Morte per Asfissia AutoErotica
A cura di Ceriani Cinzia
“Un maschio, bianco, età intorno ai 25 anni, venne trovato morto nella sua stanza d'albergo. il cadavere era completamente nudo ed era in posizione supina, il capo era alzato da terra poiché una cordicella di cuoio era stretta intorno al collo e legata ad una maniglia. intorno a lui vi erano delle riviste pornografiche. Un'attenta indagine medico legale chiari che non si trattava nè di suicidio e nè di omicidio."
Come è possibile che un medico legale o un investigatore si trovi davanti a una morte, avvenuta apparentemente per impiccagione, o tecnicamente per asfissia, senza prove evidenti di un omicidio e in privazione totale di indizi atti ad avvalorare la tesi del suicidio?
La spiegazione, per quanto drammatica e sconvolgente, è in realtà terribilmente semplice, la vittima stava cercando solo una gratificazione sessuale attraverso l’utilizzo di una pratica erotica piuttosto deseuta ma in netta crescita, e terribilmente pericolosa, anche se esaltante, l’Asfissia AutoErotica.
Recenti studi dell’FBI dimostrano che la morte per asfissia oggi costituisce il 6,5% delle cause di morte per decesso autoindotto che viene a interessare giovani adolescenti in cerca di esaltanti emozioni, e che rappresenta, da sola, almeno il 31% dei moventi di impiccagione o apparente suicidio.
Il fenomeno, in netta crescita, ha registrato negli Stati Uniti 250 casi nel 1979, saliti drammaticamente a 500/1.000 casi nel 1983.
Naturalmente, per ovvi motivi, non sempre è possibile determinare con certezza le reali cause della morte o identificare il numero esatto dei decessi riconducibili a questa categoria, il che spiega l’estrema flessibilità delle statistiche, ma appare evidente che la tendenza è in costante aumento.
Non si conosce dunque il numero esatto delle persone decedute nel corso dell’espletamento di queste pratiche erotiche, né il numero di soggetti che ne fanno regolarmente uso, ma si sa per certo che il feomeno interessa comunemente maschi compresi nell’età adolescenziale tra i 12 e i 25 anni, per almeno il 71% dei casi accertati.
Gli aspetti medico legali che possono indurre gli investigatori a sospettare eventuali casi di morte per AutoAsfissia Erotica sono generalmente: strangolamento, impiccagione, legacci da strangolamento, soffocamento e compressione del petto. E più genericamente: decessi sospetti avvenuti per infarto, colpo apoplettico o assideramento, che potrebbero parimenti essere riconducibili alle più comuni pratiche autoerotiche.
Ultimamente le modalità di esecuzione di queste particolari attività di autogratificazione sessuale vengono parificate anche a una serie di fenomeni minori, tutti estremamente pericolosi e in grado, se applicati in mancanza di condizioni di sicurezza, di condurre alla morte del soggetto per: compressione del collo o del torace, esclusione dell’ossigeno, chiusura delle vie aeree, elettrocuzione e inalazione di gas, assunzione di veleni, eccitanti, sedativi o dopanti, miscugli di sostanze tossiche o non tossiche ma pericolose se mischiate assieme, somministrazione incontrollata di anestetici, bondage o giochi erotici estremi di ruolo e di coppia.
Tecnicamente la sindrome dell’Asfissia AutoErotica viene descritta dagli esperti come “impiccagione eroticizzata e ripetitiva”, meglio conosciuta come Asphyxophilia.
Si tratta, in pratica di una sorta di parafilia che consiste nel gratificarsi sessualmente tramite strangolamento o asfissia. La pratica si basa sulle sensazioni estremamente eccitanti che si ottengono sottoponendosi a strangolamento o impiccagione parziale durante la masturbazione, ma è un fatto che ove questa procedura di asfissia, autoindotta o provocata, non venga interrotta in tempo, esiste il rischio concreto di giungere alla morte del soggetto, o a gravi stati di incoscienza causati dall’interruzione dell’ossigeno al cervello.
Queste pratiche autoerotiche piuttosto atipiche si ottengono comunemente inserendo la testa in un sacchetto di plastica, o stringendo il collo in legacci da strangolamento, o ancora attraverso l’induzione di corrente elettrica, areosol o propellenti vari di natura chimica.
Note fin dal XVI secolo, in origine le pratiche di Asfissia Autoerotica venivano utilizzate come trattamento per la cura di disfunsioni sessuali e per l’impotenza.
Per quanto macabro possa sembrare la diffusione massima di questa pratica si ebbe quando, all’epoca delle impiccagioni, vennero notate nei cadaveri degli impiccati tracce di erezione, e in alcuni casi anche di eiaculazione, sopravvenuta al momento contestuale della morte.
Poi spiegato scientificamente, il fenomeno venne originariamente collegato alla carenza di ossigeno e allo stato di asfissia che è legato all’impiccagione, anche se tutti i patologi sanno che è cosa piuttosto comune riscontrare nei cadaveri, anche in assenza di morti asfittiche, alcune gocce di sperma sull’orifizio uretrale, dovute semplicemente alla paresi e al rilassamento post-mortem degli sfinteri.
Questo genere di pratiche comunque ebbe originaria diffusione in Oriente e in Sud America, in India ancora oggi sono frequenti i giochi erotici tra bambini messi in atto tramite soffocamento o impiccagione, e anche la letteratura non ha mancato di dare il suo contributo, con le opere Justine del Marchese de Sade, Billy Budd si Melville, e Gadot di Becket.
