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Lo smemorato di Collegno

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Un giallo che ha fatto storia nella cornice
della prima guerra mondiale

PROF. CANELLA: DISPERSO.
POI RICOMPARE, MA É UN SOSIA.
LA MOGLIE LO "RICONOSCE"
E SE LO PORTA A CASA

La diversità delle impronte digitali dimostrava che Bruneri era un impostore. Ma la signora ha sempre sostenuto la sua verità. Perché?

Missouri. Divenne meritatamente famoso per la brillante soluzione che diede ad un caso di omicidio, riuscendo non solo a far scagionare il suo assistito, ma anche a scoprire il vero colpevole. Tutto ciò fu possibile grazie all'esame delle impronte digitali che l'assassino aveva lasciato sul luogo del crimine. E' rimasta famosa la descrizione delle impronte digitali, e della loro importanza, data dall'avvocato Wilson: "Ogni creatura umana porta dalla culla fino alla tomba certe caratteristiche che non alterano la sua personalità e per mezzo delle quali essa può sempre essere identificata, senza ombra di dubbio o di incertezza. Queste caratteristiche sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, né divenire illeggibile col passare del tempo... Se guardate i polpastrelli delle vostre dita, osserverete delle sottili linee curve, compatte come quelle che indicano i margini degli oceani sulle carte. Queste linee formano vari disegni chiaramente tracciati, come archi, circoli, curve, spirali e questi disegni sono diversi su ogni dito... Le impronte di un gemello non sono mai uguali a quelle dell'altro fratello gemello... Avrete spesso sentito parlare di gemelli che erano tanto simili l'uno all'altro che, vestiti allo stesso modo, neanche i genitori stessi riuscivano a distinguerli. Eppure non c’è mai stato un gemello, in questo mondo, che non abbia avuto sin dal battesimo e fino alla morte, un segno di identificazione in questo misterioso autografo di nascita."

Per correttezza dobbiamo comunque informarvi del fatto che l'avvocato David Wilson non è mai esistito: è un personaggio di un racconto, nato dalla fantasia del brillantissimo scrittore Mark Twain. Ma abbiamo citato dei brani della sua arringa perché, a detta degli esperti in dattiloscopia, è la miglior descrizione dell'importanza delle impronte come mezzo di identificazione. E' anche interessante notare che il racconto di Mark Twain è del lontano 1893: già alla fine del secolo scorso era noto che non esistono al mondo due persone con le stesse impronte digitali, e che queste sono immutabili, dalla nascita alla morte.
Tenete quindi a memoria le parole dell'avvocato Wilson. Ci saranno utili nel cammino che ci apprestiamo a fare insieme, ripercorrendo una vicenda strana e tortuosa, che appassionò l'Italia dei nostri padri e che coinvolse personaggi importanti e fuorilegge, donne innamorate e bimbi in cerca di un padre; che vide nascere e morire speranze e illusioni, inganni e verità amare. E' la vicenda dello "smemorato di Collegno".

CANELLA SPARISCE IN BATTAGLIA E’ il 25 novembre del 1916. L'Europa brucia, la guerra miete vittime dappertutto. Una compagnia di fanti italiani sta avanzando sul fronte macedone, nei pressi della città di Nitzopole. Il loro obiettivo è l'occupazione della collina di Monastir e i soldati in grigioverde devono a un certo punto attraversare una zona scoperta, che si presume già abbandonata dalle truppe bulgare che fino a poco ore prima li avevano impegnati. Tragico errore di ottimismo! I nemici non sono fuggiti, si sono ritirati in agguato nei boschi circostanti. Appena i soldati italiani hanno percorso buona parte della zona scoperta i bulgari, nascosti tra gli alberi, iniziano a far cantare le mitragliatrici con micidiale precisione. Il comandante italiano, resosi conto dell’impossibilità di reagire in modo efficace, ordina il "si salvi chi può", mentre i bulgari, la baionetta in canna, balzano fuori dalla boscaglia, ferendo alla testa e catturando il comandante stesso, il capitano di complemento Giulio Canella. I pochi superstiti della compagnia decimata raccontarono di aver visto il loro capitano ferito, trascinato via dai soldati bulgari; nella concitazione del combattimento nessuno si era potuto rendere conto della gravità delle ferite del capitano Canella, ma tutti erano concordi nel riferire che l'ufficiale era colpito alla testa e che, mentre veniva portato via dai bulgari, sembrava più morto che vivo. Nella crudele contabilità della guerra questo non fu che uno dei mille episodi, nè meritò a suo tempo più di qualche riga di bollettino. Ma per noi è importante perchè da qui inizia la vicenda dello smemorato di Collegno.

