giorni dell'anno. 28) Se si sospetta che in un omicidio sia coinvolta una setta, prestare molta attenzione all' eventuale presenza di un computer nella casa della vittima. Molte organizzazioni li usano per comunicare, attirare nuovi adepti o archiviare materiale. 29) Fotografie o altro materiale pornografico di qualsiasi genere. 30) Eventuali segni, lettere dell' alfabeto o numeri che rimandino l'attenzione all'inferno e al simbolismo occulto, come per esempio il 666, il numero della "bestia".
Massimo Picozzi da http://newton.corriere.it/Pregresso/2004/03/2004030100016.shtml





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