Jack lo Squartatore, il serial killer rimasto anonimo
A cura di Ceriani Cinzia
Nella seconda metà del 1888 Londra conobbe questo terribile assassino, uno dei primi criminali a meritarsi l'agghiacciante appellativo di serial killer. Dal Sito Linguaggio Globale.
Il caso non è mai stato risolto, anche se alcuni criminologi continuano ancora oggi a studiarlo: tra le teorie più suggestive c'è l'ipotesi che Jack fosse una donna, quella per cui sarebbe stato un membro della famiglia reale, mentre altri propendono per la tesi per cui ad agire sarebbe stata una équipe organizzata composta da più assassini.
Negli anni Cinquanta i giornali popolari inglesi quando si trovarono davanti ad una nuova serie di misteriosi omicidi parlarono di un ritorno dello Squartatore
Monsieur Landru
A cura di Ceriani Cinzia
Una trentina d'anni dopo il caso di Whitechapel, anche Parigi scoprì di avere il suo Squartatore. Dal Sito Linguaggio Globale.
Landru rappresenta il drammatico archetipo dell'uomo moderno impazzito: un signore di mezz'età, un padre di famiglia che dopo una vita piatta e convenzionale improvvisamente esplode in lucido delirio omicida. Nel 1922 venne ghigliottinato nel carcere di Versailles.
Un elenco dei più inquietanti serial killer che la storia ricordi. Dal Sito Linguaggio Globale.
A cura di Ceriani Cinzia
Un elenco dei più inquietanti serial killer che la storia ricordi. Dal Sito Linguaggio Globale.
La contessa Erzsbeth Bàthory viveva invece nel castello di Csejthe. Siamo nell'Ungheria del XVI secolo. Sembra che la nobildonna, invidiosa della bellezza altrui, si divertisse ad ammazzare giovani fanciulle della zona. Nel 1611 il tribunale la giudicò responsabile di ben 650 omicidi, ma i privilegi della casta le consentirono di trascorrere il resto della vita rinchiusa in una stanza del suo palazzo, dove morì nel 1614.
Tornando a tempi meno remoti, nel 1980 in Ecuador fu arrestato il colombiano Pedro Alonso López, meglio noto come "il mostro della Colombia", accusato della morte di circa 300 minorenni in vari paesi sudamericani.
Nel 1944 a Vienna la polizia giustiziò senza processo Bruno Lüdke, che aveva appena confessato di aver ucciso 85 donne nei precedenti 24 anni.
Analisi Sociologica del Matricidio
A cura di Ceriani Cinzia
Cinzia Tani, docente di Storia e Sociologia del Delitto all’Università La Sapienza di Roma in un’intervista rilasciata a Valerio Giacoia ci aiuta a comprendere le motivazioni psicologiche che sono alla base di un crimine tanto orrendo e così fortemente innaturale.
Tra i tanti fatti di cronaca che appaiono sulle pagine dei giornali, quelli che più colpiscono e sconvolgono sono senz’altro i “matricidi”.
Fortemente amplificato oggi dai potenti mezzi comunicativi dei Mass Media quello del matricidio è comunque un fenomeno antico, vecchio di secoli.
Cinzia Tani, docente di Storia e Sociologia del Delitto all’Università La Sapienza di Roma in un’intervista rilasciata a Valerio Giacoia ci aiuta a comprendere le motivazioni psicologiche che sono alla base di un crimine tanto orrendo e così fortemente innaturale.
Soffocati con un cuscino, asfissiati dal gas di scarico dell’auto, gettati dal balcone, uccisi nei loro lettini, strangolati, accoltellati, annegati, colpiti a morte. E’ difficile ricondurre agli abissi della depressione, della solitudine, della rabbia o della più profonda incomprensione dei crimini così efferati, come quelli di una madre che uccide il proprio figlio. Impossibili da comprendere, difficili da tollerare, questi atti di violenza sono inaccettabili se commessi contro creature inermi e indifese, proprio da chi ha donato loro la vita, e che questa vita avrebbe dovuto difendere contro tutti i pericoli, anche a costo della propria.
I casi di cronaca si incalzano uno con l’altro, si succedono ripetutamente sulle pagine dei quotidiani, incessatamente, con una frequenza a dir poco allarmante, al punto da far ritenere che sia un fenomeno dei nostri giorni, un’aberrazione della nostra società moderna. Ma non è così. I media e le nuove forme di comunicazione contribuiscono soltanto ad amplificare e a rendere noto un fenomeno che in altri tempi veniva nascosto, tenuto segreto, oscurato e soffocato spesso tra le mura domestiche. Ma si tratta di un male antico quanto il mondo, che trova le sue origini nell’antichità e nella mitologia stessa.
Da Medea dunque, fino ai recenti casi della cronaca, non ultimo quello di Cogne.
Ma sentiamo quello che ci dice a tale proposito Cinzia Tani nel tentativo di spiegare una sofferenza antica, un male oscuro che affonda le sue origini nel passato. La Storia Sociologica del Delitto riporta che "l'infanticidio è il delitto più comune nelle donne, è una costante di tutte le epoche e non c'è differenza tra società sottosviluppate o civili. La storia è piena di bambini uccisi". L’unica variabile è che allora non se ne sapeva nulla, oggi appena un attimo dopo i tam tam ossessivi della comunicazione mediatica divulgano ai quattro angoli del mondo la notizia con tutti i suoi macabri dettagli, supposizioni, incriminazioni, e confessioni.
Ma chi è la madre che uccide i propri piccoli? Cinzia Tani ci elenca i prototipi identificati dagli studiosi e che rispondo a profili psicologici ben precisi, facilmente individuabili, al punto che ci si chiede come mai nel contesto sociale e familiare, nessuno accanto a quelle madri, potenziali assassine, si sia potuto accorgere “in tempo” del pericolo che si avvicinava. La verità è che oggi i molti segni di disagio di un individuo instabile o disturbato tendono ad essere minimizzati e a passare inavvertiti. E questa è forse una delle vere colpe della nostra società moderna così convulsa e frenetica da renderci insensibili nei confronti del nostro prossimo. Anche nelle più ristrette mura domestiche tendiamo ad ignorare i campanelli di allarme che pure si propongono, preferendo spesso rimandare il problema sperando vanamente che esso si risolva da solo.
Le donne che commettono un infanticidio sono in genere donne fortemente disturbate, donne sole, che non lavorano, che non si confrontano in un contesto sociale, che vivono isolate tra le mura domestiche e che sentono troppo forte il peso delle responsabilità che grava sulle loro spalle. La madre che è malata di mente, la madre vendicativa, che è gelosa del suo bambino, la madre che nutre odio o risentimento verso il marito, e che per riflesso proietta queste sensazioni sulla sua creatura, la mamma colpita dalla depressione post partum, che a volte si prolunga per diversi anni dopo la nascita del bimbo, la madre che non voleva il figlio al momento del concepimento, la madre che teme per la salute o la salvezza del proprio bambino, e che assurdamente lo sopprime solo per salvarlo, la madre instabile che agisce solo perché esasperata dal pianto ripetitivo o dai capricci della sua creatura, trovandosi incapace di gestire la situazione con le sue sole forze.
Sono sempre donne sole e incomprese, lasciate ad affrontare un problema con delle risorse che purtroppo non possiedono.
Nel libro “Assassine di Cinzia Tani, dove vengono esaminati quattro secoli di delitti al femminile attraverso la ricostruzione storica di 35 casi di donne assassine, ci sono due storie spaventose, di crimini rivolti assurdamente dalle donne contro i propri figli, o contro i bambini a loro affidati.
Ad esempio il caso di Denise Labbé, che nel 1954 uccise la sua bambina annegandola in una tinozza, quella che usava per lavare i panni, dopo aver inutilmente tentato di farlo in un lago. Glielo ordinò l'amante, era una prova d'amore. Lei per paura di essere abbandonata acconsentì. Una storia sconvolgente.
Eccone un estratto. "L'
Si narra che durante il processo, quando la pubblica accusa, nel tribunale, dimostrò quanto fosse difficile per una persona sola affogare una bambina di quell’età in un catino pieno d’acqua, e quanta forza e determinazione occorresse per tenerla mentre si dibatteva, molte persone in aula accusarono un malessere profondo, collegato all’orrenda ferocia di quel crimine, contribuendo così a una piena condanna senza alcun tipo di attenuante.
Vale la pena di citare un altro caso inquietante. Quello di una donna materna, dolce, servizievole, cui molti nel vicinato erano soliti affidare i loro figli. Una donna che anche dopo la sentenza di condanna del tribunale venne fatta ancora oggetto della fiducia e della stima di molte famiglie. Una donna a cui vennero ancora affidati bambini dopo il perpetrarsi di ogni successivo crimine infanticidia.
E’ la storia di Jeanne Weber nella Francia del 1908
E’ difficile comprendere i motivi che hanno scatenato in questa donna il raptus omicida, sappiamo soltanto che fin da piccola aveva sempre accudito dei bambini: i fratelli, i figli delle famiglie dove andava a servizio, i bimbi dei vicini. Tutti la adoravano e molti continuarono ad amarla e a considerarla innocente anche dopo i suoi crimini. Perse i primi figli in tenera età, e ne soffrì molto, e fu forse questo il fattore scatenante perché da questo momento in poi ogni volta che veniva lasciata sola con un bambino, questi veniva colto da misteriose crisi epilettiche e veniva ritrovato morto o moribondo. Per due volte fu arrestata, per due volte rilasciata, per due volte degli uomini credettero in lei e nella sua innocenza, dandole un lavoro e chiamandola nella loro casa, a guardare i loro bambini, per due volte Jeanne ricominciò a uccidere. Nessuno comprese mai la vera natura di questa donna, che morì in manicomio, dopo essere stata analizzata e studiata da schiere di esperti, tra i quali anche il famoso criminologo Cesare Lumbroso che esaminò il suo cranio diagnosticando epilessia, isteria e cretinismo.
Ed ecco l’estratto della storia di Denise Labbè, matricida per amore nella Francia del 1954
Ragazza madre che agognava il matrimonio, Denise conobbe un bell’allievo ufficiale, colto, intelligente, con la fissazione della letteratura e il mito dell’uomo perfetto, che professava le sue idee anche nella vita amorosa, alla ricerca della supercoppia, pretendendo dalla sua amante una dedizione totale e assoluta. Lei ne restò folgorata e si prestò succube a ogni genere di torture fisiche e mentali, esibendo fiera sulla pelle i segni del sadomasochismo a cui lui la sottoponeva, tagli, ferite, bruciature, fino a quando lui non le chiese il sacrificio estremo, l’uccisione della figlia. La piccola Catherine morì affogata in una tinozza di acqua saponata, e Denise fu accusata di omicidio, conducendo con sé come istigatore e complice l’amante. Fu condannata all’ergastolo e l’uomo a vent’anni di lavori forzati, la pubblica accusa portò in aula un bacile di zinco e dimostrò come fosse difficile tenere una creatura con la testa sott’acqua fino a farla annegare e il pubblico si chiese se fosse più esecrabile una madre che uccide la propria prole per amore di un uomo, o un uomo che è così crudele da esigere una simile prova di dedizione.
Dejavù
A cura di Ceriani Cinzia
Con il termine francese Dejavù si indica comunemente la bizzarra sensazione di aver già vissuto una determinata scena con il convincimento di sapere cosa stia per succedere l’attimo dopo. Una volta analizzata e razionalizzata la sensazione scompare lasciandoci con un senso di misterioso sgomento.
La stessa cosa capita con posti e luoghi dove non si è mai stati, e che logicamente non ci sarebbe possibile riconoscere, mentre invece essi rivelano per noi connotazioni familiari, come se rivedessimo qualcosa che per contro non possiamo in alcun modo aver vissuto o visto.
Spesso la logica si arena di fronte a queste manifestazioni inconsce che alla fine archiviamo nella nostra memoria come episodi curiosi, ma non determinanti.
Dunque il termine Dejavù che letteralmente significa Già Visto identifica un momento o una situazione che in realtà sperimentiamo per la prima volta, con la sensazione “errata” di averlo già vissuto.
Come per molti fenomeni che ancora sfuggono alla nostra comprensione non esistono spiegazioni concrete o scientifiche, mentre sono state avanzate parecchie ipotesi, alcune delle quali molto suggestive.
I campo abbracciati nel tentativo di dare spiegazione a questo particolare momento sensoriale sono vasti e variegati e vanno dai percorsi empirici, al paranormale, allo psicologico.
Base di tutto sembra essere il nostro cervello, i cui percorsi non ci sono ancora del tutto noti, e che continua per questo a rappresentare una sorta di territorio inesplorato e sconosciuto.
Una delle teorie avanzate in principio è quella psicanalitica. In pratica si suppone che in determinati momenti potrebbero affiorare dal nostro subconscio di brandelli di memoria e ricordi del passato che suggeriscono solo un senso di vaga familiarità e non un ricordo ben preciso. Questo ci indurrebbe a travisare e ad attribuire al fenomeno delle connotazioni mistiche o misteriose. A volte si tratta invece di falsi ricordi, il tentativo cioà del nostro cervello di crerare dei paralleli tra l’esperienza attuale e quelle pregresse, effettuato confrontando il presente con il passato, a volte potrebbe dare dei risultati sfalzati, non reali o non veritieri, producendo il medesimo risultato di esperienza “paranormale”.
Questa spiegazione si avvicina a quella psicologica, dove gli specialisti del settore identificano il fenomeno con quella che tecnicamente viene chiamata paramnesia. Sarebbe in pratica una simulazione virtuale del nostro cervello che “crede” erroneamente di ricordare qualcosa che in realtà non è mai avvenuto. Un errore giustificabile e indotto da esperienze comunque assorbite ma non realmente vissute. Come una fotografia vista dalla medesima angolazione, un ricordo narrato da altri, un’esperienza analoga ma non uguale che viene travisata e confusa. In pratica un errore percettivo.
L’ultima ipotesi in ordine di tempo è quella di un conflitto a livello di informazioni cerebrali. Una sinapsi errata. In poche parole un’asincronia di segnale. Il nostro cervello registrerebbe come già avvenuti fatti e sensazioni che stanno di fatto avvenendo solo in quel momento creando una sorta di sovrapposizione delle tracce, dandoci l’illusoria sensazione di pre-vissuto. Un circuito troppo veloce dove si ha la consapevolezza di qualcosa prima che la sensazione ricevuta si trasformi in un evento percettivo preciso. Tale disfunzione potrebbe essere dovuta all’azione indipendente dei due emisferi cerebrali nella fase elaborativa dei segnali sensoriali.
Infine, molto vicina a quella parapsicologica, esiste la teoria secondo cui la sensazione di dejavù sarebbe provocata da un qualche tipo di emozione dissociativa. Determinati momenti richiamerebbero alla nostra mente sensazioni e stimoli proveniente da emozioni provate in passato e che vengono associate al momento vissuto per analogia e similitudine. La tipica sensazione di una frase già ascoltata, o di un luogo già visto che molti scambiano per esperienze di vite precedenti che riaffiorano alla memoria. Il fatto che la sensazione non sia fondata viene però provato dal fatto che non appena si tenti di focalizzare o razionalizzare il fenomeno di preveggenza, tentando di identificare la sensazione e di concentrarsi su quello che crediamo di sapere circa gli immediati sviluppi dell’azione, essa svanisce, lasciandoci giustamente con un senso di inadeguatezza, riguardo al quale la spiegazione paranormale risulta certo molto rassicurante.
L’estremizzazione della teoria paranormale prevede poi addirittura che non solo rammentiamo brandelli di vita vissuta precedentemente in esperienze di reincarnazione, ma addirittura saremmo in grado di ricevere segnali percettivi trasmessi da altri, vissuti nel passato o nel presente, in una particolare forma di telepatia a distanza.
Rimane il fatto che, come sempre, per tutto quello che ancora non siamo in grado di spiegare perfettamente, le teorie paranormali rimangono sempre le più affascinanti proprio perché inspiegabili e ammantate di mistero.
Crimini d'Arte
A cura di Ceriani Cinzia
Domenica, 11 Maggio 2003, alle 4.00 di notte, ora di Vienna, in Austria. Un ladro si arrampica sull’impalcatura esterna del Museo di Storia dell’Arte, il Kunsthistorisches, rompe il vetro della finestra ed entra nella sala espositiva del primo piano.
Elude il complesso sistema d’allarme, si dirige a colpo sicuro verso un’unica teca e ruba la più inestimabile delle opere d’arte, la Saliera di Benvenuto Cellini, realizzata in oro, smalto ed ebano nel 1543 per il Re di Francia Francesco I.
La Saliera è l’unico esemplare autentico del lavoro orafo del grande scultore fiorentino, ed è valutata oltre 50 Milioni di Euro. Si tratta chiaramente di un furto su commissione, destinato ad arricchire la collezione privata di qualche multimiliardario di pochi scrupoli che ha privato l’intera umanità di uno dei maggiori capolavori artistici del periodo rinascimentale.
Purtroppo il danno che viene inflitto al patrimonio artistico internazionale da un furto del genere non prevede alcun tipo di compensazione, a nulla vale che le opere siano assicurate, o sostituite con copie, pur se di pregevole fattura. Ai fini della perdita di un oggetto di rara bellezza e di indiscutibile valore culturale, rimane il fatto che non potrà più essere ammirato.
Il ripetersi di furti come questo a danno del patrimonio mondiale, hanno una risonanza di grande magnitudine sulla storia dell’Arte Italiana ed Europea ed innescano una catena di eventi che minaccia di non essere più interrotta.
Sono molte nel mondo le opere che probabilmente non avremo più occasione di ammirare, se non riprodotte su un catalogo, o ricostruite tramite ammirevoli copie, e che si aggiungono all’incredibile numero di oggetti artistici dispersi o distrutti nel corso delle rivoluzioni storiche, delle grandi guerre, e delle ripetute invasioni “barbariche”.
L’Italia in particolare possiede una delle maggiori porzioni dei tesori artistici esistenti al mondo ed ha ben trentanove delle proprietà elencate nel sito dell’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità.
Secondo l’Interpol i furti di antichità e reperti storici sono al terzo posto nella scala della criminalità organizzata, e costituiscono il più grande bacino di riciclaggio di valuta nel mondo subito dopo il traffico di sostanze stupefacenti.
E’ stato calcolato che oltre 10 Miliardi di dollari di opere d’arte vengano sottratte ogni anno da Musei ed Esposizioni in ogni parte del mondo, depauperando il patrimonio culturale e artistico delle nazioni.
L’Italia, che per il suo passato storico è artisticamente ricca di reperti archeologici ed opere artistiche, è la vittima per eccellenza, annoverando nel conto anche gli oggetti sottratti all’estero ma realizzati da artisti nazionali, come nel caso della Saliera del Cellini, realizzata in Francia, rubata a Vienna, ma di indiscussa nazionalità italiana come opera d’arte.
Le statistiche parlano di oltre 2.000 furti all’anno, con sottrazione di circa 20.000 pezzi, per un valore stimato attorno ai 95 Milioni di dollari, con picchi occasionali anche di 145 milioni, per ogni anno, tutti gli anni.
Ne consegue che il Nucleo Operativo dei Carabinieri Italiani posto a tutela del Patrimonio Artistico e Culturale della nazione, sia uno dei più qualificati e preparati al mondo.
Estremamente efficienti nel combattere questo tipo di attività criminali, i Carabinieri Italiani hanno un nucleo altamente specializzato che lavora a tempo pieno per la tutela del nostro patrimonio artistico, denominato TPC (Tutela Patrimonio Artistico).
Formato da oltre 250 uomini addestrati per il recupero dei pezzi rubati, questo nucleo, che nel 1969 poteva contare su solo otto uomini, ha già recuperato attivamente più di 185.000 opere d’arte rubate, attraverso meticolose attività di indagine. Al loro attivo il recente recupero dei tre dipinti di Vincent Van Gogh e Paul Cezanne, sottratti al Museo di Arte Moderna di Roma e il ritrovamento, nella collezione privata di un miliardario americano a Manhattan, di una rarissima fiala in oro del quarto secolo a.C., rubata in Sicilia da una collezione privata.
La forza corrispondente americana, che ha collaborato al recupero di questo esemplare, contrabbandato in Usa in aperta violazione delle leggi che vietano l’esportazione di antichità ed opere d’arte, è denominata U.S. Customs, oggi Homeland Security I.C.E..
Si calcola che il nucleo italiano per la Tutela del Patrimonio Artistico dalla sua costituzione ad oggi, in soli 35 anni di attività, abbia al suo attivo il recupero di 455.000 oggetti archeologi ed il sequestro di oltre 60.000 in falsi e contraffazioni.
Il lavoro di questi specialisti, che sono molto efficienti nel rintracciare opere d’arte scomparse, ufficialmente documentate e registrate, e la cui provenienza originale è legittima, sono molto ostacolati dall’esistenza di quel cosiddetto “patrimonio sotterraneo” cioè tutte quelle opere d’arte illegali e clandestine, il cui possesso non sia lecito, ed appartenga al mercato nero.
E’ chiaro che in questo caso la ricerca di oggetti ufficialmente “non esistenti”, mai catalogati o fotografi o assoggettati a perizia tecnica, sia estremamente complessa, mentre d’altronde il mercato “nero” di oggetti antichi trafugati, la cui origine e provenienza viene accuratamente falsificata, rappresenta un settore di attività molto redditizio per la criminalità organizzata.
Il fenomeno ha raggiunto livelli tali che non è raro trovare opere d’arte “trafugate” regolarmente acquistate in buona o in cattiva fede dai curatori dei musei. Si calcola che nel passaggio di mano il ricarico su queste vendite possa arrivare a toccare tranquillamente il 95% del valore originario del reperto, per un giro d’affari multimiliardario.
E’ il caso del conteso cratere attico a figure rosse, denominato Vaso Euphronious, custodito al Metropolitan Museum, che ha potuto dimostrare di averlo regolarmente acquistato da un collezionista di Zurigo, mentre le autorità italiane sono convinte che il reperto provenga da scavi illegittimi effettuati nelle aree archeologiche delle tombe etrusche in Toscana.
Lo stesso collezionista di Zurigo avrebbe poi venduto al Metropolitan nel 1981 il famoso gruppo di Argenti Ellenistici, sottratto illecitamente dal sito archeologico di Aidone, in Sicilia, ma anche qui il nucleo italiano in mancanza di una corrispondente catalogazione ed identificazione degli oggetti non ha potuto validamente contrastare le prove documentali di regolare acquisto, esibite dal Metropolitan Museum, lasciando aperta una contesa sul legittimo diritto di proprietà che dura ancora oggi.
Molti grandi musei americani possiedono reperti non autorizzati di proprietà del patrimonio culturale italiano, come il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il Cleveland Museum of Arts, il Saint Louis Art Museum e il Princeton University Art Museum, che finora è stato l’unico ad aver spontaneamente restituito l’oggetto richiesto dalle autorità italiane.
In realtà il fenomeno è talmente vasto che si calcola che circa l’80% dei pezzi d’arte sequestrati dal nucleo americano di Tutela del Patrimonio Culturale, provengano dalla città di New York, che sarebbe la capitale americana degli scambi illeciti delle opere d’arte, e che avrebbe generato un mercato economico tale da ingolosire anche le case d’aste e gli antiquari della più provata fama.
Recentemente nel 2002 con un’operazione congiunta condotta da Scotland Yard con l’FBI è stato arrestato il proprietario di una casa d’aste, la galleria "Frederick Schultz Ancient Art", sulla cinquasettesima, che era anche il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Commercianti d’Arte in Arte Antica, Orientale e Primitiva, e che usava questa copertura per saccheggiare oggetti archeologici e contrabbandarli in ogni parte del paese, dopo averli camuffati sotto l’aspetto di innocui souvenir per turisti, o mal riuscite imitazioni da pochi soldi.
La stessa sorte ha avuto un commerciante di origine Libanese che contrabbandava reperti archeologici saccheggiati dall’Iran e risalenti al 700 a.C., anch’egli proprietario di una galleria sulla sessanteseima.
Perfino le prestigiose case d’aste Christie’s e Sothebys di Manhattan non sono esenti da questi traffici, tanto che sovente nelle loro banditure sono stati rinvenuti a catalogo oggetti di illecita provenienza, corredati di falsi certificati di origine. Questo può avvenire perché il mercato di New York orientato al mondo dei collezionisti è assai fiorente, la sensibilità culturale è bassa, e i controlli sono ancora molto contenuti rispetto al resto del mondo, soprattutto in confronto all’Europa.
Gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Giappone sono le nazioni che vantano il maggior numero di transazioni commerciali e investimenti su oggetti d’arte e antichità, mentre per contro sono anche i paesi che vantano i nuclei investigativi meno numerosi e specializzati nel settore dei crimini d’arte.
In controcorrente la città di Los Angeles che ha come fiore all’occhiello il miglior dipartimento anticrimine specializzato in opere d’arte, il nucleo LAPD Art Crimes Unit, diretto dal detective Donald Hrycyk, ex agente di polizia, oggi specializzato nel mercato di scambio illegittimo di opere d’arte e che vanta al suo attivo l’identificazione e il recupero di antichità rubate o contraffatte per un valore di oltre 52 Milioni di Dollari in soli dieci anni di attività.
Fino a non molto tempo fa anche il dipartimento di Polizia di New York possedeva una validissima unità specializzata in Art Crimes, guidata dal Detective Robert Volpe, ora in pensione. Volpe, che ha curato l’unità per dieci lunghi anni, era un valido poliziotto e anche un grande estimatore d’arte, un fine conoscitore, per il quale è stato facile introdursi nell’ambiente dei frequentatori abituali di aste, più o meno legittime, nel campo delle opere d’arte. E’ a questo si deve il successo positivo delle indagini che negli anni ha condotto a un numero elevatissimo di recuperi.
Descritto come " un forte poliziotto di NY che vestiva Giorgio Armani e aveva i baffi alla Salvador Dali' ”, Volpe credeva che nelle investigazioni di crimini d’arte fosse molto più importante recuperare il reperto che incriminare i colpevoli, sapeva come tenere riservate le informazioni a lui affidate da collezionisti ed antiquari, e cercava di mantenere intatta la reputazione di coloro che si prestavano a collaborare, soprattutto se marginalmente coinvolti.
La professione di Poliziotto d’Arte, richiede infatti una grande sensibilità e una fitta rete di informazioni fidate, se si vuole essere avvertiti dagli antiquari al minimo sospetto dell’immissione sul mercato di opere d’arte originali dalla provenienza non del tutto limpida.
Oggi il Federal Bureau of Investigations ha appena creato un nuovo nucleo deputato alle investigazioni sulle opere d’arte rubate. Questa unità può contare sul NSAF, che è un evoluto indice computerizzato di tutte le opere d’arte disperse, rubate o sottratte, e delle legittime registrazioni di possesso dei reperti archeologici e oggetti originali antichi, completo di una dettagliata descrizione fisica degli oggetti, e relative foto.
Grazie a questo archivio, che serve come data base analitico, è possibile identificare con matematica certezza ogni singolo oggetto detenuto da un collezionista conosciuto, o museo pubblico, e la sua “ufficiale” collocazione ed attestato di proprietà, eccezion fatta naturalmente per le collezioni “clandestine”, che, fino a che non saranno censite, non potranno essere nemmeno doverosamente protette.
Recentemente grazie all’intercessione del Professore Malcom Bell dell’Università della Virginia di Studi Classici, è stato possibile firmare tra l’Italia e gli Stati Uniti un concordato che vieta l’entrata negli Usa di oggetti artistici proveniente dall’Italia, senza la preventiva autorizzazione del nostro paese.
Si spera che con la stipula di questo patto sia possibile finalmente arginare la devastazione dei siti archeologici italiani e la contemporanea fuga all’estero delle opere d’arte depredate.
In questo modo presto lo sforzo congiunto dei paesi interessati potrà finalmente assicurare la protezione della storia e delle sue testimonianze, e di tutte le opere artistiche, che costituiscono patrimonio e tradizione non solo del paese di origine ma di tutto il mondo, come patrimonio culturale comune all’intera umanità.
Immigrati e Criminali, Quando gli Altri eravamo Noi
A cura di Ceriani Cinzia
Si chiamava Gaetano Godino, ed era figlio di qualche immigrato italiano giunto in Argentina con le grandi navi che salpavano da Genova, all’epoca della grande immigrazione verso le terre dell’America Latina.
I giornali argentini lo chiamavano “El Petiso Orejudo”, il ”monello orecchiuto”, era un piccolo ragazzino dalle grandi orecchie a sventola, fragile e allampanato. Fu rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Ushuaia, nel 1912, accusato e processato per le stragi di bambini che sconvolsero Buenos Aires, che lui uccideva insensatamente strangolandoli e conficcando loro un chiodo in testa.
L’ondata di violenza di tali efferati assassinii rivolti contro creature spesso ancora in fasce, nell’ambito di un contesto tutto sommato pacifico, fu tale da scatenare una vera e propria campagna giornalistica contro i nostri connazionali, emigrati in Argentina in cerca di sano e onesto lavoro.
Sull’onda delle teorie antropologiche e criminalistiche dell’ italiano Cesare Lombroso, il Professor Cornelio Moyano Gacita, dalle pagine dei giornali, teorizzava “La scienza ci insegna che insieme col carattere intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c ’è il residuo della sua alta criminalità di sangue”.
Tanto bastò per scatenare la più grande persecuzione contro gli emigranti italiani mai vista e conosciuta, che dilagò a vista d’occhio in tutta Europa, dove molti paesi chiusero le porte al flusso dei nostri connazionali, che ogni anno ancora sbarcavano su territori stranieri in cerca di fortuna o di semplice sopravvivenza.
Così la Svizzera si rivoltò contro le migliaia di immigrati bellunesi e bergamaschi che ogni anno varcavano le frontiere in cerca di lavoro stagionale.
In Francia partì una campagna contro gli italiani che “rubavano il lavoro ai loro ragazzi”, talmente violenta da scatenare uno scontro nel 17 Agosto del 1893, dove perirono nove italiani che lavoravano duramente per una paga da miseria nelle saline della Camargue, in condizioni sanitarie tali che nessun lavoratore francese vi avrebbe mai messo piede.
Il massacro fu poi ricordato solo nel monito di un’antica canzone popolare che recitava: “Acque morte ci addita l’orrenda / ecatombe di vittime inulte / No, jamais, sì ferale tregenda / in Italia obliata sarà”, mentre i giornali francesi riportavano frasi di ben altro genere”.
E intanto sui giornali francesi Maurice Barrès scriveva: «Il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia hanno portato all’invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s’adoprano per sottometterci”.
Nel frattempo il quotidiano Le Jour incoraggiava il governo a proteggere i francesi «da questa merce nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano».
A New Orleans, dove gli italiani lavoravano duramente nei campi di cotone, con turni massacranti, per sostituire gli schiavi negri, affrancati dalla recente legge, portando tra l’altro la produzione a una crescita del 40% procapite, un gruppo di siciliani fu accusato senza prove di un omicidio, e poi regolaremente assolto dopo un legittimo processo.
La popolazione locale, che non era soddisfatta del verdetto, scese compatta in strada per un linciaggio, nel corso del quale 11 nostri connazionali furono prelevati dal carcere da una folla inferocita di oltre 20.000 persone e trucidati senza pietà, per un reato che non avevano commesso.
Il Presidente americano di allora, Benjamin Harrison, rischiò di essere incriminato dal Congresso solo per essersi pronunciato “contro” il linciaggio e per averlo definito “un’offesa contro la legge e l’umanità”.
Contemporaneamente i giornali locali scrivevano “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (...) Gli individui più pigri,depravati e indegni che esistano (...) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili».
Gli organi di stampa e di informazione di tutti i paesi del mondo incoraggiarono di conseguenza una vergognosa campagna di diffidenza verso i nostri connazionali definiti di volta in volta nel modo peggiore possibile e immaginabile.
Secono l’opininione pubblica, gli italiani erano: “Gli immigrati più rozzi nell’aspetto esteriore come anche moralmente ed intellettualmente”, “Mille volte peggio degli sporchi irlandesi”, “Quelli che vivevano in una depravazione orribile, poiché non è raro che la baccana che affitta casa come pensionato divenga l’amante e la concubina di tutti gli operai”.
Nel 1922 l’italiano Francesco Fazio, di ritorno a New York, dopo aver combattuto valorosamente per l’Italia nella Grande Guerra del 1915/1918, si vide rifiutare l’ingresso negli Stati Uniti, dove si era già costruito un futuro e una famiglia, perché “analfabeta” secondo le nuove leggi, e quindi “fuori quota”.
Quasi contemporaneamente l’Alabama, il North e il South Carolina decisero di accettare nel loro paese solo “cittadini bianchi di nazionalità americana, irlandese, scozzese, svizzera, francese e ogni altro straniero di origine sassone, purchè non italiano”, mentre la Louisiana non consentiva “ai bimbi italiani di frequentare le scuole dei bianchi”, perché li consideravano esseri di origine inferiore.
E intanto i giornali argentini ancora tuonavano contro i nostri connazionali, accusati di essere “avidi accapparratori delle ricchezze nazionali”, di aver incrementato i reati e di aver fatto sì che “nel 1875 il 75% delle prostitute registrate a Buenos Aires erano nate all’estero”.
In questo modo per gli emigranti italiani si allontanava il sogno, caro a ogni lavoratore, di trovare «un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, una educazione per ogni cuore».
Si attestava così in tutto il mondo una concezione negativa dell’emigrazione italiana, i grandi viaggiatori descrivevano il nostro come un “bel paese, ma brutta gente”, i nostri bambini in America “non erano considerati di razza bianca”, e gli adulti “non erano annoverati nel censimento della popolazione”, gli Australiani nutrivano un terrore fobico per l’invasione “dell’orda color oliva” composta dagli immigrati veneti e piemontesi, gli abitanti di New Orleans linciavano i nostri connazionali dopo un legittimo processo che li aveva legalmente assolti, e quelli di Aiques Mortes, in Francia, massacravano nove italiani rei solamente di aver accettato dell’onesto e necessario lavoro a basso prezzo.
Gli Svizzeri ci sospettavano di essere sporchi e degradati, e ci ritenevano colpevoli di vendere bambini e prostitute perfino ai bordelli del Cairo e di Alessandria d’Egitto. Non molto tempo dopo la criminalità mafiosa esportata negli Usa e in Canada, contribuiva a peggiorare l’immagine che di noi aveva il mondo.
Per oltre un secolo gli emigranti italiani sono stati considerati essere inferiori e indesiderabili, una casta rifiutata e dei paria.
Sarà forse per questo nostro recente passato, e per la lunga lista di invasioni, dominazioni e persecuzioni di cui è costellata la nostra storia, che oggi siamo riconosciuti come il popolo più lungimirante, illuminato, democratico e garantista di tutto il mondo occidentale.
Con tutte le implicazioni collaterali che da questo impegno derivano, ancora una volta, ci distinguiamo tra le nazioni per le caratteristiche di adattamento ed apertura mentale che da sempre ci hanno contraddistinto e che hanno contributo a fare degli italiani “un popolo di santi, di eroi, di esploratori e di navigatori..:”.
Dopotutto la culla dell’umanità, della cultura e della giurisprudenza ha avuto base in Roma, la Capitale del Mondo.
Sabina Marchesi
Le Bestie di Satana
A cura di Ceriani Cinzia
"... Questo è l'inizio di una lunga storia, piccola, che si concluderà con la venuta del freddo, del vento, dell'oscurità...".
Il bosco che corre intorno a Somma Lombardo sale lungo i fianchi delle colline moreniche fino a lambire il cimitero. Il cimitero, in questa storia, è l'inizio e la fine di quel che raccontano gli alberi e il vento. Comincia da questo sentiero che corre vicino alla prima tomba, sotto al cielo azzurro, e si infila nel verde, dentro la cappa bollente dei castagni e delle felci. Il sentiero prosegue dritto per un chilometro, piega a destra, scricchiola nel folto, scende e si allarga nella radura, piena di chiazze di sole che vanno e vengono oscurate dalle nuvole. Luccica la plastica dei sigilli lasciati dalla polizia giudiziaria lungo i bordi della buca, quella dei cadaveri.
Al telefono, molto lontano da lì, un investigatore del Reparto scientifico dei carabinieri, ha voce imperturbabile: "I corpi dei ragazzi, uno sovrapposto all'altro, scheletriti, ci hanno già raccontato molto. Ora cerchiamo tracce oggettive degli assassini. Analizziamo il contenuto secondario della buca: sigarette, bottiglie di birra, una mazza, tre guanti di lattice".
Dice che i tessuti dei vestiti delle due vittime (cappotti lunghi neri, jeans neri, anfibi neri) potrebbero avere conservato molecole degli assassini. Sostiene che l'interno dei guanti potrebbe rivelare qualcosa e che la buca, contaminata dai batteri, è un pessimo ambiente, ma forse la terra del bosco ha fatto il miracolo.
La terra del bosco e specialmente la sua luce di penombra, da queste parti, fanno tutto il contrario dei miracoli. Dagli archivi dei carabinieri saltano fuori segnalazioni - a Somma, Golasecca, Pombia, Lesa - di luci misteriose intraviste, di uomini incappucciati che entrano nel bosco, di animali sgozzati, di chiese solitarie profanate, candele sciolte, pietre tombali smosse, croci e triangoli rovesciati.
Il parco della valle del Ticino giunge fin quasi ad inghiottire la Chiesa di Sant’Eusebio a Sesona, edificata dal XIV secolo e rimaneggiata più avanti con forme architettoniche più moderne, un luogo che ne deve aver viste dalla sua posizione. Vi abita un parroco al quale non è concesso, per volere chissà quanto superiore, esprimere liberamente le proprie opinioni, tanto da essere costretto a delegare il delicato compito alla perpetua, una donnina di una settantina d’anni, per niente arrendevole allo scorrere del tempo: “Il Cornuto esiste e si insinua. Diciassette volte è nominato nei Vangeli. Pregare lo allontana. Altrimenti lavora indisturbato. Entra nel cuore dei ragazzi, li infuoca, li fa malvagi”.
La musica, l’hard rock che non può essere l’unica spiegazione, almeno solo in vite votate al nulla, all’ordinaria ferocia da “Arancia meccanica”, quella violenza gratuita, che si esprime contro incolpevoli sconosciuti, i rituali da gang di periferia, accompagnati da cocktail di antidepressivi, alcool, droghe, allucinogeni, lungo quelle statali che portano ovunque, dai casermoni popolari tutti uguali a se stessi, fino a quelle strisce di bosco, per tornare al cemento grigio di Porta Romana, quasi sotto l’occhio vigile della Chiesa di Sant’Andrea, all’”Heavy metal pub Midnight” dove luci viola e schegge nere di mistica satanica diventano arredo e stravaganza.