Giulio Canella nella vita civile era un professore di filosofia stimato e già molto conosciuto, nonostante la giovane età. Era nato a Padova nel 1881 e dopo la laurea si era trasferito a Verona, divenendo direttore della Scuola Magistrale. Nel 1909 aveva fondato assieme ad uno dei più illustri studiosi italiani, padre Agostino Gemelli, la "Rivista di filosofia neoscolastica" e all'inizio del 1916 (pochi mesi quindi prima di andare sotto le armi) aveva iniziato la pubblicazione del quotidiano cattolico "Corriere del Mattino". Giulio Canella aveva sposato la cugina Giulia Concetta, che portava il suo stesso cognome. Un matrimonio molto felice: i due coniugi erano unitissimi ed entrambi animati da una grande fede. Entrambi provenivano da ottime famiglie. Il padre della sposa, uomo facoltosissimo, aveva grossi interessi in Brasile, mentre Guido Canella, padre di Giulio, era a sua volta un letterato ed ebbe la soddisfazione di vedere tutti e tre i figli avviati a brillanti carriere, due nel campo dell'insegnamento ed uno nell'avvocatura.

... E VIENE DATO PER DISPERSO Tutto il mondo del giovane studioso di filosofia, le sue passioni, le sue frequentazioni, tutto era lontano mille miglia dalla brutalità della guerra, dalla selvaggia bestialità degli assalti alla baionetta, dei corpo a corpo, degli agguati. Una cartolina precetto strappò Giulio Canella da una vita dorata, dalla seconda figlia nata da pochi giorni, per gettarlo all'inferno. Ma da quell'inferno fece ritorno? Secondo il Ministero della Guerra, no. Il giorno successivo al tragico agguato sul sentiero di Monastir, le truppe italiane ripresero il controllo della zona, recuperando i corpi dei numerosi soldati caduti. Tra di essi non vi era il capitano Canella, che peraltro non risultava neanche, dalle informazioni assunte, prigioniero dei bulgari. Quando quest'ultimi lo avevano catturato, molti testimoni concordavano nel dire che il capitano sembrava più morto che vivo. Cosa avevano dunque fatto i soldati bulgari del suo corpo? Dove lo avevano abbandonato? Domande senza risposta: in guerra esiste un eufemismo, una definizione che non parla di "morte" e che tante volte è servita ad alimentare crudelmente inutili speranze: il capitano Giulio Canella doveva ritenersi "disperso". Così comunicò il Ministero della Guerra ai familiari.
E Giulia Concetta Canella iniziò la sua vita da giovane vedova, dedita ai figli, ritirata, protetta da una famiglia altolocata e facoltosa. Non conobbe problemi materiali, ma lo strazio della nostalgia, attenuato dalla speranza che coltivava ogni giorno nel suo cuore pensando al marito tanto amato, che, forse, non era morto. Lo aveva detto il Ministero: il marito era solo "disperso". E chi è disperso non può forse venir ritrovato? Solo i morti non ritornano.
Nove anni di vita; i due figli crescono, Giulia Canella parla con loro raramente del padre: sono troppo piccoli, non devono soffrire. Ma la giovane vedova ne parla spesso con i parenti e con i numerosi amici che conobbero e stimarono il professor Giulio Canella. Parla del marito "disperso", della sua speranza mai sopita di ritrovarlo. E si giunge così al 6 febbraio del 1927. Quel giorno la "Domenica del Corriere" pubblica la foto di un uomo barbuto, dell'apparente età di anni 45, ricoverato dal 10 marzo dell'anno precedente al Manicomio di Collegno, dove lo avevano portato i carabinieri. L'uomo era stato fermato, come risultava dai verbali, a Torino, per "atti pazzeschi nella pubblica via": urlava, piangeva, manifestava propositi suicidi. I carabinieri lo avevano consegnato ai sanitari del Manicomio di Collegno e questi, constatato che l'uomo era affetto da amnesia generale, non ricordando il proprio nome, la professione, non riuscendo a dare riferimenti di famiglia, ne avevano disposto il ricovero a tempo indeterminato, dandone notizia al Questore, che aveva ratificato il provvedimento. La "Domenica del Corriere" era al tempo la rivista letta, praticamente, da tutti. Quasi in ogni numero pubblicava delle foto sotto la testata "Chi li ha visti?": si trattava di persone scomparse dalle loro case, e i familiari chiedevano questo aiuto al noto settimanale e tante volte, in effetti, la "Domenica" aveva permesso di ritrovare parenti dispersi. Questa volta la foto veniva pubblicata sotto la testata "Chi lo conosce?". Era l'estrema speranza, dopo le inutili ricerche di polizia, di dare un nome allo "smemorato di Collegno".