Risale al 1856, invece, la prima pubblicazione scientifica sull’argomento a firma dello psichiatra francese De Boismont, che riscontrava come circa il 30% dei casi sospetti di adolescenti o adulti maschili deceduti per impiccagione era legato a manifestazioni evidenti di erezione od eiaculazione.
In seguito, nel 1928, una enciclopedia austriaca pubblicò la voce "penis strangulation" come pratica di asfissia autoerotica.
Successivamente fu Bloch a descrivere le pratiche di soffocamento delle donne durante i rapporti sessuali, e fu Ellis a narrare dell’ “impulso di strangolare l'oggetto di desiderio sessuale”.
Gonzales, Vance e Helpburn furono i primi a introdurre l’argomento in ambito forense.
Nel 1953, Stearn pubblicò uno studio effettuato su una casistica di 97 suidici avvenuti nel Massachusets tra il 1941 ed il 1950, provando che 25 persone di quelle 97 non avevano avuto alcuna intenzione di suicidarsi, ma erano piuttosto decedute nel corso dell’espletamento di pratiche di asfissia autoerotica.
Successivamente, negli anni settanta, l’FBI commissionò un’apposita ricerca, eseguita dall’agente speciale Roy Hazelwood e dallo psichiatra Dr. Park Dietz, in collaborazione con la dottoressa Ann Burgess, i cui risultati vennero pubblicati nel libro "Autoerotic Fatalities", al momento il trattato più completo ed esaustivo sull’argomento.
Originariamente si pensava che questa pratica interessasse solo le fasce adolescenziali, successivamente venne invece provato che, se pur con minore incidenza, il fenomeno riguardava anche maschi in età edulta.
Uno dei casi più esemplificati al riguardo concerne il caso di un maschio, adulto, di 47 anni, divorziato, di professione dentista, rinvenuto cadavere nel suo studio con una maschera da anestesia sul volto.
Anche le donne, che in un primo tempo si riteneva non fossero interessate dal fenomeno, possono a volte essere dedite a questo tipo di pratica, che per definizione si riterrebbe erroneamente maschile.
Caso esemplificativo quello di una donna di 35 anni, ritrovata impiccata nell’armadio del bagno di casa sua, il cadavere, rinvenuto nudo in uno spazio angusto nei pressi dell’anta dell’armadio, aveva i piedi appoggiati contro il muro ed era in posizione prona, un vibratore ancora funzionante a contatto con la vagina della donna indirizzò gli investigatori inizialmente verso altre piste, fino a quando la figlia, di soli nove anni, della vittima testimoniò che erano sole in casa al momento del fatto.
In ogni caso oggi gli investigatori sanno che una nudità, completa o parziale, nei casi di asfissia, strangolamento o impiccagione, può far propendere decisamente le indagini verso la pista della Asfissia Autoerotica.
Confondono invece le statistiche, i casi in cui i parenti più prossimi, rinvenendo il cadavere nudo, si affrettano a rivestirlo, inquinando le prove e modificando la scena del crimine.
A volte poi la maggior parte delle morti autoerotiche sono caratterizzate da travestitismo o masochismo, in questi casi le vittime, eterosessuali e di sesso maschile, indossano capi di abbigliamento femminile.
Si ipotizzano allora giochi di ruolo in cui il soggetto, indossando panni femminili, simuli di immedesimarsi in una donna allo scopo di sdoppiarsi per creare una doppia personalità, in cui il lato maschile, di tipo sadico, possa infliggere punizioni erotiche all’altra personalità, femminile, caratterizzata da un’evidente masochismo, di modo che “idealmente” è una donna ed essere torturata e seviziata.
Tracce di questa pratica, che non è mai stata riscontrata all’inverso, ossia casi di donne travestite da uomini, si ritrovano nel Best Sellers il Silenzio degli Innocenti, di Thomas Harris.
Risale al 1994 un caso esemplificativo in questo senso, un ingegnere di 46 anni viene trovato morto nella sua abitazione, appeso a un gancio e travestito da donna con minigonna nera, collant e tacchi a spillo, nel video registratore una cassetta hard che riproduce la medesima simulazione, nell’esecuzione della quale però il malcapitato avrebbe avuto difficoltà a collegare il complicato marchingegno di cappi e nodi scorsoi, inducendosi inconsapevolmente la morte.
Per quanto, come già detto, spesso i parenti più prossimi, all’atto del rinvenimento del cadavere, per pudore o per vergogna, sono indotti a modificare la scena della morte, un patologo ben preparato sa bene che deve fare attenzione ad eventuali tracce di anossi cerebrale, tipica dell’asfissia autoerotica.
Inoltre, nel 1981, l’agente speciale dell’FBI, Roy Hazelwood, ha delineato le caratteristiche tipiche della scena classica di morte per asfissia autoerotica, che sono: Prove di asfissia prodotte da strangolamento o impiccamento, posizione del corpo favorevole a causare la morte per asfissia, indizi che la morte sia causata da un incidente o da un mancato funzionamento dei mezzi di salvataggio, elementi sulla scena del crimine che provino un meccanismo di autosalvataggio fallito, prove di attività sessuale solitaria, in mancanza dei quali si può ipotizzare un omicidio, un suicidio assistito o un incidente occorso durante un rapporto sessuale a due persone, prove di aiuti alla fantasia sessuali, pornografia o altro materiale presenti sulla scena della morte, precendenti indizi di dedizione alla pratica autoerotica, nessuna intenzione o motivazione apparente che possa giustificare il suicidio.