I miti assumono le sembianze di Marylin Manson, rocker satanico che fonde nel suo “nome d’arte” Marylin Monroe, al fine di esaltare la sua doppiezza sessuale, e Charles Manson, il fondatore di una delle sette più deviate della storia, o di Varg Vikernes, chitarrista di uno dei gruppi più neri del blackmetal, con riff ultraveloci e lunghe urla, in prigione per scontare 21 anni. La storia di questo norvegese con la chitarra impressiona, fin dal suo pseudonimo, quel “conte Grishnackh” preso a prestito da Talkien, un orco particolarmente repellente. Suonava nei Burzum, a sua volta dimora simile all’inferno. La sua missione era quella di rendere la Norvegia simile agli inferi, attività perseguita tramite atti di vandalismo, incendio di chiese, profanazione di cimiteri, violenza su ebrei fino all’omicidio del suo discografico, un altro personaggio, Oystein Aarseth, in arte Euronymous, sospettato a sua volta di atti di cannibalismo non provati.
Di qui ebbe una grande popolarità, quella che contribuì a rendere noto il suo pensiero politico: inizialmente ossessionato dalla narrativa fantasy, passò a interessarsi alle leggende e ai miti folcloristici norvegesi, da lui messi in contrapposizione con le credenze giudaico-cristiane, considerate una vera piaga per la Norvegia e per i popoli scandinavo-germanici. La sua idea di un ritorno alla primitiva religione pagana e la celebrazione di una società strutturata come nei tempi antichi ebbero una certa presa sui giovani ma è innegabile che molti aspetti del punto di vista dei Burzum assomigliano a quelli nazisti, come il concetto di razza sovrana e la negazione dell'arte e del progresso tecnologico
La musica, con quelle stesse percussioni esplosive, testi sanguinari, accordi ossessionanti e il volume che genera onnipotenza, identità dentro a un mondo proprio, guerresco, nereggiante, maschile, che include donne sottomesse, ornamentali, sesso veloce, la mistica del dolore, e visioni di personali irrealtà precluse agli adulti.
Che sia proprio Richard Manson il precursore di queste vicende? Figlio di una prostituta sedicenne, trascorse la gioventù all’interno del sistemo penitenziario statunitense, dove subì violenze e torture di ogni tipo. Nel 1967, nel quartiere Haight Ashbury di San Francisco iniziò a reclutare reietti, sbandati, studenti del college, appartenenti a sette sataniche in cerca di una guida spirituale, un Cristo incarnato, insieme ai quali formò la cosiddetta Famiglia, una comunità dedita a pratiche sessuali orgiastiche ed all’uso di droghe psichedeliche. Anch’egli musicista, seppur mediocre, ossessionato dai Beatles, avvicinò Dennis Wilson, uno dei componenti dei famosi Beach Boys, convinto di poterne ottenere il passaporto per la popolarità. Trasferì l’intera Famiglia presso l’abitazione di Dennis, amante dei festini a base di orge e droghe. In effetti, il punk rock si basa sul rifiuto di ogni regola, e sul fatto che puoi costruirti da solo la tua cultura. Manson fece tutto questo.
Fallito il suo intento, cercò di perseguire quello di piegare il mondo al suo volere, proclamandosi nuovo Messia. Grazie all’LSD ed ai funghi allucinogeni, assoggettava i suoi seguaci, che commettevano per suo conto efferati omicidi, spostandosi verso Los Angeles nella Death Valley, luogo evocativo per eccellenza, dove migliaia di uomini trovarono la morte inseguendo il sogno del lontano West. Manipolatore di coscienze, commissionò omicidi di personaggi famosi: il 9 agosto del 1969 furono torturate e brutalmente assassinate cinque persone, tra cui la moglie del regista Roman Polansky. Gli omicida scrissero sui muri col sangue delle loro vittime le stesse parole che sarebbero poi state adottate dal leader dei Nine inch nails che nel 1992 affittò proprio quella casa per registrarvi un album.
Charles Manson è il prodotto malato di quello che furono gli sconvolgenti e irrefrenabili anni '60, il frutto marcio di una falsa idea di libertà partorito dalla frustrazione di non essere nessuno, mentre molti nessuno diventavano qualcuno.
Infanzie rubate, droga, sesso, musica, satana, violenza, temi che ricorrono, un ragazzo ed una ragazza morti insieme, in circostanze rituali che di mistico non avevano nulla.
Il giorno del funerale di Chiara Marino, il suo sguardo di tenebra in vita, quei suoi vestiti dark, una madre che urla la propria rabbia dal balcone di casa, ogni giorno, contro chi gliel’ha portata via in una notte di luna nuova. Il dolore, inascoltato, di una persona che avrebbe potuto col suo intervento modificare il corso della storia. Il quartiere cosparso di petali di rosa, quel colore tanto lontano dai poveri resti di una vittima, di se stessa, delle sue frequentazioni, del suo male di vivere che non le ha più restituito il sorriso.
Il 17 gennaio del 1998 in quel bosco non filtrava luce, ma solo l’oscurità che ottenebrò le menti allucinate di un branco di giovani.
Restano solo la croce e l’incenso, ornate da parole che sarebbero fuggite nel vento: "Luce mia, dolce strega, in un bosco, circondata sei da candele e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Quel bambino, forse, era lo stesso che trovò davanti a sé le tenebre che lo inghiottirono senza concedere alcun perché.
Roberto Ottonelli
Il Mistero della Casa Rossa del Maine
A cura di Ceriani Cinzia
“Ci arriva notizia dalle isole Shoals di una storia terribile. Due donne, norvegesi, sono state trovate assassinate ieri sera, uccise da un’ascia da qualcuno non ancora identificato, sebbene la gente locale non abbia dubbi sulla sua identità. Le donne vivevano nella famosa casa rossa… a Smutty Nose Island. Il crimine è avvenuto entro i confini del Maine.”
Con queste lapidarie parole il 6 marzo del 1873 un articolo del Portsmouth Daily Evening Times identifica e condanna il presunto assassino di un duplice omicidio avvenuto nella "casa rossa" a Smutty Nose nelle isole Shoals, dieci miglia dalla costa del New Hampshire e del Maine.
A seguito di questo articolo e della campagna di informazione condotta da tutti i giornali del paese il presunto colpevole Louis Wagner, di origini prussiane, fu arrestato e processato per questo efferato crimine, e condannato alla pena di morte tramite impiccagione con un verdetto esemplare, giunto dopo solo 55 minuti di camera di consiglio.
Fu impiccato il
Caso esemplare di applicazione della giustizia, o clamoroso errore giudiziario?
Stando alle testimonianze e alle prove, probabilmente non lo sapremo mai, ma il colpevole che fu arrestato, condannato e giustiziato a tempo record di soli 27 mesi, forse poteva non essere quello giusto, o almeno, stando alla sacra regola dei gialli, essendo per default il più sospettabile, era forse troppo “giusto” per essere il vero assassino.
Povero, ubriacone, solo, abituato da sempre a vivere ai margini della società, reietto e emarginato, era forse il sospettato ideale, conosceva la casa dato che vi abitava, aveva dimestichezza con i nascondigli abituali e con la collocazione di cose e persone, era al corrente dei segreti della famiglia, ma tutte queste cose insieme costituivano i più formidabili capi di accusa, ma al tempo stesso anche il suo alibi migliore.
Perché infatti una persona che viveva in casa, che conosceva bene usi e abitudini, che aveva accesso in ogni momento ai nascondigli, avrebbe dovuto ricorrere a un crimine così violento ed efferato per impossessarsi di qualcosa a cui avrebbe potuto avere accesso in un momento qualunque con relativa tranquillità?
Ma vediamo i fatti così come riportati dalla cronaca e dai resoconti del processo.
Maren e John Hontvedt, che erano giunti a Smuttynose dalla Norvegia in cerca di fortuna e di un lavoro migliore, affittarono una piccola casa bifamiliare in legno dipinta di rosso dalla famiglia Thaxter, la cui proprietaria, Celia Thaxter scrittrice e poetessa, raccontò poi la loro storia in un saggio dal titolo "Memorable Murder", dove narrò, per dirla con le sue parole, “una delle tragedie più mostruose mai accadute".
Celia Thatxter, che era informata sui fatti e che fu tra le prime ad intervenire sul luogo del delitto e ad osservare le reazioni dei testimoni e dei sopravvissuti, era una colpevolista convinta, e credeva fermamente che la giustizia, che avrebbe soppresso per impiccaggione Louis Wagner a un mese soltanto dalla pubblicazione del suo libro, avesse fatto il suo corso.
Ma la casa rossa a dire il vero aveva anche un altro precedente poco rassicurante, pare infatti che la famiglia che vi abitava prima fosse scomparsa in mare senza lasciare traccia, abbandonando la casa così com’era senza mai più farvi ritorno.
In ogni caso questa fu la storia della famiglia Hontvedt così come narrata dalle cronache giudiziarie.
Raggiunta una certa stabilità con i proventi della pesca, Maren e Jhon chiamarono a raggiungerli il resto della famiglia, perché aiutassero con il lavoro delle braccia il nucleo originario e partecipassero ai sacrifici e ai risparmi con l’idea di acquistare presto una barca da pesca e mettersi in proprio.
In inverno sull’isola di Smuttynose, che faceva parte dell’arcipelago delle Shoals, la loro era l’unica casa abitata, e distava dieci miglia dalla costa più vicina, che fosse del New Hampshire o del Maine.
La famiglia così si riunì, Maren si fece raggiungere dalla sorella Karen e dal fratello Ivan, quest’ultimo accompagnato da sua moglie Anethe, mentre Jhon chiamò a sé il fratello Matthew. Nessuno sa com’era la vita operosa e spartana di queste sei persone nell’ aspra solitudine di quell’isola, fatto sta che la tragedia si consumò la prima notte che le tre donne rimasero sole.
Proprio in quel periodo prestava servizio presso la casa rossa anche un pescatore dal nome di Louis Wagner, giunto alle isole Sohals appena due anni prima. Questi era un oriundo Prussiano, proveniente da una piccola cittadina del nord, vicino a Pomeranie, era una specie di reietto, un mezzo vagabondo, che dava una mano in casa e con i lavori della pesca, e in cambio riceveva vitto e alloggio. Nelle deposizioni durante il processo venne descritto come “alto, possente, scuro e con maniere gentili, sempre sul chi vive e in disparte, ma un grande ascoltatore”, chi parla è l’unica sopravvissuta alla strage, Maren, moglie di Jhon, la principale testimone per l’accusa.
La notte del duplice delitto in cui perirono Karen ed Anethe, rispettivamente sorella e cognata di Maren, gli uomini di casa erano bloccati a Portsmouth per attendere un carico di pesce proveniente via treno da Boston.
Era la prima e l’unica volta che le donne rimanevano sole in casa durante la notte, ci si sarebbe aspettato che prendessero delle precauzioni, che sprangassero le porte, invece no, sole su un’isola per il resto quasi completamente disabitata, avvertite da un pescatore che gli uomini di casa non avrebbero fatto ritorno, semplicemente si limitarono a lasciare loro la cena in caldo e andarono a letto.
O meglio questo è quanto ci viene riportato dalla testimonianza di Maren, l’unica sopravvissuta alla strage. Colei che fu indicata come colpevole dagli innocentisti, che a lungo manifestarono nelle strade in difesa del povero Louis Wagner, ufficialmente identificato come assassino e ladro.
Andando avanti con la ricostruzione dei fatti pare che a un certo punto della notte il cane di casa iniziò ad abbaiare furiosamente, svegliando Karen che dormiva in cucina, portandola a sorprendere sul fatto un individuo misterioso che si stava aggirando, complice l’oscurità, nel locale, alla ricerca di qualche cosa.
Karen lo scambiò per il cognato John, pensando che fosse tornato in silenzio nella notte e che stesse cercando di farle paura, tanto che chiamò il suo nome a gran voce, poi sempre al buio gridò “John mi sta uccidendo”.
Per oltre un secolo i non colpevolisti ricordarono questa frase come l’unica vera prova a discarico per provare l’innocenza di Louis Wagner.
La testimonianza di Maren ci dice che Karen fu colpita al buio, e che nella colluttazione si infranse il vetro di un orologio, fissando l’ora del delitto alle
Volendo aiutare la sorella, Maren scoprì che le porte erano state bloccate, dall’assassino, allora fece uscire la cognata Anethe da una finestra della camera da letto, per mandarla a chiedere aiuto, ma questa rimase come impietrita, e fu raggiunta e colpita ripetutamente con un’ascia, gridando il nome di Louis mentre cadeva, per ben tre volte.
Da dentro casa Maren avrebbe assistito all’omicidio della cognata, mentre cercava di soccorrere e nascondere la sorella Karen, che però era già gravemente ferita, e non riusciva a fuggire, rimanendo in balia dell’assassino, mentre Maren si avventurava all’esterno in cerca di soccorsi.
Intanto alle sue spalle l’assassino cercava Karen alla luce di una lanterna, e la uccideva, tanto che Maren non potè far altro che ascoltarne impotente le grida mentre fuggiva.
Sconvolta e in preda allo shock, con la camicia da notte imbrattata di sangue e i piedi scalzi, si nascose tra le rocce e aspettò le sette di mattina per presentarsi alla casa più vicina, quella degli Ingebretson, ormai quasi assiderata, dando finalmente l’allarme.
Gli Ingebretson furono i primi a giungere sul luogo dell’eccidio, seguiti a breve distanza dagli uomini di casa, che tornavano a casa dopo una notte di lavoro e trovarono i cadaveri delle donne seminude e insanguinate, Anethe in cucina, e Karen in una zona disabitata della casa, dove nessuno andava mai.
Nel 1873 le forze di polizia erano già abbastanza evolute e furono compiute perquisizioni, rilievi ed indagini circostanziate.
L’ipotesi degli inquirenti era che l’assassino conoscesse bene la casa, si era lavato le mani a una fontana nascosta nel giardino, impossibile a trovarsi la notte per chi non fosse pratico dei luoghi, aveva avuto modo di sapere che gli Hontvedt tenevano nascosti in casa quasi 600 dollari risparmiati per l’acquisto di una barca da pesca, aveva usato l’argenteria per bere e per mangiare dopo il delitto, si era recato all’esterno per cercare Maren, ma non l’aveva trovata, il gruzzolo nascosto era scomparso.
Louis Wagner fu fin da subito l’indiziato numero uno, aveva lasciato la barca a New Castle, era stato visto aggirarsi per le strade la notte del delitto in stato evidente di confusione e grave disordine psichico, si era poi rifugiato fino a Boston dopo essersi cambiato d’abito e ripulito, alloggiando in un albergo, cosa lontana dalle sue abitudini e per la quale non aveva i mezzi. Aveva nascosto una maglietta sporca di sangue, teneva in tasca uno dei bottoni della veste di Karen, il suo nome era stato gridato nella notte per ben tre volte da Anethe. Le prove sembravano inoppugnabili.
Questi i capi di accusa: sue le tracce degli stivali che mischiate al sangue giravano intorno alla casa, sue le domande con cui si era premurato di sapere se gli uomini quella notte sarebbero tornati a casa, sua la confidenza raccolta circa i risparmi nascosti nella casa rossa, sua la confessione resa tempo prima al tavolo di un bar di essere così male in arnese “che avrebbe ucciso per potersi procurare del denaro facile”.
Eppure si dichiarò sempre innocente, fino alla fine, il giorno stesso dell’esecuzione, accusando Maren, che avrebbe congiurato contro di lui con la complicità del marito Jhon per farlo incriminare.
Centinaia di persone si convinsero della colpevolezza di Maren Hontvedt e marciarono nelle strade per ottenere la liberazione di Wagner, ciononostante egli fu impiccato dopo un regolare verdetto di colpevolezza emesso nel tempo recordi di soli 55 minuti di camera di consiglio, per il quale la testimonianza di Maren, l’unica sopravvissuta, fu certo determinante.
Ecco i punti che non quadrano nella tesi colpevolista.
Perché quella notte le donne non chiusero la porta a chiave, visto che era la prima volta che rimanevano sole e che l’isola era deserta?
Perché quella notte Karen dormì in cucina, cosa che non faceva mai e che non era abituale, su precisa disposizione di Maren?
Perché Karen una volta assalita urlò il nome di John e non quello di Louis, credendo appunto che fosse il cognato?
E se Anethe quando chiamò Louis per ben tre volte colpita a morte da uno sconosciuto avesse semplicemente inteso cercare disperatamente l’aiuto del pescatore pensando che potesse salvarla dal vero aggressore?
Perché Maren abbandonò al loro destino cognata e sorella con la debole scusa che doveva andare in cerca di aiuto e non si voltò indietro nemmeno quando, come racconta, ne sentì le ultime atroci urla di agonia?
E perché una volta appurato che erano entrambe morte o mortalmente colpite non si affrettò a cercare i soccorsi invece di aspettare le sette di mattina?
A carico di Louis invece furono portate le seguenti prove indiziarie.
Sapeva che gli uomini non sarebbero tornati perché glielo aveva chiesto insistentemente quella stessa sera.
Aveva bisogno di soldi ed era disposto a uccidere per averli.
Conosceva la casa e sapeva dove erano i nascondigli.
Una sua maglietta era stata trovata sporca di sangue, ed egli in preda al panico aveva affermato che si trattava di sangue animale, mentre invece dalle analisi fu provato che era sangue umano.
Aveva tentato di fuggire a Boston e di far perdere le sue tracce.
Le tracce dei suoi stivali erano state trovate miste a sangue tutto attorno alla casa.
Aveva promesso che sarebbe andato ad aiutare gli uomini a Portsmouth e invece non si era fatto vivo.
Ma d’altra parte perché Louis, che viveva alla casa rossa e conosceva tutti i nascondigli e aveva mille lavoretti da eseguire e piccole incombenze da svolgere ogni giorno, avrebbe dovuto compiere un eccidio per prendere, di notte, al buio e in presenza di testimoni, qualcosa che avrebbe potuto arraffare tranquillamente in qualsiasi momento, di giorno, e in tutta calma, mentre le donne erano occupate altrove nelle loro abituali attività?
Perché decise di compiere furto e delitto proprio in una notte in cui era a 20 miglia di distanza? E se l’aveva fatto per garantirsi un alibi allora perché raccontò invece una storia così poco plausibile circa la sua presenza in un luogo non meglio precisato?
E se la testimonianza di Maren era valida perché il corpo di Anethe era stato trovato dentro casa e precisamente in cucina, mentre Maren aveva dichiarato che l’aveva fatta uscire dalla finestra della camera da letto e che era stata colpita fuori?
E analogamente perché il corpo di Karen non era in cucina, dove stando a quanto dichiarato da Maren, era stata colpita, ma in un luogo disabitato e lontano della casa?
Maren sostenne che aveva tentato di condurla in salvo e che vedendola troppo debole l’aveva poi nascosta in camera da letto, contraddicendosi ancora una volta, visto che il cadavere fu poi ritrovato in un locale diverso che non era né la camera da letto né la cucina.
Perché se Louis era davvero colpevole non fuggì subito ma si fece vedere per strada in evidente stato confusionale prima di nascondere le tracce e riparare a Boston?
E perché il suo alibi, se appositamente costruito come sostenuto dall’accusa, era così inconsistente? Per tutto il processo si limitò a dichiarare che si trovava in barca con qualcuno di cui non ricordava il nome, e che poi era stato in un bar a Portsmouth ma non sapeva indicare quale.
Gli interrogativi sono davvero molti e non hanno mai avuto risposta, del resto nessuno può sapere quale rivalità o affinità fossero nate in quella casa con tre donne giovani e avvenenti e tre uomini variamente imparentati, chiusi giorno e notte tra quelle mura, in un’isola completamente deserta e abbandonata.
L’unica cosa certa è che se John fosse stato presente sul luogo al momento del delitto avrebbe dovuto contare sull’alibi del fratello e del cognato che invece testimoniarono che era a Portshmout, ma del resto se venti miglia di distanza era facilmente percorribili per Wagner, come sostenne l’accusa, lo sarebbero state di certo anche per John, che avrebbe facilmente potuto assentarsi e poi ricomparire.
E chi più di John avrebbe avuto interesse a proteggere la moglie, se colpevole, accusando Wagner? E per contro quale sarebbe stato l’interesse di Maren a ritardare il più possibile i soccorsi, se non per dare il tempo a John di rientrare a Porthsmouth e procurarsi un alibi scaricando il pesce dal treno di Boston?
Come per il caso di Lizzie Borden, è chiaramente dimostrato che a volte anche di fronte all’evidenza le corti dei tribunali sono state a lungo incapaci di riconoscere la colpevolezza di giovani e fragili donne che non si riesciuva proprio a vedere nei panni di perfide assassine capaci di decimare l’intera famiglia a colpi di scure.
Ma la cronaca di oggi ci insegna che invece le donne sono capaci di tutto, e che almeno per quanto riguarda la storia del crimine, hanno validamente raggiunto l’assoluta parità dei sessi.
Ed ecco che allora appare possibile che una eterea fanciulla in camicia da notte abbia una notte alzato la scure per uccidere le donne della sua stessa famiglia, per presentarsi poi lacera e tremante a chiedere pietosamente aiuto e soccorso, con ben sette ore di ritardo, al fine di accertarsi che le sue vittime fossero davvero morte, e presentandosi al limite dell’assideramento per essere meglio creduta.
Forse dopo tutto le tesi dei non colpevolisti potevano essere meglio ascoltate all’epoca e quel verdetto lampo di 55 minuti avrebbe potuto essere maggiormente meditato nell’interesse della giustizia e della verità.
Oggi, allo stato attuale delle cose, non sapremo mai se quel lontano giorno del
L’Autocombustione Umana: Un Fenomeno Impossibile?
A cura di Ceriani Cinzia
I casi di cronaca che documentano questo fenomeno si succedono ormai da tre secoli, e mentre per alcuni di essi sono state avanzate ragionevoli ipotesi, per la maggior parte dei essi la scienza medica ancora non sa dare una risposta convincente, e soprattutto univoca, che possa validamente motivare il fenomeno.
Non è certo la prima volta che la scienza e la conoscenza umana lasciano inspiegati degli eventi ragionevolmente documentati e quindi impossibili da ignorare, ma in assenza di una spiegazione scientifica del fenomeno resta il fatto che la combustione umana spontanea è uno dei casi più inquietanti ed atroci, tale da infiammare la fantasia popolare e da ingenerare incredibili leggende.
Tuttavia, a dispetto dei numerosi casi di cronaca ampiamente documentati, la scienza continua a ritenere questo fenomeno come NON esistente. Non esiste infatti nella casistica medica alcuna citazione di questo evento, non risulta compreso tra le malattie elencate nell'International Classification of Diseases, compilata a cura dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, e non è riportato nemmeno nell’Indice Medico Internazionale.
In poche parole non esiste.
Ma la domanda, particolarmente inquietante, che ci si continua a porre è: “Può un corpo umano prendere improvvisamente fuoco in maniera autonoma e trasformarsi in cenere nel volgere di pochissimi minuti?”
La scienza medica sostiene di no, i casi di cronaca continuano a dimostrare il contrario.
Il fatto che non esista una spiegazione logica, razionale o scientifica non annulla automaticamente il verificarsi di un fenomeno che, se pur inspiegabile, continua ad essere segnalato con allarmante regolarità da quasi trecento anni.
L’autocombustione umana, così come generalmente è noto, pare colpire persone di ogni ceto sociale, di ogni razza, di ogni tempra fisica ed età. Nessun comune denominatore apparentemente lega o accomuna i casi. Persone normalissime senza alcuna causa fisica riconoscibile prendono improvvisamente fuoco e i loro corpi si trasformano in pochissimo tempo in un ammasso di cenere.
I soggetti colpiti sembrano addirittura non percepire il pericolo e non avvertire dolore, come se il fuoco divampasse al loro interno si incendiano e muoiono rimanendo ferme nella medesima posizione assunta al momento dell’incidente, senza gridare né cercare aiuto, senza fuggire, come se venissero letteralmente consumati sul posto.
Il fenomeno si manifesta in maniera improvvisa e altrettanto repentinamente le persone muoiono senza lasciare altra traccia del loro passaggio su questa terra che un misero mucchio di cenere bianca. Niente che umanamente si conosca, nemmeno le altissime temperature dei forni crematori, potrebbero ridurre un essere umano in cenere, nel volgere di pochi minuti.
Tutto questo da un punto di vista fisico, logico e scientifico non dovrebbe esistere, ma invece si verifica, con una casistica ormai talmente ampia da poter addirittura azzardare delle statistiche.
Del resto non è la prima volta che fenomeni dimostrati non risultano spiegabili scientificamente, eppure accadono, e continuano ad accadere. Ancora a lungo forse il mistero resterà tale, in quanto le vittime spesso non hanno nemmeno modo di accorgersi di quanto accade, vengono consumate istantaneamente e i pochi sopravvissuti non conservano alcuna memoria dell’accaduto e non sanno offrire alcuna spiegazione logica.
La dinamica fisica degli eventi, in tutti i casi osservati, sembra essere la stessa. Una persona qualunque prende improvvisamente fuoco, le fiamme appaiono generate dall’interno, e il corpo umano viene consumato nel giro di pochissimi minuti, a volte solo una manciata di secondi, del corpo umano alla fine rimane solo cenere, raramente qualche osso, per lo più appartenente agli arti inferiori, che soli sembrano rimanere miracolosamente illesi. L’evento è talmente improvviso da rendere inutile ogni tipo di soccorsi, i soggetti che si sono salvati spesso muoiono successivamente, e i sopravvissuti si contano sulla punta delle dita.
L’incendio che divampa tuttavia sembra essere estremamente violento e localizzato, al punto che la mobilia, gli oggetti e i locali circostanti non riportano alcun segno di bruciatura, mentre invece spesso, ovunque sul soffitto, sulle pareti e sui mobili si è riscontrata la presenza di una massa grassa e untuosa, che ancora colava quando sono intervenuti i primi soccorsi, come se la persona si fosse letteralmente liquefatta.
Come può un organismo umano ridursi in cenere, quando perfino nei forni crematori è necessario triturare le ossa, separatamente, dopo l’inceneritura, con un apposito macchinario? Nemmeno le vittime di colossali incendi, che pure hanno divampato per parecchie ore, sono state mai ritrovate in questo stato, normalmente i corpi bruciati dalle fiamme possono essere rinvenuti carbonizzati, ma mai inceneriti o liquefatti.
Per quanto il fenomeno sia riportato ed osservato da secoli, ancora non si è trovata una ragionevole spiegazione, e la ragione vacilla. Senza dover ricorre necessariamente a teorie sovrannaturali è comunque lampante che una via deve essere tracciata, oltre la consueta abitudine delle componenti ufficiali di negare anche l’evidenza quando non si ha alcuna delucidazione da offrire.
Troppe volte nel corso della storia ci si è rifugiati dietro allo scetticismo e al diniego pur di non essere costretti a riconoscere fenomeni che non si riusciva a comprendere.
Sono a dimostrarlo Galileo Galilei e Cristoforo Colombo, senza i quali saremmo ancora convinti che la terra è piatta e che al di là delle Colonne d’Ercole si spalanca un baratro senza nome, lo stesso baratro dell’ignoranza e della presunzione umana.
I Casi documentati di Autocombustione Umana
A cura di Ceriani Cinzia
Le cronache documentate degli ultimi anni sono piene di quello che, schierati e compatti, i patologi, gli esperti, gli scienziati, i coroner, i periti medico legali, gli ispettori di polizia, e i vigili del fuoco, sostengono “non esistere”.
Ad un attento esame sembrerebbe che i primi casi storicamente noti siano riportati addirittura nelle Sacre Scritture e nell’Antico Testamento, ma volendo prendere in esame solamente quanto verificatosi di fronte a testimoni attendibili, e di cui esite una testimonianza circostanziata e una relativa indagine “ufficiale”, possiamo identificare il primo caso riconosciuto come “sospetta autocombustione” al 1725, durante il processo per uxoricidio di Nicole Millet.
Incriminato per l’omicidio della moglie, tristemente nota in paese come alcoolizzata cronica, a Reims, in Francia, il locandiere Millet fu prosciolto solo quando il suo avvocato riuscì a dimostrare che la vittima non era stata gettata volontariamente nel camino dal coniuge, ma bensì aveva preso spontaneamente fuoco, per perire poi, letteralmente consumata dalle fiamme nel volgere di una manciata di minuti, forse colpita dalla vendetta divina.
Strategia difensiva, profonda intuizione scientifica, o abile depistamento delle indagini che fosse, questo è il primo caso universalmente noto di possibile autocombustione.
Si giunse a questa conclusione, o ipotesi, esaminando i resti della vittima e lo stato dei locali, che andavano in contrasto con la teoria dell’accusa, che voleva la donna gettata nel camino dal suo stesso marito.
La donna, o meglio quel che restava del suo corpo, giaceva a circa trenta centimetri dal camino, completamente consumata dalle fiamme, intorno a lei circa quaranta centimetri di pavimento erano bruciati, mentre tutto il resto appariva intatto, e nemmeno i mobili sembravano essere stati danneggiati in alcun modo dalle fiamme.
A seguito di questo evento, nel 1763, Jonas Dupont pubblicò una collezione di studi sull’argomento citando gli eventi più conosciuti e raccogliendo una mole di dati impressionante in un trattato, il De Incendiis Corporis Humani Spontaneis.
Successivamente, nel 1951, Mary Reeser fu trovata nel suo appartamento, o meglio del suo corpo furono trovati solo un ammasso di ceneri, un teschio carbonizzato, e il piede sinistro totalmente intatto. Ecco il resoconto della scoperta del cadavere così come ce lo riportano le cronache dell’epoca.
Siamo in Florida, a St. Petersburg, giunge un telegramma per la ultra sessantenne Signora Reeser. L’affittuaria, animata da quella eccezionale novità, sale i gradini a due a due, e bussa alla porta della sua inquilina. Non giunge risposta, ma tutti sapevano che la signora doveva essere in casa.
La locataria, giustamente preoccupata dal prolungato silenzio, si affaccia alla finestra per chiedere aiuto e viene prontamente raggiunta da due imbianchini davanti alla porta, che dopo ripetuti richiami, viene infine sfondata, lasciando fuoruscire una folata di fumo.
Nel salotto i macabri resti della povera vecchia, che a quanto sembrava era perita nel divampare di un furioso incendio che però non aveva lasciato tracce, né generato alcun tipo di allarme. Insomma era morta bruciata, e nel più completo silenzio, dato che nessuno degli altri abitanti della casa aveva percepito alcuna richiesta di aiuto o qualsiasi tipo di rumore.
La scena, così come si era presentata agli occhi della polizia, era decisamente atipica, per essere il teatro di un incendio.
Il soffitto e la parte alta delle pareti erano ricoperte da una sostanza grassa, oleosa, che colava fino a circa un metro da terra, al di sopra di questa linea ideale ogni cosa appariva affumicata, corrosa e liquefatta, al di sotto, tranne per il corpo della Signora Reeser, ogni cosa appariva invece miracolosamente intatta.
Furono compiuti rilievi, sopralluoghi e indagini approfondite, generando ogni tipo di fantasiose ipotesi, tutte successivamente scartate.
Qualcuno aveva colpito la donna dall’esterno con un potentissimo lanciafiamme, la vittima aveva ingerito del materiale esplosivo, un fulmine globulare l’aveva attraversata, scaricandosi attraverso di lei, per poi fuoriuscire dalla finestra.
Per la prima volta, dopo il clamoroso caso giudiziario del 1725, qualcuno avanzò di nuovo, timidamente, la teoria della “combustione umana spontanea", in inglese Spontaneous Human Combustion, poi abbreviato in SHC.
La spiegazione “ufficiale” del decesso fu che la donna si era addormentata con la sigaretta accesa, dopo aver bevuto o assunto dei sonniferi, che la vestaglia che indossava di tessuto sintetico, facilmente infiammabile, avesse preso fuoco, e che la vittima, intontita, non avesse avuto modo o tempo di reagire. Solo il medico legale, giustamente, si meravigliò del fatto che, nonostante le altissime temperature che l’incendio avrebbe dovuto raggiungere per consumare il corpo a quel modo, l’appartamento e l’intero edificio non fossero stati in alcun modo lesionati, mentre a rigor di logica avrebbero dovuto essere, invece, completamente distrutti.
Ma già nel 1731, e proprio in Italia, senza alcun collegamento apparente con i casi successivi, si era generato un evento che, a ragione, poteva essere ricondotto all’autocombustione.
A Verona vive, agiatamente, la ricca contessa Cornelia Bandi, donna integerrima, abitudinaria, dotata di una salute di ferro e di una rigida disciplina, sessantadue anni, perfetta lucidità mentale e di costumi assai morigerati e spartani.
Una sera, dopo aver conversato come d’abitudine con la sua cameriera personale, si corica, per non rialzarsi mai più.
Al mattino, quando in conformità alle abitudini della casa, la domestica si reca in camera da letto per svegliare la sua padrona, si trova davanti a uno spettacolo spaventoso.
“Il pavimento della camera era cosparso di grosse macchie umide e vischiose, mentre un liquido giallastro colava lungo la finestra", il letto appariva intatto, ma le coperte indicavano chiaramente che la contessa si era coricata per poi rialzarsi, forse in preda a un malore, e crollare al suolo infine a pochi metri di distanza. Del suo corpo rimaneva solo un soffice mucchio di cenere, mentre le gambe, intatte, ancora infilate nelle lucide calze di seta, giacevano a terra, oltre quello di lei restava solo parte della calotta cranica.”
Nessuno allora naturalmente si azzardò a parlare di autocombustione, ma il medico legale e il magistrato responsabile delle indagini si spinsero fino a inserire nel rapporto finale l’esplicita frase “Sembra che nel petto della contessa si sia acceso un fuoco spontaneo", che non lasciava adito a dubbi sulla conclusione del caso.
Nel 1782, sempre in Francia, a Caen, una donna , anch’essa anziana, e dedita all’alcool, fu ritrovata quasi nelle medesime condizioni della moglie dell’albergatore di Reims. "Il capo era posto su uno degli alari, a quarantacinque centimetri dal fuoco. Il resto del corpo giaceva di traverso, davanti al camino, ed era ridotto ad un mucchietto di ceneri. Benchè fosse una giornata fredda, nel focolare c' erano solo due o tre pezzi di legno bruciati". La supposizione che fosse perita cadendo nel caminetto dunque non era sostenibile dai fatti, difficile morire carbonizzati se il fuoco era debole e fiacco.
È il 1904 invece, quando a Grimsby, in Gran Bretagna, un contadino vede passando una cameriera intenta a spazzare la cucina, completamente concentrata nella sua opera, mentre intanto i suoi abiti avevano preso fuoco. Solo quando l’uomo iniziò a urlare, la donna si volse verso di lui e sembrò rendersi conto che c’era qualcosa che non andava, altrimenti avrebbe continuato imperterrita a pulire il pavimento. Salvatasi solo per il pronto intervento del contadino, una volta ascoltata, dichiarò di non sapere assolutamente come fosse potuto accadere, che era lontana dal camino e dai fornelli, e che comunque oltre a non ricordare nulla, non aveva sentito alcun dolore, nonostante le gravi ustioni che le furono ritrovate sul corpo. Il contadino confermò la sua versione, nessuna fonte di calore apparente si trovava nelle immediate vicinanze, ma allora “come aveva potuto prendere fuoco a quel modo, e soprattutto, come poteva non essersene nemmeno accorta?”.
Nel 1905 si verifica il primo caso documentato di combustione umana che vede coinvolte più persone, la famiglia Kiley, composta da marito e moglie, viene soccorsa dai vicini allarmati da uno strano rumore. Quello che vedono è inspiegabile. Il marito giace a terra completamente carbonizzato, la moglie, meno devastata dalle fiamme, invece, è ancora tranquillamente seduta in poltrona. Nonostante la vicinanza nemmeno un grido o un gemito fu udito dai vicini, i due sembravano essere stati uccisi simultaneamente e repentinamente da una combustione violenta di origini sconosciute che non aveva lasciato nessun’altra traccia nell’ambiente.
Gran Bretagna, 1907, la signora Cochrane, che vive sola, brucia in religioso silenzio nella sua stanza. Dell’accaduto, classificato come incidente domestico non si sa davvero molto, ma il Daily News dichiarò che "Era talmente arsa da renderne impossibile il riconoscimento", in pratica di lei non era rimasto nulla.
Nel 1908 assistiamo al primo caso di apparente combustione spontanea, pilotato e messo sotto silenzio dalle autorità locali. Le circostanze emerse dalle prime deposizioni ricalcano fedelmente lo scenario della Contessa Bandi. A Whitley Bay, nel Northumberland, Margaret Dewar trovò sua sorella Wilhelmina in piena fase di combustione. Uscita a precipizio per chiedere soccorso, rientrò nella camera da letto dopo pochissimi minuti appena, in compagnia dei vicini, che dovettero constatare la morte della povera donna. Le lenzuola e le coperte erano intatte, non vi era alcuna traccia di fumo o di incendio nella stanza, al di là di quelle localizzate sul cadavere. Un fatto inspiegabile.
Nel corso del processo tuttavia la testimone principale ritrattò la sua versione, sostenendo che la sorella era stata rinvenuta al piano terra, e solo in seguito trasportata sul letto, questo tacitamente avvallava una manomissione della scena dell’incidente e inficiava buona parte dei rilievi effettuati, motivando così adeguatamente l’incapacità dell’equipe legale a giustificare le reali modalità del decesso.
Un lungo salto temporale fino al 1922, prima di ritrovare un altro caso possibile di autocombustione. Sydenham, Gran Bretagna, di Euphemia Johnson, perita in un incendio, viene trovata con le ossa calcinate, nel suo appartamento intatto, e le vesti che ricoprono i suoi miseri resti risultano perfettamente integre. A prescindere dalla violenza che un incendio avrebbe dovuto generare per ridurre a quel modo delle ossa umane, come sarebbe stato possibile conciliare l’altissima temperatura necessaria con lo stato dei locali, non minimamente colpiti dalle fiamme, e con l’assoluta integrità degli abiti che, desolatamente ricoprivano delle ossa perfettamente calcinate?
Nel 1960 a Pikeville, U.S.A. il primo caso universalmente noto di probabile autocombustione di gruppo. La polizia scopre in un’auto miracolosamente intatta i resti di cinque cadaveri completamente carbonizzati e dichiara: “Gli occupanti dell’abitacolo erano posizionati proprio come se fossero seduti in macchina. Con tutto il calore che è stato liberato durante la combustione, meraviglia che non abbiano cercato di scappare".
L’anno dopo in Francia, ad Arcis-sur-Aube, nel 1971, Lèon Eveil viene trovato bruciato dentro la propria macchina, l’auto non ha riportato alcun danno, la tappezzeria non è annerita dal fumo, e solo il sedile su cui l’uomo era collocato riportava tracce di bruciature, nessuno avrebbe potuto incendiare altrove il corpo per poi trasportarlo lì perché gli si sarebbe frantumato tra le mani, il cadavere giaceva in posizione seduta, come intento alla guida, perfettamente rilassato, e nessuna spiegazione logica venne avanzata in merito dagli inquirenti.