UNO SMEMORATO APPARE A COLLEGNO Anche Giulia Canella legge la Domenica del Corriere. E il 6 febbraio del 1927 scatta in lei la convinzione che il suo Calvario sia finito: l'uomo della foto è il marito, ne è sicura, il "disperso" è finalmente ritrovato. La direzione del Manicomio, richiesta per lettera, autorizza la visita che avviene, con molte cautele, la domenica 27 febbraio, tre settimane esatte dopo la pubblicazione della fotografia.
Abbiamo parlato di cautele: non perchè lo smemorato avesse dato segni di pericolosità; tutt'altro. Il suo comportamento al manicomio era sempre stato tranquillo e corretto. Erano però stati vani tutti i tentativi dei medici di spezzare il velo che copriva il passato dello smemorato: si poteva solo constatare che era una persona di buona cultura, di modi educati, che entrava in stato di angoscia ogni volta che, da solo o a ciò stimolato, cercava di rispondere alla domanda fondamentale: chi sono io? Le cautele dei medici si spiegavano quindi con la preoccupazione che una ricognizione non inducesse ulteriori crisi di ansia nel ricoverato: andava fatta gradualmente, per verificare se non solo i visitatori riconoscevano lui, ma soprattutto se lui stesso aveva almeno qualche reazione nel vedere i visitatori, senza sapere previamente che questi erano venuti per vederlo.
La signora Canella venne quindi invitata a passare per il chiostro dell'ospedale assieme ai due amici con cui era venuta a Collegno, fingendo di essere semplicemente in conversazione con loro e senza rivolgersi direttamente allo smemorato, che i medici avrebbero provveduto a portare nel chiostro, come del resto accadeva tutti i giorni, in normali passeggiate. La prima ricognizione non sortì alcun effetto: la signora Canella, obbediente ai medici, non manifestò alcuna emozione, mentre lo smemorato sembrò non accorgersi neanche di lei. Ma Giulia Canella uscì dal manicomio convinta: "E" lui! Tremendamente provato nel fisico, ingrigito, forse irriconoscibile a molti, ma non a me, sua moglie! E' lui, ne sono certa!". Il giorno successivo, un altro esperimento, con le medesime istruzioni: e in quest'occasione lo smemorato fece per avvicinarsi alla signora Canella, ma poi si bloccò, vista l'indifferenza che lei, in osservanza delle istruzioni, continuava a fingere. E poi lo smemorato disse ai medici che qualcosa era accaduto nella sua mente: un barlume, una luce tenue, ma comunque una luce, si era accesa in tanta oscurità.

E si arrivò così al terzo esperimento: La signora Canella fu autorizzata a dirigersi verso lo smemorato. Questi, fermo in mezzo al chiostro, sembrava studiare la visitatrice elegante, che avanzava piano, con esitazione, e che a un certo punto non seppe trattenere l'emozione. "Giulio, Giulio!" gridò la donna, con gli occhi pieni di lacrime. E lo smemorato si gettò tra le sue braccia. Per quanto tempo stettero così, abbracciati, mentre la donna ripeteva come una cantilena il nome del marito e singhiozzava, e anche l'uomo era chiaramente scosso da una violenta emozione? I medici osservavano la scena poi, quando finalmente i due riuscirono a separarsi, consigliarono alla signora di allontanarsi per qualche ora: lo smemorato appariva prostrato, sul punto di svenire. "Torni nel tardo pomeriggio signora, ora anche lei ha bisogno di riposarsi..."

Giulia Canella uscì tremante dal manicomio. Nel pomeriggio un nuovo incontro non fece che rinsaldare la sua convinzione. Era lui, era lui, finalmente, non era morto, era solo disperso ed ora lo aveva ritrovato! Lo smemorato parlava a stento, come chi a fatica sta riafferrando ricordi lontani; ma la sua prima domanda fu per i figli. Trascorsero ancora tre giorni, occupati da colloqui sempre più particolareggiati. Era come se lo smemorato risalisse pian piano da un profondissimo pozzo. La luce tornava, ma spesso lo abbagliava, abituato com'era ad anni di buio; e allora l'uomo si fermava nella conversazione, tornava alla sua fissità, portando una mano alla fronte, come fa chi cerca di fermare i propri pensieri. Poi, pian piano, riprendeva la sua faticosa salita.