In questo senso risulta particolarmente eclatante il caso di un cadavere rinvenuto in un canale, di una donna morta per asfissia e annegamento. Il fidanzato della vittima, arrestato, di soli 26 anni, dichiarò che la donna era morta per strangolamento durante un gioco erotico di coppia, ma fu arrestato per omicidio perché la ragazza in realtà aveva solo perso i sensi, trovando poi la morte per annegamento solo al momento in cui l’indiziato tentava di occultarne il presunto cadavere gettandolo in un corso d’acqua.
Anche i Serial Killer si sono spesso interessati particolarmente di questa modalità erotica, primo fra tutti l’agente di polizia Gerard Schaefer, in forza nella comunità rurale di Brevard in Florida. Schaefer rapiva giovani autostoppiste che poi conduceva nel bosco, immobilizzandole o legandole strettamente fino al sopraggiungere della morte, associando la torture all’impiccagione, alcune delle vittime, abbandonate nel bosco, furono rinvenute in avanzato stato di decomposizione mentre altre invece erano miracolosamente sopravvissute.
Anche i Serial Killer John Gacy, Joseph Berdella e Gianfranco Stevanin erano dediti a questo tipo di pratiche utilizzate per la soppressione delle loro vittime, strangolandole, soffocandole e addirittura in alcuni casi anche fotografandole per perpetuare l’estrema eccitazione dell’attimo fatale precedente alla morte.
Rimane il fatto comunque che una pratica tanto insidiosa possa condurre spesso alla morte, totalmente immotivata, del soggetto mentre è alle prese, semplicemente, con un trastullo erotico estremamente raffinato ma quasi altrettanto pericoloso.
Il Curriculum di Jack Lo Squartatore
A cura di Ceriani Cinzia
Da una nota originariamente apparsa sulla Rivista Progetto Babele a firma di Marco Capelli un piccolo sunto della Storia del Serial Killer per eccellenza: Jack Lo Squartatore, mai identificato con certezza, e tuttora latitante.
una nota a cura di Marco Roberto Capelli
Il suo campo d'azione era Londra. Quel West End che, oggi come ieri, costituisce il lato trasgressivo e misterioso del Tamigi. Le vittime, tutte prostitute, furono nell'ordine: Mary Ann Nichols uccisa il 31 agosto 1888 a Bucks Row, sgozzata e mutilata all'addome; Annie Chapman, trucidata l'8 Settembre ad Hanbury Street; Elizabeth Stride, uccisa a Berner Street il giorno 30, sempre di Settembre. Anche lei fu trovata con la gola squarciata e, lo stesso giorno, fu rinvenuto in Mitre Square anche il corpo senza vita di Catherine Eddowes. Gola recisa e mutilazioni al viso e al basso ventre. Infine, Mary Jane Kelly, irlandese, che fu seviziata il 9 Novembre, a Miller's Court, gola tagliata e corpo mutilato con tale atroce perizia che questo, che fu anche l'ultimo, venne definito il delitto più spaventoso di Jack lo Squartatore e passò alla storia come "L'Orrore di Miller's Court". Cinque omicidi in tutto, in sole dieci settimane. Agghiaccianti come nemmeno la più scatenata immaginazione di uno scrittore aveva potuto concepire, almeno fino a quel momento.
Nel corso degli anni sono state avanzate moltissime ipotesi, alcune deliranti, altre motivate, altre ancora semplicemente impossibili ed il presunto colpevole è stato via via identificato con Michael Ostrog, un medico russo, Kosmanski, un ebreo polacco, John Druitt un legale inglese, il Duca di Clarence, nipote della regina Vittoria, Joseph Barnett, oscuro pescivendolo, William Henry Bury (secondo il New York Times e lo scrittore William Beadle), un imprecisato membro della famiglia reale in cerca di vendetta per avere contratto una malattia venera e, perfino, Lewis Carroll, l'autore di Alice nel paese delle meraviglie.
Jack The Ripper è stato, nell'arco di un secolo, protagonista di infinite rivisitazioni letterarie, teatrali e cinematografiche più o meno fantasiose. Alcuni autori ne hanno evidenziato gli aspetti psicologici - è considerato quasi unanimemente il primo serial killer dell'era moderna - altri quelli più tipicamente sanguinari od orripilanti. Nè sono mancati gli sconfinamenti in campi limitrofi, come quello soprannaturale o umoristico. A questo secondo filone, per così dire più leggero, appartiene un piccolo capolavoro della letteratura sudamericana, Un samba per Sherlock Holmes del drammaturgo brasiliano Jo Soares, funambolico romanzo che vede fra i protagonisti uno Sherlock Holmes un po' meno infallibile del solito (ma forse più umano) smarrito fra i vicoli di Rio de Janeiro e che ci propone una tesi inedita e suggestiva sull'origine dello squartatore.
Tra gli ultimi in ordine cronologico ad occuparsi del mistero di Jack, troviamo la giallista americana Patricia Cornwell, che nel 2001 ha pubblicato un libro reportage intitolato Portrait of a killer: Jack the Ripper. Case closed (Ritratto di un assassino - Mondadori 408 pg. 18 euro) nel quale, con estrema sicurezza, si sostiene come Jack lo Squartatore non fosse in realtà altri che il noto pittore inglese Walter Sickert (1860-1942), uno dei più importanti artisti britannici della fine del XIX secolo.