In Pennsylvania, nel 1964, i resti di Helen Conway furono rinvenuti nella sua camera da letto. Ma il caso venne frettolosamente archiviato come incidente domestico, perché la donna era una forte fumatrice, abituata a lasciare ovunque mozziconi di sigaretta ancora accesi. La testimonianza di sua nipote passò praticamente ignorata, anche perché andava contro la tesi del coroner. La ragazza sostenne infatti, senza mai ritrattare, che dopo essersi recata a salutare la nonna, era subito tornata indietro, allarmata da uno strano rumore, e aveva visto, non appena riaperta la porta, la vittima avvolta dalle fiamme. Tra l’allarme e l’intervento del programma erano passati pochissimi minuti, e il corpo era già stato, completamente, incenerito, senza alcuna spiegazione logica apparente, la vittima inoltre, mentre era avvolta dalle fiamme, non aveva mostrato segni di panico e non sembrava essersi resa conto di quanto le stava accadendo.
Sempre in Pennsylvania, ma nel 1966, a Coudersport, un anziano signore di 92 anni, il Dottor Iriving Bentley, si recò in bagno, per non uscirne mai più. Quanto restava del suo corpo fu rinvenuto accanto al water. Come negli altri casi la zona dell’incendio risultava circoscritta attorno alle sue ceneri, e il fuoco non aveva danneggiato nient’altro, pur trattandosi in un locale angusto, di lui fu ritrovato solo un piede, perfettamente intatto. Dato che nel bagno scorrevano le tubature, fu chiamato per un sopralluogo l’addetto del gas, che oltre a confutare la possibilità di una fuga di gas, dichiarò che nel locale circostante non vi era nessun’altra traccia dell’incendio, tranne un buco nel pavimento in corrispondenza del luogo dove presumilmente si trovava, in piedi la vittima. Nient’altro era stato corroso, attaccato o semplicemente annerito dalle fiamme, né le tubature, né le piastrelle, né i sanitari.
Nel 1980 a Gwent nel Galles, interviene nelle indagini su un caso di combustione spontanea un agente della Scientifica del Cid, il Criminal Investigation Department, ad analizzare dettagliatamente la scena, che è quella classica di tutti gli altri eventi noti e assimilabili. John Heymer constata subito appena entrato eccezionali condizioni di calore e umidità, assieme a uno strano bagliore arancione o rossastro.
Sul tappeto giacevano i resti della vittima, un cumulo di cenere bianca lucente, i piedi, ancora rivestiti dai calzini, completamente intatti, e il cranio annerito dalle fiamme. Si trattava di un individuo anziano, di settantatre anni, Henry Thomas, e di lui non rimaneva più nulla.
La poltrona su cui egli era seduto era solo parzialmente bruciata, il resto della stanza non presentava segni di incendio, la luce elettrica e quella dell’alba conferivano quel bagliore aranciato e rossastro filtrando attraverso uno strato compatto di materia vaporizzata, grassa e condensata, che era cosparso praticamente su ogni superficie della stanza.
Il tappeto e la moquette erano bruciati solo in corrispondenza del mucchio di cenere, e anche la poltrona, apparentemente, aveva smesso di bruciare non appena il corpo era crollato al suolo.
Finestre e porte della casa avevano guarnizioni contro il freddo che in pratica sigillavano l'ambiente. Una volta consumato l'ossigeno presente, il fuoco avrebbe dovuto spegnersi. Heymer si domandava come mai il corpo avesse continuato a bruciare fino a consumarsi quasi interamente.
Incredibilmente in questo caso l’ipotesi degli inquirenti fu che il soggetto era caduto a faccia avanti nel camino, forse per un colpo di sonno, e poi aveva trovato la forza per tornare a sedersi in poltrona, dove era svenuto per finire consumato dalle fiamme. Ma un uomo che cade tra le fiamme torna forse a sedersi in poltrona piuttosto che precipitarsi alla porta o alla finestra in cerca di aiuto? Nel 1980 a Gwent, nel Galles, John Heymer, agente della scientifica, fu chiamato a investigare su uno strano caso. La vittima si chiamava Henry Thomas, settantadue anni, e di lui erano rimasti i due piedi coperti dai calzini e un cranio parzialmente distrutto dal fuoco. Il resto era cenere. La poltrona era bruciata e il tappeto era carbonizzato solo da un lato.
Nell’anno 1978 poi, inspiegabilmente, il 7 Aprile del 1978, si verificano addirittura tre casi contemporanei, in tre diverse località dell’Irlanda, dell’Inghilterra e dell’Olanda.
Al largo delle coste Irlandesi, il comandante dell’Ulrich, un cargo commerciale, nota che la nave è in balia di un rollio anomalo, che sbanda da destra a sinistra, in assenza di venti e col mare calmo la cosa non è spiegabile. Recatosi in plancia di comando scopre che il timoniere ha abbandonato il suo posto, o meglio, a ben guardare, fisicamente è ancora lì, ma sotto forma di un mucchio sparuto di cenere e un paio di scarpe carbonizzate. Si tratta del primo caso che si conosca verificatosi all’aperto e l’unico del quale siano state consumate anche le estremità, forse perché calzate in stivali di gomma. La prima ipotesi degli inquirenti, quella di un anomalo fulmine direzionale, fu immediatamente scartata a causa delle condizioni atmosferiche che non erano compatibili con una perturbazione.
Lo stesso giorno in un piccolo paesino in Inghilterra, durante un controllo, una pattuglia di polizia rinvenne un autocarro rovesciato ai margini della strada, nell’abitacolo le ossa annerite del conducente, una materia untuosa semidisciolta e alcune vaghe tracce di fuliggine. I cuscini e le fodere del mezzo risultavano praticamente intatti, eccezion fatta per quelli posti immediatamente in prossimità del corpo.
La stessa scena si verificò, il medesimo giorno, a Nimega, in Olanda, dove un corpo completamente consumato e incenerito fu rinvenuto al posto di guida di un’automobile, parcheggiata a lato della carreggiata.
Rarissimi casi, come quello del Northumberland del 1908, sono avvenuti alla presenza dei testimoni, le cui deposizioni risultano comunque illuminanti.
Durante il sopralluogo a una casa diroccata, all’interno della quale erano stati notati degli strani bagliori, il vigile del fuoco Jack Stacey non nota alcuna traccia di incendio fin che non si imbatte nel corpo di un vagabondo, avviluppato dalle fiamme. "A livello dell' addome c' era uno squarcio di circa 10 centimetri. La fiamma usciva da quello spacco con forza, come in una lampada a gas". Il caso, che venne archiviato come “morte dovuta a fiamma ignota” per Stacey era chiaramente imputabile a una combustione iniziata all’interno del corpo.
Furono necessari diversi estintori per domare le fiamme, e i pompieri si videro costretti a dirigere il getto di schiuma direttamente all’interno del torace dell’uomo, che sembrava essersi aperto e dal quale scaturivano le lingue di fuoco. Diversamente dagli altri casi, l’uomo sembrava essersi reso conto del pericolo, e aver avvertito dolore, perché fu rinvenuto con i denti conficcati nella balaustra di legno delle scale. I suo corpo non fu ridotto in cenere, perché trovato ancora acceso, e i testimoni, tutti esperti vigili del fuoco, dichiararono che le fiamme erano bluastre e alte, come quelle di una lampada a gas, e non rosse e soffuse, come avrebbero dovuto essere secondo una delle teorie allora in voga, quella dell’effetto stoppino, o candela inversa. Inoltre i vestiti del vagabondo, al di là dell’addome, erano perfettamente intatti. Non vi erano nella baracca fonti di luce, di fuoco, o di elettricità, e nessun materiale infiammabile o combustibile nelle immediate vicinanze.
Ma di queste testimonianze, benchè rilevanti e professionali, provenienti da esperti di roghi di ogni genere e tipo, spontanei, dolosi, fortuiti, o provocati, non venne tenuto alcun conto.
Nel 1982, sempre a Londra, nella località di Edmonton, Jeannie Saffin, viene avvinta dalle fiamme mentre si trova seduta nella sua cucina, assiste al fatto il padre, che si volta attratto da uno strano lampo di luce. Quello che vede lo lascia esterefatto, sua figlia è completamente avvolta dalle fiamme, ma non grida, non si agita, non dà alcun segno di percepire dolore o allarme. Rapidamente l’uomo, nonostante gli oltre novanta anni di età, l’afferra, la spinge verso il lavello, cercando di spegnere l’incendio che, sembrava circoscritto alla sua sola persona, e nel contempo chiama aiuto. Il cognato che accorre sollecito vede la donna in piedi, stranamente calma, con il volto e l’addome divorati da vampate crepitanti, nonostante i soccorsi tempestivi la vittima morirà in ospedale per le ustioni riportate. I familiari testimoniarono che le fiamme erano partite dall’interno e che la donna non sembrare avvertire dolore. Benchè ritardata di mente, la gravità delle ustioni rende impossibile supporre che la donna non si sia in qualche modo dimenata o fatta prendere dal panico mentre letteralmente bruciava viva.
Questa volta le testimonianze furono ascoltate attentamente, e il coroner, benchè costretto ad emettere un verdetto di “incidente domestico”, si scusò personalmente con i familiari, ritenendoli comunque perfettamente affidabili e credibili. Del resto nella casistica giudiziaria, in assenza di ogni altro precedente, non era possibile emettere un giudizio diverso, né imputare la causa della morte a fenomeni che non fossero “ufficialmente” riconosciuti.
Particolare scalpore sollevò la deposizione del cognato della vittima, uomo equilibrato, in età matura, non troppo anziano né troppo giovane, noto per non essere eccessivamente impressionabile, che dichiarò a voce forte e chiara che “dalla bocca della donna provenivano lingue di fuoco, come quelle di un drago, e che si udivano fuoriuscire sibili o ruggiti come di un gas sotto pressione che erompesse”.
Nel 1998 a Sidney in Australia, si ebbe un caso notevole, verificatosi all’aperto e alla presenza di testimoni.
Agnes Phillips, ottantadue anni, era in macchina, dal lato del passeggero, e attendeva sua figlia che si era recata in un negozio per fare compere. La giornata era calma, il motore era spento, l’auto parcheggiata all’ombra, non c’erano fili scollegati o scoperti, non fu ritrovata nessuna traccia di corto circuito, nessuna delle due donne fumava, la temperatura era mite. Eppure, voltandosi sulla soglia del negozio, per controllare se sua madre stesse bene, Jackie Park vide fuoriuscire dai finestrini del denso fumo. I soccorsi furono immediati, con l’aiuto dei passanti la figlia aprì l’auto, le fiamme furono sedate, la vittima condotta in ospedale, dove morì una settimana dopo per le gravissime ustioni riportate in tutto il corpo, nel volgere di quei pochissimi minuti. Nessuno riuscì a stabilire come la vittima avesse potuto prendere fuoco repentinamente a quel modo, i medici dissero che “sembrava come se qualcuno le avesse gettato benzina sulle vesti”.
Dodici anni prima, nel 1980, in Florida, a Jacksonville, un’altra donna, Jeanna Winchester, fu vittima di un incidente analogo, ma si salvò, avendo riportato ustioni solo nel venti per cento del corpo. Si tratta forse dell’unica sopravvissuta in grado di testimoniare, lucidamente, e dichiarò sempre che non ricordava assolutamente nulla, essendo al tempo stesso, però, ben felice di essere viva, nonostante le gravi menomazioni riportate a causa delle ustioni.
Un altro caso con numerosissimi testimoni oculari fu quello di Jacqueline Fitzsimons, forse l’unica vittima veramente giovane della casistica conosciuta, diciassette anni appena, studentessa di un Istituto Alberghiero, stava chiaccherando nel corridoio, tra una lezione e l’altra, con el sue compagne di scuola. A un tratto dice di non sentirsi molto bene, e di avvertire un bruciore sulla schiena, ma era calma, come si fosse trattato di un malessere di poco conto, quando le sue amiche la guardarono videro che era in preda alle fiamme, Jeanne iniziò a gridare solo quando i suoi lunghi capelli presero fuoco. I soccorsi anche qui furono tempestivi, immediati e professionali. In meno di un minuto le insegnanti strappano via i vestiti in fiamme, le prestano le prime cure, e la conducono repentinamente in ospedale. Nonostante ciò la ragazza muore all’ospedale di Cheshire, in Gran Bretagna, dopo quindici giorni dal fatto. Il funzionario che indagò sul caso, dopo aver ascoltato ben sette testimoni diversi, perfettamente attendibili e aderenti alla medesima versione, si dichiarò “incapace” a fornire alcun tipo di spiegazione logica.
Ventuno eventi mortali e drammatici, apparentemente riconducibili al fenomeno dell’autocombustione umana, ventuno casi possibili, mai dimostrati certo, ma sui quali nemmeno le autorità costituite sono riuscite a fare piena luce, né, per loro stessa ammissione, ad avanzare ipotesi logiche e razionali che potessero spiegare pienamente tutte le circostanze.
Ventuno decessi improvvisi, repentini, alcuni verificatisi anche davanti a testimoni, senza alcuna causa apparente.
Ventuno sopralluoghi, indagini, perizie ed esami medici che non sono valsi ad avanzare un qualunque tipo di supposizione, teoria od ipotesi soddisfacente, al di là del vago abituale verdetto di “incidente domestico” o “rogo dalle origini sconosciute”.
Nessuna spiegazione logica per le circostanze “sospette” o “aggravanti”.
Come hanno fatto i corpi a raggiungere in così poco tempo le temperature elevate necessarie per essere ridotti praticamente in cenere o calcificati?
Perché gli ambienti circostanti, gli oggetti limitrofi, e talvolta perfino le vesti o le estremità inferiori non solo non recavano alcuna traccia di incendio ma addirittura apparivano miracolosamente intatti?
Come mai le vittime, a giudicare dalla loro postura, dalle deposizioni dei testimoni e dei rarissimi sopravvissuti, sembravano non aver avuto alcun sentore del pericolo, né aver provato alcun tipo di dolore, nonostante stessero, letteralmente, bruciando vive?
Per quale motivo un semplice incendio domestico, di proporzioni talmente modeste da lasciare intatte abitazioni e suppellittili, dovrebbe essere stato in grado di carbonizzare, liquefare, calcificare e ridurre completamente in cenere un corpo umano, nel volgere di pochi minuti, come nemmeno un forno crematorio, appositamente costruito per lo scopo, e progettato per generare temperature fino a cento volte più alte di un comune incendio, è in grado di fare?
In ogni caso, ventuno casi, sono già sufficienti per generare una casistica, per raffrontare i dati, per verificare le informazioni e filtrarle, cercando, statisticamente, di identificare dei tratti comuni atti se non a dimostrare, quanto meno ad indicare, una possibile causa.
E negli eventi analizzati finora gli unici fattori comuni che si possono indicare sono nell’ordine.
Maggioranza di vittime in età avanzate, dedite all’alcool, o comunque use al consumo di farmaci ipnotici o sedativi.
Molte delle persone colpite vivevano sole, erano obese ed erano forti fumatrici.
Questi due fattori potrebbero spiegare, ad esempio, perché le vittime non chiesero aiuto, o non tentarono di fuggire, anche se non si conoscono barbiturici talmente forti da annullare totalmente la sensazione di dolore che si deve provare quando, letteralmente, si brucia vivi, e potrebbero motivare, ma solo in alcuni casi, la causa scatenante dell’incendio.
Però non spiegano, in alcuna maniera, perché il rogo si sia limitato a consumare solo i corpi lasciando intatto il resto dell’ambiente, perché solo gli arti inferiori sono stati risparmiati, perché i cadaveri siano stati consumati tanto in fretta e in maniera così profonda che nemmeno un inceneritore sarebbe stato in grado di emulare, perché non si siano mai udite grida o richieste di soccorso, perché la morte sarebbe sopravvenuta tanto rapidamente quando si conoscono casi di grandi ustionati che sono sopravvissuti con lesioni molto più gravi, o esposizione al fuoco assai più prolungate, perché infine nessuno dei rari superstiti affermi di ricordare nulla né di aver provato dolore e nemmeno motivano, non dimentichiamolo, il fatto che le fiamme sono sembrate scaturite dall’interno del corpo, e non dall’esterno, e la sconcertante presenza di quella sostanza gialla, untuosa, grassa e oleosa, che è stata tante volte riscontrata sul luogo dell’incendio.
Ma la scienza, anche se lontana dal fornire una spiegazione logica e attendibile, prima di affermare perentoriamente che un dato fenomeno, semplicemente NON esiste, dovrebbe essere quanto meno disposta ad esaminare i fatti, ed eventualmente a confutarli, se occorre, piuttosto che limitarsi a ignorarli o semplicemente a negarli, come invece avviene nella quasi totalità dei casi, assumendo un atteggiamento di chiusura ostica e di scetticismo che non può che ingenerare sospetti anche nei soggetti più razionali e intellettualmente illuminati, dando così credito a favole e mitologie, che, se analizzate, potrebbero forse essere facilmente sfatate, ma così, abbandonate al limbo dell’ignoranza, trovano terreno fertile per prolificare, ogni giorno di più, nell’immaginario collettivo.
Le spiegazioni avanzate sul fenomeno dell’Autocombustione
A cura di Ceriani Cinzia
Reazione di sostanze chimiche all’interno del corpo, gas combustibili di origine intestinale, ubriachezza e alcoolismo, obesità, fulmini globurali, campi elettromagnetici, linee di forza che si intrecciano, queste solo alcune delle ipotesi che finora sono state avanzate sul fenomeno del SHC, Spontaneous Human Combustion.
Analizzando i casi universalmenti noti come sospetta autocombustione, che risultano essere ben più di 600, assai oltre a quelli riportati dalle cronache giornalistiche, salta subito all’occhio una serie di coincidenze che si ripetono costanti. Buona parte delle vittime sarebbero state infatti estremamente anziane, obese o comunque pingui, dedite all’alcool o all’abuso di farmaci dalle proprietà sedative, e sole in casa al momento della disgrazia.
Esaminando dunque queste caratteristiche ricorrenti fu a suo tempo avanzata l’ipotesi di una correlazione tra ubriachezza e autocombustione.
Si suppose infatti che qualora i tessuti umani, in un soggetto dedito al bere, fossero impregnati d’alcool, un’eventuale combustione spontanea avrebbe potuto essere favorita.
Peccato però che prove di laboratorio dimostrarono, al di là di ogni possibile dubbio, che prima di raggiungere i livelli di concentrazione necessari per riprodurre un tale tipo di fenomeno incendiario, il soggetto sarebbe dovuto già essere deceduto da un pezzo per coma etilico.
Dunque alla fine l’unica correlazione possibile tra alcoolismo e autocombustione, consisterebbe solo in una concreta diminuzione della soglia di attenzione e in un evidente rallentamento dei riflessi.
Nella quase totalità dei casi è stato poi notato che accanto all’individuo, anziano, obeso, impacciato nei movimenti, rallentato dall’alcool o dai sedativi, e che viveva solo, si poteva rilevare la presenza di materiali incendiari o combustibili, come imbottiture di poltrone, stoffe sintetiche, parquet, sigarette, candele, caminetti accesi, tappeti, moquette e altre fonti di calore o di componenti facilmente incendiabili.
Sulla base di queste osservazioni gli esperti hanno dunque avanzato l’ipotesi, come è a tutti noto, che il fenomeno della combustione spontanea, praticamente non esiste.
Vanno però in contraddizione con questa semplicistica tesi alcune considerazioni di ordine eminentemente pratico.
Un incendio domestico, anche di particolare virulenza, non raggiunge mai una temperatura superiore ai 300 gradi, e qualora la raggiungesse dovrebbe trattarsi di un rogo di tali dimensioni da non poter essere facilmente domato, meno che mai autoestinguente.
Come si spiega allora il fatto che nei casi esaminati le fiamme sembrerebbero aver consumato solo il corpo, e la zona limitrofa, risparmiando invece suppellettili, mobili, pavimento, tetto e pareti?
Quasi mai inoltre è stato riscontrato un incendio ancora in corso, in tutti i casi di soccorso intervenuto ad opera di testimoni si è rilevato che se fiamme erano ancora presenti, esse erano circoscritte alla vittima, e se estinte, non avevano minimamente danneggiato il locale circostante.
Inoltre i corpi delle vittime non di rado vengono rinvenuti completamente inceneriti, e se qualche osso si salva, è di solito appartenente agli arti inferiori, forse staccatisi dal corpo e caduti al di fuori del raggio d’azione delle fiamme, perfino le poltrone a volte sembrerebbero aver smesso di bruciare, dopo che il cadavere della vittima era scivolato al suolo. E inoltre che temperatura sarebbe necessaria per ridurre un corpo umano in cenere in così poco tempo? Nemmeno un corpo crematorio, che opera a oltre 1300 gradi, sarebbe in grado di incenerire le ossa di uno scheletro umano, che infatti negli inceneritori vengono poi raccolte e triturate a parte in un apposito macchinario.
La teoria più in voga fu elaborata in occasione della morte di Mary Reeser, dove si sostenne che la vittima indossando indumenti sintetici, si fosse addormentata con la sigaretta accesa, appiccando a se stessa un fuoco che si sarebbe espanso lentamente, senza sprigionare lingue di fuoco atte a raggiungere altri mobili, oggetti o suppellettili.
Dunque l’adipe della donna e l’imbottitura, acrilica, della poltrona su cui era seduta, avrebbero contribuito ad alimentare il focolaio, e il piede ritrovato intatto, sarebbe stato risparmiato perché trovatosi fuori dal raggio d’azione del fuoco, circoscritto e sommesso.
Per quanto sia corretto ricercare sempre la spiegazione più semplice senza dove ricorrere necessariamente a voli pindarici della mente, tuttavia ci sono particolari che non possono essere ignorati o rimossi.
Ad esempio in contraddizione con questa teoria appaiono le prove di laboratorio effettuate che dimostrerebbero come un cadavere umano possa essere consumato solo da fiamme vive, non covanti e non sommesse, ad una temperatura “almeno” di 1650 gradi, dunque un vero e proprio incendio divampante, non un focolaio soffocato e localizzato. Un tale calore sarebbe inoltre in grado, senza fallo, e in qualunque ambiente, di diffondersi ovunque, e di distruggere totalmente non solo i locali, ma tutto l’appartamento, l’intera palazzina, e a volte anche l’isolato.
In alcuni casi invece anche i mobili, posti a breve distanza dalla vittima, sembravano essere stati risparmiati, come risulta dal rapporto medico legale del caso Caen: "Nessun mobile dell' appartamento aveva subito danni. Si ritrovò la sedia su cui la signora si era seduta, intatta, ad una cinquantina di centimetri. Il corpo si era consumato in meno di sette ore, mentre nient' altro, all' infuori degli abiti, era bruciato".
Si è dunque passati a vagliare altre ipotesi, come quelle di una sorta di reazione chimica suscitata dall’assunzione di particolari tipi di medicinali, ma è stato dimostrato che alcune vittime non avevano assunto di recente nella maniera più assoluta alcun tipo di medicamento o sostanza curativa e che addirittura non ne avevano mai fatto uso.
In un caso addirittura, quello di Henry Thomas, si avanzò la fantasiosa ipotesi che l’anziano fosse caduto a faccia avanti nel caminetto, che avesse preso fuoco, si fosse poi rialzato, riguadagnando la poltrona, e fosse su questa svenuto, per poi morirvi. Ma perché mai un uomo anziano, debole, solo in casa, avvinto dalle fiamme, dovrebbe tornare alla sua poltrona, invece di dirigersi verso la porta o la finestra per chiedere in qualche modo soccorso?
Nel caso di un’ustione di quel genere il dolore infatti dovrebbe essere tale da scavalcare la consueta soglia di attenzione e suscitare nell’individuo una reazione di difesa pressocchè immediata, anche in condizioni di confusione mentale o indebolimento fisico ci si aspetterebbe che il soggetto tentasse ad ogni costo, al limite non riuscendovi, di raggiungere un’uscita, o una via di salvezza, un telefono, o una fonte qualsiasi di comunicazione con l’esterno.
Un’altra discriminante piuttosto grave, a favore della tesi diciamo paranormale, è che, indipendentemente dalla temperatura, le ceneri di un forno crematorio provenienti da un corpo umano sono di solito grigiastre, mentre quelle rinvenute sui luoghi degli incidenti in oggetto erano bianche e scintillanti.
Particolare fermento è stato infine suscitato dalla concomitanza di ben tre casi verificatisi nella stessa data, la qual cosa farebbe supporre, forse il verificarsi di determinati condizioni straordinarie, di natura metereologica o ambientale tali da favorire l’evento.
Per diverso tempo fu appoggiata universalmente la teoria dell’effetto stoppino o candela inversa.
Si tratta in pratica di un evento favorito dallo strato adiposo dell’epidermide, ed è un fatto che molte delle vittime erano obese o decisamente pingui. In pratica i molti strati di abiti, spesso sintetici, scialli, coperte e vestaglie, indumenti tipici degli anziani, e la maggior parte dei soggetti era oltre la sessantina, insieme al grasso corporeo faciliterebbero una sorta di fiamma interna, che consumerebbe il corpo in maniera localizzata, come all’interno di un’involucro oleoso, e questo spiegherebbe e le masse grasse e untuose osservate su molti degli scenari esaminati, e il fatto che i piedi e i polpacci, meno coperti e meno rivesiti del resto del corpo, fossero spesso stati rinvenuti praticamente intatti.
Ma la difficoltà in laboratorio a riprodurre, anche parzialmente, un evento del genere ha causato notevoli dubbi circa questa, suggestiva ma non dimostrabile, ipotesi.
Per quanto a lungo scienzati, medici patologi e legali, chimici, esperti di incendi, e studiosi di ogni genere si siano dedicati ad elaborare una teoria valida, non si è ancora trovato niente che possa esaurientemente spiegare tutti gli elementi acquisiti nel corso della comparazione dei casi presi in esame, che risultano essere più di seicento.
Si avanzò perfino la supposizione che verificandosi una particolare reazione chimica tra l’idrogeno e l’ossigeno, normalmente contenuti nel corpo umano, a livello cellulare, si sarebbe potuto ottenere un effetto simile alla fiamma di propulsione dei missili spaziali, circoscritta e molto potente. Questa ipotesi spiegherebbe perfettamente l’alta temperatura e la localizzazione dell’incendio, e sembrerebbe compatibile con la riduzione del corpo, in pochissimo tempo, in un soffice muccietto di cenere bianca e lucente.
Ma anche questa teoria, scientificamente logica, come quelle più fantasiose dei fulmini globulari, o dei campi di forza magnetici, non trova fondamento in adeguate prove tangibili o dimostrazioni pratiche.
Nel caso di Jeannie Saffin per la prima volta l’inchiesta parlò di fatalità, lasciando chiaramente intendere che non si era stati in grado di focalizzare chiaramente le cause scatenanti dell’incendio che ebbe due testimoni oculari presenti al fatto nel momento in cui le prime lingue di fuoco si manifestarono, fuoriscendo chiaramente dalla bocca della vittima.
Addirittura si pensò anche ad un eccesso di elettricità statica accumulato da determinati soggetti particolarmente predisposti, in grado di generare un incendio spontaneo con una modalità simile a quella delle scintille elettrostatiche che si sviluppano nell’attrito tra la pelle umana e un tessuto sintetico. Alcuni individui potrebbero allora in teoria, continuare ad accumulare elettricità statica senza mai scaricarla, fino a raggiungere il punto di rottura definitivo. Un’ ipotesi biologica, che presuppone l’esistenza di individui elettrodinamici di particolare costituzione, delle anomalie genetiche se vogliamo, e che potrebbe spiegare ragionevolmente la bassissima incidenza dei casi.
In campo psicologico fu avanzata anche una teoria psicosomatica, in estreme condizioni di disagio psichico il corpo umano potrebbe generare sostanze altamente tossiche, se sottoposto a stress, che ingenererebbero poi una reazione chimica a catena di particolare violenza, come dei gas infiammabili, provenienti dall’interno del corpo, dunque e non dall’esterno, come da sempre ipotizzato da molti studiati. Anche questa ipotesi spiegherebbe dunque molte cose, e anche se non dimostrabile non può essere definitivamente scartata, dato che è universalmente noto che ancora molti meccanismi interni del corpo umano ci sono del tutto sconosciuti.
La teoria del fulmine globulare invece, ancora poco diffusa, farebbe riferimento a una massa energetica luminosa di non ben precisata natura che in guisa di un fulmine potrebbe scaricarsi violentemente su una massa solida, senza lasciare altre tracce del suo passaggio, e questo spiegherebbe perché le vittime non fuggono, non si allontanano, e spesso vengono rinvenute nella medesima posizione in cui si trovavano al momento in cui vennero colpite, non sarebbero infatti morte bruciate dalle fiamme, ma praticamente incenerite sul colpo.
Recentemente per confutare definitivamente l’effetto stoppino, che pure spiegava molte cose, venne eseguito un test in laboratorio. Sul cadavere di un maiale, il cui grasso è molto simile a quello umano, fu applicata una piccola quantità di combustile, dopo averlo avvolto in alcune coperte, e si ingenerò un incendio con una piccola scintilla. Ma dopo oltre sette ore di fiamme costanti la carcassa del maiale non si era consumata, le ossa erano intatte, e l’effetto ottenuto non sembrava per niente simile ai casi in esame.
Alla fine degli studi e degli esperimenti tentati a dimostrazione delle varie teorie è emerso di certo solo che il fenomeno esiste, non può essere ignorato e parimenti nemmeno può essere spiegato, almeno allo stato attuale delle nostre conoscenze.
Gli elementi comuni emersi dalle casistiche disponibili ad oggi sono riassumibili in pochissimi punti che francamente non contribuiscono a svelare l’arcano.
Del fenomeno si parla da secoli nelle cronache di ogni paese, forse anche nelle antiche scritture, non esistono apparentemente collocazioni spazio temporali predeterminate, non risultano colpite particolari categorie di persone, anche se è vero che in molti casi si trattava di anziani che vivevano soli, la manifestazione avviene improvvisa e senza alcun tipo di congiuntura comune apprezzabile, il calore sviluppato nell’incendio appare come elevatissimo ma localizzato, spesso le membra inferiori vengono risparmiate e sono ritrovate intatte, e la combustione non sembra in alcun modo intaccare o aggredire l’ambiente circostante.
Alcuni naturalisti ultimamente hanno elaborato una teoria secondo la quale esisterebbero sul nostro pianeta delle zone magnetiche anomale, identificabili in linee longitudinali, all’incrocio delle quali potrebbe essersi riscontrato il verificarsi dei fenomeni osservati nella casistica mondiale, delle localizzazioni fisiche dunque, che scatenerebbero la fatale congiuntura in concomitanza con lo scontro di due forze uguali ed opposte.
Un’ufologa britannica infine ha sostenuto l’incrementarsi temporale del fenomeno in determinati periodi dell’ultimo secolo e in crescendo costante, ma questo potrebbe anche molto più semplicemente stare a significare che, con l’evoluzione dei mass media, nel corso degli ultimi anni molti più casi sono stati diramanti e pubblicizzati per giungere fino a noi rispetto a quanto magari verificatosi nei primi decenni del novecento.
Definitivamente scartata invece l’ipotesi di una sorta di degenerazione batterica, o marciscenza degli organi interni con emanazione di gas tossici e infiammabili provenienti dalle viscere, perché, per lo stesso motivo della teoria etilica, se un tale virus esistesse causerebbe la morte dell’organismo ospitante molto prima di degenerare in manifestazioni gassose.
Una delle teorie più convincenti al momento sembra essere quella che fonde di fatto diverse ipotesi in una sola. Determinati campi elettrici anomali all’interno del corpo umano sarebbero in grado di generare una sorta di corto circuito in presenza di specifiche condizioni ambientali e concomitanti, fluttuazioni geomagnetiche o combinazioni chimiche interne all’apparato digerente in presenza di una dieta particolarmente povera. Questo spiegherebbe, tra l’altro, l’interessantissimo dato che mostra come non risultino casi di supposta autocombustione verificatisi in soggetti animali o in società non occidentali, dunque la dieta cosiddetta continentale tipica della società moderna europea e americana potrebbe aver avuto la sua parte anche nell’intensificarsi del fenomeno sul finire del ventesimo secolo.
Rimane il fatto, incontrovertibile, che il fenomeno, al di là di ogni negazione scientifica, esiste ed è sempre esistito, ammantato da castigo divino, camuffato da incidente domestico, attribuito a fatalità che sia, è un evento raro, ma oggettivo.
Se la scienza medica non è ancora stata in grado di trovare una spiegazione razionale e coerente, questo non sta tanto a dimostrare l’inconsistenza dell’evento, quanto piuttosto la fallibilità del nostro intelletto.
Anche se ammantato di pervicace sicumera, l’uomo prima o poi dovrà rassegnarsi ad ammettere di essere solo un pulviscolo nell’universo e che molte cose ancora sfuggono alla portata della nostra comprensione, andando a costituire quelli che vengono definiti misteri, fino alla valicazione delle ultime frontiere.
Dopodiche altri misteri si verranno a porre alla nostra attenzione e altri ancora dovranno essere risolti, prima che l’uomo termini il suo viaggio affascinante su questa terra e nell’universo della conoscenza, per cominciarne un altro ancora più insondabile e profondo nella dimensione ultraterrena, in un crescendo senza fine che è in sintesi il percorso della nostra evoluzione, non ancora, evidentemente, giunta a compimento.
Delitto Pasolini, Le Incongruenze
A cura di Ceriani Cinzia
Quando, la mattina del 2 novembre del 1975 sul lungomare di Ostia venne ritrovato il corpo senza vita di Pier Paolo Pasolini, fu subito chiaro che era stato ucciso con efferata violenza ed estrema brutalità.
In seguito l’autopsia appurò che la morte era sopraggiunta per la compressione dell’organo cardiaco, sotto le ruote dell’auto che lo aveva ripetutamente investito, ma che già il pestaggio precedente, eseguito con bastoni e spranghe di ferro, aveva causato una pericolosa emorragia cerebrale dall’esito letale.
Sul piazzale desolato dell’Idroscalo di Ostia furono rinvenute le armi del delitto, un paletto stradale divelto, e una tavola di legno, macchiati di sangue.
Una larga scia insanguinata indicava il percorso di fuga della vittima, che aveva cercato di mettersi in salvo, e che era stata originariamente colpita, la prima volta, a circa 90 metri di distanza dal luogo di rinvenimento del corpo.
Quella stessa notte tra il 1 e il 2 novembre, prima ancora del rinvenimento del cadavere, i carabinieri avevano già fermato il diciassettenne Giuseppe Pelosi, alla guida di un’auto che chiaramente non poteva essere sua, e che risultò essere poi intestata allo stesso Pier Paolo Pasolini.
Come se fosse totalmente ignaro delle conseguenze Pelosi si lascia tranquillamente condurre in caserma e chiede perfino notizie di un suo anello che suppone essergli stato sottratto durante la perquisizione prima del fermo.
Questo anello sarà poi ritrovato, insanguinato, nelle immediate vicinanze del corpo senza vita di Pasolini, il primo elemento di collegamento tra Giuseppe Pelosi e il luogo del delitto.
La seconda prova è, ovviamente, la Giulietta 2000 che non solo risulta sottratta a Pasolini ma che viene anche riconosciuta come la macchina che, più volte, è passata sopra il corpo dello scrittore.
Davanti a questi legami incontrovertibili Pelosi confessa, ammette l’omicidio, e si addossa ogni colpa, l’ha colpito dice, perché pretendeva da lui prestazioni sessuali fuori dalla norma, licenziose e contro natura. Sì, dice, inizialmente lui aveva acconsentito, per bisogno di denaro, ma quando poi erano giunti al piazzale si era rifiutato, e Pasolini si era avventato su di lui per costringerlo con la forza. Per questo l’aveva colpito la prima volta, senza più riuscire a fermarsi. L’investimento? Non so, dice Pelosi, forse andandomene gli sono passato sopra senza accorgermene.
Una deposizione debole, troppo debole.
Ma gli inquirenti hanno un corpo, hanno l’arma del delitto, hanno un reo confesso.
E non chiedono di più.
Poco importa poi che il movente risulti totalmente assente, che la tesi della legittima difesa non regga, che l’investimento sia stato palesemente voluto e non casuale, dato che la macchina è passata sul corpo più e più volte.
A rileggere a posteriori le indagini esse sembrano improntate a una generica frettolosità, in base alla convinzione, maturata troppo precocemente, di aver già individuato l’unico, il vero e solo colpevole.
Se si fossero dati la pena di confrontare le prime immediate dichiarazioni del ragazzo con quelle rese successivamente, se avessero esaminato meglio i rilievi e le prove, se avessero analizzato attentamente la scena del delitto, gli inquirenti avrebbero avuto modo di verificare che non tutti i dettagli tornavano.
Invece erano così sicuri del fatto loro da trascurare perfino di interrogare o ricercare i testimoni, che invece dovevano pur esistere, data l’estrema vicinanza di una baraccopoli al luogo ove si era verificato il delitto.
Stante tutto questo vale certo la pena di esaminare, voce per voce, i punti su cui sarebbe maggiormente occorso far chiarezza e che ad un analisi approfondita risultano, adesso come allora, decisamente poco convincenti.
In primo luogo è evidente che le dichiarazioni dell’Imputato, via via che si avvicina il processo, diventano sempre più raffinate, più astute, più mirate a diminuire la gravità del crimine attribuitogli.
È chiaro che qualcuno, dietro le quinte, lo manovra e lo imbocca per ottenere il minimo della pena, usufruendo di tutte le attenuanti possibili, prima fra tutte la minore età al momento dei fatti.
Avendo prima accettato e poi rifiutato, il ragazzo sarebbe stato aggredito prima verbalmente e poi fisicamente, a questa aggressione inaspettata avrebbe reagito con un pestaggio a sangue, abbandonando l’uomo a terra e fuggendo con la sua auto, senza sapere di averlo ridotto in fin di vita.
L’averlo investito con la vettura, procurandone la morte, sarebbe stato un atto del tutto involontario causato dalla fitta oscurità e dalla sua imperizia con i comandi dell’autovettura.
Fin qui questa versione potrebbe anche reggere, avendo soprattutto il doppio merito di invocare indulgenza su un povero ragazzo minorenne circuito e corrotto e, contemporaneamente, di gettare fango ed infamia sul nome, già piuttosto diffamato, della vittima.
Solo che, a quanto risulta dalle trascrizioni, sembrerebbe che Pelosi, al momento dell’arresto, quando ancora era incriminato del solo furto dell’auto e il delitto non era stato scoperto, si fosse vantato con il compagno di cella di aver ucciso, testuali parole, Pasolini.
La stessa cosa può essere verificata dai verbali del primo interrogatorio del 2 di Novembre dove risulta che Giuseppe Pelosi, raccontando la sua versione, si sarebbe rivolto nei confronti della vittima chiamandolo a più riprese Paolo, o Il Paolo, dimostrando non solo che sapeva il suo nome ma anche addirittura che lo conosceva da prima.