"CANELLA" TORNA IN FAMIGLIA, PERÓ... Il direttore del manicomio, convinto della validità del riconoscimento, autorizzò la dimissione dello smemorato, che ora ridiventava ufficialmente il prof. Giulio Canella, classe 1881, dato per disperso sul fronte macedone, che tornava a casa sua, a Verona, in compagnia della legittima consorte. La Questura di Torino venne informata della dimissione, e il caso di un ritrovamento di un disperso di guerra, colpito da amnesia da choc, dopo ben dieci anni, fece il giro della penisola, suscitando l'interesse di tutti i giornali. Nel frattempo si affacciava la domanda più naturale per tutti: cosa era successo nei nove anni intercorsi tra l'agguato in Macedonia e l'arresto a Torino? Su questi gravava il buio più assoluto, e del resto la prima preoccupazione della famiglia Canella, nuovamente riunita, fu proprio quella di assicurare al professor Giulio la necessaria quiete per riprendersi, nel fisico e nella psiche. Ai giornalisti non venne concesso di intervistare l'ex-smemorato, confidando anche nel fatto che, trascorso il primo clamore, potesse calare il silenzio e la pace, ricominciando la vita di padre, di marito, di studioso. Ma questa speranza durò pochi giorni.

Domenica 6 marzo 1927, a Verona, casa Canella: la prima domenica da uomo ritrovato, nella quiete della casa, con la famiglia ritrovata. Lunedì 7 marzo 1927, a Torino, Questura centrale: arriva una lettera anonima. Ogni giorno ne arrivano tante agli uffici di polizia. Ma il delegato che deve scorrerle per dovere di ufficio, annoiato dalle assurdità che legge ogni giorno, inviate da mitomani o da semplici calunniatori, fa un salto sulla sedia. La lettera che sta leggendo è diversa dalle solite: "al Regio Questore di Torino. Si fa presente alla S.V. Ill.ma che l'individuo dimesso dal manicomio di Collegno sotto il nome di prof. Giulio Canella, da Padova, residente in Verona, è in verità Bruneri Mario, da Torino, senza fissa dimora, tipografo, già segretario della Federazione del libro di Torino, ricercato da Codesta Regia Questura per scontare condanne passate in giudicato per reati contro il patrimonio. Quanto sopra per dovere di giustizia."

La lettera non porta firma. Ma va verificata. Il delegato si fa portare dal brigadiere di servizio il fascicolo intestato allo smemorato di Collegno e gli ordina anche di controllare se in archivio esista una scheda a nome di Bruneri Mario, ricercato per espiare condanne definitive. Il brigadiere torna: Bruneri Mario esiste, eccome. E' già stato ospite delle patrie galere, per una sua certa propensione alla truffa, al falso e all'appropriazione indebita. Ora risulta latitante dovendo scontare ancora due anni di reclusione per truffe. Residente ufficialmente a Torino, dove risulta però irreperibile, avendo lasciato moglie e madre nell'indigenza. Domicilio attuale sconosciuto. Segnalato negli anni precedenti a Pavia e a Milano in compagnia di Ghidini Camilla, da Brescia, già inquisita per reati contro il patrimonio e contro la morale. Peraltro il Bruneri non risulta essere un delinquente "qualsiasi". I rapporti lo descrivono come uomo di aspetto distinto, di buone capacità di conversazione, ottimo linguaggio, nonostante la limitata istruzione. Insomma, non il delinquente bruto, ma il "tipo" del truffatore, che mette al servizio del crimine delle naturali doti intellettuali ed umane. Il delegato ha davanti a sè le foto dello smemorato, fornite a suo tempo dal manicomio di Collegno e le foto segnaletiche di Bruneri Mario. Le osserva a lungo, poi prende foto e lettera anonima e chiede con urgenza al Questore di riceverlo.