Per giungere a questa conclusione, la scrittrice avrebbe speso oltre due milioni di euro, in gran parte per acquistare trentuno quadri di Sickert, la sua scrivania e molta parte della sua corrispondenza privata. Tutto in cerca di "indizi", tra cui campioni di DNA da confrontare con quelli trovati sulle lettere scritte da Jack a Scotland Yard. Con eccentricità tutta yankee, pare abbia persino distrutto una delle tele, tagliandola in pezzi ed attirandosi le ire di numerosi critici d'arte e ammiratori della pittura inglese. Ma la sua rivelazione in Gran Bretagna è stata accolta con molto scetticismo. Anzi, la scrittrice è stata accusata di essersi comportata in "modo mostruosamente stupido". La tesi della Cornwell si basa principalmente sull'analisi di una tela del 1908 intitolata Omicidio a Camden Town, dove sono dipinti una donna nuda sul letto ed un uomo seduto accanto a lei. Secondo la scrittrice, la donna ha la stessa posa che aveva il cadavere di una delle cinque vittime di Jack, quando fu trovato dalla polizia. Coincidenza niente affatto strana, dato il gran numero di stampe ed illustrazioni prodotte in quegli anni ed ispirate ai fatti, peraltro notissimi, del 1888.
In realtà sembra che Sickert fosse sì legato alla vicenda degli omicidi delle cinque prostitute, ma soltanto come involontario complice in una cospirazione massonica che intendeva proteggere il duca di Clarence, dissoluto nipote della regina Vittoria impazzito per la sifilide e considerato da molti il vero Jack lo squartatore.
Ad una tesi similare si rifà il film From Hell (La veria storia di Jack lo squartatore, 2001) con Jonnhy Depp nei panni di un investigatore sensitivo e dedito agli oppiacei e basato su di una popolare serie a fumetti di Eddie Campbell. La pellicola, licenze poetiche a parte, si distingue per l'ottima ricostruzione gotica dei bassifondi fumosi e poverissimi della Londra del 1888, per la caratterizzazione dei personaggi e l'ottima qualità della fotografia. In From Hell, Jack è in realtà Sir William Gull (interpretato dall'attore Ian Holm), medico della casa reale. Il principe ereditario alla Corona ha una relazione con una prostituta e la sposa in segreto. Ovviamente la Regina si oppone, fa riportare di forza l'erede a Palazzo Reale e fa lobotomizzare la giovane moglie. Le uniche testimoni dell'accaduto sono appunto le cinque prostitute che Sir William Gull, membro della Massoneria Inglese viene incaricato di eliminare per proteggere il prestigio della monarchia. Spinto anche dal desiderio di vendicare il giovane principe che sta morendo per gli effetti della sifilide, Gull impazzisce e inizia a massacrare le ragazze che dovrebbe semplicemente far sparire con discrezione. Finirà a sua volta lobotomizzato per ordine della Regina e rinchiuso in un manicomio, senza peraltro riuscire ad uccidere la vera Mary Kelly (la scambierà per errore con una giovane prostituta francese) che fugge tornando in Irlanda con l'aiuto dell'investigatore Abberline (Johnny Depp), innamorato di lei.
In realtà Jack lo Squartatore, quello vero, dopo l'ultima vittima, sembrò volatilizzarsi nel nulla, di lui Scotland Yard conserva ancora un fascicolo aperto ma la verità non fu mai scoperta, nè mai probabilmente lo sarà. Così come non fu mai chiarito perchè i delitti siano cessati così misteriosamente come erano iniziati. Forse, semplicemente, l'insospettabile colpevole morì portandosi il truce segreto nella tomba.
© Marco R. Capelli
marco_roberto_capelli@progettobabele.it
La tragica fine di Sharon Tate
A cura di Ceriani Cinzia
Siamo ad Agosto del 1969, in California, nella sua villa con un gruppo di amici, la bellissima starlet anni sessanta, Sharon Tate, viene trucidata in un eccidio sanguinoso da una setta satanica, capeggiata da Charles Manson.
La tragica fine di Sharon Tate
di Sabina Marchesi su gentile concessione di
BiografieOnLine.it
http://biografieonline.it/home.htm
Siamo ad Agosto del 1969, in California, nella sua villa con un gruppo di amici, la bellissima starlet anni sessanta, Sharon Tate, viene trucidata in un eccidio sanguinoso da una setta satanica, capeggiata da Charles Manson.
Reale bersaglio della rappresaglia di Manson e del suo odio era Terry Melcher, figlio di Doris Day, con il quale l’invasato Manson aveva dei vecchi conti da saldare.
Ma il fatto che Terry non vivesse ormai da tempo in quella casa non servì a salvare dal massacro Sharon Tate e i suoi amici, che furono aggrediti e soppressi senza alcuna possibilità di scampo.
Narrano le cronache che al sopraggiungere delle forze di polizia la villa fosse letteralmente immersa nel sangue delle vittime, tutte orribilmente sfigurate e menomate a colpi di coltello, che le membra e le interiora fossero sparse ovunque e che con il loro sangue fossero state tracciate scritte sataniche sulle pareti.
Colpì particolarmente tra tutte la fine terribile di Sharon, che, incinta di otto mesi, fu sventrata ed uccisa con sedici coltellate, poi strangolata e lasciata appesa penzolante da una corda.
Il marito Roman Polansky si salvò per miracolo dall’eccidio, essendo stato trattenuto sul set per ultimare le lavorazioni di un suo film.
Charles Manson fu arrestato e condannato all’ergastolo e si scoprì in seguito che sulla sua lista nera erano elencati svariati nomi di personalità rilevanti dell’epoca quali Tom Jones e Steve Mc Queen.
Molti a posteriori credettero di vedere nella terribile morte della starlette Sharon Tate il simbolo di un’epoca che finiva, basata sulla trasgressione sistematica dei valori tradizionali e sull’emersione prorompente della cosiddetta cultura giovanile.