Nei colloqui e nelle deposizioni successive invece, Pelosi, probabilmente imbeccato da qualcuno, comincia a parlare di Pasolini riferendosi a lui, molto più genericamente, come a L’uomo, o L’individuo, badando bene a ribadire con la massima chiarezza che non lo conosceva affatto, che non sapeva nemmeno come si chiamasse e che non l’aveva mai visto prima di quella sera.
Queste palesi contraddizioni, peraltro fedelmente registrate nella documentazione ufficiale, non furono mai rilevate dagli inquirenti, né approfondite, mentre invece chiaramente indicavano che qualcosa decisamente non collimava.
Ma nemmeno le incongruenze erano tutte qui, anzi.
Il cammino processuale del procedimento a carico di Giuseppe Pelosi è inusitatamente veloce, la sentenza di Primo Grado è già del 26 Aprile del 1976, nemmeno cinque mesi dopo i fatti, un tempo davvero record, soprattutto considerando l’attuale stato della giustizia.
Cosa ancora più incredibile, dopo nemmeno altri otto mesi, il 4 Dicembre del 1976 giunge la sentenza della Corte di Appello.
Quando tutto si chiude con la Corte di Cassazione, il 26 Aprile del 1979, ad appena quattro anni dalla morte di Pier Paolo Pasolini, i giochi sono fatti, Giuseppe Pelosi è riconosciuto definitivamente l’unico colpevole del delitto e la condanna da Omicidio commesso con il concorso di ignoti diventa Omicidio.
Punto e basta.
Lungo tutto il dibattimento processuale, nonostante la costituzione in parte civile di parenti ed amici della vittima e l’apporto di valenti avvocati, sembra che l’unico elemento in discussione sia sempre stato uno solo.
Appurare che non ci fu legittima difesa, che non ci fu aggressione da parte di Pasolini e che non potevano dunque essere concesse le attenuanti generiche.
Giuseppe Pelosi era l’unico, il solo ed il vero colpevole, e il fatto che praticamente non ci fosse un movente non sembrò disturbare più di tanto né giudici né inquirenti.
Tuttavia, nel dubbio, un’autopsia forse più accurata avrebbe potuto rilevare che non sarebbe stato possibile per un uomo solo ridurre il corpo della vittima in quel modo, a meno di non ammettere che Pasolini non avesse nemmeno tentato di difendersi rimanendo passivo a ricevere i colpi.
Cosa che sappiamo che non fu, visto che il suo corpo fu ritrovato 90 metri più avanti del luogo della prima aggressione, segno evidente che aveva tentato, pur se già gravemente ferito, di mettersi in salvo.
Al processo si disse che Pasolini era per natura un non violento, uno che non avrebbe mai alzato la mano contro qualcuno nemmeno se gravemente provocato, che era anzi un masochista, uno magari abituato ad essere malmenato, e che forse ci godeva pure.
Ma anche se fosse, e pure in tal caso si tratterebbe di una gravissima intromissione nella vita personale della vittima, sarebbe mai possibile far passare un pestaggio a colpi di spranga come una banale pratica erotica a base di sadomasochismo?
La differenza che passa tra le due cose dovrebbe essere stata palese, perfino nel lontano pudico e moralistico 1975, perfino a una casalinga o una parrocchiana del ceto medio piccolo borghese, figurarsi a dei magistrati.
E poi, se l’assassino era uno solo, come e perché avrebbe dovuto utilizzare due diverse armi del delitto per colpire la sua vittima? Forse tenendone una per mano? Oppure posando alternativamente la spranga, per colpire col bastone, e poi riprendere da capo?
Ma, si disse, il carattere del Pelosi era notevolmente aggressivo, si trattava di un soggetto completamente fuori controllo se alterato, che poteva facilmente essere indotto da una provocazione grave o meno grave a trascendere e ad agire per le vie di fatto in maniera particolarmente cruenta e soprattutto incontrollabile.
Allora, anche volendo continuare ad ignorare tutto questo, ci sarebbe stato ancora da chiedersi come mai gli abiti dell’accusato, ricordiamolo arrestato anzitempo, prima ancora che il cadavere fosse scoperto, e quindi a brevissima distanza dai fatti, non recassero segno alcuno della feroce colluttazione avvenuta soltanto alcune ore prima.
La radura dell’Idroscalo era infatti all’epoca una zona sabbiosa, sporca, polverosa, con una stradina sterrata, ghiaia e pietrisco bianchi, e Pelosi, per essere stato coinvolto in una lotta come aveva sostenuto, avrebbe dovuto essere completamente imbrattato e di polvere e di fango.
Invece, nonostante le varie dichiarazioni rilasciate che parlavano di una colluttazione alla pari nel corso della quale sarebbe caduto più volte a terra, sugli abiti di Giuseppe Pelosi, al momento dell’arresto non vengono rinvenute tracce né di polvere né di fango.
Spiegazioni? L’accusato si sarebbe fermato a una fontanella per lavarsi.
Ma di nuovo né gli abiti né l’abitacolo della vettura recano segni che questo effettivamente sia accaduto, niente tracce d’acqua, o macchie d’umido, o impronte di fango, o segni di polvere.
Inoltre i pantaloni di Giuseppe Pelosi erano solo marginalmente sporchi di sangue, solamente sul bordo, se davvero fosse stato lui l’unico responsabile dell’eccidio di Pasolini le macchie e gli schizzi sarebbero dovuti essere presenti, e copiosamente, su tutto il suo abbigliamento, oltre naturalmente alle tracce di polvere e di fango che già brillavano per la loro assenza.
Il fatto che fosse sporco solo l’orlo dei pantaloni suggeriva piuttosto una sua presenza passiva sul luogo del delitto, e non piuttosto una sua partecipazione diretta ed attiva.
Che Giuseppe Pelosi fosse stato solo l’esca, incaricato di attirare lo scrittore in un luogo appartato, perché oscure squadre punitive, su commissione, gli impartissero una lezione da ricordare per tutta la vita, e che invece si trasformò in un delitto bestiale?
E allora perché mai gli inquirenti di fronte a tutto questo non rimasero colpiti dalle evidenti incongruenze, perché trascurarono tutta questa lunga serie di particolari che proprio non combaciavano, perché non si misero alla ricerca di altre piste o altre tracce?
Emerge, di nuovo, prepotentemente l’ipotesi di una congiura del silenzio, forse i mandanti dell’omicidio in qualche modo giunsero perfino a pilotare le indagini facendo in modo e maniera che gli inquirenti si accontentassero, sena porre nemmeno troppe domande, di quello che già avevano saldamente in mano.
Un corpo, l’arma del delitto, e un reo confesso.
Sulla scia di questi elementi che proprio non quadravano il settimanale L’Europeo avviò una sorta di indagine parallela, approfondendo, o meglio, effettuando le indagini che non erano state compiute dall’Autorità Costituita.
Ne emersero straordinarie rivelazioni, opportunamente pubblicate e poste all’attenzione della stampa, dell’opinione pubblica e dei magistrati.
Le testimonianze dei residenti della misera baraccopoli che sorgeva ai bordi di quel piazzale, là all’Idroscalo di Ostia, convinti a parlare sotto la copertura dell’anonimato, dimostrarono che furono udite, quella notte, voci, urla e grida, di consistenza tale da poter giurare senza tema di smentita che più di due persone erano presenti in quel momento.
Ecco che un omicidio a sfondo sessuale compiuto da uno sbandato in un raptus di violenza improvvisa si trasformava, improvvisamente e sotto gli occhi di tutti, in un pestaggio organizzato eseguito da più persone.
Emerge dunque sempre più prepotentemente la figura di Giuseppe Pelosi come quella di un mero strumento esecutivo per raggiungere nel medesimo tempo molteplici scopi.
Se davvero si voleva eliminare Pasolini, o infliggergli una dura lezione, scegliere Pelosi come caprio espiatorio significava assicurarsi la possibilità che:
- il ragazzo potesse condurre lo scrittore, in relativa sicurezza, verso un posto isolato già precedentemente identificato ove erano in attesa diverse persone pronte ad agire
- il delitto sarebbe stato addebitato a una chiara matrice omosessuale in grado di depistare le indagini e di sollevare abbastanza fango attorno alla vicenda
- l’accusato, minorenne, sarebbe stato in grado di beneficiare delle attenuanti
- il suo livello culturale e la sua collocazione ai margini della legalità ne avrebbero fatto un soggetto facilmente influenzabile e corruttibile, che poteva essere convinto ad addossarsi l’intera colpa, e a mantenere per tutto il tempo la linea di condotta suggerita
- la reputazione di Pasolini, qualora fosse sopravvissuto all’aggressione, sarebbe stata definitivamente compromessa, e in caso di morte, sulla sua fine sarebbe stato sollevato una tale scalpore di certo sufficiente ad impantanare le indagini
Tutto questo, benché plausibile, naturalmente ancora adesso, a trenta anni dalla morte, naturalmente NON ci dice chi furono i mandanti ma ipotizza piuttosto chiaramente chi avrebbero potuto essere gli esecutori e chiarisce nel contempo tutte le nebulose lacune del procedimento d’indagine.
Se ci fu un agguato, se l’adescamento era stato preordinato, se gli insabbiamenti delle indagini furono organizzati a tavolino, allora è chiaro che i mandanti NON potevano certo essere membri comuni della malavita organizzata, ma sicuramente qualcosa di più, forze politiche interessate a screditare, definitivamente, e a far tacere, una volta per tutte, un personaggio scomodo e un testimone pericoloso.
Ruth Snyder 1895/1928
A cura di Ceriani Cinzia
Ruth è nata e vissuta a Manhattan. È una ragazza giovane e frizzante, bella, esuberante e radiosa. Le piace la vita, ama le belle compagnie e adora la frivolezza.Trascinata dall’entusiasmo abbandona presto la scuola per lavorare come centralinista, nonostante l’inesperienza il suo aspetto fisico avvenente, le sue movenze e le sue maniere suadenti le fruttano un posto di lavoro senza nemmeno troppo faticare.
Quando conosce Albert Snyder, che è Editor di una rivista nautica, le pare un uomo affascinante, è serio, posato, svolge un lavoro importante, le fa una corte discreta, elegante, compita.
I due si sposano e vanno a vivere a Long Island, dove nasce Lorraine.
Ma il giovane intellettuale occhialuto che in gioventù l’aveva tanto colpita presto si rivela un essere insipido, scialbo, asociale e taciturno.
Suo marito passa le ore lavorando, per mantenere la famiglia, ma secondo Ruth questo non la riguarda. Lei vuole ancora divertirsi, uscire, andare alle feste, partecipare alla vita mondana.
Ruth si sente ancora giovane e frizzante, soffocata nella monotonia della vita matrimoniale, sua figlia non le interessa più di tanto, i ritmi coniugali le vanno stretti, gli impegni familiari la estenuano.
Albert Snyder con il tempo, da quell’individuo colto e distaccato che era, si è trasformato sotto i suoi occhi in un ometto insipido che non sa far altro che parlare di lavoro, di compiti e di doveri. Quando decide di divagarsi non trova di meglio che rifugiarsi nei suoi hobby tipicamente maschili, occupandosi della barca o dell’automobile.
Schivo ed asociale Albert non è tagliato per la vita mondana che invece Ruth va sognando, ma lei non è tipo da compiere sacrifici o rinunce, e così presto inizia a uscire da sola, la sera, tornando tardissimo la notte.
Diventa l’anima delle feste, l’ispiratrice delle comitive, gli amici la passano a prendere sotto casa strombazzando i clacson, Ruth si sente di nuovo viva, vitale, dinamica, frizzante, esuberante, perfino più bella, se mai sia possibile.
Di nuovo corteggiata riacquista entusiasmo, vive per il momento in cui potrà uscire, la sera, e divertirsi.
Conosce Judd Gray, allegro, buontempone, ciarliero, tutto l’opposto di Albert. È rappresentante di biancheria intima, è abituato a corteggiare le donne, sa come ammaliarle, irriderle, intrigarle, ma forse alla fine lo fa solo per abitudine, per gioco o per divertimento.
Ruth è ancora una gran bella donna, fascinosa e maliarda, anche lei ama divertirsi, sono una coppia perfetta, sotto un certo punto di vista.
Così alla fine si innamorano, si frequentano segretamente, vivono una seconda vita nei motel e nei locali notturni.
A Ruth il dover tornare ogni giorno alla sua casa e alla sua monotona vita coniugale pesa sempre di più, a Judd invece la cosa va bene così. Sta con una donna sposata, si vedono solo quando ne hanno voglia, è una relazione nemmeno troppo impegnativa, l’ideale per un uomo con il suo carattere goliardico, inconstante e volubile.
Nella mente di Ruth comincia presto a disegnarsi un piano criminale, nemmeno tanto bene architettato, con una scusa fa firmare al marito un’assicurazione sulla vita a suo favore, è sempre una donnina affascinante e quando vuole sa come si fa ad ottenere qualcosa da un uomo.
Albert, da uomo pacifico e forse un tantino astratto, non sospetta nulla, ormai deve essere abituato agli sbalzi d’umore della moglie, non ci fa nemmeno più caso, si è perfino rassegnato a lasciarla uscire la sera con gli amici, che si diverta se proprio ci tiene tanto, purchè alla fine a casa si viva in pace.
E intanto Ruth, superficiale e precipitosa, concepisce piani di omicidio sempre più bizzarri ed astrusi, che però non funzionano mai. La sera li racconta a Judd, sfogandosi, ma lui non la prende troppo sul serio, pensa che stia scherzando, o fantasticando. Nulla di più che uno sfogo innocente, e poi tra le lenzuola hanno ben altro a cui pensare.
Ma invece Ruth fa sul serio, ha progettato finalmente un piano infallibile, dice a Judd una sera, lo uccideranno insieme, lei ha già predisposto tutto, se lui la ama deve aiutarla.
Quando Judd va a casa degli Snyder è compiaciuto ed esaltato, già leggermente ubriaco, in cuor suo pensa a una trovata innocente, crede che Ruth voglia far l’amore con lui sotto il tetto coniugale, una novità elettrizzante, e infatti quando arriva il marito non c’è, o almeno così crede.
Ruth lo attira in una camera, si amano, si coccolano, bevono ancora, poi Judd si addormenta a metà, si assopisce quasi senza accorgersene quando Ruth si allontana con una scusa.
Viene risvegliato nel cuore della notte dalla sua amante, è ancora mezzo frastornato quando lei gli pone in mano l’arma del delitto, un pesante contrappeso da cucina.
Lei lo trascina nella camera da letto padronale, dove suo marito dorme ignaro, lo istiga a colpire, simuleranno poi un incidente o un furto, lui colpisce, confuso, una volta sola debolmente, ma tanto basta per risvegliare Albert che inizia a urlare.
È una strage, le lenzuola sono intrise di sangue, la faccia di Albert è mezzo spappolata, il volto paonazzo, il filo metallico inciso profondamente nel collo.
Solo in quel momento Judd si rende conto di quel che ha fatto, ha colpito, è interamente sporco di sangue, tiene ancora nelle mani l’oggetto contundente. Precipita nel panico.
In fretta e furia tentano di modificare la scena del delitto, sperando di convincere gli inquirenti che si sia trattato di un omicidio a scopo di rapina.
Ruth è una splendida testimone, finge svenimenti, sospira languida, batte gli occhioni, si stringe pudicamente il bavero della vestaglia sopra la camicia da notte trasparente, si asciuga le lacrime in maniera plateale.
Ma non è molto intelligente, la scena del delitto è stata maldestramente alterata, i segni ci sono tutti e inequivocabili.
Non ci vuole davvero molto per gli investigatori per capire come davvero si sono svolti i fatti, e se è per questo nemmeno per arrivare fino a Judd, la loro tresca è di dominio pubblico, nessuno sembra ignorarla in tutto il quartiere, forse solo il povero Albert era l’unico a non sapere.
O forse no.
Arrestati e sottoposti a processo i due amanti crollano e iniziano a incolparsi a vicenda durante gli stringenti interrogatori. Come unico risultato vengono condannati a morte entrambi.
La giuria non è pietosa nei loro confronti, c’è di mezzo la soppressione di un padre di famiglia, di un marito esemplare, di un gran lavoratore, una vita inutilmente sacrificata non tanto sull’altare di un agognata libertà, ma soprattutto in nome di un golosissimo ed invitante premio assicurativo.
Omicidio per interesse, non c’è cosa peggiore per quei dodici giurati e per il giudice del Tribunale.
Eppure nonostante tutto, al di là delle evidenti prove di colpevolezza, al di là del verdetto dei giudici, al di là dell’efferatezza del crimine, c’è in America ancora chi si lascia incantare dalle grazie avvenenti di Ruth Snyder, che in carcere riceve addirittura 164 proposte di matrimonio.
Perfino il cuoco della prigione si innamora di lei, e come ultimo omaggio, prima dell’esecuzione, predispone il suo ultimo pasto con infinita cura.
Ma l’estremo saluto di Ruth al mondo è agghiacciante, giustiziata secondo le leggi dello Stato di New York, nell’attimo fatale un fotoreporter particolarmente agguerrito, con uno stratagemma, riesce a immortarla in una tragica istantanea.
È in assoluto la prima volta che una cosa simile succede. Nel supremo momento della morte l’immagine di Ruth è congelata su una fotografia sconvolgente, che il giorno dopo sarà sulle pagine di tutti i principali quotidiani.
Forse Ruth Snyder, che amava tanto la notorietà, ne sarebbe stata anche contenta.
Personalità Psicopatiche e Schizofrenia
A cura di Ceriani Cinzia
Le Personalità psicopatiche in psichiatria costituiscono, tra tutte le figure delle personalità anomale, quelle con maggiori probabilità di sfociare in un danno concreto nei confronti della comunità o del singolo individuo.
In una parola, tra tutte le anomalie patologiche possibili quella della personalità psicopatica è la più pericolosa e al tempo stesso la meno prevedibile.
In particolare il termine Schizofrenia venne coniato per la prima volta da E.Bluere per indicare una psicosi dissociativa di un determinato tipo, appartenente al ceppo delle psicosi con alla base un progressivo fenomeno di disgregazione.
La disgregazione, o dissociazione, della normale personalità psichica sfocia verso una graduale astrazione nei confronti dei consueti valori morali in uso presso la comunità di riferimento.
L’individuo, in pratica, sviluppa in proprio sue personalissime leggi che meglio aderiscono alle sue esigenze e ai suoi bisogni, diventa elastico, ed adatta progressivamente la realtà alle sue necessità e desideri.
Sotto questa nuova luce le sue azioni a volte non gli sembrano nemmeno tanto riprovevoli ed è anche capace di non sentirsi minimamente colpevole di atti che invece scandalizzano gravemente la società nella quale vive.
Nuovi codici e nuovi regole, dunque, per meglio attuare la sopravvivenza psicologica del soggetto e la concreta affermazione, senza vincoli di sorta, della sua reale personalità.
Il processo, alla lunga, si trasforma in gravi disturbi della strutturazione del pensiero, alterazioni consistenti della normale dinamica affettiva, degenerazioni dei rapporti tra la personalità dell’individuo e la realtà circostante.
Molto simile per certi versi a quella che viene comunemente identificata come Demenza Senile, dove per l’appunto il soggetto colpito smarrisce per strada i consueti canoni di riferimento etici, convenzionali e morali, a causa delle turbe legate all’età avanzata, la Schizofrenia colpisce invece soggetti più giovani e fisicamente integri.
Il disturbo fondamentale di questa patologia, è l’alterazione del pensiero, che consiste nella totale arbitrarietà dei meccanismi associativi.
I normali rapporti affettivi, i legami sociali, e le comuni convenzioni vengono annullate, o meglio elise, per essere sostituite con nuovi parametri, appositamente creati, su misura, dal soggetto.
In alcuni casi il pensiero modulare appare destrutturato, vago od assente, privo di logica apparente e decisamente confuso, proprio perché risponde, da un certo punto in poi, a meccanismi schematici totalmente individuali ed autogenerati, quindi non riconoscibili o recepibili dalla società esterna.
Per questo motivo molti casi di schizofrenia sfociano in delitti sanguinosi ed efferati, compiuti nella totale convinzione di aver adeguatamente risposto a una correlativa provocazione, di modo che il soggetto rimane spesso intimamente convinto di aver agito per il meglio.
A causa di questa dicotomia tra realtà percettiva e realtà oggettiva il soggetto schizofrenico è spesso scarsamente recuperabile e mostra serie difficoltà ad essere reintegrato nel contesto circostante, che non riconosce più come il suo.
Lo Smemorato di Collegno
A cura di Ceriani Cinzia
È il 10 Marzo del 1926, a Torino viene arrestato un uomo, presumilbilmente un vagabondo, colto in flagranza di reato, intento a rubare dalla Cappella di un Cimitero alcuni arredi sacri.
Un crimine strano, che di fatto da il via a una serie di avvenimenti che condurranno a quello che sarà il mistero più dibattuto dell’immediato dopoguerra e che di fatto dividerà in due l’Italia.
Non identificato l’uomo, che non riesce a ricordare nemmeno il suo nome, viene visitato da un medico e dichiarato preda di una sorta di alienazione mentale di non meglio specificata natura.
Vegeta per quasi un anno nel manicomio di Collegno, fino a tornare alla più completa normalità. Un tranquillo signore di mezza età, inappuntabile, ben educato, distinto e compito nei modi. Se non fosse che ancora non è in grado di ricordare chi è, da dove viene, o come si chiama.
A quasi un anno dal suo ritrovamento, nel febbraio del 1927, si decide di pubblicare una sua foto sulla Domenica del Corriere, sotto la voce “Chi l’ha Visto?”
Quasi immediatamente da Verona partono numerose segnalazioni, diverse persone, contemporaneamente, chiamano la redazione del giornale per segnalare l’identificazione di quello che passerà alla Storia come “Lo Smemorato di Collegno”.
L’uomo privo di memoria sembrerebbe in effetti, in base alle testimonianze rilasciate da più parti, l’esimio Prof. Giulio Canella, disperso in Guerra e del quale da anni non si hanno notizie.
Gli accertamenti condotti dalla Questura sembrano avallare questa ipotesi e l’inconsapevole smemorato, che ancora ignora la sua reale identità, accetta di buon grado, anche se non ricorda nulla, di ricongiungersi a quelli che gli dicono essere i suoi cari familiari.
Ogni cosa sembrerebbe andare per il meglio, quando, inaspettatamente, una segnalazione anonima smentisce ogni riconoscimento. Colui che è stato identificato come il distinto Prof.Canella sarebbe in realtà Mario Bruneri, uomo equivoco, di professione tipografo, con precedenti penali.
L’Italia si divide in due. Da una parte la moglie e il fratello di Bruneri lo reclamano a Torino, dall’altra la potente famiglia dei Canella reclama l’affidamento del loro caro in quel di Verona.
Là dove, evidentemente, nemmeno i familiari più diretti sembrano vederci chiaro, gli italiani hanno la presunzione di saperne di più e si schierano decisi in due fronti compatti, i Bruneriani e i Canelliani.
La mattina ai bar si disquisisce dottamente sugli elementi a favore o contro una o l’altra delle ipotesi, si aspettano trepidanti eventuali aggiornamenti dell’ultima ora, come in una partita di calcio i pronostici oscillano continuamente, le percentuali variano, nessuno sa la verità, e forse nessuno la saprà mai.
Nella confusione generale solo le famiglie continuano la loro silenziosa lotta senza quartiere per l’affidamento di quello che sembra, o finge di essere, un uomo desolato e confuso, sballottato come un pallottoliere da una parte all’altra della barricata.
Fiumi d’inchiostro vengono versati, si interrogano esperti e periti medici, si emettono referti, si danno alle stampe romanzi, saggi e biografie.
Nomi autorevoli si interessano al mistero che ha diviso in due l’Italia, Leonardo Sciascia ricostruisce il dilemma nel suo romanzo “Il Teatro della Memoria”, la televisione manda in onda lo sceneggiato “Uno Scandalo per Bene” con interpreti del calibro di Ben Gazzara e Giuliana De Sio.
È forse il primo caso di giallo mediatico della storia d’Italia.
Ma al di là delle vicende editoriali e degli scoop giornalistici, sono i Tribunali alla fine a dover fare i conti con l’identificazione di un uomo che, in qualche modo, deve inequivocabilmente essere associato a una o all’altra delle due controverse identità.
Ben tre processi furono necessari per appurare questa verità.
Nel primo le potenti influenze dei Canella portarono la vicenda a concludersi con un nulla di fatto, e i magistrati mantennero una posizione neutrale dichiarando di non aver raggiunto prove certe atte a stabilire oltre ogni ragionevole dubbio la reale identità del soggetto conteso.
Ma a un’identificazione, prima o poi, si doveva pure giungere e infatti alla fine ci si dovette arrendere all’evidenza, anche perché, essendo Mario Bruneri un pregiudicato, già arrestato più volte, le sue impronte risultavano schedate, e pertanto fu possibile, tramite una comparazione delle impronte digitali, emettere alla fine un verdetto più che definitivo: lo smemorato di Collegno era in realtà Mario Bruneri e non Giulio Canella.
Peccato però che nel frattempo Giulia Canella, la moglie del Professor Canella, aveva riaccolto in seno alla famiglia con grande entusiasmo quello che credeva essere lo scomparso marito, e con lui aveva avuto altri tre figli, che si andavano ad aggiungere ai due precedentemente concepiti prima dei fatti.
L’Italia intera si chiese come avesse potuto una moglie sbagliarsi in quel modo sulla reale identità del marito. Passi il desiderio spasmodico di riaverlo a casa, passi la folle speranza di veder ritornare qualcuno che era stato dato per scomparso, ma in fondo, nell’intimità della vita coniugale, come poteva una donna aver preso un simile abbaglio?
Fatto sta che comunque Giulia Canella, donna di gran temperamento e di carattere irremovibile, rimase sempre ferma come una roccia, ben salda sulle proprie posizioni.
Fin dall’inizio aveva dichiarato che lo smemorato di Collegno era il suo stimato marito, Prof. Giulio Canella, pilastro della comunità di Verona, padre esemplare e eminente membro di una delle famiglie più in vista della città. E non avrebbe certo mutato parere tutto a un tratto, solo perché una dozzina di tribunali si ostinavano ad affermare il contrario.
Va anche detto che i Canella, a Verona, erano una famiglia molto in vista, esponenti di riguardo della comunità, ferventi cattolici e fortemente religiosi, erano stimati e rispettati e rappresentavano un vero e proprio punto di riferimento e di aggregazione per i notabili locali. Come avrebbe potuto, a un determinato punto, Giulia Canella fare retromarcia ed ammettere il proprio errore, quando ormai aveva giaciuto more uxorio con uno sconosciuto e con questi aveva addirittura concepito tre bambini?
Se solo avesse mai fatto pubblicamente una simile ammissione si sarebbe posta automaticamente fuori dalla comunità, perdendo in un sol colpo stima, onore e rispettabilità, senza parlare dei nuovi nati che sarebbero risultati alla fine figli illegittimi, senza alcun titolo a portare il cognome dei Canella.
Così Giulia Canella, a torto o a ragione, tenne duro fino alla fine e anzi, vista la mala parata, nell’impossibilità di far riconoscere legalmente la reale identità del sedicente Giulio Canella, decise di ritornare in Brasile, sua patria d’origine, portando con sé tutta la famiglia e ponendo, cosa tra l’altro niente affatto trascurabile, notevoli ostacoli a un probabile rientro in Italia di Mario Bruneri, ancora reclamato dai familiari con l’appoggio della sentenza del Tribunale, compiendo così in termini tecnici, un vero e proprio sequestro di persona.
Qualcuno ipotizzò perfino che i potenti Canella, da Rio de Janeiro, fossero anche giunti a tacitare i Bruneri con offerte di denaro, forse prontamente accettate, per mettere ogni cosa a tacere.
Ma cosa ne è stato allora di questo supposto smemorato? Ammesso che egli fosse stato veramente Mario Bruneri cosa deve aver provato a vivere la vita di un altro? E se mai ha riacquistato la memoria, in un tempo non lontano, perché ha sempre taciuto e non ha mai compiuto alcun tentativo di riappropriarsi della propria reale identità?
Quelli che l’hanno conosciuto all’epoca dei fatti sono disposti a giurare sulla sua completa immedesimazione nel ruolo, se alla fine davvero non era Giulio Canella, era certo più che convinto di esserlo.
I fatti dunque ci dicono che Mario Bruneri era stato identificato con certezza, che però i due si somigliavano molto, che le impronte erano inequivocabilmente di Bruneri, mentre la famiglia Canella era disposta a fare carte false per riavere a casa il loro caro, contro ogni prova evidente.
Se lo smemorato Mario Bruneri, ammesso che fosse poi stato veramente colpito da amnesia, a un certo punto avesse avuto modo di realizzare la situazione così come gli si prospettava, da quel piccolo avventuriero che era, amante delle donne e avvezzo al rischio, capace di recitare e di cogliere al volo un’opportunità sensazionale, perché non avrebbe dovuto approffittarne?
Da una parte aveva la sua vera vita, il fratello, la moglie, dei precedenti penali e un’esistenza tutto sommato incerta, dall’altra la ricca famiglia dei Canella, influente e benestante, e un futuro di tutto rispetto. Cosa c’era di più facile che immedesimarsi nel ruolo, potendo celare eventuali incertezze od errori dietro il comprensibile paravento dell’amnesia?
Certo c’era da colmare il non trascurabile divario culturale, da acquisire usi e abitudini che erano state del Canella, ma la posta in gioco era talmente alta che valeva sicuramente la pena di correre qualche rischio, soprattutto con la Signora Canella più che disposta ad aiutarlo e ad aprirgli le porte del proprio cuore e quelle della loro camera da letto.
E se anche l’avessero scoperto, che cosa rischiava in fondo? Era sempre uno smemorato, un uomo solo e desolato, poteva in qualunque momento tornare indietro, confessare di essere stato plagiato, convinto a forza di essere Canella, e spacciarsi per una povera vittima inconsapevole.
Solo Giulia Canella a questo punto avrebbe potuto sapere la verità, ma in fondo se nel cambio ci avesse guadagnato anche lei, tacitati i Bruneri con una congrua offerta in denaro, chi rimaneva ancora interessato a scoprire la verità?
Ecco dunque uno dei misteri davvero irrisolvibili della Storia, forse il più enigmatico, quello dove le prove materiali ci dicono una cosa, e la realtà invece indica tutta un’altra dimensione. E come sempre, a distanza di anni, in presenza di tacita omertà e di opportune alterazioni dei fatti, nessuno se non i testimoni diretti, ormai tutti defunti, potrebbe sollevare il velo che ci separa dalla verità, e il dubbio ancora rimane, vivo come allora, lo Smemorato di Collegno era il tipografo Mario Bruneri o il Professor Giulio Canella?
IL CASO: ELENA ROMANI
A cura di Ceriani Cinzia
Elena Romani è la madre di Vercelli, rinchiusa in carcere da due mesi con l’accusa di aver ucciso con un calcio la figlia Matilda, di soli ventidue mesi. A cura di Miriam Ballerini.
Spesso i media parlano di depressione, in realtà la depressione porta a far del male, nei casi estremi, solo a se stessi. Sarebbe bene renderci conto che ben altri problemi ci sono all’origine di questi e altri casi simili.
Elena Romani è stata imprigionata sulla base di una prova importante: una scarpa sequestrata dalla polizia, con la quale si è supposto fossero calzati i piedi della donna, al momento del fatidico calcio.
Sui quotidiani, alla fine di settembre, è uscita la notizia che secondo la perizia dei Ris, disposta dal Gip, sebbene non si possa escludere l’utilizzo della scarpa, non sono stati trovati elementi sufficienti. Infatti, non sono state rilevate tracce di pelle, né di sangue.
Ovviamente, gli avvocati utilizzeranno questi elementi per scagionare la madre. Si ritornerebbe quindi ad accusare il fidanzato di Elena? L’unico altro presente al momento del delitto.
Si può solo sperare che ne esca la verità, per un altro caso dagli spiacevoli contorni neri.
La Nascita dell’Antropologia Criminale
A cura di Ceriani Cinzia
Universalmente riconosciuto il padre della moderna Criminologia, Cesare Lombroso nacque a Verona nel 1835 e morì a Torino il 19 Ottobre 1909 a 74 anni. Studiò medicina presso le università di Pavia, Vienna e Genova e conseguì due lauree consecutive, in medicina a Pavia nel 1858 e in chirurgia a Genova nel 1859.
Nel 1861 ottenne la cattedra di professore universitario presso l’Università di Pavia conseguendo una specializzazione sulle malattie mentali e nel contempo lavorò, fino al 1866, come medico militare.
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Nel 1887 rimise il mandato presso l’ateneo di Pavia per assumere l’incarico di professore di Medicina Legale presso l’università di Torino, dove nel 1896 divenne ordinario di Psichiatra.
Oggi in parte superate, le teorie di Lombrso furono a tutti gli effetti le antesignane della moderna dottrina dell’Antropologia Criminale.
Considerato il massimo esponente della scuola positivista, fu autore di numerosi libri tra cui “L’Uomo Delinquente” e “Genio e Follia”, rifacendosi per i suoi studi in buona parte agli insegnamenti di Charles Darwin.
Secondo Lombroso il delitto era un fenomeno atavico e la delinquenza una malattia come un’altra, avente precise cause biologiche e dichiarate manifestazioni somatiche e fisiologiche.
La sua prima, rudimentale, scienza della Antropologia Criminale si prefiggeva di ricercare, nei criminali abituali, determinate espressioni fisiche, somatiche, e psicologiche prova dell’esistenza di una ben precisa anomalia congenita, che, se facilmente individuabile, avrebbe consentito di individuare per tempo i soggetti socialmente pericolosi e di isolarli dalla comunità prima che avessero tempo e modo di commettere dei crimini.
Definita “Atavismo”, la sua teoria si basava sul fatto che il soggetto colpito agiva in obbedienza a un impulso primordiale, per l’appunto “atavico”, sul quale non aveva nessun tipo di controllo.
Si trattava dunque di una interpretazione positivistica in base alla quale i criminali soggiacevano a tendenze devianti, congenite, e indipendenti dalla precisa volontà dell’individuo.
L’intera sua vita fu dunque spesa nel tentativo di identificare i soggetti predisposti alla criminalità attraverso l’analisi e lo studio dei delinquenti comuni e dei pluriomicidi, nei quali cercava di riconoscere dei tratti comuni, caratteristiche particolarissime, fisiche e psichiche, che a suo dire rendevano “l’uomo delinquente” drammaticamente diverso dall’ “uomo normale”.
Nella sua opera principale, "L’Uomo Delinquente", Lombroso distinse diversi tipi di criminali, tra cui il delinquente nato, o geneticamente predisposto, nel quale la criminalità sarebbe insita nella sua stessa natura, e dunque da classificare come “soggetto assolutamente non recuperabile”. Secondo Lombroso il 40% circa di questi individui sarebbe nato con predisposizioni criminali accompagnate a caratteristiche anatomiche e fisiognomiche ben riconoscibili.
Meno gravi, sempre secondo lo studio di Lombroso, sarebbero invece i rimanenti casi, come quelli del delinquente epilettico, del delinquente passionale che agisce in preda a una forza irrestibile ma temporanea, del delinquente instabile di mente e del delinquente occasionale.
Questo per quanto riguarda i criminali veri e propri, mentre invece venivano classificati come pseudo-criminali quei soggetti imputabili di un reato commesso senza intenzione o sotto l’influenza di particolari circostanze, teoria poi ripresa dalla moderna giurisprudenza che ammette sensibili riduzioni e abbattimenti della pena per le circostanze attenuanti come la grave provocazione o la legittima difesa.
Lo studio incredibilmente vasto attuato da Cesare Lombroso su criminali, delinquenti, malati di mente, reclusi e detenuti venne effettuato tenendo presente una serie di fattori variabili come l’età, il sesso, la razza, la provenienza climatica e geografica, la religione, le condizioni culturali, sociali ed economiche, e l’eventuale utilizzo di sostanze stupefacenti o allucinogene.
Presto, comparando i casi a sua disposizione, Lombroso giunse ad isolare alcune caratteristiche fortemente indicative di una sorta di criminalità congenita, che potevano essere riassunte in una serie di indizi fisici e psichici fortemente rivelatori.
Particolare attenzione doveva essere posta alla conformazione del cranio e delle ossa facciali che, nei delinquenti congeniti, presentavano alcune anomalie come la ridotta capacità cranica, la prematura saldatura delle suture mediane, una fronte bassa o sfuggente, una struttura facciale sporgente con mandibole fortemente sviluppate, ossa zigomatiche particolarmente pronunciate, seni frontali anormalmente sviluppati e evidenti deformità delle orbite.
Ulteriori segni rivelatori potevano essere deviazioni dal peso normale del cervello, deficienza o carenza dello stesso, forma atipica delle circonvoluzioni e della fossetta occipitale, anomalie delle orecchie come orecchie prominenti o a sventola, strabismo, labbro leporino, difformità tra il labro superiore e l’inferiore, sottigliezza anomala del labbro superiore, capelli lanosi o ricciuti, capelli particolarmente fitti in associazione a barba rada o mancante, eccessiva pigmentazione della pelle, sviluppo anormale della dentatura, mancinismo e balbuzie.
Per quanto superate in massima parte, si deve comunque riconoscere alle teorie di Lombroso il primo, riconoscibile e compiuto sforzo di identificare con chiarezza le probabili cause di un comportamento socialmente anormale, il tentativo di isolare e distinguere i soggetti a rischio in una rudimentale opera di prevenzione del crimine, e il primo passo per giungere a quelli che sono oggi i normali profili psicologici comunemente usati nella moderna criminologia.
Morte per Asfissia AutoErotica
A cura di Ceriani Cinzia
“Un maschio, bianco, età intorno ai 25 anni, venne trovato morto nella sua stanza d'albergo. il cadavere era completamente nudo ed era in posizione supina, il capo era alzato da terra poiché una cordicella di cuoio era stretta intorno al collo e legata ad una maniglia. intorno a lui vi erano delle riviste pornografiche. Un'attenta indagine medico legale chiari che non si trattava nè di suicidio e nè di omicidio."
Come è possibile che un medico legale o un investigatore si trovi davanti a una morte, avvenuta apparentemente per impiccagione, o tecnicamente per asfissia, senza prove evidenti di un omicidio e in privazione totale di indizi atti ad avvalorare la tesi del suicidio?
La spiegazione, per quanto drammatica e sconvolgente, è in realtà terribilmente semplice, la vittima stava cercando solo una gratificazione sessuale attraverso l’utilizzo di una pratica erotica piuttosto deseuta ma in netta crescita, e terribilmente pericolosa, anche se esaltante, l’Asfissia AutoErotica.
Recenti studi dell’FBI dimostrano che la morte per asfissia oggi costituisce il 6,5% delle cause di morte per decesso autoindotto che viene a interessare giovani adolescenti in cerca di esaltanti emozioni, e che rappresenta, da sola, almeno il 31% dei moventi di impiccagione o apparente suicidio.