COLPO DI SCENA: NON É LUI. ARRESTATO Martedì 8 marzo 1927, a Verona: a Casa Canella si presentano nel primo pomeriggio due signori dall'aria grave e distinta. Hanno un ordine di accompagnamento firmato dal Questore di Torino: il signore dimesso cinque giorni prima dal manicomio di Collegno deve seguirli, con destinazione la Questura di Torino, perchè si proceda alla sua identificazione. Mercoledì 9 marzo 1927: lo "smemorato" varca di nuovo il portone del manicomio di Collegno, accompagnato da agenti e funzionari di polizia. In una saletta dell'istituto sono in attesa tre persone: Maria Bruneri, madre del latitante Mario Bruneri, in compagnia del figlio Felice e di un sacerdote salesiano, Don Felice Cane, che da anni assiste la povera donna, malata nel fisico e consumata dal dolore di avere un figlio delinquente. L'anziana donna non ha esitazioni: "E' Mario, è mio figlio!". Il fratello Felice conferma, mentre il sacerdote tace, cercando di consolare la madre, che ha preso a piangere con quel pianto sommesso e discreto di chi ormai ha sofferto troppo. Lo smemorato protesta: lui è il professor Giulio Canella, può portare numerosissime testimonianze a conferma. Poi ha un mancamento e i medici lo assistono. Il vice questore che comanda il drappello di poliziotti non ha esitazioni e ordina che si proceda al rilievo delle impronte digitali dell'uomo da identificare. Nel frattempo ne dispone la detenzione provvisoria negli stessi locali del manicomio di Collegno. Venerdì 11 marzo 1927, a Torino, Questura centrale. E' quasi ora di cena e il Questore sta per lasciare il suo ufficio, quando gli viene recapitato un telegramma dalla Scuola di Polizia Scientifica: le impronte dello "smemorato di Collegno" corrispondono a quelle del latitante Bruneri Mario. La detenzione provvisoria ordinata dal vice-questore diviene definitiva: Bruneri Mario, tipografo truffaldino, deve scontare due anni di reclusione. In attesa di accertamenti definitivi sul suo stato di salute mentale, verrà trattenuto al manicomio di Collegno. Giulia Canella piomba nella disperazione: la sua gioia non è durata che pochi giorni, ora è spuntato dal nulla questo fantasma, questo Bruneri Mario, un truffatore, un uomo senza morale. Che c'entra mai col suo Giulio che lei, novella Penelope, ha atteso e ritrovato dopo dieci anni?

LE PROVE: É BRUNERI, PREGIUDICATO La famiglia Canella, con l'aiuto di un intimo amico, il capitano Parisi, inizia a raccogliere numerose testimonianze, soprattutto tra i soldati che servirono dieci anni prima al comando del capitano Canella e presenta un ricorso al Tribunale penale di Torino, chiedendo la revoca dell'arresto disposto dalla Questura. Il Tribunale penale non ha competenza per stabilire l'identità dello smemorato, ma comunque accoglie il ricorso della famiglia Canella, ordinando, il 23 dicembre del 1927, la scarcerazione di colui che a questo punto è un "signor X", perchè i giudici semplicemente valutano non raggiunta la prova dell'identificazione dello smemorato con il Bruneri. Ma Giulia Canella non ha dubbi, e lo "smemorato" torna a casa a Verona.
Il Natale del 1927 non è felice in casa Canella. Il professor Giulio appare prostrato dalla nuova prova a cui è stato sottoposto, e poi ora le chiacchiere iniziano a divenire fin troppo fastidiose. Ma la moglie e il capitano Parisi lo confortano: la verità trionferà, non bisogna cessare di confidare nella Provvidenza. Ma anche per la vecchia madre di Bruneri il Natale di quell'anno è infelice: la poveretta è scossa da contrastanti sentimenti, perchè per una mamma un figlio è sempre oggetto d'amore, anche se è un figlio traviato. Avrebbe preferito che il figlio scontasse la pena e poi, pareggiato il suo debito con la società, potesse tornare a vivere una vita da galantuomo, come era stato suo padre, come era suo fratello. E invece il figlio ha architettato una nuova truffa, questa volta ben più complessa e grossa delle precedenti: ha cambiato identità, ha carpito la buona fede di una vedova. Mario continuerà a mal fare e sua madre sa, in cuor suo, che non lo rivedrà mai più. Felice Bruneri decide allora di adire il Tribunale Civile di Torino. Il fratello Mario ha anche degli obblighi di assistenza verso la moglie che ha abbandonato da anni. Stabilisca il Tribunale civile la vera identità dello smemorato.

VIA CRUCIS NEI TRIBUNALI E arriviamo così al lunedì 22 ottobre 1928: il primo atto di un iter giudiziario che durerà per più di due anni. Il Tribunale Civile di Torino emette la sua sentenza: lo "smemorato di Collegno" è da identificarsi in Bruneri Mario, per prove testimoniali e dattiloscopiche.

La famiglia Canella ricorre subito in Appello, anche se già nel primo giudizio ha subìto una tremenda doccia fredda. Due uomini illustri, stimatissimi, la cui parola è davvero difficile porre in dubbio, hanno escluso con sicurezza davanti ai giudici che lo smemorato possa essere il professor Giulio Canella. Non si sono pronunciati circa l'identificazione con Bruneri Mario, che per loro è un perfetto sconosciuto, ma hanno potuto escludere invece l'identificazione con Canella Giulio, che entrambi conoscevano bene. E questi due uomini sono Padre Gemelli, il fondatore dell'Università Cattolica, pioniere della psicologia in Italia, cofondatore con Giulio Canella della Rivista di Filosofia Neoscolastica, e il Conte Della Torre, direttore dell'Osservatore Romano, che fu molto vicino al giovane filosofo al tempo della fondazione del "Corriere del Mattino". Altra doccia fredda dallo Stato Maggiore dell'Esercito, che non fa che ripetere la comunicazione a suo tempo emessa: il capitano Giulio Canella risulta "disperso", nè alcun elemento nuovo è nel frattempo sopravvenuto che autorizzi ad annunciarne il ritrovamento. La Corte d'Appello fa sua la sentenza del tribunale e il 7 agosto del 29 respinge il ricorso della famiglia Canella, che ricorre alla Corte di Cassazione.