E’ certo che il suo stile di vita, libero, disincantato, sfavillante e brioso, all’insegna della liberazione e della spensieratezza, contro tutti i taboo, poteva facilmente degenerare in eccessi, attirando su di sé la follia di un altro figlio di questa cultura alternativa.
Si dice che Manson fosse stato ispirato dall’Helter Skelter, una vecchia canzone dei Beatles, che per Manson avrebbe significato un incitamento a scatenare il caos, il delirio, la fiamma epurativa che condusse lui e i suoi seguaci al carcere a vita, e molte persone innocenti a una morte atroce.
La Vittima del Circeo
A cura di Ceriani Cinzia
Giunge oggi la notizia che il 30 Dicembre del 2005 moriva in ospedale per un tumore Donatella Colasanti, la Vittima del terribile delitto del Circeo, questo articolo vuole essere un omaggio a una vittima coraggiosa, che ha sempre combattuto, restando però sconfitta, perchè giustizia fosse fatta. La sua è una voce, inascoltata, che si è aggiunta a milioni di altre, ora ha ormai raggiunto la sua compagna di quella notte sventurata, la giovanissima Rosaria Lopez.
Terrore e morte al Circeo
di Sabina Marchesi
Siamo nel 1975, la pubblica opinione è scossa da un fatto di cronaca terribile, assolutamente senza precedenti, le famiglie strette a tavola davanti alla televisione inorridiscono, le abitudini di migliaia di ragazze adolescenti cambieranno drasticamente a seguito di quello che accade quella lontana notte del primo ottobre 1975.
Durante la normale ronda notturna un vigile urbano ode dei lamenti sommessi provenire dal cofano di una macchina ben chiusa e correttamente parcheggiata, presentendo subito qualcosa di grave, diffonde immediatamente un preallarme e poi si accinge a forzare il bagagliaio.
Lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi e che, tramite le pagine dei quotidiani, entrerà l’indomani nelle case di tutti gli italiani, è qualcosa di terribilmente sconvolgente, senza precedenti assoluti nel nostro paese anni settanta, ancora relativamente tranquillo e ignaro di quelle forme di violenza così gravi ed estreme tanto tipiche invece oltreoceano, e che da noi ancora attenevano solo all’immaginario collettivo di qualche film stile Arancia Meccanica. Roba da cinematografo, appunto, e non realtà.
Nello spazio angusto del bagaglio della 127 sono stipati due corpi, seviziati ed angariati, battuti e massacrati, di due ragazze appena diciassettenni, completamente nude e abbandonate come morte, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.
Il volto di Donatella Colasanti, che apparve fotografato il giorno dopo sulle prime pagine di tutti i giornali, è la maschera di orrore di chi ha attraversato l’inferno ed è tornato solo grazie alla forza della pura disperazione, Rosaria Lopez è morta, Donatella è sopravvissuta fingendosi morta, e solo questo l’ha salvata.
Prestate le prime cure, soccorsa Donatella, accertata la morte di Rosaria, rilevate le prime prove e tracce dalla macchina, è adesso l’ora del racconto della sopravvissuta, che non ancora ripresasi dallo shock, dopo aver vissuto ulteriori ore di angoscia sepolta viva nel bagagliaio della macchina, accanto al cadavere della sua amica Rosaria, narra a scatti e tra i singhiozzi una storia terribile, senza precedenti, che segnerà per sempre le nostre coscienze, e porterà mutamenti radicati nelle nostre abitudini e nella nostra vita.
E’ una storia all’Arancia Meccanica, appunto, qualcosa di sconvolgente, di terribile, di mostruoso, di assolutamente inaudito, inconcepibile e insospettabile, fino a che non è successo davvero, a casa nostra. E da allora è diventato storia, storia di ragazze che non escono più la sera, se non accompagnate, storia di telefoni sotto controllo, storia di amicizie monitorate, filtrate e rigorosamente selezionate dalle famiglie. Ma per Donatella e Rosaria, entrambe vittime allo stesso modo, la vita è finita quel giorno, e non c’è stato più tempo per fare altro. Per loro era ormai tardi.
Rosaria e Donatella incontrano, nei pressi della Stazione Termini, Carlo, un ragazzo all’apparenza tranquillo, distinto, di buona famiglia, educato, colto, tranquillo, si scambiano i rispettivi numeri di telefono, si sentono, concordano un appuntamento poi saltato, e poi un altro per il giorno dopo.
Combinano di incontrarsi alle 16.00 di un Lunedì, un orario tranquillo, ma all’appuntamento si presentano altri due ragazzi, Angelo e Gianni affermano di chiamarsi, Carlo è impegnato a organizzare una festa nella sua villa di Lavinio, perché non raggiungerlo là?
Forse Rosaria e Donatella si sarebbero dovute insospettire, tirare indietro, lasciar perdere, ma hanno diciassette anni appena, e la prospettiva di una festa è forse qualcosa a cui non sanno rinunciare, non pensano al pericolo, e del resto non era mai successo niente di simile, prima di allora.
Presto diventa chiaro che la corsa in macchina non porta verso Lavinio, ma verso il Circeo, le ragazze domandano spiegazioni, ma il comportamento di Angelo e Gianni è ancora irreprensibile, hanno tanto l’aria dei bravi ragazzi, la festa, dicono, non si fa più, ma Carlo li raggiungerà presto, Gianni si ferma perfino a telefonare a un bar, le ragazze potrebbero scendere, chiedere aiuto, fuggire, mettersi in salvo, ma in salvo da cosa? Sono ingenue, forse spericolate, ma ancora non sospettano niente.