Il fenomeno, in netta crescita, ha registrato negli Stati Uniti 250 casi nel 1979, saliti drammaticamente a 500/1.000 casi nel 1983.
Naturalmente, per ovvi motivi, non sempre è possibile determinare con certezza le reali cause della morte o identificare il numero esatto dei decessi riconducibili a questa categoria, il che spiega l’estrema flessibilità delle statistiche, ma appare evidente che la tendenza è in costante aumento.
Non si conosce dunque il numero esatto delle persone decedute nel corso dell’espletamento di queste pratiche erotiche, né il numero di soggetti che ne fanno regolarmente uso, ma si sa per certo che il feomeno interessa comunemente maschi compresi nell’età adolescenziale tra i 12 e i 25 anni, per almeno il 71% dei casi accertati.
Gli aspetti medico legali che possono indurre gli investigatori a sospettare eventuali casi di morte per AutoAsfissia Erotica sono generalmente: strangolamento, impiccagione, legacci da strangolamento, soffocamento e compressione del petto. E più genericamente: decessi sospetti avvenuti per infarto, colpo apoplettico o assideramento, che potrebbero parimenti essere riconducibili alle più comuni pratiche autoerotiche.
Ultimamente le modalità di esecuzione di queste particolari attività di autogratificazione sessuale vengono parificate anche a una serie di fenomeni minori, tutti estremamente pericolosi e in grado, se applicati in mancanza di condizioni di sicurezza, di condurre alla morte del soggetto per: compressione del collo o del torace, esclusione dell’ossigeno, chiusura delle vie aeree, elettrocuzione e inalazione di gas, assunzione di veleni, eccitanti, sedativi o dopanti, miscugli di sostanze tossiche o non tossiche ma pericolose se mischiate assieme, somministrazione incontrollata di anestetici, bondage o giochi erotici estremi di ruolo e di coppia.
Tecnicamente la sindrome dell’Asfissia AutoErotica viene descritta dagli esperti come “impiccagione eroticizzata e ripetitiva”, meglio conosciuta come Asphyxophilia.
Si tratta, in pratica di una sorta di parafilia che consiste nel gratificarsi sessualmente tramite strangolamento o asfissia. La pratica si basa sulle sensazioni estremamente eccitanti che si ottengono sottoponendosi a strangolamento o impiccagione parziale durante la masturbazione, ma è un fatto che ove questa procedura di asfissia, autoindotta o provocata, non venga interrotta in tempo, esiste il rischio concreto di giungere alla morte del soggetto, o a gravi stati di incoscienza causati dall’interruzione dell’ossigeno al cervello.
Queste pratiche autoerotiche piuttosto atipiche si ottengono comunemente inserendo la testa in un sacchetto di plastica, o stringendo il collo in legacci da strangolamento, o ancora attraverso l’induzione di corrente elettrica, areosol o propellenti vari di natura chimica.
Note fin dal XVI secolo, in origine le pratiche di Asfissia Autoerotica venivano utilizzate come trattamento per la cura di disfunsioni sessuali e per l’impotenza.
Per quanto macabro possa sembrare la diffusione massima di questa pratica si ebbe quando, all’epoca delle impiccagioni, vennero notate nei cadaveri degli impiccati tracce di erezione, e in alcuni casi anche di eiaculazione, sopravvenuta al momento contestuale della morte.
Poi spiegato scientificamente, il fenomeno venne originariamente collegato alla carenza di ossigeno e allo stato di asfissia che è legato all’impiccagione, anche se tutti i patologi sanno che è cosa piuttosto comune riscontrare nei cadaveri, anche in assenza di morti asfittiche, alcune gocce di sperma sull’orifizio uretrale, dovute semplicemente alla paresi e al rilassamento post-mortem degli sfinteri.
Questo genere di pratiche comunque ebbe originaria diffusione in Oriente e in Sud America, in India ancora oggi sono frequenti i giochi erotici tra bambini messi in atto tramite soffocamento o impiccagione, e anche la letteratura non ha mancato di dare il suo contributo, con le opere Justine del Marchese de Sade, Billy Budd si Melville, e Gadot di Becket.
Risale al 1856, invece, la prima pubblicazione scientifica sull’argomento a firma dello psichiatra francese De Boismont, che riscontrava come circa il 30% dei casi sospetti di adolescenti o adulti maschili deceduti per impiccagione era legato a manifestazioni evidenti di erezione od eiaculazione.
In seguito, nel 1928, una enciclopedia austriaca pubblicò la voce "penis strangulation" come pratica di asfissia autoerotica.
Successivamente fu Bloch a descrivere le pratiche di soffocamento delle donne durante i rapporti sessuali, e fu Ellis a narrare dell’ “impulso di strangolare l'oggetto di desiderio sessuale”.
Gonzales, Vance e Helpburn furono i primi a introdurre l’argomento in ambito forense.
Nel 1953, Stearn pubblicò uno studio effettuato su una casistica di 97 suidici avvenuti nel Massachusets tra il 1941 ed il 1950, provando che 25 persone di quelle 97 non avevano avuto alcuna intenzione di suicidarsi, ma erano piuttosto decedute nel corso dell’espletamento di pratiche di asfissia autoerotica.
Successivamente, negli anni settanta, l’FBI commissionò un’apposita ricerca, eseguita dall’agente speciale Roy Hazelwood e dallo psichiatra Dr. Park Dietz, in collaborazione con la dottoressa Ann Burgess, i cui risultati vennero pubblicati nel libro "Autoerotic Fatalities", al momento il trattato più completo ed esaustivo sull’argomento.
Originariamente si pensava che questa pratica interessasse solo le fasce adolescenziali, successivamente venne invece provato che, se pur con minore incidenza, il fenomeno riguardava anche maschi in età edulta.
Uno dei casi più esemplificati al riguardo concerne il caso di un maschio, adulto, di 47 anni, divorziato, di professione dentista, rinvenuto cadavere nel suo studio con una maschera da anestesia sul volto.
Anche le donne, che in un primo tempo si riteneva non fossero interessate dal fenomeno, possono a volte essere dedite a questo tipo di pratica, che per definizione si riterrebbe erroneamente maschile.
Caso esemplificativo quello di una donna di 35 anni, ritrovata impiccata nell’armadio del bagno di casa sua, il cadavere, rinvenuto nudo in uno spazio angusto nei pressi dell’anta dell’armadio, aveva i piedi appoggiati contro il muro ed era in posizione prona, un vibratore ancora funzionante a contatto con la vagina della donna indirizzò gli investigatori inizialmente verso altre piste, fino a quando la figlia, di soli nove anni, della vittima testimoniò che erano sole in casa al momento del fatto.
In ogni caso oggi gli investigatori sanno che una nudità, completa o parziale, nei casi di asfissia, strangolamento o impiccagione, può far propendere decisamente le indagini verso la pista della Asfissia Autoerotica.
Confondono invece le statistiche, i casi in cui i parenti più prossimi, rinvenendo il cadavere nudo, si affrettano a rivestirlo, inquinando le prove e modificando la scena del crimine.
A volte poi la maggior parte delle morti autoerotiche sono caratterizzate da travestitismo o masochismo, in questi casi le vittime, eterosessuali e di sesso maschile, indossano capi di abbigliamento femminile.
Si ipotizzano allora giochi di ruolo in cui il soggetto, indossando panni femminili, simuli di immedesimarsi in una donna allo scopo di sdoppiarsi per creare una doppia personalità, in cui il lato maschile, di tipo sadico, possa infliggere punizioni erotiche all’altra personalità, femminile, caratterizzata da un’evidente masochismo, di modo che “idealmente” è una donna ed essere torturata e seviziata.
Tracce di questa pratica, che non è mai stata riscontrata all’inverso, ossia casi di donne travestite da uomini, si ritrovano nel Best Sellers il Silenzio degli Innocenti, di Thomas Harris.
Risale al 1994 un caso esemplificativo in questo senso, un ingegnere di 46 anni viene trovato morto nella sua abitazione, appeso a un gancio e travestito da donna con minigonna nera, collant e tacchi a spillo, nel video registratore una cassetta hard che riproduce la medesima simulazione, nell’esecuzione della quale però il malcapitato avrebbe avuto difficoltà a collegare il complicato marchingegno di cappi e nodi scorsoi, inducendosi inconsapevolmente la morte.
Per quanto, come già detto, spesso i parenti più prossimi, all’atto del rinvenimento del cadavere, per pudore o per vergogna, sono indotti a modificare la scena della morte, un patologo ben preparato sa bene che deve fare attenzione ad eventuali tracce di anossi cerebrale, tipica dell’asfissia autoerotica.
Inoltre, nel 1981, l’agente speciale dell’FBI, Roy Hazelwood, ha delineato le caratteristiche tipiche della scena classica di morte per asfissia autoerotica, che sono: Prove di asfissia prodotte da strangolamento o impiccamento, posizione del corpo favorevole a causare la morte per asfissia, indizi che la morte sia causata da un incidente o da un mancato funzionamento dei mezzi di salvataggio, elementi sulla scena del crimine che provino un meccanismo di autosalvataggio fallito, prove di attività sessuale solitaria, in mancanza dei quali si può ipotizzare un omicidio, un suicidio assistito o un incidente occorso durante un rapporto sessuale a due persone, prove di aiuti alla fantasia sessuali, pornografia o altro materiale presenti sulla scena della morte, precendenti indizi di dedizione alla pratica autoerotica, nessuna intenzione o motivazione apparente che possa giustificare il suicidio.
In questo senso risulta particolarmente eclatante il caso di un cadavere rinvenuto in un canale, di una donna morta per asfissia e annegamento. Il fidanzato della vittima, arrestato, di soli 26 anni, dichiarò che la donna era morta per strangolamento durante un gioco erotico di coppia, ma fu arrestato per omicidio perché la ragazza in realtà aveva solo perso i sensi, trovando poi la morte per annegamento solo al momento in cui l’indiziato tentava di occultarne il presunto cadavere gettandolo in un corso d’acqua.
Anche i Serial Killer si sono spesso interessati particolarmente di questa modalità erotica, primo fra tutti l’agente di polizia Gerard Schaefer, in forza nella comunità rurale di Brevard in Florida. Schaefer rapiva giovani autostoppiste che poi conduceva nel bosco, immobilizzandole o legandole strettamente fino al sopraggiungere della morte, associando la torture all’impiccagione, alcune delle vittime, abbandonate nel bosco, furono rinvenute in avanzato stato di decomposizione mentre altre invece erano miracolosamente sopravvissute.
Anche i Serial Killer John Gacy, Joseph Berdella e Gianfranco Stevanin erano dediti a questo tipo di pratiche utilizzate per la soppressione delle loro vittime, strangolandole, soffocandole e addirittura in alcuni casi anche fotografandole per perpetuare l’estrema eccitazione dell’attimo fatale precedente alla morte.
Rimane il fatto comunque che una pratica tanto insidiosa possa condurre spesso alla morte, totalmente immotivata, del soggetto mentre è alle prese, semplicemente, con un trastullo erotico estremamente raffinato ma quasi altrettanto pericoloso.
Bambini di strada
A cura Ceriani Cinzia
“Volete mantenere la città pulita? Collaborate uccidendo un bambino di strada!”
Questo è il titolo, terrificante, apparso in un giornale brasiliano, quotidiano locale che incitava l’opinione pubblica a ribellarsi contro i “meninos de rua” a Nova Ijuacù, una sterminata e violenta periferia di Rio de Janeiro.
Come sia possibile che tutto questo possa accadere è un mistero, così come rimane un mistero l’inefficienza di chi dovrebbe contrastare il fenomeno dei bambini di strada. Il Presidente dell’UNICEF Italia, Antonio Sclavi, ha richiamato, nella giornata nazionale dell’infanzia, l’attenzione di agenzie, ong, istituzioni, e singoli cittadini, affinché si lavori di più e meglio, in ogni luogo, per garantire ai bambini un’infanzia vera.
Questi bambini sono diventati invisibili agli occhi del mondo intero, nonostante i numeri riportati dalle statistiche UNICEF siano eclatanti: 90 milioni i bambini orfani soprattutto nell’Asia e Africa; 15 milioni resi orfani dall’AIDS (maggiormente africani); 1milione di bambini rimasti soli a causa di guerre o emergenze; incalcolabile il numero dei bambini costretti a vivere per strada (es.:in Congo solo nella capitale Kinshasa sono 30 mila); bambini immigrati illegalmente ( solo in Italia nel 2005 erano 5573); in Europa centrale e orientale 900 mila bambini vivono fuori dalle famiglie in istituti ed orfanotrofi, perché figli di disabili o di famiglie indigenti; 1milione di ragazzi-bambini detenuti in istituti educativi o correttivi.
Rimane da chiedersi il perché di tale disastrosa situazione infantile, condizione inaccettabile da qualsiasi punto di vista e dalla quale scaturisce, di conseguenza, la nascita di nuove realtà criminali che sfruttano l’invisibilità di questi bambini, li trasforma in “merce” destinata alla pedopornografia, alla prostituzione minorile, al traffico d’organi, a guerre civili.
In Colombia l’emergenza “sequestri” è giunta a livelli incontrollabili e l’Osservatorio sui sequestri “Paìs Libre”( Osservatorio dei Diritti umani e del Diritto Internazionale umanitario della Vicepresidenza della Repubblica Colombiana) dichiara che i bambini scelti e allontanati con la forza, vengono adoperati per la creazione di film pornografici, sfruttati nel turismo sessuale ed altro, annientandoli definitivamente là dove neanche anni di terapie psicologiche riusciranno a risanare l’orrore ricevuto. La maggior parte di questi bambini non fa rientro alle proprie famiglie e di loro si perde ogni traccia, facilitato dal fatto che la maggior parte delle famiglie che vivono in condizioni precarie, non registrano all’anagrafe la nascita del bambino.
Questi sono i soggetti di quell’annuncio macabro e disumano, bambini contro i quali la società dovrebbe ribellarsi, braccarli, eliminarli, perché pericolosi in quanto paragonati a “luridi cani randagi”, pronti a scagliarsi sulle vittime innocenti, derubare, usando anche la violenza, turisti, commercianti, ignari cittadini e chiunque si trovi innanzi il loro cammino.
Un simile comportamento è inconcepibile, così come inconcepibile è l’esistenza degli “squadroni della morte” spietati mercenari, pagati da ricchi commercianti, protetti da una politica marcia e corrotta che tutto fa tranne che porre fine ad una condizione di miseria ed abbandono. Ogni anno è sempre più alto il numero di bambini assassinati dagli squadroni della morte e dalla polizia stessa, che incombe sui bambini di strada con inaudita violenza, abusando persino di bambine di soli cinque anni, macchiandosi anch’essi di colpe aberranti, nascondendosi dietro l’istintivo e l’uniforme, calpestando i valori sopra i quali hanno giurato devozione alla patria e alla giustizia.
I bambini di strada sono una piaga per la società, un problema da risolvere ed in fretta, con le maniere più drastiche, un lento genocidio che fa di tutti noi complici silenziosi, colpevoli quanto la mano che li uccide. Bisogna riportare l’attenzione su questi angeli invisibili, colpevoli unicamente di essere stati messi al mondo, diventati vittime ignare di un sistema corrotto, costretti sin dall’età di tre, quattro anni ad una vita di stenti e di violenze, soprusi che la maggior parte dei casi comincia in famiglia, una realtà familiare disastrosa, disgregata, dove spesso l’abuso sessuale è all’ordine del giorno, costringendo il bambino a rifugiarsi per strada, tra altri milioni di bambini soli e abbandonati, vittime di un sistema cinico che riserva loro solo ingiustizie e umiliazioni, privandoli d’ogni diritto, persino quello di esistere.
A questi bambini non rimane niente, niente se non il loro nome, unico segno distintivo in un oceano di disperazione… e quella strada, quel “ventre d’asfalto” che li accoglie e in qualche modo li protegge e li nutre, accettandoli per quello che sono…BAMBINI…bambini spaventati, abbandonati, spezzati dentro come ramoscelli secchi, violentati dal loro stesso sangue, negati dalla loro stessa madre…dimenticati e nati unicamente per soffrire.
Karina Andrea Olivera
“Predatori di bambini”
A cura di Ceriani Cinzia
Il libro nero della pedofilia
di Massimiliano Frassi
….Chissà, forse è inutile continuare a lottare!…
Comincia così l’introduzione del libro di Massimiliano Frassi, presidente dell’Associazione Prometeo, dedita alla lotta della pedofilia e alla tutela dell’infanzia violata. Sicuramente il lettore si sarà identificato più di un volta con questa frase arrendevole, del resto è umano pensare che non ci sia più nulla da fare…che ormai la pedofilia si sia insinuata ovunque e che il mercato criminale che la rende così florida sia inattaccabile. Lo stesso Massimiliano Frassi nel suo libro ci sbatte prepotentemente in una realtà brutale, violenta, sudicia, che maltratta senza alcuna pietà, anche sino alla morte, bambini di non più di dieci anni, e da quanto traspare negli ultimi dati, anche più piccoli, sempre più piccoli, sino ad arrivare a poche settimane di vita. Il grido che si eleva dalle pagine dell’ultimo libro dell’autore bergamasco è un grido di rabbia, di disapprovazione, di rimprovero ad una società civile che si è arresa, sconfitta dalla propria ipocrisia, convinta che possa trovare una soluzione ad un male che avanza lentamente, nascosto e subdolo, ma che si diffonde come un virus, un cancro che grazie ad un pubblico distratto, annienta i corpi e le anime di milioni di bambini. Massimiliano Frassi si rivolge al lettore costringendolo ad una riflessione e lo fa con racconti raccapriccianti, con parole crude, reali, chiedendo a gran voce di non essere più spettatori di un abominio, ma attori di una rivoluzione culturale che possa poggiare su basi più severe e meglio attuabili alla realtà dei fatti. La società si è dimenticata dei propri figli, il problema “pedofilia” non è considerato con l’importanza che merita, le leggi sono inadeguate a tutelare chi subisce violenza, chi viene maltrattato, seviziato, ucciso. Pagina dopo pagina si viene catapultati in un mondo che nessuno enuncia a gran voce, un mondo che passa in secondo piano, che soffoca tra reality- show diseducativi e telegiornali vuoti, quasi fosse un argomento scomodo, scottante, nefasto…e lo è. Lo è come tutte quelle realtà che turbano la vita delle società perbene, di quella parte di mondo che non vuole vedere, che non vuole sentire, che preferisce voltare le spalle alle sofferenze dei più deboli, persino se si tratta di bambini.
Nel capitolo “Tutti gli zeri del mondo” l’autore ci riporta un lungo, incessante elenco di cifre che dovrebbero condurre il lettore alla riflessione, magari ad un punto di partenza per un risveglio globale di coscienze. I dati raccolti sono impressionanti e lo stupore dilaga, rigo dopo rigo, lasciando quell’amaro in bocca difficile da camuffare. Quando si spera che il tutto finisca ecco “Le storie di tutti i giorni”, fatti salienti, talmente inconcepibili da far saltare in piedi dalla sedia, per pura indignazione, anche il più distratto lettore. I toni del libro sono gravi, pesanti e spesso e volentieri l’autore incita il lettore a non mollare, anche se ne ha abbastanza, anche se il cuore non regge. Lo incita a continuare perché è giusto che tutto questo si sappia, che entri dentro le case, dove il più delle volte avviene la violenza, che si parli nelle scuole, dove ci sono stati numerosi casi di abuso, che se ne discuta anche in chiesa, dimora del Signore, spesso e volentieri infangata da comportamenti poco sacerdotali. E’ nostra la colpa di tale situazione, è la società che fa passi indietro, che si mostra inadatta, ma che non è ancora stata del tutto sconfitta. Bisogna credere in un futuro migliore e convincersi che la pedofilia non è solo un male che riguarda paesi lontani e realtà di estrema povertà. Anche a casa nostra il diavolo è presente e nella forma peggiore perché si nutre di indifferenza e ricchezza economica, perché costa quattrocento euro seviziare un neonato e trecento euro ( o di più a seconda delle trattative) abusare di una bambina di quatto anni. E’ nei paesi ricchi che tutto questo ha un senso, è grazie al benessere che la pedofilia dilaga ed impera. Quando alla fine del viaggio che il lettore ha intrapreso lo sconforto è ovunque, Massimiliano Frassi ridà la carica proponendoci figure paragonabili a Dio per bontà e sacrificio verso il prossimo, uomini come Padre Shay Cullen, candidato al Premio Nobel, missionario cattolico da anni impegnato in prima linea nel recupero dei bambini abusati nelle Filippine e nel mondo. Non sono molti questi angeli buoni, ma bastano a lenire lo spirito di chi crede che tutto sia perduto, che niente si possa più fare. Da queste persone Massimiliano Frassi trova l’energia necessaria per andare avanti nella lotta contro la pedofilia, da questi angeli buoni e da tutte le numerose vittime che ha incontrato in questi lunghissimi dieci anni di lavoro incessante. Dedica questo libro a loro, alle vittime dei predatori e alla loro indescrivibile sofferenza, spesso e volentieri resa ancora più insopportabile dall’ignoranza delle persone e dalla loro meschinità.
“Svegliati, non lasciarti imbrogliare, non abituarti mai al dolore. Apri gli occhi, apriti all’Amore” è una frase tratta da una canzone di Renato Zero, testi che spesso e volentieri Massimiliano Frassi utilizza nei suoi libri e nei suoi convegni ( che si tengono i tutta Italia) per rendere ancora più forti le sue battaglie, guerra che non avrà mai fine, che non avrà speranza se l’uomo non riscoprirà di avere un cuore e di sapere ancora AMARE.
“Predatori di bambini” per non dimenticare che il male “pedofilo” è ovunque e che nessun bambino può ritenersi al sicuro e protetto da una società sorda e cieca.
di Karina Andrea Olivera
Criminologia e Criminalistica
A cura di Ceriani Cinzia
Al momento, drammaticamente, in Italia, la figura del Criminologo non ha ancora avuto un suo proprio riconoscimento giuridico, non esiste un vero e proprio corso di studi da seguire, né una laurea specifica, e tantomeno un albo o una qualifica che abiliti ad esercitare tale professione.
Fino a non molto tempo fa l'unica possibilità in materia era fornita dalle scuole di specializzazione in criminologia clinica, recentemente soppresse perché non in linea con l’attuale normativa europea.
Si tratta in effetti di una grave perdita per il patrimonio culturale dell’Italia, e per la professionalità degli esperti nostrani, che vengono a trovarsi mancanti del relativo riconoscimento tecnico, legale e giuridico.
Nella confusione totale che oggi imperversa nell’ambiente delle scienze criminologiche pare che attualmente l’unico titolo riconosciuto come valido che consenta di fregiarsi del titolo ufficiale di "Criminologo" sia l'appartenenza alla SIC "Società Italiana di Criminologia".
Esistono poi tre nuovi corsi di laurea ad indirizzo criminologico e investigativo, presso l’Università di Bologna, il Polo di Forlì e l’Università dell’Aquila, per conseguire la laurea in Sociologia e scienze criminologiche per la sicurezza e in Scienze dell'Investigazione.
Da non confondere assolutamente con le mansioni che vengono normalmete espletate all’interno della Polizia Scientifica o dei Reparti Investigativi Speciali, la figura del Criminologo non ha nulla a che vedere con quella del Criminalista.
Nell’ambito delle Forze dell’Ordine operano infatti normalmente tecnici di laboratorio od esperti di crimialistica totalmente sprovvisti di specializzazione universitaria, ma certamente assai ben forniti di preparazione sul campo.
Attualmente dunque, in assenza di un compiuto riconoscimento giuridico, la figura del Criminologo, in Italia, rimane circoscritta all’ambito universitario, di ricerca o consulenza presso le seguenti categorie.
Nell’ambito dell’Amministrazione penitenziaria per lo studio e la valutazione della personalità del detenuto, presso Enti Pubblici e Privati per la consulenza sulla sicurezza ed investigazione, in assistenza al collegio della difesa come esperto o perito in sede processuale, consulenza tecnica d’ufficio o magistratura onoraria, ricerca ed insegnamento universitario, perito o consulente delle amministrazioni giudiziarie, degli enti locali, di associazioni e strutture private nel campo della prevenzione, della mediazione, della vittimologia, della preparazione e nell'attuazione di progetti e servizi rivolti agli adulti e ai minori.
In attesa che la legislazione colmi questo gap istituzionale non resta che, come sempre, affidarci agli esperti d’oltralpe e d’oltreoceano, sfruttando ancora una volta risorse estere al posto di quelle nazionali.
Gli Ambiti di Applicazione del Criminologo
A cura di Ceriani Cinzia
Amministrazione penitenziaria, Perizia criminologica, Consulenza, Collaboratore Ausiliario Polizia Giudiziaria, Collaboratore Ausiliario Polizia Giudiziaria, Collaboratore Ausiliario Polizia Giudiziaria,Università e Ricerca, Enti Privati
Amministrazione penitenziaria
Consulente esperto presso il settore penitenziario, in qualità di criminologo clinico per lo svolgimento di attività di osservazione e trattamento (art. 80 dell'Ordinamento penitenziario - legge
Legge 354/1975 art 80 "perizia criminologica"
[...] Per lo svolgimento delle attività di osservazione e di trattamento, l'amministrazione penitenziaria può avvalersi di professionisti esperti in psicologia, servizio sociale, pedagogia, psichiatria e criminologia clinica, corrispondendo ad essi onorari proporzionati alle singole prestazioni effettuate.
Consulenza
Esperto presso il Tribunale di Sorveglianza, in qualità di componente privato, qualora abbia conseguito una delle lauree indicate al punto precedente (art. 70 della Legge 354 - modificato dall'art. 22 della legge
Esperto per l'attività di consulenza presso il Tribunale per i Minorenni, come ausiliario del Pubblico Ministero o del Giudice (art. 9 del DPR
Libera professione
Componente privato (Giudice onorario) del Tribunale per i Minorenni (art. 2 del RDL
Consulente Esperto dei Centri per la Giustizia minorile (art. 7, comma 6, art. 8 del DL
Incarico di investigatore privato autorizzato secondo quanto previsto dalla Legge
Università e Ricerca
È necessario aver conseguito il titolo di Dottore di Ricerca presso un Università Italiana od Estera se riconosciuta dal ministero.
Enti Privati
Aziende che si occupano di sicurezza ed intelligence.
Un Mistero nella Vita di Anne Perry
A cura di Ceriani Cinzia
Se oggi Anne Perry è ancora in vita, e se è stata in grado di ricostruirsi un’esistenza, lo deve anche e soprattutto alla benevolenza dei giudici dell’epoca che, nel 1959, dopo soli cinque anni di detenzione, le consentirono di uscire dal carcere di massima sicurezza di Mt.Eden, dove venne rinchiusa dopo essere stata riconosciuta, sotto il suo vero nome, Julet Hulme, colpevole di omicidio di primo grado nei confronti di Honora Parker, in complicità con la figlia della vittima, Pauline.
Nel mese di Ottobre la scrittrice Anne Perry, giallista di fama mondiale specializzata in drammi vittoriani, è stata in Italia per il giro promozionale del suo nuovo romanzo, Giustizia in Prima Linea, edito da Fanucci.
Ambientato nel periodo della Seconda Guerra Mondiale, Giustizia in Prima Linea tratta di un ambizioso corrispondente di guerra, fortemente idealista, inviato al fronte per una propaganda bellica che invece alla fine si trasforma in un atto di denuncia delle gravi condizioni e gli orrori della vita di trincea, dove ogni giorno muoiono centinaia di eroici soldati inglesi stroncati dai gas nervini.
Deciso a denunciare a qualsiasi costo l’atroce verità, il nostro protagonista però sarà costretto a eludere i rigidi sistemi di censura britannici e ad attirarsi, fatalmente, non pochi nemici, soprattutto tra l’entourage militare che lo ospita.
Quando viene ritrovato il suo cadavere è subito chiaro che i colpevoli vanno ricercati proprio al fronte, tra i militari che comunque non vogliono che il reale stato delle cose alla fine trapeli, più che interessati a tacere e dunque a occultare le terribili atrocità cui sono esposti i soldati inglesi in prima linea.
In una caccia senza quartiere tra Londra e le spiagge di Gallipoli l’epilogo finale prevede da parte dell’investigatore di turno una durissima decisione che lo costringerà a rimettere in discussione tutta la sua esistenza, arrivando perfino a dubitare dei valori considerati sacri e sui quali aveva posto le basi della sua stessa filosofia di vita.
Un romanzo duro, graffiante, che immortala la Seconda Guerra Mondiale così come è stata vissuta dall’Inghilterra, e che non fa altro cher riconfermare le valide capacità letterarie di questa eccelsa giallista che ha già ben dimostrato di saper pescare nel torbido delle umane passioni con tocco sicuro e con profondissima introspezione psicologica.
Dagli orrori della guerra alla brutale perversità del falso perbenismo vittoriano, dalla trincea ai frivoli salotti, dalle spiagge di Gallipoli alle passeggiate di Londra, il tocco di Anne Perry non si appanna e non subisce incertezze, conquistandosi con questa nuova serie un’ ulteriore larga fetta di pubblico, e non solo tra gli appassionati giallisti irrimediabilmente intrisi di nostalgia.
Ma chi è dunque alla fine questa sorprendente scrittrice capace di passare con tanta disinvolta sicurezza da dure atmosfere belliche a soffici frivolezze salottiere?
Nata a Londra nel 1938, deve la sua fortuna alla brillantezza dei suoi personaggi vittoriani, alla fedeltà con cui ha saputo riproporre un mondo competitivo e spietato falsamente celato sotto uno strato apparente di perbenismo, delle sue opere sono state vendute oltre quindici milioni di copie in tutto il mondo.
Premiata dunque per le capacità introspettive e per la rigorosa fedeltà delle ricostruzioni storiche, Anne Perry è una profonda conoscitrice delle tematiche etiche e sociali, a cui nel 2000 è stato perfino tributato anche un Edgar Award per il racconto breve Heroes.
Ma Anne Perry ha nella sua vita un trascorso drammatico, la cui vicenda è stata accuratamente ricostruita nel film Heavenly Creatures, Creature del Cielo, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nel 1994, Vincitore del Leone d’Argento e Candidato alla Nomination degli Oscar per la miglior sceneggiatura originale.
La pellicola, a regia di Peter Jackson, magistralmente interpretata da Melanie Lynskey e Kate Winsley, narra di un torbido rapporto tra due adolescenti, nella Nuova Zelanda del 1954, che conduce alla fine all’omicidio della madre di una di loro, uccisa a colpi di pietra su un sentiero di campagna, al ritorno da una festosa escursione di shopping in città.
Se oggi Anne Perry è ancora in vita, e se è stata in grado di ricostruirsi un’esistenza, lo deve anche e soprattutto alla benevolenza dei giudici dell’epoca che, nel 1959, dopo soli cinque anni di detenzione, le consentirono di uscire dal carcere di massima sicurezza di Mt.Eden, dove venne rinchiusa dopo essere stata riconosciuta, sotto il suo vero nome, Julet Hulme, colpevole di omicidio di primo grado nei confronti di Honora Parker, in complicità con la figlia della vittima, Pauline.
Quando nel 1994, a cinquanta anni precisi dal delitto, Anne Perry, sotto la sua nuova identità, è stata rintracciata ed intervistata in proposito, in concomitanza con l’uscita del film dedicato alla sua vicenda, si è stupita molto di suscitare tanta attenzione, affermando di aver solo aiutato l’amica, Pauline Parker, a liberarsi della madre e di averlo fatto perché la riteneva instabile e la vedeva così sofferente da temere che alfine, un giorno, potesse giungere a suicidarsi.
Anne Perry, alias Julet Hulme, riteneva di avere un “debito d’onore” con quella che fu la sua compagna durante gli anni adolescenziali e pagò questo impegno morale con una condanna per omicidio di primo grado.
Ma vediamo come si svolsero all’epoca i fatti secondo la ricostruzione effettuata dalla Professoressa Cinzia Tani, docente di Storia e Sociologia del Delitto presso l’Università La Sapienza di Roma.
Siamo nel 1954 in Nuova Zelanda, Julet Hulme e Pauline Parker sono praticamente coetaneee, e presto diventano inseperabili amiche a scuola, pur provenendo da famiglie drasticamente diverse.
Pauline Paker è nativa del luogo, figlia generata nel 1937 nella città di Christchurch da Honora Parker e Herbert Risper, i suoi non sono sposati, ma lei ancora non lo sa. E’ la seconda di quattro fratelli, tutti con gravi problemi di salute, uno dei suoi fratellini muore, un altro è colpito dalla Sindrome di Down, il terzo è costretto a vivere in un sanatorio. Lei stessa a cinque anni di età contrae una grave forma di osteomielite e viene operata per ben cinque volte, con esito incerto, rimanendo alla fine claudicante. Rimarrà per tutta la vita impossibilitata a praticare sport e tagliata fuori di fatto dalle maggiori occasioni di socializzazione e mondanità.
Julet Hulme invece proviene da Londra, dove è nata nel 1938, è figlia di Hilda Marion ed Henry Hulme, uno dei più insigni scienzati di tutta l’Inghilterra, fine matematico e in seguito rettore del Canterbury University College, proprio lì a Chirchchurch. Anche Julet però, come l’amica, ha problemi di salute, ad otto anni viene colpita dalla polmonite ed i medici le consigliano un cambiamento d’aria, per amor suo una delle menti più eccelse del suo tempo accetterà di abbandonare Londra per ricoprire l’incarico di rettore presso un anonimo collegio universitario in un’oscura cittadina della Nuova Zelanda.
Ma il sacrificio della famiglia Hulme, che dopo due anni segue la giovane Juliet in Nuova Zelanda, sembra ben ripagato, entrambe isolate da tutto e da tutti a causa della loro malattia, le due ragazze sembrano legare, sono compagne inseparabili, eccelgono negli studi, sono ambiziose e determinate, sognano di diventare scrittrici e di andare a vivere negli Stati Uniti.
Entrambe le famiglie sono soddisfatte di questa profonda amicizia che di fatto estrae le ragazze dal loro forzato isolamento e le accomuna in un progetto preciso, le due fanciulle sono spesso ospiti una dell’altra, le famiglie si conoscono reciprocamente e socializzano, nonostante le profonde differenze sociali. Il padre di Pauline è solo un pescivendolo e il padre di Julet un insigne matematico, ma gli interessi delle figlie per loro vengono prima di ogni altra cosa, e finchè le ragazze ne traggono beneficio, quell’unione va bene per tutti.
Ma presto il mondo rigorosamente selezionato di Julet e Pauline si fa troppo rarefatto, la loro amicizia diventa ossessiva, in famiglia inziano a sospettare un rapporto innaturale, perfino i loro voti a scuola peggiorano, i genitori si consultano.
Proprio in questo momento così delicato Julet scopre sua madre a letto con l’amante, il padre, informato, risolve di lasciare la Nuova Zelanda per far ritorno ai suoi studi in Inghilterra, manderà la giovane figlia presso dei parenti in Sud Africa, dove il clima le sarà di giovamento e dove ella sarà fuori dalla cattiva influenza di Pauline.
La madre di Pauline, Honora Parker, informata, è d’accordo. Le due ragazze stanno trasformando la loro amicizia in un rapporto eccessivamente morboso, che nuoce ad entrambe, vanno separate, per il loro stesso bene.
Sarà però una decisione tardiva, che alla resa dei conti non otterrà altro risultato che quello di far precipitare, rapidamente, la catena degli eventi fino all’epilogo finale.
Pauline Parker alla sola idea di perdere la sua amica, la sua complice e la sua confidente precipita nel panico più assoluto, in preda al delirio progetta, assieme a Julet, l’assassinio di Honora Parker, che ancora ostinatamente si rifiuta di concederle il permesso per accompagnare in Sud Africa l’amica, fosse pure per una breve vacanza.
Gli appunti sul diario sono inequivocabili e si riveleranno più che determinanti per l’incriminazione e la condanna delle due ragazze per omicidio di primo grado, e quindi premeditato, senza la concessione di alcun tipo di attenuanti, eccettuata quella, fisiologica, della giovanissima età.
Pauline scrive: “ Abbiamo discusso di nuovo i particolari dell’omicidio. Mi sento euforica come se stessimo organizzando un Party a sorpresa. Mamma c’è cascata in pieno e il felice evento avrà luogo domani pomeriggio. Così la prossima volta che scriverò questo diario mamma sarà morta. Che strano, e che bello.”
Il 22 Giugno del 1954 l’inconsapevole Honora Parker accompagna le due ragazze in paese per fare shopping, sulla strada del ritorno devono attraversare un parco, Julet che cammina davanti lascia cadere un sasso rosa, che ha portato appositamente con sé, richiama l’attenzione della madre sul sassolino, questa si china, e la figlia la colpisce con un pezzo di mattone avvolto in una calza, l’arma del delitto, già opportunamente predisposta. Poi porge il mattone all’amica perché infligga anche lei un colpo, rendendola indissolubilmente complice di omicidio.
Quando le due ragazze, candidamente, in conformità al loro ingenuo piano, tornano di corsa in paese simulando una disgrazia, vorrebbero far credere che Honora inciampando in una radice si sia fratturata il cranio, non vengono credute e subito aleggia fortissimo un clima di sospetto.
Il ritrovamento del diario con le incaute e chiarissime frasi annotate da Pauline proprio il giorno prima del delitto non contribuisce certo a migliorare la loro posizione già gravissima. Le ragazze, sottoposte a uno stringente interrogatorio confessano, entrambe.
Giudicate colpevoli di omicidio di primo grado nel corso di un legittimo processo vengono però salvate dalla pena di morte dalle leggi attuali che sanciscono che un minore, anche se colpevole, non possa essere giustiziato, e vengono condannate a una pena detentiva.
Pauline è rinchiusa nel carcere minorile di Arohata, Julet in quello durissimo di Mt.Eden, insieme ai condannati a morte, vengono rilasciate dal tribunale nel 1959, a soli cinque anni dal crimine, con il divieto assoluto di incontrarsi ancora.
Pauline scompare dalle scene e di lei non si saprà più nulla per lunghissimo tempo, Juliet si ricongiunge a sua madre in Inghilterra, assumendo il nuovo cognome di Perry, dal nuovo marito di quest’ultima, Walter Perry. Per un certo periodo lavora come segretaria, poi emigra a San Francisco, si converte alla religione mormone, e a questo punto di lei si perdono le tracce.
Ricompare in Inghilterra sotto il nome di Anne Perry come celebre scrittrice di gialli ambientati in epoca vittoriana, e oggi vive in Scozia con tre cani e due gatti.
Sulla vicenda viene di nuovo attirata l’attenzione della stampa quando, nel 1994, a 50 anni di distanza dall’omicidio di Honora Parker, Peter Jackson, il regista neozelandese, gira il film Creature del Cielo.