L'11 marzo del 30 è un martedì. Sono trascorsi tre anni esatti da quel telegramma con cui la polizia scientifica comunicava che le impronte dello smemorato e del Bruneri erano uguali. La Cassazione accoglie il ricorso della famiglia Canella e rinvia, per nuovo giudizio, alla Corte d'Appello di Firenze. Ma tornando nel merito, torna la cruda realtà. La Cassazione aveva accolto il ricorso della famiglia Canella, dolendosi questa del fatto che alcuni suoi testi non erano stati sentiti dai giudici torinesi. Tuttavia la nuova Corte d'Appello incaricata del giudizio conferma la precedente sentenza dell'omologa corte di Torino: lo smemorato è Bruneri Mario ed ora che la sua identità è stabilita senza ombra di dubbio il Procuratore del Re presso il Tribunale Penale di Torino emette un ordine di carcerazione: Bruneri (o Canella?) deve terminare di espiare la pena e viene rinchiuso nel carcere di Pinerolo.


I "CANELLIANI" E I "BRUNERIANI" Ma la famiglia Canella, il capitano Parisi e un altro amico di famiglia, il sacerdote Germano Alberti non demordono e chiedono alla Corte di Cassazione una pronuncia nel merito. Ormai si sono formati i due partiti, i "canelliani" e i "bruneriani". I primi sostengono che un individuo ignorante come il Bruneri non avrebbe mai potuto sostituirsi al distinto e colto professor Canella. Ma i secondi a loro volta obiettano che Bruneri è tutt'altro che uno sprovveduto, e lo ha dimostrato più volte, seppur in attività illecite. E' comunque in grado di assumere molte personalità. E le impronte digitali? Non sono forse già quelle una prova sufficiente? E come si può non tener conto delle testimonianze di Padre Gemelli e del Conte Della Torre?

L'ultimo dell'anno del 1931 la Cassazione a Sezioni Unite mette fine alle discussioni, riconoscendo nello "smemorato di Collegno" Mario Bruneri. Sull'identità dello smemorato di Collegno erano stati emessi, nell'arco di un quadriennio, due provvedimenti di polizia e sei provvedimenti giudiziari. Mai, in nessuno di questi atti, fu riconosciuta l'identità del professor Giulio Canella.

Mentre si svolgeva questo travagliato iter giudiziario, lo "smemorato" aveva continuato a vivere a Verona, come marito di Giulia Canella. La coppia aveva avuto ancora tre figli, Elisa (nata il 21 novembre del 28), Camillo (31 dicembre del 29) e Maria (12 settembre del 31). Questi tre figlioli, a differenza dei loro fratelli maggiori, non poterono mai figurare, per l'anagrafe italiana, come figli del prof. Giulio Canella. Lo divennero invece per l'anagrafe brasiliana. Infatti la famiglia, quando il "riconosciuto" Bruneri ebbe espiato i residui di pena, si trasferì a Rio de Janeiro, su energica sollecitazione del padre di Giulia, che voleva evitare alla figlia di vivere in una situazione che era ormai intollerabile, per le chiacchiere e lo scandalo suscitato dai definitivi pronunciamenti della magistratura. Lo stato brasiliano iscrisse nei suoi registri anagrafici un nuovo residente: il cittadino italiano prof. Giulio Canella.
E proprio da Rio si segnalò un episodio che ridiede fiato ai sostenitori della "tesi Canella". Lo "smemorato", tornato agli studi di filosofia, aveva indirizzato un suo opuscolo al Papa, in segno di devozione. E Sua Santità Pio XI aveva risposto, tramite la segreteria di Stato, indirizzando l'implorata Benedizione Apostolica allo "Ill.mo signor dottor Giulio Canella." Siamo così giunti, dopo la definitiva sentenza della Cassazione, alla (praticamente) forzata migrazione in Brasile di Giulia Canella con i suoi figli e con... Mario Bruneri o Giulio Canella?