Alla villa il tempo passa, il senso di disagio comincia a crescere, ora sì che le due ragazze diventano inquiete, si fa tardi, chiedono di essere riaccompagnate, la situazione precipita, viene loro richiesto un rapporto sessuale a pagamento, per un milione di Lire, esse rifiutano, nelle mani dei ragazzi compare una pistola, quanto richiesto viene preteso con la forza, si parla di una banda di marsigliesi, di un capo che dovrebbe apparire da un momento all’altro, sotto la minaccia delle armi vengono rinchiuse in bagno ad aspettare l’arrivo di questo fantomatico Jacques, il Marsigliese.
Quando questi arriva però si scoprirà che è un ragazzo italiano, senza alcuna cadenza francese, che le guarda come se sapesse tutto, ma non dice niente, ora sono in tre e sulle vittime ormai segregate senza alcuna speranza di fuga o di salvezza si abbatte l’inferno di una notte interna di sevizie e di orribili violenze.
Il racconto di Donatella in ospedale è comprensibilmente confuso, colmo di lacune, sulla sorte di Rosaria si apprende ben poco, perché a un certo punto le due ragazze vengono separate, saranno le prove autoptiche e i pochi frammenti di realtà rammentati dalla superstite a comporre la storia terribile della sua fine.
Sevizie, violenze, iniezioni di sonniferi e di narcotici, pestaggi, poi la separazione, Donatella ode Rosaria gridare, urlare, piangere, lamentarsi piano, poi il silenzio.
Ora è la volta di Donatella, viene percossa, picchiata, denudata, legata e trascinata per i polsi, colpita violentemente a colpi di spranga, le vengono fatte indossare delle briglie ed è obbligata a correre, mentre la tirano, colpendo e strattonando, sviene più volte, e ogni volta che rinviene le sevizie e le percosse si fanno più brutali, bestiali e ossessivamente violente.
Pugni, calci, colpi di spranga e ferite inferte al capo con il calcio della pistola, Donatella è sanguinante, semincosciente, ma viva, quando rinviene per l’ultima volta, comprende che la sua unica possibilità di salvezza è quella di fingersi morta, traendo così in inganno i suoi aguzzini.
In ospedale Donatella confida di essere però riuscita nonostante le sevizie subite ad evitare la violenza sessuale, e la visita medica lo conferma, nonostante le orribili ferite infertegli, nonostante i colpi ricevuti, almeno quell’infamia le è stata risparmiata, non è stato così per Rosaria, che all’autopsia risulta essere stata violentata più volte, percossa e infine uccisa per annegamento, nella vasca da bagno, colpita più volte mentre veniva immersa, e di nuovo violentata in punto di morte.
L’opinione pubblica è compatta, le forze dell’ordine si muovono come un sol uomo, nessuna pista viene tralasciata, nel volgere di poco tempo si giunge all’identificazione dei tre, Gianni Guido, proprietario della 127 viene arrestato mentre si aggira attorno all’auto, praticamente sul luogo del delitto, e descritto come un esaltato ben noto negli ambienti neofascisti della capitale, Angelo Izzo, in libertà provvisoria era già stato condannato per violenza carnale, sembra subito delinearsi come il vero istigatore, Andrea Ghira scompare nel vuoto e rimane a tutt’oggi latitante nonostante le forze di polizia di tutto il mondo abbiamo ancora il suo nome in cima a tutte le liste.
Per una volta tanto con un processo lampo Guido ed Izzo vengono condannati all’ergastolo già nel 1976, nel 1977 tentano la fuga prendendo in ostaggio un agente di custodia, nel 1980 Guido vede la sua pena ridotta a trent’anni per via di un accordo che la sua facoltosa famiglia ha concluso con la famiglia delle vittime, pattuendo un risarcimento in denaro per un crimine senza nome e colmo di infamia.
Nel 1981 Gianni Guido è ormai un detenuto modello, gode di una relativa autonomia in carcere, tanto che organizza una evasione e ripara a Buenos Aires, dove viene rintracciato successivamente nel 1985, dopo che si era già rifatto una vita. Ricoverato in ospedale perché ferito durante l’arresto, in attesa dell’estradizione fugge di nuovo e si rifugia a Panama, per essere poi arrestato di nuovo nove anni dopo.
Angelo Izzo in carcere invece diventa un famoso mafioso, pentito politico, ed accanito esagitatore, evade anche lui nel 1994, per essere poi arrestato in Francia subito dopo la fuga.
Di Andrea Ghira non si è mai saputo nulla, nemmeno lontanamente localizzato è sempre riuscito ad evitare la cattura, e tutto lascia presagire che continuerà a vivere la sua vita da uomo libero, pur se braccato dalle forze di polizia internazionali, mentre inutili fiori vengono deposti sulla tomba di Rosaria, e si piange ancora per la vita di Donatella scampata all’inferno ma orribilmente segnata per tutta la sua esistenza.
Sabina Marchesi
La follia di Charles Manson
A cura di Ceriani Cinzia
Charles Manson, uno degli assassini psicopatici più famosi della storia, ispiratore di innumerevoli leggende, fu il frutto di un epoca irrefrenabile e sconvolgente: i mitici anni sessanta in cui molti nessuno diventano facilmente qualcuno, in cui i valori abituali venivano disattesi.