Si identifica Julet Hulme in Anne Perry e solo tre anni dopo, nel 1997, si rintraccia Pauline Parker sotto il nome di Hilary Nathan, e si scopre che ha vissuto per trent’anni in un villaggio inglese insegnando equitazione ai bambini. Nessuno degli abitanti riuscirà a credere di aver convissuto per anni con un’assassina e di averle affidato i propri figli.
Intervistata in proposito Anne Perry non ha mai negato la sua reale identità e anzi si è dichiarata sorpresa che un fatto avvenuto tanti anni prima potesse ancora riscuotere un simile interesse, affermando di aver soltanto voluto aiutare Pauline per timore che questa si suicidasse, “Avevo con lei un debito d’onore”, ha detto ai giornalisti.
Oggi Anne Perry, pagato il suo debito con la giustizia, è una splendida ed elegante signora inglese di sessantasette anni, giallista di fama indiscussa, e protagonista di un giro promozionale con la Casa Editrice Fanucci che vi consigliamo assolutamente di non perdere, secondo le tappe del seguente calendario.
Sabina Marchesi
Christine e Lea Papin, Le Sorelle Assassine
A cura di Ceriani Cinzia
Le Mans, il 2 Febbraio 1933, viene sconvolta da un crimine efferato, assolutamente senza precedenti, un delitto violento, sanguinoso, esasperato.Una scena del crimine che si presenta agli occhi degli inquirenti come qualcosa di agghiacciante, capace di riportare alla mente gli orrori di Rue de La Morgue, il celebre racconto di Edgar Allan Poe.
Christine e Leà Papin nascono in un’oscura e disagiata famiglia di Angers nei primi anni del 1900. Hanno sei anni di differenza, Christine è del 1903 e sua sorella Leà del 1909, ma sembrano due gemelle, sono simili fisicamente e molto vicine affettivamente, legatissime, dipendono praticamente una dall’altra.
Il padre è un alcoolizzato cronico che abusa addirittura della sua terza figlia, Emilie, costretta a riparare in convento.
Dopo questo fatto i genitori delle ragazze divorziano, e la madre Clemence, in mancanza di altre risorse è costretta a ricoverare le figlie in un orfanotrofio.
Questa dura infanzia plasma il carattere delle ragazze Papin in maniera indelebile.
Christine cresce con un carattere ombroso, difficile, schiva e apparentemente sottomessa, sua sorella Leà dipende da lei emotivamente per ogni minima cosa, timida, scontrosa, completamente succube di sua sorella, pronta a seguirla anche in capo a mondo purché non le si domandi mai di decidere in proprio o di assumere iniziative.
Per Leà sua sorella Christine è uno scudo contro il mondo, sa di non avere le forze per affrontare la realtà, e cerca di rimediare vivendo praticamente nella sua ombra, perché in questo modo si sente sicura.
Così quando l’orfanotrofio finalmente riesce a piazzarle deve proporle entrambe perché Christine non accetterebbe mai di separarsi da Leà e Leà non potrebbe sopravvivere sola.
Vengono mandate dunque, assieme, a servizio presso la famiglia Lancelin, a Le Mans, nel 1926.
Hanno, rispettivamente, 23 e 17 anni.
In Rue Labruyère numero 6, la famiglia che ospita le due giovani come domestiche è composta da padre, madre e una figlia.
Il capofamiglia, Renè Lancelin, di professione avvocato, è un uomo pacato e schivo.
Rigido e stimato professionista, ma di animo pantofolaio, lascia che in casa i pantaloni li porti sua moglie.
Lui non vuole sapere nulla dell’organizzazione domestica, gli basta avere i suoi spazi e poter pretendere che le sue routine vengano rispettate.
Disposto a portare a casa i soldi, è pronto a delegare ogni cosa a sua moglie, a patto di non essere disturbato con banali quisquilie e irritanti seccature.
Madame Lancelin, ovviamente, non chiede di meglio.
Esigente e formalista, rigida e ossessiva, maniaca e perfezionista non è una padrona facile per le due cameriere, ancora giovani e inesperte, totalmente ignare della gestione domestica e del normale andamento di una casa, sembrano completamente inadeguate al compito loro affidato, eppure Madame Lancelin non le congeda, preferisce forgiarle, a modo suo.
E sono anni di rimproveri e minacce, dure reprimende, castighi, insulti e punizioni.
Geneviève Lancelin segue come un’ombra la madre, impara, assimila e replica. Dopo gli appunti di Madame ci sono gli ammonimenti di Geneviève, una reiterazione in tono minore delle amare reprimende materne, per le due ragazze Papin i tormenti sono amplificati, saranno anni infernali.
Le due sorelle Papin, già provenienti da un infanzia difficile e dalla lunga permanenza in un orfanotrofio, non sanno a che santo votarsi, vorrebbero fuggire ma non hanno dove riparare, sono sole al mondo, non conoscono nessuno e non sono in grado di reagire, o di adattarsi, subiscono passivamente ma intanto immagazzinano odio e rancore.
Ogni giorno di più, per sette lunghi, lunghissimi, interminabili anni.
Uno stillicidio continuo capace alla fine di intaccare il loro già fragile equilibrio mentale.
Vivono nel terrore, basta un’occhiata, un rimprovero, una frase sibilata a mezza bocca per farle tremare, sono succubi e vittime di una padrona severa, ostile, incontentabile e della sua tirannica figlia.
Certo all’epoca si trattava di un cliché. La servitù era mal pagata, alloggiata in soffitta, scarsamente nutrita, ogni permesso, concessione o deroga veniva fatta pesare come un privilegio, non c’erano sindacati od opere pie a difendere le sorelle Papin.
Il tutto naturalmente aggravato dall’erede di famiglia, Geneviève, che scimmiottava a ogni piè sospinto la madre e infieriva, se possibile, oltre ogni limite umano consentito.
La tensione naturalmente era destinata a sfociare presto in una tragedia.
Un giorno mentre le domestiche sono sole in casa un vecchio ferro da stiro difettoso salta e manda l’impianto elettrico in corto circuito.
Leà, che stava stirando la camicetta preferita di Geneviève è completamente sconvolta, trema dalla paura, l’indumento è rovinato, non c’è rimedio possibile. Christine tenta di consolarla come può, ma in fondo al suo cuore sa bene che la punizione sarà terribile, che spiegazione potranno mai addurre a loro parziale giustificazione?
Eppure avevano segnalato tante volte che il ferro era difettoso, altri abiti erano rimasti danneggiati in passato durante la stiratura, ma la padrona aveva sempre inteso questi incidenti come incompetenza e incapacità, o misere scuse addotte per motivare i loro sbagli continui.
E a quell’epoca i rapporti tra la classe padronale e i servitori non erano molto idilliaci, la ragione stava sempre da una parte sola, da quella dei signori.
Mai nessuno avrebbe dato ascolto a una cameriera che pure aveva potuto subire un torto, tanto è vero che le ragazze della servitù che rimanevano incinte di mariti e rampolli troppo focosi delle famiglie che le ospitavano, venivano poi messe alla porta senza tanti complimenti, prive di referenze e di ogni possibile mezzo di sostentamento.
Erano tempi duri, in cui non ci si faceva molto scrupolo nel rispetto dei diritti umani, soprattutto nei confronti dei sottoposti e dei ceti inferiori, e questo Christine, per quanto vissuta isolata, lo sapeva assai bene.
Così le due ragazze lasciano tutto com’è e si rifugiano nell’unico posto dove si sentono al sicuro, nella misera soffitta dotata di un minuscolo abbaino dove abitano, si spogliano, si mettono a letto, assieme, ed aspettano avvinte il ritorno della loro padrona, non sanno ancora cosa potrebbe loro accadere, ma sono terrorizzate.
Sono ore di tensione in cui con i sensi allertati e i nervi tesi allo spasimo rimangono in attesa dell’inevitabile, non sapremo mai cosa matura nella loro mente in quel momento, ma possiamo figurarcele perfettamente mentre attendono nel buio, ascoltando ogni rumore, ogni scricchiolio, cercando di farsi coraggio reciprocamente con struggenti carezze e sussurri sottili.
Presto le donne della famiglia rincasano, trovano la casa al buio, odore di bruciato, la camicetta rovinata, naturalmente corrono al piano superiore lungo la scala traballante e già stanno urlando rimproveri, entrambe, una a voce più alta dell’altra, in un crescendo ossessivo.
Ma il peggio avviene quando Christine e Leà si affacciano alla porta della soffitta scarmigliate e discinte.
È uno scandalo. Due ragazze sole, seminude, a letto, di giorno, assieme. Non possiamo nemmeno immaginare cosa le due Lancelin possano aver detto alle ragazze inermi e indifese. Minacce, insulti, aggressioni verbali.
Eppure sarebbero ancora salve se in extremis, già nel corso della discesa, Madame Lancelin non avesse cambiato idea e non fosse risalita fino a mezza scala, per reiterare ancora un’ultima reprimenda. Magari le aveva già licenziate, forse le aveva già minacciate di lasciarle in mezzo a una strada. Ma non le basta. Deve infierire ancora, è quasi più forte di lei.
Quest’ultimo gesto le costerà la vita, e anche a sua figlia Geneviève.
Se solo le Lancelin avessero visto quella scintilla di furore negli occhi di Christine, se avessero compreso di essersi spinte oltre il limite, se solo si fossero fermate, appena un attimo, a considerare quelle due ragazze per quello che erano, due esseri umani, due fanciulle sole, fragili e spaventate.
Ma la storia doveva andare diversamente.
In Christine, che aveva sopportato per tanto tempo, scatta una molla fatale. Quell’ultimo gesto di Madame Lancelin le fa perdere definitivamente il sottilissimo filo che ormai la legava alla realtà.
Quando si avventa su di lei è come una furia, con la sola forza dei pollici, a mani nude, le cava entrambi gli occhi dalle orbite e mentre Madame Lancelin si accascia sui gradini, Leà, come in trance, ripete gli stessi gesti che ha visto fare a Christine sulla giovane Lancelin, che è rimasta attonita e non ha nemmeno il tempo di reagire.
Le finiscono a colpi di martello, infieriscono sui loro cadaveri con oggetti contundenti di vario genere, con un sotto vaso di bronzo, con un coltello, con tutto quello che capita loro tra le mani.
Ma la cosa non ha poi molta importanza perché l’opinione pubblica, anche prima del processo, è già tutta contro di loro.
Dopo gli omicidi le ragazze sono tornate a letto, nude, hanno lasciato le camicie da notte insanguinate sulle scale, è questa la scena che trova l’Avvocato Lanceline, il padrone di casa, quando la sera fa ritorno.
Quella è la scena che vedranno gli inquirenti, i magistrati, gli investigatori e i poliziotti, quella è la scena che tutti rivivranno attraverso i giornali.
La mano del servo che si leva contro il padrone, una cosa inaudita, aggiunta a tanta ferocia nell’esecuzione del crimine, questa fatalità costa alle Sorelle Papin una condanna piena.
Anzi, la pubblica opinione, a gran voce, vorrebbe vedere applicata la pena di morte, per entrambe, ma i giudici sono magnanimi, non vogliono utilizzare uno strumento così antiquato in un’epoca tanto moralmente avanzata.
In Francia non viene emessa una sentenza di morte dal 1887, e ora nel 1933, quando inizia il processo, nessuno se la sente di ripristinare un uso ormai decaduto.
Christine, nominalmente condannata a morte e poi subito graziata, riceve un commutazione della pena capitale convertita ai lavori forzati a vita, Leà, che per tutto il processo è rimasta catatonica, senza alcun tipo di reazione, seguendo sempre le affermazioni e le gestualità della sorella come un automa, è condannata a soli dieci anni.
Christine, che era sempre stata la più forte, soccombe presto, la mente ormai fortemente provata, inizia a dare in escandescenze, pretende di avere la compagnia della sorella, tenta di strapparsi gli occhi con le unghie, alla fine si lascia morire di fame.
Leà sconta la sua pena senza obiezioni, non reagisce, si potrebbe dire che non dà praticamente segni di vita, sta dove le dicono di stare, fa quel che le dicono di fare, in questo modo, passivamente, sopravvive, e al termine della condanna torna a vivere presso la madre e a fare la domestica.
Sulle sorelle Papin sono stati versati fiumi d’inchiostro, scritti valanghe di libri, stesi dozzine di trattati psicologici, realizzati film, radiodrammi e commedie.
La verità è che erano due ragazze sfortunate, sole, in balia di un mondo le cui regole non capivano e che non erano in grado di accettare, scagliate in una realtà che non sapevano e non potevano gestire, completamente inadatte alla sopravvivenza, destinate a soccombere presto in balia di eventi troppo più grandi di loro.
Avrebbero dovuto chinare il capo, arrendersi, rinunciare, invece, inaspettatamente, contro ogni legge della selezione naturale, due creature votate all’estinzione e alla morte, sono sopravvissute, disperatamente, aggrappandosi con le unghie e con i denti alla loro unica possibilità di salvezza, la ribellione estrema, e per far questo sono passate alla storia come Christine e Leà Papin, le Sorelle Assassine.
Hawley Harvey Crippen
A cura di Ceriani Cinzia
Harvey Crippen nasce nel Michigan nell’anno 1862. Studia odontoiatria e diventa medico. Come tutti i dottori fa praticantato presso il pronto soccorso di un ospedale.È un bell’uomo, fine, distinto, elegante, rispondente ai canoni di bellezza dell’epoca.
Quando passa per i corridoi dell’ospedale tutte le infermiere lo guardano, fa colpo anche sulle pazienti, porta grandi baffi a manubrio, indossa il camice, cammina sicuro, ha un tocco deciso ma dolce, un tono sommesso, appare serio, competente, affidabile.
Un giorno incontra Cora, che in realtà si chiama Kunegonde Mackametzi, e ne resta colpito.
Cora torna più volte al Pronto Soccorso, è giovane, esuberante, florida e rubiconda, veste bene, si atteggia a grande artista, racconta di essere un cantante lirica.
Ben consapevole dell’effetto che fa sul Dottor Crippen intensifica le visite, lo seduce, si fa corteggiare, tanto fa e tanto dice che alla fine riesce a farsi sposare.
Si trasferiscono a New York dove Crippen prende impiego presso un importante stabilimento farmaceutico, Cora è ben contenta del nuovo status sociale, è moglie di un medico, ha una casa elegante, bei vestiti, gioielli, cappelli e pellicce.
Ma sogna sempre di diventare una grande artista, cosa che non è, e in realtà non è mai stata, nonostante quello che ha potuto far credere a Crippen.
Tra l’altro presto i coniugi Crippen scoprono che Cora non può concepire dei figli, quindi fatalmente ben presto, appena stanca della novità, della casa, del trasferimento e del nuovo ambiente sociale, la donna appunta tutti i suoi desideri e le sue speranze sulla propria, presunta, carriera artistica.
Vuole diventare la più grande cantante lirica del mondo, o quasi.
Crippen l’adora, letteralmente, non c’è nulla che non farebbe per lei. Il suo denaro serve per le lezioni di canto, per i cappelli ampi e sontuosi, per gli abiti eleganti, per le giacche bordate di zibellino, i lunghi cappotti, Cora veste come una regina e come tale si comporta.
Da New York si trasferiscono a Londra. Ancora una volta il cambiamento fa bene a Cora, che temporaneamente si distrae con altre occupazioni, l’arredamento della casa, le tende, un guardaroba nuovo, le recenti conoscenze, la frequentazioni dei quartieri alti.
Crippen non batte ciglio e imperterrito foraggia la reiterata passione della moglie, anzi, giunge perfino a corrompere e pagare profumatamente gli impresari perché le affidino delle particine, ma alla fine Cora canta solo in teatri di quart’ordine, in periferia, nel corso di operette di infima qualità e di nessunissimo successo.
Cora non è una cantante, e non lo sarà mai, e intanto Crippen ha perso tutto il suo patrimonio nel vano tentativo di accontentarla.
Lungi dall’essere riconoscente, quando Crippen torna al punto di partenza, e deve andare a cercarsi un altro lavoro perché è stato licenziato, Cora inizia a tradire il marito senza alcun ritegno e senza nemmeno cercare di tenerglielo nascosto.
Proprio quando Crippen comincia stentatamente a rendersi conto che ha speso invano la sua vita nel tentativo di soddisfare una donna che non lo ama e non lo ricompensa, nel suo orizzonte appare improvvisamente Ethel LeNeve.
Se Cora è florida, Ethel è esile e dimessa, tanto Cora è esuberante quanto Ethel è mansueta e ritrosa, per ogni capriccio di Cora c’è un timido sorriso di Ethel che vuole solo aiutare, alla pervicace durezza di Cora fa da contrappunto la dolce disponibilità di Ethel.
Ethel fa la stenodattilografa in uno studio, i suoi colleghi la chiamano “non molto bene grazie” perché si ammala sempre, è esile e emaciata, fragile e delicata.
Si innamorano perdutamente.
Ethel vede in Crippen un punto di riferimento, una figura paterna, cerca guida e protezione. Crippen trova in lei la dolcezza e la disponibilità, la cieca fiducia e la docilità che sua moglie non ha mai avuto.
Fatalmente, spronato da Cora che ancora chiede soldi per vestiti, pellicce e gioielli, Crippen decide di aprire uno studio dentistico mettendosi in proprio, e sceglie proprio Ethel come assistente di gabinetto.
A casa sua la vita è un inferno, non ha né amore, né stima, né rispetto, ma anzi viene quotidianamente bistrattato e tiranneggiato, a sua moglie non basta mai, vuole sempre di più, chiede, pretende e comanda, ordina e dispone.
Non poteva cadere più in basso.
Solo allo studio dentistico torna se stesso, il professionista stimato e rispettato, il dottore elegante e raffinato, il medico competente, serio ed affidabile, ci sa fare con la gente, ammalia le signore, offre garanzie e disponibilità, la sua clientela cresce, gli affari vanno bene.
Peccato che al termine della giornata, purtroppo, è costretto a tornare a casa. Ma sopravvive. In qualche modo.
Fino a che una sera a tutte le umiliazioni patite se ne aggiunge ancora una, che sarà l’ultima.
Rientrando a casa scopre sua moglie che impunemente nel loro talamo nuziale si intrattiene con l’amante, apparentemente Crippen non reagisce, non dice nemmeno una parola, ma, il 17 gennaio del 1910 acquisita 10 grammi di iosciamina, un veleno mortale, è un medico e sa quello che fa.
Dopo due giorni i vicini apprendono improvvisamente che sua moglie è dovuta partire, pare che sia andata addirittura in America per assistere un suo parente in punto di morte.
Strano, dicono tutti, Cora così ciarliera, così estrosa e comunicativa parte per andare fino in America e non dice niente a nessuno?
Fin qui però la cosa poteva ancora passare sottosilenzio se non fosse che Crippen impegna tutti i gioielli della moglie, tranne il più bello, un medaglione che ella indossava sempre, e che decide di regalare proprio ad Ethel.
Nemmeno un mese dopo Ethel si trasferisce a casa di Crippen, ormai sono ufficialmente amanti, la versione circa la temporanea assenza di Cora Crippen a questo punto cambia, ai vicini curiosi Crippen racconta che la moglie è morta, di polmonite, proprio mentre era in California.
Ma nonostante Cora fosse volubile e superficiale, pure aveva molti amici tra il vicinato, molti conoscevano così a fondo la sua natura e le sue abitudini da non trovare assolutamente credibile la versione ufficiale diramata dal marito circa la sua tanto improvvisa scomparsa. Viene avvisata la polizia.
A bussare alla porta per le indagini del caso è l’Ispettore Dew, davanti alle sue domande stringenti Crippen ancora cambia versione.
No, la moglie non è morta di polmonite, forse non è nemmeno andata in America, semplicemente è fuggita col suo amante, e lui, stimabile professionista, si è vergognato troppo per ammettere la verità coi suoi vicini, e poi uno scandalo del genere avrebbe anche potuto rovinargli la carriera.
Crippen parla con calma, da uomo a uomo, è certo che l’Ispettore comprenderà le sue ragioni, dice, se non è convinto può anche dare un occhiata in giro.
Apparentemente in casa è tutto a posto, niente segni di violenza, gli oggetti personali di Cora Crippen mancano davvero, sembrerebbe proprio che abbia fatto le valigie, in quella fase l’ispettore non può fare molto di più.
Successivamente però alcuni particolari riemergono nella sua memoria, qualcosa in quel colloquio non lo ha convinto del tutto, forse è meglio compiere un ulteriore sopralluogo, ma per legge bisogna avvisare il padrone di casa, visto che ancora ufficialmente non è incriminato di niente, e chiedere la sua autorizzazione in proposito.
Il dottore non fa una piega, ma prego venga pure, dice all’Ispettore, e intanto si prepara per la fuga.
Intanto a Londra l’Ispettore Walter Dew con i suoi agenti si reca all’appuntamento concordato, sono fermamente intenzionati, questa volta, a perquisire ogni locale, ma alla porta nessuno apre, al campanello nessuno risponde, i vicini dicono che Crippen si è allontanato con dei bagagli.
Ci sono dei resti umani là sotto, parti di un corpo sezionato, avvolti in un pigiama maschile.
Il mandato di cattura viene spiccato immediatamente sia per Crippen che per Ethel LeNeve.
Intanto Crippen con Ethel travestita da ragazzo, abiti maschili e capelli tagliati alla maschietta, sta per imbarcarsi sulla Montrose, destinazione Quebec, Canada. Là non c’è estradizione, saranno al sicuro.
Durante il lungo viaggio però alcuni membri dell’equipaggio cominciano a notare qualcosa di strano nel comportamento del Dr.Robinson che ufficialmente viaggia con il figlio.
Il ragazzo è strano, a tavola non dice una parola, tiene sempre il berretto calcato in testa, a coprirgli il volto, e quel cappello sembra maledettamente grande per la sua taglia.
Poi ha un’andatura ancheggiante, degli atteggiamenti sdolcinati, sono stati visti anche passeggiare sul ponte tenendosi la mano, certo sono padre e figlio, ma tuttavia il loro atteggiamento pare strano a molti.
La curiosità si infittisce, a bordo la vita di crociera è monotona, ogni occasione è buona per chiacchierare, si fanno anche scommesse, c’è chi parla di omosessualità latente, chi dice che il Dr. Robinson è un pervertito pederasta in vacanza col suo giovane amante finocchio.
Perfino il Comandante viene coinvolto, osserva i due dall’oblò, sul ponte di coperta, li scruta mentre sono a tavola, ospiti della sua mensa, poi tornato in cabina sfoglia pensoso la sua collezione di giornali, qualcosa si agita nella sua memoria, ha creduto di ricordare un dettaglio determinante, finché eccola lì, la foto del Dr.Crippen e di Ethel LeNeve, ufficialmente ricercati.
Con un po’ di fantasia e qualche ritocco ecco che i suoi due passeggeri potrebbero essere proprio loro, i sospetti omicidi, che con quel travestimento tentano di sottrarsi alla giustizia.
Parte un cablogramma per Scotland Yard.
E a Scotland Yard non dormono da piedi. L’Ispettore Dew sa che c’è un solo modo per fermare quei due, raggiungere la Montrose prima che approdi in Canada.
Chieste e ottenute le necessarie autorizzazioni salpa da Liverpool sul Laurentic, un piroscafo molto più veloce della Montrose.
In perfetto silenzio radio le due imbarcazioni si rincorrono sull’Oceano, a bordo della Montrose tutti hanno ricevuto l’ordine di non dare adito a scontri, di non mostrare sospetti, di tenere un comportamento impassibile, perfino sulla Laurentic nessuno sa niente, i poliziotti si sono imbarcati in incognito, temono una fuga di notizie, un collegamento radio tra le due navi, ogni precauzione possibile è stata presa.
Ma fuori dall’Oceano Atlantico il mondo sa, e assiste con il fiato sospeso all’inseguimento tra le due navi, i giornali commentano minuto per minuto la caccia a Crippen, vengono trasmessi comunicati aggiornati, itinerari, distanze e pronostici.
Alla fine il Laurentic raggiunge la Montrose, l’abborda e l’ispettore sale a bordo per arrestare Crippen. La caccia è finita, comincia il processo.
Riconosciuto colpevole di omicidio, anzi di uxoricidio, Hawley Harvey Crippen viene condannato a morte, ma fino all’ultimo si comporta come un vero gentiluomo.
Ethel LeNeve è innocente, non c’entra per nulla, non sapeva niente, è stato lui che l’ha coinvolta, è lui l’unico, il solo e il vero assassino.
L’opinione pubblica conferisce a Crippen l’etichetta di uomo d’onore, è vero, ha ucciso, si è macchiato di un crimine, ma è un gentiluomo, un perfetto gentleman inglese, mai consentirà che la creatura che ama venga anche solo contaminata dal sospetto.
Disposto a difendere Ethel fino alla fine Crippen tenta il suicidio ferendosi gravemente alla carotide con il vetro dei suoi occhiali, ma scampa alla morte solo per essere giustiziato tramite impiccagione il 22 novembre del 1910.
Dopo il processo la dolce e romantica Ethel LeNeve parte per New York, con i soldi che le ha lasciato per testamento Crippen. Quando decide di rifarsi una vita sceglie un uomo che somiglia a lui, e per tutta la vita dichiarerà di amarlo ancora.
La Marchesa de Brinvilliers e l’Era dell’Arsenico
A cura di Ceriani Cinzia
Marie Madeleine d’Aubray, Marchesa de Brinvilliers, è una delle figure più controverse del milleseicento, condannata a morte per decapitazione, accusata di omicidio plurimo e in odore di stregoneria, venne poi osannata dal popolo che giunse a fare di lei una martire e una santa.
Inizia con lei in Francia l’Era dell’Arsenico destinata a segnare profondamente la corte di Luigi XIV negli anni successivi alla sua morte, avvenuta nel 1676.
Nata nel 1630, Marie Madeleine d’Aubray passa alla storia come una ninfomane, una nobile dama perennemente affamata di sesso e di soldi, ambiziosa e arrivista, capace di uccidere tutti i membri della sua famiglia per biechi motivi d’interesse, e in generale disposta, con la massima disinvoltura, ad eliminare dalla sua strada tutti coloro che potevano in qualsiasi modo ostacolarla o esserle d’impaccio.
A ventuno anni com’era in uso nella sua classe sociale va in isposa, senza amore, a un uomo benestante ma molto più anziano, decisamente un vecchio satiro, Antoine Gobelin, che oltre a non occuparsi di lei la trascura indegnamente e la tradisce.
Nel mille e seicento in Francia era in uso uno stile di vita libertino e un contegno piuttosto disinvolto in società, era consentito a tutti, nella società benestante, uomini o donne che fossero, di avere un certo numero di amanti, più o meno ufficiali, accompagnatori occasionali e perfino mantenuti.
A Marie Madeleine viene così concesso, senza urtare più di tanto la sensibilità pubblica, di intrattenere numerose relazioni amorose più o meno passionali con vari stalloni con i quali si dice facesse faville. E fino a qui nessuno interferisce in quella che, in definitiva, era la sua vita privata.
Quando però Marie si invaghisce follemente di Gaudin Sainte-Croix, noto libertino e avventuriero che già all’epoca godeva di una pessima fama, là dove non interviene il marito, provvede il padre della fanciulla che, muovendo pedine e conoscenze politiche, riesce a far imprigionare questo cattivo soggetto per un determinato periodo con un’accusa dopotutto nemmeno tanto campata in aria.
Il trascorso in carcere però, lungi dall’allontanare Sainte-Croix dalle grazie della D’Aubray, serve ai due amanti solo per affinare e mettere in atto la loro vendetta, quando esce per ricongiurgersi alla focosa innamorata, Sainte-Croix ha appreso tutti i segreti della distillazione chimica dei veleni, e li insegna amorevolmente alla fanciulla, che non tarderà a metterli in pratica.
La prima vittima “ufficiale” naturalmente è il padre di Marie, che una notte muore misteriosamente nel suo Castello di Offemont, ma probabilmente prima Marie aveva esercitato numerose prove generali con i malati del vicino Ospedale Maggiore, la cui mortalità aumenta improvvisamente proprio durante i periodi in cui la carità cristiana e l’amorevole assistenza della Marchesa di Brinvilliers erano maggiormente presenti.
A questo punto sembrerebbe che Marie abbia preso gusto al gioco perché nel suo entourage muoiono, in maniera esasperata e in date sempre più ravvicinate, ben tre persone, due sorelle e un fratello del suo lacchè La Chaussès, che forse era pure suo amante.
Sono queste le prove generali per l’assassinio di suo marito, che però fallisce per la pietosa intercessione di Sainte-Croix che, indignato o spaventato per l’eccessiva reteirazione degli omicidi, somministra prontamente un’antidoto al pover’uomo consentendogli di scampare a una morte certa, o forse addirittura sostituisce la pozione mortale con una meno venefica.
Presto però anche l’amante di sempre, il perfido, ma forse non tanto paragonato al suo alter ego femminile, Sainte-Croix, è destinato a pagare il fio delle sue colpe, morendo insensatamente nel rogo del suo laboratorio alla Cagliostro.
Gli inquirenti troveranno tra le rovine del laboratorio, nascosto tra storte, alambicchi e provette in pezzi, un diario contenente la confessione di Sainte-Croix che accusa Marie di una lunga serie di crimini, compreso il suo omicidio, che egli in qualche modo evidentemente presentiva.
Marie Madelein d’Aubray ripara prontamente in un convento a Liegi, dove, secondo le leggi dell’epoca può considerarsi al sicuro, essendo considerata la Chiesa uno Stato senza obbligo di estradizione.
Potrebbe vivere lì per sempre, se solo volesse, relativamente certa di restare impunita, se pur condannata a una sorta di esilio e di segregazione volontaria, comunque ancora in possesso della vita, dell’indipendenza e della piena disponibilità dei suoi beni terreni e materiali.
Ma a questo punto interviene il genio del Luogotenente Desgrais, lo stesso che sarà poi protagonista del di poco successivo Scandalo dei Veleni alla corte di Luigi XIV che condusse all’istituzione della Camera Ardente, alla caccia alle streghe, e alla morte sul rogo di Madame La Voisin, al secolo Catherine Deshayes.
Travestito da Abate il Luogotenente insidia la virtù, già variamente provata, della bella e conturbante Marchesa di Brinvilliers e la convince a recarsi, nottetempo, fuori dalle mura del convento, per un convegno amoroso, con la promessa di chissà quali estasi passionali.
Tecnicamente, fuori dal convento, la protezione della Chiesa viene a cessare, e non appena, incautamente, Marie mette piede nella trappola tanto argutamente tesa per lei, viene posta in arresto e ricondotta sotto la tutela dello Stato Temporale.
Ma non sarebbe ancora finita per la D’Aubray, cui il censo, la nobiltà di nascita e l’aura inconfondibile da angelo calunniato potrebbero ancora far salva la vita, se questa, inspiegabilmente, non avesse lasciato nella sua cella al convento una specie di memoriale-confessione destinato a fare scandalo.
“Mi accuso di aver causato un incendio. Ho concepito desideri peccaminosi su mio fratello. Mi accuso di aver avuto commercio (sessuale) con un cugino di secondo grado, duecento volte. Da lui ho avuto un figlio. Ho avuto commercio con un primo cugino di mio marito, trecento volte. Era sposato. Mi accuso di aver avvelenato mio padre con le mie proprie mani. Ho avuto desiderio di avvelenare mia sorella perché mi rimproverava della mia condotta, che era orribile. Mi accuso che un giovanotto mi stupravit quando avevo sette anni…”
È uno scandalo senza precedenti, nessuno oramai alla pur libertina corte di Francia può ancora far finta di niente, non è più nemmeno concepibile girare la testa dall’altra parte e fingere di non vedere o di non sapere, simili autoaccuse sono eclatanti, nemmeno uno dei suoi peggiori nemici avrebbe mai potuto concepire contro di lei simili nefandezze o crimini tanto efferati.
E poi perché proprio per iscritto la D’Aubray sentiva la necessità di essere talmente precisa e circostanziata circa le sue colpe, al punto da censire addirittura il numero delle volte con cui aveva avuto commercio sessuale con i suoi partner? Per quale motivo addebitarsi anche crimini commessi solo con la fantasia come il desiderato omicidio della sorella? E perché indulgere in aggravanti tutto sommato non necessarie, come il grado di parentela del cugino, o lo stato civile del cugino di suo marito?
Sembrerebbe quasi una sorta di autopersecuzione mistica, una crisi spirituale nel corso della quale la D’Aubray avesse tentato di riscattare se stessa e le sue colpe se non agli occhi di Dio quanto meno agli occhi del mondo.
E infatti da lì in avanti il suo comportamento rasenta la santità.
Il processo avviene nel 1675, nonostante venga data lettura in aula della confessione, che da sola varrà ad incriminarla, Marie D’Aubray viene comunque sottoposta a tortura, che sopporta, dicono le cronache, con estrema compostezza ed ammirevole dignità.
Il suo avvocato inutilmente sosterrà la tesi dell’inamissibilità di quel memoriale come prova in un tribunale, essendo una lettera diretta a Dio, avrebbe dovuto essere materiale riservato, destinato solo all’imputata e ai suoi diretti confessori.
Ma la mentalità giuridica dell’epoca era ancora immatura per arrivare a comprendere e far proprio un concetto tanto avanzato, che invece oggi viene tacitamente riconosciuto come uno dei fondamenti della difesa, compreso il famigerato Quinto Emendamento della disciplina legale degli Stati Uniti.
Condannata a morte e selvaggiamente torturata la Marchesa di Brinvilliers tenne dunque sempre un comportamento esemplare e morì dignitosamente sul patibolo, per decapitazione, dopo essere stata esposta al pubblico lubridio e offerta in pasto agli insulti della folla.
Immediatamente dopo la sua esecuzione, prima ancora che la sua testa, con i capelli scarmigliati e gli occhi ancora aperti, cadesse nel cesto di vimini predisposto dal boia, l’umore della folla mutò improvvisamente.
Idolatrata come una santa e martire, adorata da quegli stessi popolani che l’avevano insultata mentre sul carretto dei condannati a morte veniva trascinata verso il palco del patibolo, i suoi indumenti e i brandelli del suo scialle vennero fatti oggetto di venerazione e conservati come reliquie, presto il popolo di Francia la elesse come simbolo di tutti gli innocenti ingiustamente perseguitati dalla giustizia e diede inizio spontaneamente a un vero e proprio processo di venerazione, al punto da attribuire alle sue spoglie poteri miracolosi.
Così la Marchesa di Brinviellirs, pluriomicida, ninfomane e visionaria, probabilmente soggetta a crisi mistiche e depressive, maniaco compulsiva e autolesionista, passa alla storia come una santa e martire, idolatrata dal popolo di Parigi, icona dell’iniquità delle pene e dell’accanimento dei tribunali, e venerata al pari di Giovanna D’Arco, la Pulzella D’Orleans.
La Dura Storia di Aileen Wuornos
A cura di Ceriani Cinzia
Quella di Aileen Wuornos, condannata per sei volte alla pena capitale, è una parabola discendente segnata da una serie di eventi che tutti indissolubilmente sembravano mirare alla sua completa distruzione, vittima di un destino infausto, dal quale nemmeno il migliore degli individui sarebbe potuto scampare, Aileen Wuornos non ha mai avuto una sola occasione per riscattarsi o per imprimere un corso diverso alla sua vita che già, fin dagli inizi, appariva segnata.
La madre, semplicemente, esce dalla porta di casa dopo cena e non torna più.
La bimba crescerà con i nonni, fermamente convinti che essi siano i suoi genitori e che la madre fuggita sia in realtà sua sorella.
Al di là delle esperienze di vita devastanti che sicuramente ne segnarono profondamente il carattere, probabilmente nel sangue di Aileen scorreva comunque qualche insanabile alterazione genetica.
Il padre, Leo Pittman, che Aileen non ha mai conosciuto, era un individuo posseduto da manie sessuali devianti, sembra che costringesse la moglie Diana, la madre di Aileen, a rapporti sessuali molto intensi e ripetuti, arrivando anche a sei al giorno. Tuttavia l’abbandona senza un motivo valido e sei anni dopo viene arrestato perché accusato di aver stuprato due bambine in tenera età, di appena dieci anni, e addirittura di averne uccisa una terza.
La verità non si saprà mai perché si uccide in carcere, impiccandosi.
La diagnosi degli psichiatri che lo avevano visitato era di Paranoia e Schizofrenia.
Aileen così cresce sola con i nonni, convincendosi giorno per giorno che essi siano i suoi veri genitori, il nonno è un forte alcoolista e ha la fama anche lui di essere uno stupratore, la nonna, dedita anche lei all’alcool, sarà destinata presto a morire di cirrosi epatica.
Aileen e suo fratello Keith, di appena un anno più grande, vivono dunque in un ambiente oppressivo e malsano, non sarà mai chiaro se il nonno abbia o meno approfittato sessualmente della nipote, quel che si saprà per certo, attraverso le testimonianze degli insegnanti, è che i due fratelli vivevano senza affetto, sottoposti a percosse e punizioni corporali, e in carenza di un’alimentazione sufficiente, dipendendo dalla carità dei professori che spesso li sfamavano a scuola a loro spese.
Per sfuggire a questa situazione drammatica Aileen presto inizia a scappare di casa, a soli undici anni si rende conto che il sesso è una buona merce di scambio e si prostituisce nelle strade in cambio di un panino o di una coca cola. La sua fama è presto segnata, nessuno vuole farsi vedere con lei di giorno, ma in molti la cercano di notte per approfittare della sua disponibilità sessuale.
A questo punto costituire dei rapporti affettivi per Aileen è praticamente impossibile, bollata a vita con l’infamante etichetta di “puttana”, a scuola diviene asociale ed aggressiva, si dedica a praticare piccoli furti senza importanza, appropriandosi di ogni cosa bella che vede e che le piace. Il nonno un giorno la costringe a chiudersi con lui nella sauna e davanti ai suoi occhi uccide, affogandolo, un gattino che le aveva graffiato il viso.
A quattordici anni è già incinta, forse di uno dei suoi “clienti”, forse del nonno, o addirittura del fratello. Costretta, fortunatamente, a dare il suo bimbo in adozione quando fa rientro a casa assiste impotente alla morte della nonna, gravemente minata da anni di dedizione all’alcoolismo.
Nulla ormai la può distogliere o salvare dalla strada della prostituzione, che si accompagna a sporadici episodi di criminalità minore, Aileen continua a compiere furti ed è dipendente dagli stupefacenti.
Nel 1976 muore il nonno, suicidandosi, e subito dopo spira anche il fratello Keith, colpito da una forma mortale di cancro alla gola.
Questa è l’unica occasione per Aileen di interrompere la spirale perversa che legherà per sempre la sua vita al crimine, nello stesso anno in cui praticamente ha perso drammaticamente tutta la sua famiglia, ha una possibilità per redimersi, una sola, che tenterà di cogliere disperatamente e con tutte le sue forze.