LE IMPRONTE DIGITALI DICONO... Conviene fare un attimo di sosta e di riflessione. Alcuni dati sono indiscutibili:

primo, Il caso fu esaminato da un Tribunale, due Corti d'Appello, e due volte dalla Cassazione (la seconda volta a Sezioni Unite); nessuno di questi giudici riconobbe mai nello smemorato il prof. Giulio Canella;

secondo, la somiglianza tra Bruneri e Canella esisteva, anche se non era possibile definirli due "sosia"; ma le impronte digitali rilevate allo smemorato erano quelle di Mario Bruneri; è pur vero che le impronte di Giulio Canella non erano archiviate in alcun ufficio di polizia, essendo lo stesso incensurato. Ma non si può certo ipotizzare, per sostenere la "tesi Canella", l'unico caso mai conosciuto al mondo di due individui con le stesse impronte digitali;
terzo, l'episodio dell'opuscolo al Papa viene facilmente svalorizzato dai bruneriani, facendo notare che il volumetto non conteneva altro che vecchi scritti riordinati; in quanto alla risposta, indirizzata al "dott. Giulio Canella", è facile obiettare che ogni giorno al Santo Padre pervengono centinaia di invii postali da ogni parte del mondo, e che quindi non vi era nulla di strano nel fatto che la Segreteria di Stato indirizzasse un formale ringraziamento ad un mittente il cui nome, col passare degli anni, era ormai caduto nell'oblio. Si può quindi affermare che lo "smemorato di Collegno" era Mario Bruneri, tipografo, truffatore.

Resta ai canelliani una valida obiezione: come poteva lo smemorato, se era Bruneri, conoscere diversi particolari della vita di Giulio Canella, come dimostrò fin dai primi colloqui con la moglie nel manicomio di Collegno? Ciò era possibile per una ragione: Bruneri e Canella con tutta probabilità si erano conosciuti, e il primo, abile truffatore, era riuscito a carpire diverse confidenze dal secondo, intuendo che l'eccezionale rassomiglianza poteva in un domani tornargli utile. Come infatti accadde. E l'incontro tra i due avvenne a Milano, nel 1923. In quell'anno infatti una nobildonna inglese residente a Milano, la signora Taylor, incontra un mendicante da cui resta particolarmente colpita.


UNA SOMIGLIANZA IMPRESSIONANTE Come racconterà ai giudici (ai quali si presentò spontaneamente quando apprese dai giornali la vicenda dello smemorato) l'uomo, che era in stato confusionale, chiedeva solo da mangiare. Indossava calzoni militari e una logora giacca. Mossa a compassione, la signora Taylor si prese cura del "Randagio", come era soprannominato, fornendogli abiti e cibarie, e dandogli appuntamento per il giorno successivo, per portargli altro aiuto. Gli incontri col Randagio furono diversi. L'uomo era mite, gentile, diceva di avere una famiglia, ma non sapeva dove, e di aver combattuto come ufficiale e aver perso tanti uomini. Il poveretto era aiutato anche da una buona donna, una lattaia di cui la Taylor ricordava solo il nome, Teresa. Tra la nobile inglese e l'umile donna milanese nacque così un po' di confidenza. Ed insieme fecero una scoperta sconvolgente. I "Randagi" erano due, tra loro somigliantissimi: e questo spiegava certi strani cambiamenti di umore e di comportamento nel loro protetto. Si trattava infatti di due persone diverse, che però erano state di sicuro in contatto tra loro, come dimostrò l'episodio di una giacca, che la signora inglese aveva donato al Randagio mite e confuso, e che la lattaia vide indosso al Randagio che teneva invece un comportamento ambiguo e sfuggente.
Proprio in quel periodo il ricercato Bruneri Mario era stato segnalato a Milano. E a Milano, evidentemente, era giunto anche, dopo chissà quali vagabondaggi, il povero capitano Canella, confuso, in stato di amnesia, ridotto alla mendicità. Quali itinerari avrà percorso negli anni, come era riuscito a sfuggire ai nemici? Domande che non avranno mai risposta. Ciò che è altamente probabile è l'incontro tra i due. E il furbo Bruneri comprende che una rassomiglianza così marcata può sempre essere utile in futuro. E inizia a carpire brandelli di ricordi dal povero soldato confuso, per costruirsi un'identità "di riserva" che a uno come lui può sempre far comodo. Cosa accade poi all'infelice Canella? Con tutta probabilità continua la sua vita errabonda, alla ricerca vana di sè stesso. Forse muore come tanti barboni, senza nome e senza una lapide, ma solo con un numero all'obitorio. Ma Mario Bruneri, proseguendo nella sua vita truffaldina, sente che ormai la legge sta per mettergli le unghie addosso. E gioca il tutto per tutto. Si finge pazzo, dà in escandescenze sulla pubblica via, viene ricoverato in manicomio. E poi la sorte gli dà l'incredibile: la possibilità di ricostruirsi una vita ricucendo quei brandelli che aveva sottratto al suo povero "quasi sosia".