La follia di Charles Manson
di Sabina Marchesi su gentile concessione di
BiografieOnLine.it
Charles Manson, uno degli assassini psicopatici più famosi della storia, ispiratore di innumerevoli leggende, fu il frutto di un epoca irrefrenabile e sconvolgente: i mitici anni sessanta in cui molti nessuno diventano facilmente qualcuno, in cui i valori abituali venivano disattesi, e le frustrazioni di chi si riteneva qualcuno quando invece non era nessuno, potevano facilmente portare alla follia, e all’affermazione di se stessi attraverso strade di ordinaria follia.
Nonostante le tristi vicissitudi familiari che potrebbero certo averlo portato verso la perdizione, Manson ha sempre dimostrato di possedere una lucida follia, predeterminata e personale, un odio ben centrato verso i suoi obiettivi, e una forma di persecuzione acutamente consapevole, che hanno fatto di lui il criminale forse più inquietante della storia.
Egli vive in un ranch nella valle di Simi, dove raccoglie attorno a sé in una comune giovani sbandati, privi di un punto di riferimento, e con forti difficoltà di inserimento in un normale contesto sociale.
Essi diventano la sua famiglia, su cui impera e comanda, suonando e cantando e consumando droghe e allucinogeni, convinto di essere il quinto Beatles, addestrandoli a rubare, depredare e saccheggiare, ed ammaestrandoli al mito dell’olocausto e dell’epurazione razziale contro gli impuri.
Il primo massacro cade su Cielo Drive, la villa dei coniugi Polanski, lui si salva per un puro caso, perché trattenuto sul set, lei incinta di otto mesi, viene trucidata assieme ai suoi amici e al custode della villa, in maniera atroce e barbarica.
La strage successiva colpisce i coniugi La Bianca, trucidati in casa loro con oltre quaranta coltellate al petto.
E’ poi la volta di Gary Hinman, che aveva ospitato Manson e la sua famiglia, e che insegnava musica.
Quest’ultimo collegamento con la vittima, e le scritte di sangue sul muro, tra cui Helter Skelter, da una canzone dei Beatles che Manson interpretava come un incoraggiamento all’eccidio, e allo sprigionamento del caos come fiamma liberatoria, fanno risalire le indagini fino a Manson e alla sua setta.
Inizia il processo più lungo della storia degli Stati Uniti, al termine del quale la setta satanica e il suo leader vengono condannati a morte il 29 marzo 1971. Nel 1972 lo Stato della California abolisce la pena di morte, e in virtù di questo Manson è ancora oggi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e sorvegliato a vista.
Pare che nelle sue folli liste di epurazione fossero inseriti nomi celebri e famosi tra i divi più acclamati della sua epoca tra cui Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Richard Burton, Steve McQueen, e Tom Jones.
L’insospettabile Ted Bundy
A cura di Ceriani Cinzia
Ted Bundy era uno psicopatico dal passato irreprensibile, dall’aspetto di un bravo e candido ragazzo americano, quando fu arrestato in Colorado nel 1975 si calcola che avesse già compiuto tra lo Utah e la Florida oltre trenta omicidi a sfondo sessuale.
L’insospettabile Ted Bundy
di Sabina Marchesi
su gentile concessione di BiografieOnLine.it
http://biografieonline.it/
Ted Bundy era uno psicopatico dal passato irreprensibile, dall’aspetto di un bravo e candido ragazzo americano, tanto che alla fine delle indagini fu inserito nelle liste dei sospettati quasi per caso, solo perché possedeva una macchina di un colore e di un modello particolare, uguale a quella che era stata vista sul luogo di uno dei delitti.
Quando fu arrestato in Colorado nel 1975 si calcola che avesse già compiuto tra lo Utah e la Florida oltre trenta omicidi a sfondo sessuale.
Cresciuto da una ragazza madre, che si spacciava per sua sorella, e pensando quindi di essere figlio dei suoi nonni, sviluppò fin dall’infanzia forti difficoltà di adattamento, e una fobica ossessione per le donne, con le quali sembrava incapace di instaurare dei rapporti duraturi.
Alternava la sua esistenza di studente modello, perfettamente integrato, dal fisico atletico, amante degli sport, e incarnante il perfetto prototipo del bravo ragazzo americano, con una vita parallela in cui era uno psicopatico disadattato e forte consumatore di materiale pornografico.
Dopo anni di delitti a sfondo sessuale, durante i quali rimase non solo impunito ma addirittura insospettabile, in varie parti degli Stati Uniti, nel 1974 intensificò le sue attività delittuose, giungendo ad uccidere con il suo solito modus operandi quattro ragazze nel mese di gennaio, seguite da altre sette nel mese di giugno dello stesso anno a Seattle, dove si era appena trasferito.
Evidentemente il nuovo equilibrio duramente conquistato con il trasferimento, ogni volta che cambiava stato ed università sembrava integrarsi e riprendeva sempre più alacremente il suo ruolo di bravo ragazzo e di studente modello, non era più in grado di reggere ancora a lungo.
Accusato e incarcerato in Colorado a seguito delle serrate indagini, riesce a fuggire per stabilirsi in Florida, dove ha ancora il tempo di trucidare altre due ragazze, di ferirne tre, e di rapire una bimba di soli undici anni all’uscita della scuola, per poi stuprarla e ucciderla, prima di essere nuovamente arrestato.
Il suo modus operandi era quello di fingersi in difficoltà, approfittando della sua aria da bravo ragazzo, si appendeva un braccio al collo, come se fosse ingessato, e si mostrava indaffarato a caricare qualcosa su un pulmino, poi una volta che le vittime si avvicinavano per aiutarlo, le tramortiva, le rapiva, e le trasportava in una radura isolata dove le violentava per poi ucciderle sempre più selvaggiamente.