Facendo l’autostop conosce Lewis Gratz Fell, è un uomo distinto, agiato, più che benestante, lui la fa salire sulla sua auto, è incuriosito da quella ragazza bionda dall’aria dura, lei ha solo vent’anni ma è già consumata dentro, i due si innamorano e si sposano. Ma il destino di Aileen ormai è segnato.
Il matrimonio dura meno di un mese, entro pochi giorni Aileen è di nuovo sulle strade a prostituirsi spesso in cambio di pochi dollari o di una consumazione al bar.
Aileen ormai vive sulla strada, periodicamente trova impiego in un motel, poi torna a prostituirsi, si sposta facendo l’autostop, compie piccoli furti, e ricomincia da capo.
Arrestata e condannata a tre anni per furti e piccole rapine sconta un anno di reclusione e poi viene liberata. In questa fase ancora si sarebbe potuta salvare se qualcuno degli psichiatri del carcere avesse colto i segnali di aiuto che disperatamente, col suo comportamento insensato, stava cercando di lanciare.
Rilasciata sulla parola incontra sulla sua strada Tyria Moore di 24 anni proveniente da una famiglia agiata e benestante. Anche lei orfana della madre in tenera età, vive sola con il padre a Daytona. Ha tendenze lesbiche ma le percepisce come una colpa perché è una fanatica osservante delle Sacre Scritture che tenta di applicare alla lettera.
Aileen si innamora di lei non appena la vede, diventano amanti la stessa notte in cui si sono conosciute. Alloggiano in un Motel, Aileen sparisce dal Lunedì al Venerdì, e poi torna da Tyria per spendere fino all’ultimo centesimo tutti i dollari che ha guadagnato durante la settimana.
Girano per i bar, fanno un tipo di vita dispendioso, alloggiano nei motel, presto Aileen abbandona il lavoro, che comunque integrava sempre con la prostituzione, e vive giorno per giorno fianco a fianco con Tyria, lei è il maschio della coppia, lei decide, lei comanda, lei porta a casa i soldi.
Presto nei Motel nessuno vuole più saperne di loro due, sono sporche, sono lesbiche, tutto il giorno a letto davanti alla televisione, mangiano e bevono a più non posso, presto ingrassano entrambe in maniera disgustosa, indulgono davanti agli altri avventori in espansioni amorose eclatanti di esibizionismo, Aileen diventa spesso violenta.
Alla fine vengono mandate via da ogni alloggio, nessuno è più disposto ad ospitarle, i soldi non bastano mai, si ubriacano continuamente e devono birra a fiumi, Aileen acquista una pistola e fa pratica nei boschi sparando alle lattine, ormai sono costrette a dormire all’aperto, devono rubare il cibo e solo raramente riescono a mettere un tetto sopra la testa.
La situazione diventa sempre più precaria, Aileen sente il terreno scivolarle via da sotto i piedi, Tyria sta diventando inquieta, Aileen sa che se non riesce a trovare abbastanza denaro per mantenerla perderà il suo ruolo dominante e dovrà rassegnarsi a vederla andar via.
La prima vittima viene ritrovata nel dicembre del 1989 in un bosco vicino a un’auto abbandonata, nei pressi di Daytona Beach. Si tratta di Richard Mallory, conosciuto per essere un frequentatore abituale di prostitute nella zona. Colpito quattro volte con una calibro 22, Mallory era stato rinchiuso per dieci anni in un istituto psichiatrico per violenza carnale.
È il primo delitto di Aileen.
Nel maggio del 1991 è la volta del camionista David Spears, il mezzo abbandonato sulla Florida Highway, il corpo denudato dell’uomo sessanta miglia più avanti, anch’egli freddato da una calibro 22. Sul luogo del delitto viene rinvenuto un capello biondo.
Cinque giorni dopo viene rinvenuto un altro cadavere, l’arma è sempre una calibro 22, ma ancora gli inquirenti non collegano gli omicidi.
La situazione resta immutata fino a quando Aileen e Tyria girovagando ubriache alla guida di un’auto hanno un incidente tale che le costringe ad abbandonare la vettura, prima di allontanarsi però Aileen asporta la targa, il gesto insospettisce Tyria che chiede spiegazioni fino a che Aileen è costretta a confessare, l’auto è stata rubata a una delle sue vittime, per la prima volta Aileen ammette con Tyria di aver ucciso.
Le manovre sospette attorno alla macchina coinvolta nell’incidente non passano però inosservate a un gruppo di testimoni che prontamente avvertono le forze dell’ordine.
Vengono predisposti degli identikit che gli inquirenti decidono di non diramare, almeno fino a quando la scoperta di altri tre cadaveri non giunge a far precipitare la situazione. A questo punto ovunque nel paese, sui giornali e sulla televisione, appaiono gli identikit di Aileen e Tyria, Tyria già stanca degli scatti d’ira e di violenza di Aileen ne approfitta per sparire.
Sarà lei incriminare definitivamente Aileen inducendola durante una telefonata, registrata, ad ammettere i suoi crimini. Ad Aileen arrestata in un bar vengono trovati indosso indizi compromettenti tra cui la chiave di un magazzino, dove erano nascosti indumenti ed oggetti di proprietà delle vittime.
L’arresto avviene l’8 Gennaio del 1991, al processo Aileen dichiarerà di aver ucciso solo per legittima difesa, ma non verrà creduta. Emerge che alla fine Aileen nella sua dura vita potrebbe avere avuto rapporti sessuali con oltre 250.000 uomini, il Pubblico Ministero sostiene la tesi di omicidio per rapina, le vittime sarebbero state tutte soppresse dopo essere state attirate nella trappola con l’esca della prostituzione, condotte in un luogo appartato e sottoposte a una sorta di esecuzione.
Il verdetto finale è di sei volte la condanna per la pena capitale, uno dei verdetti più duri mai emessi contro una donna negli Stati Uniti, Aileen acclama la sentenza dichiarandosi più che disposta ad essere giustiziata pur di scomparire dalla faccia della Terra e da quel mondo devastante che in vita sua aveva conosciuto.
Aileen Carol Wuornos, L’Adescatrice delle Autostrade
A cura di Ceriani Cinzia
Sette vittime accertate al suo attivo, una delle sentenze giudiziarie più dure emesse contro una donna negli Stati Uniti, condannata a sei volte la pena capitale, viene giustiziata il 9 Ottobre 2002 e scompare dalla scena contenta di poter abbandonare un mondo che non le aveva mai dato altro che dolore.
Nasce nel Michigan il 29 Febbraio del 1956, suo madre morirà in carcere dove è detenuto per crimini sessuali e violenza carnale nei confronti di due bambine, sua madre la abbandona in tenera età per tornare poi a riprenderla quando sarà oramai troppo tardi.
Aileen e suo fratello Keith crescono affidati ai nonni, entrambi alcolizzati, in mezzo alla violenza e al degrado più totale, il nonno morirà suicida, la nonna di cirrosi epatica, il fratello Keith verrà a mancare per una grave forma di cancro alla gola.
Aileen cambia spesso nome, si fa chiamare Sandra, Lory, Susan e in pochi anni colleziona tutta una serie di arresti per guida in stato di ubriachezza, rapine, spaccio di assegni falsi e prostituzione, viene anche denunciata per aver minacciato un cliente, ma se la cava usando una delle sue false identità.
La breve parentesi con Lewis Fell, uomo anziano e benestante che aveva accettato di sposarla, non la salva dalla vita da strada, cui ella ritorna prepotentemente dopo aver dilapidato quasi tutti i soldi dell’uomo.
Seguono varie relazioni autodistruttive con uomini violenti e opportunisti che la sfruttano e la picchiano, Aileen continua a vivere dei proventi della prostituzione e di piccole rapine, ha frequenti crisi di rabbia nel corso delle quali distrugge ogni cosa o si procura gravi ferite da autolesionismo.
La situazione pare stabilizzarsi quando conosce Tyria Moore, una ragazza lesbica, della quale si innamora follemente.
Le due vanno a vivere insieme, alloggiano nei Motel, si amano e si ubriacano, Aileen è il maschio della coppia, suo è il ruolo dominante, sua la responsabilità di mantenere Tyria.
Il primo omicidio di Aileen risale al 30 Novembre del 1989, si tratta di Richard Mallory, il suo corpo sarà ritrovato solo il 13 Dicembre vicino all’Interstate 95, in avanzato stato di decomposizione.
Il 5 Maggio del 1990 viene rinvenuto il secondo cadavere, un camionista non identificato, freddato con due colpi di pistola calibro 22, sulla Intestate 75.
A Giugno dello stesso anno sulla Intestate 19 si rinviene il cadavere di David Spears, ucciso come in un’esecuzione con sei colpi calibro 22.
È chiaro che la furia dell’assassino sta aumentando ma i casi ancora non sono collegati tra loro, nessuno pensa a un serial killer, tuttavia nel caso di David Spears viene chiamata una criminologa che traccia una sorta di profilo psicologico dell’assassino, per la prima volta emerge che forse il colpevole potrebbe essere una donna e che il fine ultimo degli omicidi non sarebbe la rapina.
Il 6 Giugno viene rinvenuto sulla Intestate 75 un altro cadavere in avanzato stato di decomposizione, solo quando si identifica la sua auto viene accertata anche la sua identità, si tratta di Charles Carkadonn, di professione mandriano, è stato ucciso con nove colpi di calibro 22.
Finalmente si trova un minimo comune denominatore tra le vittime accertate, tutte, indistintamente, occasionalmente andavano a donne e non disdegnavano la prostituzione.
Gli inquirenti cominciano non solo a collegare i casi ma anche a identificare il modus operandi, le vittime vengono uccise con furia crescente dopo essere state attirate in luoghi appartati con l’esca della prostituzione, la rapina effettivamente sembrerebbe solo uno scopo secondario e non la motivazione primaria degli omicidi.
Dopo circa due mesi viene rinvenuto il cadavere Eugene Burness lungo l’Interstate 75, colpito a morte sempre da una calibro 22.
L’11 Settembre del 1990 scompare Dick Humpreys di 53 anni, ritrovato cadavere dopo pochi giorni, ucciso con sette colpi di arma da fuoco, sempre calibro 22.
Poco più di un mese dopo, il 19 Novembre del 1990 è la volta di Walter Gino Antonio, 4 colpi calibro 22, tre alla schiena e uno alla testa.
A questo punto i casi sono collegati in maniera eclatante.
Le indagini sono però a un punto morto fino a che un’anziana signora, Ronda Biley, ricorda di aver assistito a una scena fuori dal comune, vicino a casa sua una vecchia Pontiac era finita fuori strada, nell’estate del 1990, e ne erano fuoriuscite due donne, una bionda e una bruna, che avevano stranamente rifiutato in maniera piuttosto congestionata ogni tipo di soccorso.
E’ finalmente il primo indizio concreto, la macchina abbandonata appartiene a una delle vittime, sull’autovetture vengono rilevate delle impronte, nel frattempo sul mercato nero viene rintracciata una telecamera appartenente a Mallory, la prima vittima, e anche lì ci sono delle impronte rivelatrici.
Mentre il cerchio si stringe Aileen tenta di colpire ancora, abborda un soggetto promettente che però si rivela essere un’esca della polizia, ora è veramente la fine. Anche Tyria viene arrestata, e confessa quel poco che sa, ma le viene richiesto ancora di più, deve contribuire a incriminare Aileen incastrandola con una telefonata compromettente, in cambio la parziale immunità.
Ma Aileen anche se intuisce la trappola confessa comunque ogni cosa, pur di scagionare la sua compagna ed amante, ed accetta le conseguenze delle sue azioni, solo, afferma, e su questo sarà sempre irremovibile, di aver ucciso in un eccesso di legittima difesa, e di aver colpito solo quegli uomini che per un verso o per l’altro avevano cercato di abusare di lei costringendola con la forza a rapporti contro natura e non consenzienti.
Il processo ha inizio il 14 gennaio del 1992, la sentenza è esemplare, secondo la legge della Florida Aileen viene processata separatamente per ogni omicidio e alla fine condannata a subire sei volte la pena capitale.
Le perizie psichiatriche l’hanno sempre ritenuta perfettamente capace di intendere e di volere, sarà soppressa il 9 Ottobre del 2002 tramite iniezione letale secondo la legge dello Stato della Florida.
Stati del Nord contro Lindy e Michael Chamberlain
A cura di Ceriani Cinzia
Il 17 Agosto del 1980 l’Australia è scossa da un delitto sanguinoso ed efferato che genererà uno degli errori giudiziari più clamorosi della storia. Coinvolti i coniugi Lindy e Michael Chamberlain, vittima la piccola Azaria, la loro terzogenita, di appena dieci mesi d’età.
Siamo nella torrida estate del 1980, quando la famiglia Chamberlain al gran completo lascia la sua abitazione nel Queensland del Nord, presso la città di Mount Isa, per compiere un giro naturalistico nell’Australia Centrale.
Durante il viaggio fanno sosta in quella che è considerata, a livello turistico, praticamente una tappa obbligata e si accampano nella suggestiva zona di Ayers Rock.
La sera dopo scompare dalla loro tenda la loro bambina più piccola e i coniugi Chamberlain vengono accusati del delitto, nonostante il mancato ritrovamento del corpicino, a tutt’oggi ancora disperso.
Denominata Uluru nella lingua indigena, Ayers Rock è una particolarissima località contraddistinta dalla presenza di un enorme monolite di colore rosso oro che domina su tutta la zona.
All’epoca dei fatti, Michael Chamberlain era un pastore della Chiesa Avventizia del Settimo Giorno e la fede religiosa dei coniugi sarà destinata ad avere un peso notevole durante il processo, giungendo ad influenzare perfino l’emissione del verdetto e il pronunciamento generale dell’opinione pubblica.
Al processo, iniziato sui giornali prima ancora che in aula, si mormorerà a lungo sul significato simbolico di quel particolare monolite, sull’accezione esatta del nome “Azaria” imposto alla bimba scomparsa e più in generale sulle presunte tendenze di follia religiosa dei Chamberlain.
Su tutto peserà, inquietante, l’ombra del recente caso di suicidio di massa di Jonestown, avvenuto appena due anni prima.
In ogni caso, appena giunti sul posto i Chamberlain, come dei normali villeggianti, montano la tenda e passano tranquillamente la notte. Il giorno successivo Michael con i due figli più grandicelli, Aidan, il maschio, di 6 anni, e Reagan di 4 anni, si arrampicano sulla suggestiva altura di Ayers Rock, mentre Lindy e la piccola Azaria si avventurano nella zona di Fertility Cave.
Risale a quello stesso giorno l’ultima foto di Lindy con la figlioletta, ancora viva.
Giunta la sera, dopo il tramonto, la piccola Azaria scomparirà dalla tenda in cui dormiva, presumibilmente rapita dalle fauci ingorde di un dingo, uno di quei cani della prateria che tanto sono tipici di quelle zone e che somigliano vagamente ai coyotes.
In seguito la stessa Lindy, ed altri campeggiatori interrogati sul luogo, racconteranno di aver visto nei giorni precedenti dei dingo avvicinarsi pericolosamente alle tende, all’accampamento e perfino al bivacco accanto al fuoco.
Resterà un mistero però come mai nessuno, nonostante gli inquietanti avvistamenti, avesse dato alcun segno di preoccupazione o timore, almeno fino alla sparizione della bambina.
Fino a quel momento, del resto, va anche detto che nessun caso di aggressione nei confronti dell’uomo era mai stato reso noto, e che tutti erano abituati a considerare i dingo come animali innocui, lasciati liberi di scorazzare nella zona, loro habitat naturale, visto che si accontentavano generalmente di cibarsi degli avanzi lasciati dai turisti.
Al processo tuttavia deporrà sfavorevolmente la dichiarazione della stessa Lindy che, a cose fatte, raccontò come, quello stesso pomeriggio, durante la sua passeggiata a Fertility Cave avesse visto un dingo che la fissava insistentemente ponendo particolare attenzione verso la bambina che ella teneva in braccio.
Tutte le mamme d’Australia si chiesero cosa avrebbero fatto loro al posto di Lindy.
Sarebbero forse tornate al bivacco accanto al fuoco a chiaccherare piacevolmente del più o del meno, dopo aver deposto la loro piccola creatura a dormire in una tenda aperta, senza alcun riparo dalla notte e dalle aggressione degli animali selvatici che non un sottile lembo di tessuto ed una zip?
Eppure questo fu proprio quello che Lindy Chamberlain fece in quella notte infausta.
I segnali di allarme, invece, a quanto pare, c’erano stati e come.
Al calar della sera, Lindy e suo marito sono accanto al fuoco assieme agli altri cammpeggiatori, una delle donne si alza per andare a buttare gli avanzi nella spazzatura, e tornando racconta di essere stata seguita dall’ombra di un quadrupede, probabilmente un dingo.
In seguito lo stesso Chamberlain vede uno degli animali aggirarsi nelle vicinanze del bivacco, tanto che gli lancia un boccone di pane, aspramente redarguito da Lindy che lo invita a non incorraggiare quegli animali ad avvicinarsi troppo.
Eppure nonostante questo, Lindy, che teneva la piccola Azaria addormentata tra le braccia, poco dopo si alza e la va a deporre nella tenda, a fianco di Reagan, che già dormiva, per poi tornare tranquillamente davanti al fuoco assieme agli altri campeggiatori.
Non molto più tardi, si alza di nuovo, affermando di aver udito un pianto infantile e si avvicina alla tenda, da dove presto giunge alle orecchie dei villeggianti un disperato grido di allarme.
Tutti accorrono prontamente ma non possono far altro che constatare l’inevitabile, la bimba è scomparsa, tracce confuse indicano il passaggio di un animale. Un dingo ha preso Azaria e l’ha portata via con sé.
Da qui in poi il comportamento dei coniugi Chamberlain si fa sempre più equivoco o quanto meno atipico.
La reazione degli astanti è praticamente immediata, subito si organizza una catena di oltre trecento persone che in formazione a ventaglio perlustrano metodicamente la zona alla ricerca di una pista.
Ma i Chamberlain nemmeno partecipano alle ricerche, sono sicuri, senza alcun motivo apparente, che la bimba è già morta e si aggirano per il campeggio salmodiando frasi incomprensibili sulla volontà del Signore, ostentando una rassegnazione e un fatalismo talmente improbabili da apparire subito sospetti.
Secondo i testimoni addirittura Michael, inopinatamente, dichiara che è tutto inutile, tanto “A quest’ora sarà morta” e subito dopo aggiunge, insensatamente, come se le cose fossero in qualche modo collegate, “Io sono un ministro del Vangelo”.
Il primo poliziotto a intervenire sulla scena del crimine è Frank Morris, che provvede a illuminare l’interno della tenda e scorge delle impronte di sangue su uno dei materassini. A suo dire in effetti delle impronte di zampe partivano dall’ingresso e si allontavano verso la strada sterrata dove finivano per confondersi del tutto con i solchi lasciati dalle autovetture.
Intanto anche il piccolo Aiden, di appena quattro anni, ha già chiara dentro di sé la triste fine della sorellina tanto che dice a una delle donne che lo assistono, “Il dingo ha la nostra sorellina nella pancia”.
Lo squadrone di turisti, organizzato in formazione compatta, nel volgere di qualche ora appena batte tutto il territorio alla disperata ricerca della bimba, seguendo tracce e sentieri, fino a che uno di loro, allontanatosi dal gruppo, richiama l’attenzione degli investigatori su una serie di impronte rinvenute lungo un sentiero sabbioso.
Liberamente interpretate le tracce sembrano denunciare il passaggio di un quadrupede della taglia di un dingo, che poteva aver sostato in quel punto per mettere a terra un fagotto portato tra le fauci, per poi proseguire dopo averlo ripreso in bocca.
La depressione ritrovata sul terreno avrebbe potuto facilmente corrispondere all’impronta lasciata da un tessuto, ma i rilievi in tal senso non furono mai veramente conclusivi.
Presto il pregiudizio nei confronti dei Chamberlain comincia a crescere, aggravato dal comportamento decisamente anomalo tenuto dai coniugi nelle primissime ore dopo i fatti.
Quando infatti, come un sol uomo, almeno trecento campeggiatori, aiutati dagli investigatori, cercavano disperatamente e contro ogni speranza le tracce di Azaria, erano invece gli stessi genitori gli unici a rimanere passivi e inerti, come se fossero, per qualche strana ragione, già fatalmente rassegnati alla sua misera fine.
Sapevano forse qualcosa di cui gli investigatori erano all’oscuro?
Sabina Marchesi
Guida Giallo Noir
Il Mistero di Ayers Rock
A cura di Ceriani Cinzia
In breve, tra gli atteggiamenti inusuali dei coniugi Chamberlain e le ridda di tests, prove e comparazioni, l’opinione pubblica si apprestava a costruire attorno alle prove indiziarie un vero e proprio caso di omicidio.
Intanto, tra le equipe delle forze dell’ordine si schierano due fazioni opposte.
Dall’altra invece, investigatori dell’esperienza di John Lincoln ritenevano una simile ipotesi inapplicabile allo svolgersi dei fatti, la bambina aveva già dieci mesi, e al di là di ogni altra considerazione avrebbe costituito un peso di almeno 4 chilogrammi, davvero eccessivo per essere trasportato serrato dentro le mascelle da quello che in definitiva era una specie di piccolo cane.
Lincoln si spinse fino ad operare una simulazione. Confezionò un sacchetto con 4 chili di sabbia e si provò a trasportarlo con la bocca, dopo solo un minuto fu costretto a mollare la presa. Per quanto le mascelle di un canide fossero sicuramente più robuste e maggiormente predisposte delle sue, sembrava quasi impossibile che una bestia così piccola avesse potuto trasportare una preda del genere così lontano dall’accampamento e soprattutto tanto rapidamente.
Uno sviluppo decisivo per le indagini fu apportato, improvvisamente, circa una settimana dopo la scomparsa della povera bimba.
Wally Goodwin, competente fotografo dilettante, era in appostamento proprio alla base dell’Ayers Rock per riprendere alcune suggestive inquadrature della flora selvatica, tanto rigogliosa in quella stagione.
Sulle pendici di un sentiero, che recava numerosissime tracce del passaggio di ogni specie di animali, effettuò un macabro ritrovamento. Vicino a un masso spiccavano un pannolino strappato e una tutina da neonato.
La polizia, subito avvertita, venne a prelevare i resti degli indumenti per appurare se appartenessero alla piccola Azaria e per sottoporli ad indagini di laboratorio tentando finalmente di appurare se la piccola, il cui corpo non sarà mai ritrovato, fosse deceduta per l’attacco di un predatore o non piuttosto, come si andava oramai sospettando, per mano umana.
Il 28 agosto del 1980 l’indagine andava in carico ufficialmente al detective Graeme Charlwood che, ben deciso a non lasciarsi influenzare, prese ad esaminare come prima cosa il circostanziato rapporto di Michael Gilroy, il primo investigatore convinto dell’attendibilità della pista del dingo selvatico.
Lo stesso Gilroy, il più deciso sostenitore della tesi del rapimento della piccola ad opera di un dingo isolato dal branco, non aveva però potuto fare a meno di rilevare nelle sue osservazioni alcune gravi incongruenze, che andavano tutte nella stessa direzione.
Iniziava lentamente a formarsi una sempre più consistente ipotesi di colpevolezza a carico dei coniugi Chamberlain.
Dall’esame della documentazione si evinsero presto alcuni fatti allarmanti, evidenziati dall’analisi dell’investigatore Gilroy.
Alcuni giorni prima dell’incidente Lindy Chamberlain aveva portato la bimba dal pediatra, per un controllo. Lo specialista, interrogato, aveva dichiarato che si era fortemente insospettito dell’atteggiamento anomalo della donna nei confronti dell’ultima nata, che stranamente i vestiti usati per la piccola erano sempre di colore nero e che il nome prescelto, Azaria, apparentemente significava “sacrificio nella natura”.
I Chamberlain per contro continuavano a sostenere che al momento della scomparsa la piccola indossava invece una tutina di spugna di colore chiaro, e un morbido golfino lavorato a maglia, bianco con un bordino giallo pallido, degli indumenti più che consueti per un neonato, e che il nome Azaria era stato scelto perché significava “colei che è aiutata da Dio”.
Nei suoi appunti poi Gilroy evidenziava che i panni tanto provvidenzialmente ritrovati una settimana dopo i fatti dal fotografo dilettante alle pendici dell’Ayers Rock, erano troppo in buono stato per essere rimasti esposti agli agenti atmosferici per tutto quel tempo e che sembravano invece essere stati collocati a bella posta per un opportuno ritrovamento, tra l’altro proprio dove la famiglia Chamberlain aveva fatto una piccola escursione, forse una specie di sopralluogo, proprio il giorno prima della disgrazia.
Da interrogatori sul posto era poi emerso che i campeggiatori riuniti quella sera attorno al fuoco potevano soltanto “aver creduto” di aver visto Lindy con la bimba in braccio, mentre quello che potevano giurare di “aver visto realmente” era solo un fagotto informe giacere tra le braccia della donna.
Forse dopo tutto, a quell’ora la piccola Azaria era già morta, e tutta la scena della tenda poteva essere stata solo una recita appositamente allestita a loro beneficio, per avvalorare l’ipotesi del dingo.
Nel frattempo, con un dispiegamento di forze incredibile, in numerosi laboratori di analisi sparsi in tutta l’Australia veniva organizzata una rete di esperimenti incrociati sui reperti legati alla scena del crimine, mentre specialisti di flora e fauna, e studiosi del comportamento animale venivano interrogati nel tentativo di avvalorare, o confutare, la tesi esposta dai Chamberlain, con simulazioni e ricostruzioni scientifiche.
Sangue, campioni vegetali e peli animali rinvenuti sugli indumenti della neonata vennero sottoposti ad ogni genere di analisi e furono esaminate al microscopio anche le microlesioni della stoffa per capire se dovute a mano umano o a intervento animale.
Vennero perfino abbattuti appositamente dei dingo della zona di Ayers Rock, per appurare se nei loro corpi potesse essere rinvenuta qualche traccia, resti umani o proteine, che avvalorasse la tesi del consumo di carne umana da parte di quel particolare branco, in contrasto del resto, a detta degli esperti, con le abitudini generali della razza.
Pezzi di carne da macelleria avvolta nei pannolini da neonato furono lanciati ai dingo per studiare il loro comportamento e per confrontare poi gli squarci con quelli riportati sugli indumenti appartenuti ad Azaria.
In breve, tra gli atteggiamenti inusuali dei coniugi Chamberlain e le ridda di tests, prove e comparazioni, l’opinione pubblica si apprestava a costruire attorno alle prove indiziarie un vero e proprio caso di omicidio.
Dalle pagine dei quotidiani poi, la stampa contribuì non poco ad esarcebare gli animi, conducendo una vera e propria campagna contro i due coniugi, di fervente religione avventista, che si attirarono ogni sorta di persecuzioni, giungendo fino ad essere sospettati di aver sacrificato la bimba in nome di chissà quale assurdo fanatismo di setta, risvegliando nel pubblico dolorosi echi del recente suicidio di massa di Jonestow.
Come per il caso a noi più noto della tragedia di Cogne, le interviste rilasciate dai due e i loro interventi durante i telegiornali non ottennero altro risultato che quello di incattivire l’opinione pubblica e fomentare la campagna di persecuzione contro di loro.
Lindy e Michael Chamberlain, infatti, continuavano ad ostentare melodrammaticamente un fatalismo e una rassegnazione decisamente inconsueti per due giovani genitori crudelmente privati della loro figlioletta in frangenti tanto drammatici.
Il primo di Ottobre del 1980, Graeme Charlwood, titolare dell’indagine, giunge presso l’abitazione dei Chamberlain e sottopone i due a un serrato interrogatorio, nel tentativo di ricostruire da capo la vicenda.
Dopo averli ascoltati separatamente alla ricerca di possibili contraddizioni o anomalie, il detective alla fine arriva perfino alla decisione di tentare il tutto per tutto, sottoponendo Lindy Chamberlain ad ipnosi, con la speranza di far emergere qualche dettaglio rimasto occultato nella sua memoria, potenzialmente utile per le indagini.
Per una persona innocente avrebbe dovuto essere, a rigor di logica, una magnifica occasione per dimostrare definitivamente la propria totale estraneità ai fatti, ma il rifiuto eclatante della donna fu, in quel contesto, davvero sorprendente.
Ci si sarebbe aspettato che una giovane madre privata a quel modo della sua creatura fosse disposta a qualsiasi prova pur di arrivare alla verità ma, inaspettatamente, la gelida reazione di Lindy lasciò il detective completamente interdetto, nel sentirsi dire: “La Chiesa non me lo permetterebbe mai e io non lo farei. Dio uccise Saul per questo. Conosce la storia di Saul e la Strega di Endor?”
Si giunse così alla prima delle tre inchieste di medicina legale istruite sul caso Chamberlain, sotto la conduzione di Denis Barritt, magistrato e coroner di Alice Springs.
Sabina Marchesi
Guida Giallo Noir
Prosegue con .... The Dingo Trial ....
The Dingo Trial
A cura di Ceriani Cinzia
Finalmente il giudice Galvin, pienamente persuaso della probità degli indizi prodotti dall’accusa, incrimina formalmente Lindy Chamberlain di omicidio e Michael di complicità dopo il fatto.
Segue da ... Il Mistero di Ayers Rock ....
Il 16 dicembre del 1980 l’inchiesta fu ufficialmente aperta da Ahsley Macknay.
Le conclusioni dei test di laboratorio fecero orientare la pubblica accusa verso una linea di posizione ben precisa.
Gli abitini della piccola non erano stati lacerati da morsi animaleschi, ma probabilmente tagliati con una lama acuminata, inoltre gli indumenti rinvenuti sotto l’Ayres Rock non risultavano essere stati trascinati sul terreno, come sarebbe dovuto essere se li avesse trasportati un dingo, ma sembravano essere stati semplicemente appoggiati, o meglio disposti, da mano umana in attesa di un conveniente ritrovamento.
Durante l’interrogatorio a Lindy Chamberlain però il Pubblico Ministero non riuscì in alcun modo a provare un qualsivoglia possibile movente.
Non sembravano proprio esserci motivi di alcun genere per cui la donna avesse potuto decidere improvvisamente di uccidere la figlioletta, né si potè dimostrare che ella avesse dato in precedenza segno di squilibri o di avversione nei confronti dell’ultima nata.
Nel corso dell’inchiesta si giunse allora a un compromesso.
A un certo punto il detective Barritt, non riuscendo a provare l’omicidio intenzionale, arrivò ad ammettere che probabilmente la bimba era stata realmente aggredita da un dingo mentre era nella tenda, ma che poi qualcuno, probabilmente i genitori, pur non essendo gli esecutori materiali del delitto o i diretti responsabili della morte, erano intervenuti per trasportare altrove il corpo e far rinvenire gli abitini convenientemente disposti in un luogo congruo.
Era tuttavia pur sempre un’ipotesi debole, non completamente comprovata dai fatti e priva ancora una volta della minima logica. Anche in questo caso mancava del tutto una motivazione adeguata. Al di là del fanatismo religioso e della fantasiosa ipotesi del sacrificio umano non si riusciva a comprendere cosa mai li avesse spinti a tanto.
Ma il 19 Settembre del 1981 l’inchiesta subisce una svolta ulteriore.
Vengono inviati degli investigatori presso il domicilio dei Chamberlain per sottoporre i locali ad un’accuratissima perquisizione durata in effetti oltre quattro ore e mezza. Si cerca l’arma da taglio che avrebbe potuto lacerare gli indumenti della piccola, ma ancora ci si attiene all’ultima ipotesi, manomissione della scena del crimine e occultamento di cadavere.
Quello che si trova, però, è ben diverso.
Vengono prelevati più di trecento oggetti, abiti, valige, vestiti, forbici, armi da taglio, coltelli, utensili da cucina e anche l’automobile che i Chamberlain usarono per quella terribile gita ad Ayers Rock.
Ai Chamberlain venne spiegato che nuove scoperte dello specialista britannico forense James Cameron sembravano escludere tassativamente che i vestiti della piccola Azaria fossero stati lacerati da un dingo. La reazione imperturbabile di Lindy fu ancora una volta glaciale: “Non sapevo che ci fossero degli esperti di dingo a Londra”.
Il 14 dicembre del 1981 prende avvio la seconda inchiesta.
Nell’automobile dei coniugi viene rinvenuta una quantità di sangue davvero anomala. Maldestramente ripulita, la vettura viene sottoposta ad ogni genere di analisi, e la posizione dei Chamberlain comincia ad aggravarsi ogni giorno di più.
Questa volta responsabile dell’inchiesta è il Giudice Gerry P. Galvin con il suo assistente Des Sturgess. Adesso l’accusa è orientata sempre di più verso la colpevolezza della sola Lindy, lasciando momentaneamente da parte le responsabilità di Michael.
Secondo la loro ricostruzione, quella sera, a un certo punto Lindy si sarebbe allontanata con la bimba dal campeggio, per poi ucciderla nella propria macchina utilizzando un affilato strumento da taglio, molto probabilmente un paio di forbici. Il ruolo del marito avrebbe potuto essere, indifferentemente, di complicità o connivenza, o prima o dopo i fatti.
A questo proposito risultò determinante la testimonianza della biologa Joy Kuhl, che identificò le macchie trovate nella macchina, sotto il sedile del passeggero, incontrovertibilmente come sangue di neonato.
Contemporaneamente, lo specialista forense James Cameron rincarava la dose affermando che lo strappo provocato nella tuta non era assolutamente da attribuirsi a zanne animali, ma piuttosto a un paio di forbici.
Così, mentre la prima inchiesta era stata giocata sulle abitudini dei dingo e sulla loro presunta attitudine ad attaccare o meno l’essere umano, la seconda fu basata interamente sui reperti e sulle analisi di laboratorio. Fattori che la metodologia forense aveva sempre insegnato a prendere come verità inoppugnabili, prove incontrovertibili capaci di illuminare realmente sulle concrete modalità dei fatti.
Finalmente il giudice Galvin, pienamente persuaso della probità degli indizi prodotti dall’accusa, incrimina formalmente Lindy Chamberlain di omicidio e Michael di complicità dopo il fatto.
Si giunge così al processo del 13 Settembre del 1982.
Lo stato dei Territori del Nord si costituisce parte civile contro i coniugi Chamberlain.
Si comprende subito che si tratta di un processo anomalo. Lindy si presenta in tribunale in avanzato stato di gravidanza, il cadavere non è mai stato ritrovato, mentre per contro brillano per la loro assenza sia il movente, inesistente, che i testimoni oculari, inconsistenti.
Tutto il procedimento si basa su prove indiziarie e pregiudizi culturali, nonché sull’antipatia che i coniugi Chamberlain suscitano con il loro contegno eccessivamente mistico. La giuria, selezionata tra 123 candidati, risulta alla fine composta da nove uomini e tre donne.
La tesi dell’accusa, a firma di Ian Barker, questa volta bypassa tutte le incertezze e punta dritta allo scopo.
Si ammette candidamente che “non è possibile ipotizzare alcun movente per il delitto. Non ci risulta che la signora Chamberlain avesse in precedenza mostrato alcuna tendenza anomala nei confronti della bambina”, tuttavia è ferma opinione dell’accusa che la piccola Azaria Chamberlain fosse giunta alla morte “molto velocemente perchè qualcuno le aveva tagliato la gola”, di conseguenza la questione del dingo era stata niente altro che “una fantasiosa bugia, ideata per nascondere la verità”.
Su tali premesse, il primo teste chiamato a deporre fu proprio Sally Lowe, la donna che quella notte al campeggio era seduta in prossimità dei Chamberlain attorno al fuoco.
Secondo la sua testimonianza, Lindy in quel frangente si sarebbe assentata non meno di cinque minuti ma non più di dieci. Il tempo sufficiente per mettere la bambina a letto, ma non certo per condurla in macchina, ucciderla e poi liberarsi del corpo.
La deposizione della teste prosegue poi confermando di aver visto quella sera più volte l’ombra di un dingo aggirarsi attorno al bivacco e in prossimità della tenda.
Di fatto, in questo modo, Sally Lowe conferma interamente la versione di Lindy, affermando inoltre che la donna al momento della tragedia aveva l’aria tipica della da “neo-mamma che irradiava felicità per la bambina”.
Su questa scia si snodano tutte, o quasi, le testimonianze dei campeggiatori, che tendono sostanzialmente a confermare i fatti, compresa l’inquietante presenza dei dingo tanto vicini all’accampamento.
A domande più circostanziate le risposte sono ancora più inequivocabili.
Il marito di Sally Lowe, quando viene interrogato esplicitamente circa la macchina sporca di sangue e la possibilità che i Chamberlain l’avessero lavata quella stessa notte, ribatte sicuro: “No, non li ho visti ….C’erano molte persone al campeggio in quel momento e sono sicuro che se avessero fatto qualcosa del genere sarebbero stati notati.”
Un’altra testimone, Judy West, si pronuncia anche lei a favore dell’ipotesi del dingo, dichiarando di aver sentito Lindy urlare “Un dingo ha preso la mia bambina!”, proprio pochi minuti dopo aver udito, distintamente nel buio, un ringhio sommesso di animale.
Anzi la teste giunge perfino ad affermare che una di quelle bestie si era già spinta all’interno del campo ed aveva afferrato per un braccio sua figlia, strattonandola, fino a quando lei stessa non era dovuta intervenire in sua difesa, nonostante la bambina avesse ben dodici anni.
La giuria fu notevolmente impressionata.
Diversi testimoni non legati ai Chamberlain da alcun rapporto di parentela o di amicizia stavano dichiarando, sotto stretto giuramento, che quella sera al campeggio i dingo si aggiravano tra le tende ed avevano mostrato un atteggiamento aggressivo, mostrando un particolare interessamento nei confronti dei bambini isolati dal gruppo.
Altri teste invece si pronunciavano a sfavore.
Ann Whittaker per esempio ricordava chiaramente lo strano comportamento dei Chamberlain durante i primi terribili momenti. Secondo la sua ricostruzione quella sera, subito dopo la scomparsa della bimba, Michael Chamberlain si era affacciato alla soglia del loro camper ed aveva annunciato, in tono melodrammatico “Un dingo ha preso la nostra bambina, e a quest’ora ormai probabilmente è morta”, mentre sua moglie Lindy rincarava la dose confermando “Qualunque cosa accada, è la volontà del Signore”.
Successivamente a questo dialogo i due si sarebbero poi allontanati tra i cespugli scomparendo per quasi mezz’ora, il tempo sufficiente, questa volta, per potersi disfare del corpicino.
Stando così le cose, l’elemento determinante diventava chiaramente la presenza di sangue neonatale nella macchina, tanto che l’accusa si spinse fino a convocare un perito perché testimoniasse che quel sangue apparteneva proprio ad Azaria e non a un’autostoppista ferita raccolta dai Chamberlain, come questi andavano sostenendo.
Chiamata a testimoniare, la donna cui i Chamberlain avevano dato un passaggio, Keyth Lenehan, non fece altro che confermare come in quella circostanza lei fosse ferita e che al momento di salire al posto del passeggero stesse sanguinando copiosamente.