Condannato muore sulla sedia elettrica nel 1989, professandosi sempre innocente, e ritrattando poi durante alcune interviste con i mass media, le sue ceneri vengono sparse sulle montagne dall’alto delle cascate di Washington proprio sui luoghi dove alcune delle sue vittime avevano trovato la morte.
A lui sono stati attribuiti ventotto omicidi, come da sentenza del tribunale, ma si suppone che siano oltre cento le vittime che portano la firma del suo modus operandi in varie parti degli Stati Uniti nei soli anni settanta.
Le ragioni profonde dei suoi incontrollabili impulsi omicidi in realtà non furono mai chiarite e le loro radici e motivazioni si sono disperse coi suoi resti mortali sui monti incontaminati attorno a Washington, ed egli rimane a tutt’oggi uno dei serial killer più insospettabili di tutta la storia del crimine.
Sabina Marchesi per gentile concessione di BiografieOnLine.it http://biografieonline.it/
I Delitti di Edgar Allan Poe
A cura di Ceriani Cinzia
Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, scrisse diversi racconti e poesie. Morì, poverissimo, a Baltimora nel 1849. Come spesso accade, la critica si accorse di lui solo dopo la scomparsa. Su gentile concessione di Linguaggio Globale.
Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, scrisse diversi racconti e poesie. Morì, poverissimo, a Baltimora nel 1849. Come spesso accade, la critica si accorse di lui solo dopo la scomparsa. La sua influenza sugli sviluppi della narrativa del terrore - e specialmente su autori come Leroux, Conan Doyle e Lovecraft - è enorme.
Poe si può considerare come il vero antesignano della letteratura horror moderna. Fu vero maestro nel raccontare l'irrealtà e nel descrivere atmosfere angoscianti e tenebrose in cui calare le sue incredibili storie. Era capace di vivere i suoi incubi con una lucidità estrema, assurda e di per sé spaventosa.
Nei suoi racconti è più facile incontrare personaggi inquietanti e misteriosi che non veri e propri mostri. E anche quando i mostri compaiono, come nel caso della gigantesca e orrida creatura avvistata ne La Sfinge, si rivelano essere il frutto di un'illusione ottica, di una distorsione della realtà.
Tra le altre apparizioni mostruose, bisogna poi ricordare, come osserva Jorge Luis Borges nel Manuale di zoologia fantastica, il capitolo XVIII del Gordon Pym, in cui Poe descrive - con la solita accuratezza eccessiva e maniacale - un mostriciattolo catturato in acqua: artigli e denti scarlatti, coda di topo, testa felina e grandi orecchie di cane.
Il mostro più famoso uscito dalla penna di Poe, tuttavia, compare ne I delitti della Rue Morgue: il misterioso assassino che si è inspiegabilmente e misteriosamente introdotto nell'abitazione di due donne che ha ucciso in modo selvaggio, con una forza e una violenza inaudita, nascondendo un cadavere nella canna fumaria del camino. Al termine del racconto, grazie all'abilità dell'investigatore, che ricorda molto da vicino il personaggio e il metodo di Sherlock Holmes, si rivela essere semplicemente un grosso orango scappato.
(LB)
I serial killer
A cura di Ceriani Cinzia
Anche le città sono popolate da mostri. È molto più facile nascondersi nel buio, nella nebbia o nella folla che riempie le strade, piuttosto che nelle acque gelide di un Loch scozzese. Dal Sito Linguaggio Globale.
In secondo luogo, il mostro della città è una creatura enigmatica - almeno finché non viene svelata la sua identità - e l'alone di mistero che avvolge la sua figura fa sì che susciti una curiosità morbosa, malata, ma irresistibile.
Nella storia della cronaca, il mostro che più di tutti seppe destare il clamore della stampa e del pubblico fu senza dubbio Jack lo Squartatore, il mostro di Whitechapel, che terrorizzava la Londra del 1888. Ancora oggi non si conosce la sua vera identità. La leggenda dello Squartatore rinacque negli anni Cinquanta, quando Scotland Yard si trovò davanti a una serie di omicidi che fecero pensare a un ritorno dello Squartatore (dall'Inferno?), o più realisticamente ad un suo macabro epigono.
In piena belle époque salì alla ribalta della cronaca nera europea il mostruoso monsieur Landru, incubo della Parigi di inizio secolo. Landru fu arrestato e condannato alla decapitazione.
Tuttavia, se vogliamo scoprire i più feroci serial killer della storia dobbiamo fare nomi meno conosciuti: lo strangolatore indiano Buhram, almeno 931 vittime tra il 1790 e il 1840; la contessa di Bàthory (1560-1614), 650 vittime; il "mostro della Colombia", nome d'arte di Pedro Alonso López; Bruno Lüdke, infernale assassino nell'Europa stretta tra le due guerre.
Il tedesco Frederich Haarmann tra il 1918 e il 1924 fu condannato quale responsabile della morte di 27 giovani: per uccidere, assaliva la vittima e dopo averla letteralmente azzannata alla gola ne beveva il sangue, come un vero e proprio vampiro, (o forse un licantropo?).
La triste genia di criminali psicopatici, antropofagi e necrofili continua fino ai giorni nostri. È stato calcolato che attualmente, soltanto nelle carceri degli Stati Uniti siano custoditi circa 450 serial killer, autori complessivamente di un totale di più di 2.700 omicidi.
Ma il fenomeno non è soltanto americano. Per citare un triste esempio nostrano è sufficiente ricordare le vicende del mostro di Firenze.





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