Il tentativo ossessivo dell’accusa di dimostrare a tutti i costi che il sangue era neonatale e che non poteva in alcun modo essere quello dell’autostoppista non fece che intorbidare ulteriormente le acque e dare complessivamente la sensazione che si volesse forzatamente colpevolizzare gli imputati.
Alcuni rappresentati della stampa giunsero anche a dichiarare che “Finora l’accusa non ha fatto altro che dimostrare che Lindy è innocente”.
Decisa ad ottenere a tutti i costi una condanna esemplare la pubblica accusa iniziò a chiamare a deporre una serie infinita di periti medico legali.
Il Dottor Andrew Scott, rinomato biologo di Adelaide, dichiarò senza mezzi termini che il sangue rinvenuto sulla canottierina di Azaria era caduto dall’alto verso il basso, traboccando da una ferita alla gola probabilmente causata da un taglio causato a mezzo di uno strumento affilato, e non da uno squarcio slabbrato provocato dalle zanne di un animale.
Ma tutte queste considerazioni senza il cadavere della piccola vittima, mai rinvenuto, lasciavano comunque il tempo che trovavano.
Successivamente fu la volta del Professor Malcolm Chaikin, il maggior esperto di tessuti di tutta l’Australia, che dimostrò inequivocabilmente come, tagliando la tutina della bimba, si potessero produrre tanti piccoli occhielli spugnosi, simili in tutto e per tutto a quelli rinvenuti nella borsa della macchina fotografica di Michael Chamberlain.
Forse era lì che i due imputati avevano occultato il corpicino prima di disfarsene?
Ma anche in questo caso la deposizione dei Chamberlain attutì nettamente la probanza di questa prova.
Nessuno riuscì infatti a dimostrare che i frammenti ritrovati provenissero proprio da quella tutina e non da un’altra simile, visto che spesso i coniugi usavano proprio quella borsa anche per riporre o trasportare gli indumenti della bimba durante le gite.
La 35° testimone dell’accusa fu la biologa Joy Kuhl, pronta a presentare prove inequivocabili che il sangue ritrovato nell’autovettura degli imputati, maldestramente ripulita, appartenesse proprio a un neonato e non ad un adulto.
Ma i test effettuati in laboratorio erano stati fatti con campioni di sangue poi distrutto, e dunque inutilizzabile per eventuali analisi comparative o di raffronto.
Il perito nominato dalla difesa, Phillips, smontò dunque efficacemente anche questa testimonianza, dando ad intendere alla giuria che volendo, in laboratorio, qualsiasi campione poteva essere manipolato a dovere, fino ad ottenere i risultati desiderati.
Si passò poi agli etologi e agli esperti animalisti.
Bernard Sims, chiamato addirittura da Londra, rinomato esperto di odontologia, testimoniò che a suo avviso, confrontando circa ventiquattro diversi casi di aggressione di canidi verso gli esseri umani, l’evento in esame non sembrava riconducibile all’attacco di un dingo, per il tipo di ferita e la disposizione degli schizzi di sangue sugli indumenti.
Inoltre disse anche che un dingo con la sua mandibola non avrebbe mai potuto afferrare la testa di un bambino di dieci mesi, come quella di Azaria.
L’esperto della difesa, Kirkham, allora esibì una foto dove un dingo teneva nelle mascelle la testa di una bambola, riproducente a grandezza naturale quella di un bambino. Le zanne dell’animale arrivavano precisamente fino ai lati della testa, da orecchio a orecchio, smontando in maniera inequivocabile quanto appena affermato dall’accusa
L’ultimo perito chiamato a testimoniare, James Cameron, esimio Professore di medicina forense, basandosi sulle sole macchie rinvenute sugli abiti, tentò di dimostrare come la piccola Azaria fosse stata uccisa da una ferita inferta sulla regione del collo con una lama molto affilata e non dalle zanne acuminate di un animale.
Il collegio della difesa si limitò a considerare come, anche in passato, la testimonianza di Cameron fosse servita solamente per far condannare persone poi dimostrate innocenti.
Tra battaglie di periti e contro deposizioni si arrivò alfine al momento di ascoltare la testimonianza di Lindy Chamberlain.
A quel punto il processo si era avviato definitivamente a diventare più una farsa che un legittimo dibattimento.
La donna fu costretta a contemplare le gigantografie agli ultravioletti degli abitini insanguinati indossati dalla sua creatura al momento della morte.
Obbligata a porre le sue mani sulle fotografie per la comparazione delle impronte, la donna rese la sua testimonianza tra le lacrime che le scendevano copiose e senza freni sul viso devastato.
Al momento del contraddittorio, la Chamberlain semplicemente rifiutò di considerare le domande a trabocchetto che richiedevano da lei spiegazioni di cui ella non poteva essere in possesso.
Tra i quesiti formulati dall’accusa spiccavano vere e proprie insinuazioni di colpevolezza goffamente mascherate da domande: “Poteva lei spiegare come mai un dingo che scuoteva un neonato sanguinante non aveva lasciato una grande quantità di sangue dentro e attorno alla tenda? Poteva forse giustificare il sangue trovato nella macchina di famiglia? Poteva rispettosamente considerare l’ipotesi che tutta la storia del dingo fosse solo mera fantasia?”
La risposta di Lindy Chamberlain fu, ancora una volta, chiara ed inequivocabile.
“Non ho alcuna intenzione di speculare su questo”.
Vene poi il momento dei testimoni a discarico. La difesa chiamò i suoi testi, ascoltò i periti, coinvolse gli abitanti della zona e i villeggianti di Ayers Rock.
Oltre ventiquattro persone confermarono la pericolosità della zona, le frequenti incursioni dei dingo che di anno in anno andavano facendosi sempre più arditi, testimoniarono a favore dell’integrità dei coniugi Chamberlain e portarono in aula parole di stima e di cordoglio per la loro perdita.
I periti della controparte si dedicarono attivamente a smontare passo passo le prove di laboratorio presentate dall’accusa, giungendo perfino a dichiarare che “duecento test fatti male valgono meno di uno fatto bene”.
Un esperto comportamentale specializzato sulle abitudini dei dingo, Les Harris, spiegò diffusamente in aula le modalità di caccia di questi animali che, dopo aver afferrato la preda, usualmente la immobilizzano e la tramortiscono serrando le mascelle attorno al suo capo, causando un minimo spargimento di sangue.
Illustrò poi come i dingo, abitualmente, non divoraressero la vittima sul posto, preferendo riparare in un luogo sicuro, trasportando tra le fauci la preda già morta, uccisa per rottura dell’osso del collo ottenuto strattonandone il corpo a destra e a sinistra, mentre la testa veniva trattenura saldamente tra le mandibole.
L’ultima persona chiamata sul banco dei testimoni fu Michael Chamberlain.
Ian Barker, per l’accusa, insistette fino alla nausea sul comportamento anomalo dell’uomo nei primissimi minuti in cui si dovette constatare la scomparsa della piccola Azaria dall’interno della tenda.
Perché non aveva organizzato le ricerche? Perché non aveva fatto domande? Perché si era detto sicuro che la piccola fosse già morta, quando erano passati appena pochi attimi dalla sua scomparsa?
Un qualsiasi altro padre si sarebbe arrampicato a mani nude sull’Ayers Rock pur di ritrovare la sua bambina.
Forse allora, lui sapeva già che la piccola era morta, che la colpevole era sua moglie, e che la storia del dingo era semplicemente una messa in scena?
La domanda fu posta esplicitamente, e più di una volta.
Michael rispose, a bassa voce ma determinato: “No”.
A ulteriori riprese Barker calcò la mano, tentando di farlo crollare:“Tutta la storia è un’assurdità, e lei lo sa”.
Chamberlain rispose:“No, signor Barker”.
Tuttavia il marito di Lindy non si accalorava, rimaneva paziente ed inerte sul banco dei testimoni ripetevndo stancamente quel “no” con calma flemmatica, come se fosse emotivamente assente, quasi che quella tragedia non fosse la sua.
Qando si alzò, al termine della testimonianza, tornò a sedersi in aula come se nulla fosse, accanto a sua moglie, prendendole le mani e guardandola come se solo lei potesse fornire le risposte che lui non sapeva dare.
La requisitoria finale della difesa battè insistentemente sulla lacuna più grave della macchina accusatoria.
Nessuno in alcun modo era ancora riuscito a dimostrare un movente qualsiasi per quel crimine tanto efferato, non esisteva al mondo anche un solo motivo, provato o meno che fosse, per cui Lindy avrebbe dovuto uccidere sua figlia.
“L’accusa ha avuto due anni e tre mesi per pensare a un motivo plausibile, e non c’è riuscita”.
La pubblica accusa replicò, come di prammatica, che non era quello il ruolo e tantomeno il compito del collegio accusatorio.
“Tutto quello che abbiamo da dire è che il delitto è avvenuto. Non c’è nemmeno la prova che il dingo sia il colpevole: come potete condannarlo su queste basi?”.
Il quesito, per quanto astruso, era perfettamente logico.
Se non c’erano prove che potessero accusare inequivocabilmente Lindy, allo stesso modo non esistevano evidenze certe nemmeno della colpevolezza del dingo.
Nonostante l’enormità dei rilievi e delle perizie effettuate mancavano ancora le prove.
Non erano stati trovati peli animali nella tenda, mancavano tracce certe che indicassero concreti segni di trascinamento, e nessun testimone oculare aveva visto, materialmente, un animale allontanarsi dalla tenda con un fagotto in bocca.
Il fatto poi che la tutina fosse stata ritrovata in condizioni relativamente buone, come se fosse stata disposta appositamente per un opportuno ritrovamento pesò forse più del dovuto sull’andamento processuale.
Il 28 ottobre del 1982 il giudice Muirhead tentò di fare retromarcia, e di riportare in parità i piatti della bilancia, facendo notare alla giuria che Sally Lowe aveva lucidamente dichiarato di aver sentito piangere la bambina, dentro la tenda, cosa impossibile se Azaria fosse già stata uccisa.
Ciò nonostante il 29 ottobre del 1982, alle ore
Lindy Chamberlain era stata riconosciuta colpevole di omicidio e il marito Michael Camberlain di complicità.
Sabina Marchesi
Guida Giallo Noir
Prosegue con ... La Dea Bendata ....
La Dea Bendata
A cura di Ceriani Cinzia
Nel 1992, dodici anni dopo i fatti, alla memoria di Azaria Chamberlain, l’Australia intera dovette riconoscere il gravissimo errore giudiziario, uno dei più eclatanti nella storia della metodologia forense.
Segue da .... The Dingo Trial ....
In quel momento tutta l’Australia era in tripudio davanti alle televisioni e la condanna fu approvata a furor di popolo.
In seguito si seppe che il parere della giuria non era affatto umanime, su dodici persone solo quattro avevano sostenuto la colpevolezza, quattro erano convinti dell’innocenza dei Chamberlain e i rimanenti quattro non sapevano cosa pensare, completamente confusi dal rapido alternarsi di perizie e testimonianze che praticamente continuavano a smentirsi una con l’altra.
Ma alla fine si erano trovati d’accordo, forse influenzati dalle raccomandazioni del giudice e della rilevanza del processo. Nessuno dei giurati in fondo era giunto in aula, come vuole la legge, immune da pregiudizi e privo di un proprio ordine di pensiero circa la questione della supposta colpevolezza dell’imputata.
Il giudice Muirhead, ascoltato il verdetto, procedette a condannare Lindy Chamberlain all’ergastolo, sospendendo però la sentenza di Michael perché potesse avere cura dei figli e mandare avanti la famiglia.
Agire diversamente “Non sarebbe stato né appropriato né nell’interesse della giustizia”.
Neanche un mese dopo, nel carcere di Berrimah, alle porte della città di Darwin, veniva alla luce un’altra piccola Chamberlain, chiamata Kahlia. Anche al momento del parto Lindy non perdette la sua abituale imperturbabilità e trovò la forza di domandarsi: “Vediamo se avranno qualcosa da dire anche su questo”.
Gli avvocati di Lindy Chamberlain presentarono domanda di appello, ottenendo per la loro assistita la libertà condizionata temporanea.
Ad Aprile del 1983 venne respinta la prima domanda di ricorso alla Corte di Appello per insufficenza di motivazioni adeguate. Non erano emersi nuovi elementi processuali, né erano stati portati all’attenzione della corte fatti che potessero gettare nuova luce sulla vicenda.
Stessa sorte ebbe la seconda istanza di ricorso, respinta nemmeno dieci mesi dopo.
A due anni di distanza dal processo, Lindy Chamberlain dovette far ritorno in carcere, per scontare la pena completa dell’ergastolo, senza condoni o riduzioni della pena.
Nel frattempo però l’incertezza cominciava a serpeggiare nella pubblica opinione, non tutti erano ancora convinti della sua colpevolezza, come all’epoca della condanna.
Si cominciarono a far girare petizioni per ottenere la sua liberazione, l’immagine di quella mamma che tornava in carcere abbandonando la sua bambina faceva male al cuore.
Il paese era diviso in due, un sondaggio televisivo rivelò, insapettatamente, che, a pochi anni di distanza dai fatti, solo il 52% delle persone intervistate la riteneva ancora colpevole.
Ma fu solo a Gennaio del 1986 che finalmente si verificò un fatto nuovo, di tale rilevanza da giustificare l’immediata riapertura del processo.
Un escursionista inglese, David Brett, cadde dalla cima dell’Ayers Rock durante una scalata notturna in solitaria e rimase ucciso sul colpo. Le ricerche partirono diversi giorni dopo, e quando si comprese che il disperso era diretto verso la rupe dell’Ayers Rock per un’arrampicata, si cominciò a cercare il suo corpo nei dintorni.
Otto giorni dopo la sua scomparsa si scoprì che il suo cadavere era stato spostato, o trascinato, fino alle tane dei dingo. Caduto dalla cima della vetta, morto sul colpo secondo l’autopsia, il suo corpo era stato attaccato dai dingo, che lo avevano trascinato lontano.
E David Brett, anche da morto, pesava molto di più della piccola Azaria.
Così, mentre gli agenti cercavano prove che potessero dimostrare che erano stati i dingo a spostarlo, si iniziò a battere la zona a tappeto per verificare se alcui brandelli degli abiti o del cadavere potessero essere stati dispersi durante il tragitto.
Fu in questo momento che le squadre di ricerca si imbatterono in un reperto sconcerante.
Si rinvenne infatti un golfino da neonato finemente lavorato a maglia, che un tempo doveva essere stato bianco.
La macabra scoperta questa volta aveva il sapore autentico della pura verità.
Lindy Chamberlain era salva.
Giustizia era stata fatta, ma una madre innocente, oltre ad aver subito il lutto per la sua piccola creatura, era anche passata attraverso le pene dell’inferno.
Scarcerata il 7 febbraio del 1986, a pochi giorni di distanza dal ritrovamento degli indumenti della piccola Azaria, finalmente Lindy Chamberlain ottene il sospirato ricorso alla Corte d’Appello.
Il 15 settembre del 1988 la Corte d’Appello dei Territori del Nord è costretta dall’evidenza delle prove a ritirare tutte le accuse contro Lindy e Michael Chamberlain.
Il caso balzava di nuovo, prepotentemente, agli onori della cronaca e qualche tempo dopo, con la consulenza della stessa Lindy, fu girato il film “A cry in the dark”, con Meryl Streep.
Nel 1992, dodici anni dopo i fatti, alla memoria di Azaria Chamberlain, l’Australia intera dovette riconoscere il gravissimo errore giudiziario, uno dei più eclatanti nella storia della metodologia forense.
Alla famiglia Chamberlain venne riconosciuto un riscarcimento pari a 1,3 milioni di dollari australiani, da parte dei territori del Nord.
Finisce così una delle pagine meno gloriosa della giustizia, lo storico processo Stati del Nord contro Lindy e Michael Chamberlain, che avrebbe dovuto insegnare all’uomo, per il futuro, a diffidare delle prove indiziare e della faciloneria dei cossidetti esperti, per concedere forse di più all’umanità e alla comprensione psicologica delle testimonianze.
Sabina Marchesi
La macchina della verità
A cura di Ceriani Cinzia
Sulla rivista scientifica "Radiology" i risultati dell'esperimento: l'attività cerebrale non può essere controllata dall'individuo di ELENA DUSI
ROMA - "Non ti preoccupare, rilassati e rispondi". Le istruzioni del Kgb a Aldrich Ames, impiegato della Cia al soldo di Mosca, funzionarono. La spia passò per due volte il test del poligrafo: volgarmente noto come "la macchina della verità". Durante la guerra fredda l'esame era routine per gli uomini impiegati in settori delicati dell'amministrazione Usa. Oggi la tecnica potrebbe finire in soffitta, sepolta dal peso dei suoi fallimenti e rimpiazzata da un'alternativa scientificamente affidabile: la risonanza magnetica funzionale.
Questa tecnica di visualizzazione del corpo è stata inventata alla fine degli anni '40 e da un decennio è routine in tutti gli ospedali. Permette tra l'altro di evidenziare quali aree del cervello sono attive in un dato istante. E quindi di tradurre in immagini su un monitor emozioni, stati d'animo e processi mentali come quello della menzogna, che è prima di tutto inibizione della verità e poi ricerca di una risposta alternativa.
Vista la spettacolare accuratezza della risonanza, la rivista scientifica Radiology le dà l'imprimatur per passare dai reparti degli ospedali alle aule dei tribunali: "L'attività cerebrale non può essere controllata dall'individuo. La nostra ricerca propone di andare oltre il poligrafo e scegliere un nuovo metodo, oggettivo e così affidabile da poter essere usato nelle corti di giustizia" scrive Feroze Mohamed, professore di radiologia alla Temple University e coordinatore della ricerca di Radiology.
L'uso della risonanza magnetica nei tribunali (due aziende americane sono pronte a lanciare sul mercato strumenti ad hoc) non è solo un salto della tecnica. È un cambio di mentalità. Il poligrafo si basava sulle reazioni fisiologiche dello stress da menzogna (sudorazione, aumento di pressione sanguigna, frequenza respiratoria e cardiaca). La risonanza magnetica legge direttamente i pensieri laddove si formano: nella corteccia cerebrale umana. "Il mentire - prosegue Mohamed - attiva delle aree del cervello differenti rispetto al dire la verità". Area frontale, temporale, ippocampo, area limbica indicano consapevolezza della bugia. Lobo frontale e giro cingolato equivalgono a sincerità. Il semaforo verde della più prestigiosa rivista americana di radiologia rende i test con la risonanza potenzialmente validi anche nei processi penali. E si prepara a porre fine agli abusi del poligrafo.
Fino al 1988 - quando una legge non fissò dei limiti rigorosi - l'80 per cento dei test con la macchina della verità in America erano usati dalle aziende in cerca di personale da assumere. Troppo facile truffare l'apparecchio, controllando respiro e battito cardiaco. E troppo alto è anche il rischio che un individuo emotivo ma sincero risulti colpevole. Accadde a Roger Coleman, condannato per omicidio e giustiziato nel 1992. La mattina precedente all'esecuzione era stato sottoposto alla macchina della verità. A ogni risposta sentiva probabilmente un chiodo conficcarsi nella pelle, e i valori di misurazione dello stress erano schizzati verso l'alto.
La ricerca di un'alternativa al poligrafo si è fatta pressante dopo l'11 settembre. Nel 2004 gli israeliani realizzarono una sedia rivela-menzogne. Imbottita di sensori, poteva essere usata anche in aeroporto. Lo stesso anno si era affacciato l'elettrogastrogramma per misurare le contrazioni dello stomaco. Nessuno di questi stratagemmi però aveva passato l'esame della scienza, come fa oggi la risonanza. Il primo requisito per dare valore legale ai risultati dell'esame è ottenuto, ora bisogna attendere lo spirito di iniziativa dei giudici.
Fonte: La Repubblica del 1 febbraio 2006
Girolimoni ed Egidi mostri all'italiana, di Carlo Donati
A cura di Ceriani Cinzia
Dopo dieci mesi di indagini il giudice istruttore rilasciò l'uomo perché innocente, ma nessun giornale fu autorizzato a dare la notizia e Girolimoni, morto da barbone nel 1961, si portò nella tomba il marchio di mostro nonostante il vero assassino fosse stato scoperto e identificato. Il «biondino» si chiamava Lionello Egidi e oggi, se è ancora in vita, dovrebbe avere ottantatré o ottantaquattro anni. Faceva il giardiniere e venne arrestato e incolpato di una morte infamante, quella di Annarella, una bimba trovata in fondo a un pozzo.
C'era una volta il «biondino di Primavalle». Anche allora Anno Santo, il 1950. Gli italiani erano poveri e incolti e non conoscevano troppe parole. Facevano persino fatica a capirsi tra di loro, da una regione all'altra. Pedofilo era una parola che non esisteva se non forse sui vocabolari. Però gli italiani una cosa almeno la sapevano, cioè che c'erano adulti che andavano dietro ai bambini. Ma era un problema più teorico che reale, il controllo sociale funzionava su parenti, vicini di casa e conoscenti, mentre nessun forestiero poteva sperare di passare inosservato nei quartieri piccoli e domestici delle città di allora. Grandi fatti non succedevano e se a volte succedevano le notizie circolavano malamente. Invece in quel 1950 gli italiani accertarono con raccapriccio che i bambini potevano essere rapiti, violentati e persino uccisi.
Scoprirono insomma l'esistenza del «mostro» certificato sulle prime pagine dei giornali.
In realtà ce n'era già stato un altro, ma era successo da talmente tanto tempo che tutti se n'erano dimenticati. Si trattava del povero Gino Girolimoni, un piccolo dandy della periferia romana arrestato come autore di efferati delitti, quattro bambine rapite, seviziate e assassinate tra il '24 e il '
Dopo dieci mesi di indagini il giudice istruttore rilasciò l'uomo perché innocente, ma nessun giornale fu autorizzato a dare la notizia e Girolimoni, morto da barbone nel 1961, si portò nella tomba il marchio di mostro nonostante il vero assassino fosse stato scoperto e identificato.
Il mostro del 1950 fu diverso, perché diverso era il clima politico e sociale. Gli italiani si allenavano alla democrazia e i giornali provavano a reimparare il loro mestiere. Il caso del «biondino di Primavalle» fu il primo grande fatto di cronaca nera del dopoguerra e anche il primo, dopo molti decenni, di cui le cronache poterono occuparsi liberamente.
Il «biondino» si chiamava Lionello Egidi e oggi, se è ancora in vita, dovrebbe avere ottantatré o ottantaquattro anni. Faceva il giardiniere e venne arrestato e incolpato di una morte infamante, quella di Annarella, una bimba trovata in fondo a un pozzo.
Allora non c'era ancora la televisione, così i grandi delitti e i grandi processi erano le telenovele dell'epoca. E un conto è ascoltare distrattamente le notizie del telegiornale e un conto è leggere colonne e colonne di testo e seguire giorno dopo giorno le indagini, la confessione, la ritrattazione e poi, parola per parola, le fasi del processo, le domande e le risposte, le accuse e le controaccuse.
Nell'Italia di allora esisteva come una vasta e irresponsabile credulità mista alla buona fede paesana che leggeva, discuteva e sbalordiva di fronte a quanto era accaduto. Gli italiani poveri scoprivano altri italiani ancora più poveri, la misera geografia delle borgate romane, Primavalle, Monteverde, il campo di Checco il Gobbo, e quella bambina che la sera del delitto andava in giro con un sacchetto di tela e una bottiglietta vuota. Con il primo per comprare mezzo chilo di carbone, con la seconda per chiedere in prestito un po' di olio.
I cronisti descrivevano il «biondino di Primavalle» con tutti i registri possibili. Occhi mobilissimi, labbra sottili, espressione sfuggente ed enigmatica. Per alcuni era chiaramente colpevole. Per altri chiaramente innocente, il detenuto modello che ammaestrava un cardellino, andava a messa e scoppiava in lacrime gridando ai giudici: «Sono innocente come Gesù Cristo». E poi la moglie, i tre figli, la guerra, le ferite, la prigionia. Per non parlare del nonno di Annarella che dopo tredici giorni di ricerche ebbe una «visione» che lo condusse al pozzo della morte. Una storia torbida e inestricabile durata dieci anni. Assolto per insufficienza di prove, poi condannato, quindi di nuovo e definitivamente assolto sempre per insufficienza di prove. Il ritorno in borgata da martire. Salvo rischiare il linciaggio pochi mesi dopo quando il «biondino» venne di nuovo arrestato e stavolta condannato per molestie e tentata violenza su altri due bambini.
Ma intanto la gente entrava in un mondo nuovo. Quei solenni professori che andavano davanti ai giudici e parlavano di «psicopatia sessuale», di «ipertesia sessuale» e altre astruserie scientifiche, insegnavano che c'era nel profondo dell'animo umano qualcosa di più inquietante e pericoloso di un vizietto, di un momento di debolezza. E insegnavano anche che non bastava più raccomandare ai bambini di non accettare caramelle dagli sconosciuti.
Brutti e criminali
A cura di Ceriani Cinzia
L'analisi di due economisti su 15mila giovani seguiti per dieci anni. L'aspetto fisico influenza la riuscita sociale Studio Usa dà ragione a Lombroso: i belli commettono meno delitti di CATERINA PASOLINI Cesare Lombroso
La Repubblica del 18 febbraio 2006, ritorna Cesare Lombroso
ROMA - Brutti, infelici e ora pure destinati a diventare delinquenti. In un mondo dove l'estetica detta legge, non c'è pietà per chi non risponde ai mutevoli canoni della bellezza. Ed è inutile, come diceva Luciana Littizzetto, consolarsi dicendo "sono un articolo di nicchia per intenditori".
La realtà per chi non viene considerato bello è dura: fatta di voti più bassi a scuola, meno possibilità di essere assunti se il profilo non è greco e il sorriso da pubblicità. Lo faceva intuire l'esperienza, ora lo dicono persino gli economisti che l'estetica incide sulla vita, e arrivano a tirare in ballo la brutta faccia del crimine, o meglio, del criminale teenager. Come quel Gallagher che catturato dopo una rapina a Miami nel 2003 ai poliziotti con un sorriso tirato disse: "Sono troppo brutto per avere un lavoro".
Cent'anni dopo le teorie di Lombroso che pretendeva di riconoscere un possibile malfattore dalla forma del cranio, sul Washington Post due economisti americani sentenziano un collegamento diretto tra estetica e delinquenza. E lo fanno con la forza dei numeri, avendo seguito la storia di 15mila studenti tra il 1994 e il 2002.
Il risultato? L'inquietante conclusione è che i teenager afflitti da acne giovanile, brutti e insicuri nel loro corpo che cambia, non solo rischiano di fare tappezzeria alle feste e patire le malinconie dell'età in solitudine, ma di crescere diventando dei criminali con molta maggior frequenza dei loro compagni di banco bellocci. Insomma una doppia ingiustizia di cui Naci Mocan dell'Università del Colorado e Erdal Tekin della Georgia State University non sanno però ben spiegarsi la motivazione. Hanno le prove che gli adolescenti meno attraenti commettono con maggior frequenza di quelli belli ruberie o spaccio di droga, ma non il perché.
Forse la risposta sta in altri studi che hanno dimostrato come donne e uomini non attraenti hanno meno possibilità di essere assunti, che guadagnano meno dei belli. Una ricerca fatta negli Usa e in Canada dimostrava che le persone dall'aspetto fisico classificato come "superiore alla media" ricevevano un salario maggiorato da un premio compreso tra l'uno e il 13 per cento. E tutto il mondo è paese. Un'indagine fatta in Cina sulla popolazione di Shanghai dimostra che le donne belle guadagnano 10 % in più di quelle considerate "medie", e queste ultime il 30 per cento in più delle brutte.
Voti, stipendi più bassi, meno assunzioni. Tutto vero, sgradevole e ingiusto. Ma rispetto al Medioevo chi non è baciato dalla bellezza può considerarsi quasi fortunato: allora se due persone venivano sospettate di un reato, delle due si sarebbe dovuta considerare colpevole la più brutta o deforme.
La Scena del Crimine
A cura di Ceriani Cinzia
Dal sito SERIALKILLERS.IT il sito dedicato ai serial killers, un interessantissimo articolo sulla scena del crimine che non mancherà di interessare tutti gli appassionati.
LA SCENA DEL CRIMINE
Nella risoluzione di un crimine sono fondamentali le prime 48 ore di indagine. Questa teoria è ormai universalmente accettata e conclamata, ed è per questo che la scena del crimine è diventata sempre più, uno dei tasselli più importanti nella totalità dell'indagine stessa. Maggiori sono le informazioni che si riescono ad ottenere con una corretta "lettura" di essa, e maggiori saranno le probabilità di orientarsi sulla giusta pista da seguire e, di conseguenza, quelle di catturare il colpevole.
L'EPOCA DELLA MORTE
Il primo interrogativo a cui dare una risposta è quello di risalire al momento della morte. E' il medico legale che si occupa del cadavere ed effettua su di esso tutte le analisi del caso. Di fronte ad un cadavere in buone condizioni generali, si avvale delle normali reazioni corporee post-mortem per determinare, nel modo più preciso la data e l'ora della morte. I principi su cui si basa sono il frigor mortis, il rigor mortis ed il livor mortis.
LA VITTIMA
La maggior parte degli omicidi viene commessa da persone conosciute alla vittima. Così non è per i serial killer, che si orientano maggiormente verso una "categoria" di vittima prediletta, e su di essa si
concentra senza dover per forza conoscere la sua preda. Nonostante tutto, anche in caso di omicidio seriale, è importantissimo sapere chi è la vittima, se rientra nel target del killer, se frequentava luoghi battuti dallo stesso e qualsiasi altra informazione che possa confermare, senza ombra di dubbio, il legame tra predatore e preda. Se il cadavere è in fase avanzata di decomposizione, ed il riconoscimento del volto è reso difficoltoso, allora ci sono altri rilievi che possono svelare la sua identità. C'è da dire che, questi rilievi, vengono in ogni caso fatti dalle autorità, perchè un riconoscimento può comunque rivelarsi un errore.
Il numero oscuro e i casi irrisolti di omicidi seriali
A cura di Ceriani Cinzia
Il "numero oscuro" rappresenta quella quota di casi che, in ogni tipo di reato, non vengono registrati dalle agenzie di controllo e, quindi, non finiscono nelle statistiche ufficiali, perché non sono stati denunciati dalla vittima, non vengono scoperti oppure c'è un indiziato che non viene condannato. Dal sito Serialkillers.
In alcuni tipi di reato, il "numero oscuro" è più basso che in
altri. L'omicidio, ad esempio, è un reato che provoca un forte impatto
sociale e sollecita un'investigazione particolarmente approfondita: per
questo motivo è uno dei reati con il "numero oscuro" più basso.
Nell'omicidio seriale, probabilmente, quest'ultimo è ancora più basso,
perché, in questo caso, l'assassino, invece di compiere un gesto isolato,
esegue diverse azioni in un intervallo di tempo più o meno lungo e, anche
se pianifica con cura ogni azione, è più facile che, a lungo andare, possa
commettere un errore che lo faccia scoprire.
Fra le numerose persone che scompaiono ogni anno, sicuramente alcune sono
vittime di assassini seriali che ancora non sono stati identificati. Del
resto, con l'accresciuta mobilità che si è avuta in questo secolo, gli
assassini hanno imparato a spostarsi da un luogo ad un altro per compiere
i propri crimini; così due omicidi commessi a distanza di centinaia di
chilometri possono essere opera di un'unica persona, senza che la polizia
riesca a collegarli ed a trovare il colpevole. Il problema è amplificato
al massimo negli Stati Uniti, dove il territorio è così vasto che è quasi
impossibile che la polizia pensi a collegare omicidi avvenuti in vari
Stati.
Dennis Nielsen tradito da un'idraulico
A cura di Ceriani Cinzia
Dal Sito SerialKillers.it, la biografia di una altro inquietante serial killer, Dennis Nielsen, che era solito disfarsi dei cadaveri delle sue vittime tagliandole a pezzi e buttando i resti nel water. Fu scoperto proprio a causa di un ingorgo delle fognature che condusse prima gli idraulici e poi gli investigatori sulle sue tracce. Articolo di Michele Giagnorio.
Dennis Nilsen è nato in Scozia, a Fraserburg il 23 novembre 1945 da Betty ed Olav Nilsen. Del focolare domestico ricorderà bene poco in quanto a causa dell'alcoolismo di Olav, il matrimonio arriva al capolinea quando Nilsen ha solo 4 anni. Betty e Dennis così si trasferirono a casa dei nonni materni.
Qui visse la sua infanzia, affezionandosi morbosamente al nonno, Andrew White, che però morì presto, quando Dennis ha soltanto sei anni. Ed è proprio la morte di suo nonno a lasciare il primo grande vuoto nella vita del bimbo Dennis. Ma al dolore della morte dell'unica persona per la quale aveva provato affetto si aggiunge un altro grosso trauma. Sua madre, senza prepararlo, decide di portare Dennis a vedere il cadavere del nonno. Anni dopo lui stesso definirà quel momento come la sua "morte emozionale".
Due anni dopo sua madre, Betty, si risposò e dal nuovo matrimonio ebbe altri quattro figli. Il distacco dalla realtà di Dennis iniziava ad essere pesante. Diventava un bambino sempre più chiuso dopo la morte del nonno ed in quella famiglia che non sentiva sua. All'età di otto anni successe un altro fatto sconcertante, anche se è venuto alla luce solo dalle sue confessioni e non è verificata la realtà dei fatti.
Mentre era al mare rischiò di affogare, ma per fortuna l'intervento di un ragazzo più grande che stava giocando in spiaggia, gli evitò la morte. Il suo salvatore però dovette essere eccitato dal corpo disteso e quasi inerme del piccolo Dennis, tanto che si spogliò masturbandosi su di lui.
Nonostante le esperienze negative e traumatiche si susseguano nella sua infanzia, nessun segnale poteva far pensare ad un futuro serial killer, infatti Dennis non mostrava aggressività, non era crudele verso gli animali o gli altri bambini e non era affascinato al fuoco. Insomma non presentava nessuna caratteristica che è solita comparire nell'infanzia dei serial killer. L'unica caratteristica del suo carattere era il completo isolamento, tanto che arrivato all'adolescenza, pur nutrendo attrazione verso gli altri ragazzi, non aveva mai avuto alcun tipo di esperienza sessuale. Soltanto una notte, dormendo di fianco a suo fratello, aveva cominciato a sbirciare sotto il pigiama, masturbandosi. Dennis ricorda l'eccitazione del fratello che tuttavia continuò a fingere di dormire e mai nessuno fece parola all'altro dell'accaduto.
Nel 1961 si arruola nell'esercito dove ebbe la mansione di cuoco. In questo periodo impara il metodo per tagliare la carne senza sforzi, e questo gli servirà nel futuro. Durante il periodo di arruolamento si innamora di un suo commilitone, da tutti conosciuto come "Terry Finch", e se ne innamora, ma ben presto lascia stare poichè non corrisposto. Nel 1972 si congeda e partecipa a dei corsi per diventare agente di polizia.
Il motivo di questa scelta era ben preciso. Dennis era affascinato dai corpi senza vita, dai cadaveri, e cercava sempre di partecipare alle autopsie. Ma dopo un anno si rese conto che anche questo lavoro non faceva per lui e così diventa addetto alle selezioni del personale per una società, lavoro che mantiene fino al suo arresto.
Chi uccide?
A cura di Ceriani Cinzia
Molteplici, e generalmente associati alla tipologia di vittima prescelta, sono i motivi che spingono una persona ad uccidere.
Quando sono degli uomini di sesso maschile le vittime degli omicidi spesso, questi, come il loro assassino, si rivelano essere degli omosessuali infrangendo la legge del “cane non mangia cane”.
- Chi uccide lo fa perché non accetta la sua natura di omosessuale e quindi tenta di sopprimere questa parte di se “sbagliata” assolvendo alla sua missione di “pulitura” del mondo dagli omosessuali.
- Il confronto con una parte di se che non si accetta ma che talvolta le situazioni quotidiane obbligano ad avere, fa scattare nel soggetto una sorta di meccanismo di difesa che lo porta ad eliminare il responsabile di tale confronto o disagio.
I Serial Killer sono persone insicure e dotate di bassa autostima, per questo tra le loro vittime abitudinarie ci sono le donne, perché più deboli, e facilmente assoggettabili; i killer vogliono essere i padroni, quelli fisicamente più forti, intrappolando giovani ragazze e donne mature con le armi della seduzione e delle lusinghe.
- L’assassino si sente sessualmente inadeguato e di conseguenza frustrato; uccidendo delle donne recupera fiducia, stima in se stesso e afferma la propria virilità.
- Al contrario, invece, la prepotente sessualità del soggetto diventa difficile da controllare e appagare se non attraverso molestie e stupri che si concludono con la morte della vittima.
Non sempre però la scelta dell’assassino cade su una categoria di donna in particolare ma piuttosto è rivolta a tutte le donne.
Il killer russo Serghi Kashinzev ne è un esempio.
Rimasto storpio a causa di una poliomelite contratta da bambino, Serghi non riuscì mai ad avere normali rapporti con le donne uccidendone un numero imprecisato.
La vittima più comune negli omicidi seriali è la prostituta, perchè più facile da avvicinare, è più semplice sviare i sospetti, è disponibile e servile nei confronti del cliente di turno e rappresenta il simbolo del peccato.
Uccidendo prostitute l’omicida acquisisce autostima e sicurezza sia nelle relazioni sociali che nella sfera sessuale.
Un’altra ideale vittima per un serial killer sono i bambini.
Influenzabili, poco impegnativi e con scarsa autodifesa vengono scelti all’interno di ospedali e orfanotrofi così da evitare legami di sangue diretti.
Nell’infanticidio motivato da pedofilia, invece, l’assassinio ha solo la funzione di togliere di mezzo un testimone scomodo.
Meno frequenti sono, infine, l’omicidio seriale di massa e l’omicidio seriale di coppie.
Nell’omicidio seriale di massa è l’omicida ad avere il totale controllo della scena. Lui è il regista e le vittime sono i suoi attori. Lui decide per più persone contemporaneamente senza mai instaurare contatti fisici con le vittime e pianificando sin nei minimi dettagli l’intera azione omicidiaria e le vie di fuga.
L’omicidio seriale di coppia riguarda, in linea di massima, le coppiette appartate in auto in luoghi isolati.
Le modalità di uccisione sono sistematiche e seguono uno schema ben preciso.
Prima uccide l’elemento più forte, l’uomo, con un’arma da fuoco, poi l’assassino si accanisce sulla donna utilizzando un’arma bianca.
Il killer che si accanisce sulle coppie ha gravi problemi relazionali e spesso vive isolato in un mondo fantastico precluso al piacere sessuale ed affettivo.
Famoso è il caso del “Mostro di Firenze”, catturato e condannato dopo vent’anni di uccisioni e mutilazioni.
Cinzia Ceriani





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