GIULIA, UNA MOGLIE DISPERATA La sorte si incarna in Giulia Canella. Ed è su questa donna che ruota tutta l'incredibile commedia dell'inganno. Perchè Giulia Canella non ha avuto la misericordiosa, seppur crudele, grazia che hanno avuto tante donne durante la guerra: un telegramma del Ministero che avvisa, con formale rammarico, la morte del loro congiunto. No: a Giulia Canella è stata data la più crudele delle notizie: Signora, suo marito è "disperso". Cosa può allora iniziare a maturare nel cuore e nella mente di una donna, innamoratissima del marito? Un'attesa, una logorante speranza su cui vivere giorno per giorno. Possiamo dire senza tema di esagerare che l'ultima persona che avrebbe dovuto procedere al riconoscimento dello smemorato di Collegno era proprio Giulia Canella. Perchè era consumata da troppi anni di un'attesa straziante. Perchè "voleva" a tutti i costi ritrovare il suo Giulio. E lo ritrovò, in cuor suo lo ritrovò di sicuro. E siamo convinti che siano da respingere con sdegno le ipotesi maliziose, formulate all'epoca da alcuni giornalisti, che vollero la strenua difesa fatta da Giulia Canella del marito come dettata solo dalla necessità di coprire lo scandalo. In altre parole: lei stessa si sarebbe accorta poco dopo il riconoscimento dell'errore di persona, ma ormai i passi già fatti l'avevano compromessa. Noi crediamo che Giulia Canella abbia davvero ritrovato nello smemorato il suo Giulio, abbia amato il suo Giulio, a lui abbia donato altri tre figli. Follia? Forse. O amore portato all'estremo.

Il 12 dicembre del 1941 Mario Bruneri moriva in Brasile. Forse qualcuno piangeva per lui in Italia; di sicuro piansero per lui i figli, pianse la moglie, per la quale moriva Giulio, col conforto di aver vissuto più serenamente gli ultimi anni, lontano da una Patria ingrata.
E chissà se prima di morire lo smemorato di Collegno avrà guardato un attimo le sue mani, i suoi polpastrelli. Se anche non aveva mai letto nulla di Mark Twain, lui ben sapeva che le impronte digitali per ogni uomo "...sono la sua firma, il suo autografo fisiologico, per così dire, e tale autografo non può essere contraffatto, travisato o dissimulato, nè divenire illeggibile col passare del tempo... ".

di Marco Lambertini da http://www.storiain.net

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Inghilterra, Serial Killer prostitute

di Sabina Marchesi (03/05/2007)


A cura di Ceriani Cinzia

da www.repubblica.it del 12 dicembre 2006

 

 

Salgono a cinque le vittime dell'assassino che sta gettando nel panico la Gran Bretagna. I cadaveri
sarebbero di due ragazze "scomparse misteriosamente". La polizia: "Non uscite di casa"

Ipswich, è caccia al serial killer trovati i corpi di altre due prostitute

LONDRA - Orrore senza fine a Ipswich, nel Suffolk: con la scoperta di altri due cadaveri di donne, sale a cinque il numero di prostitute uccise da quello che ormai non si può non considerare un serial killer che si accanisce contro le ragazze che lavorano in strada.
I due cadaveri - la polizia sta finendo gli accertamenti, ma è certa si tratti delle due 'working girl' sparite - sono stati trovati a poca distanza uno dall'altro a Levington, un villaggio qualche chilometro a sud di Ipswich, verso il mare, poco lontano da dove emerse il terzo cadavere.


L'annuncio del macabro avvistamento, brevissimo, è stato dato dagli stessi vertici della polizia, che prevedevano di dare informazioni alla stampa sull'andamento dell'indagine, ma che si sono trovati a dare una notizia terribile, quasi in contemporanea con il ritrovamento dei cadaveri. Da ieri gli agenti continuavano setacciare accovacciati le acque gelide e fangose di torrenti e rigagnoli attorno a Ipswich alla ricerca delle due giovani prostitute scomparse, con un timore che poi è diventato realtà: il "killer delle prostitute" - o i killer - ha colpito ancora, e le nuove vittime sono Paula Clennel e Annette Nichols. Gli ultimi due corpi, uno in particolare, erano a poca distanza dalla strada, a Levington, a indicare, secondo gli inquirenti, che l'assassino sta diventando sempre più spavaldo.


Tutte e cinque erano prostitute, tutte e cinque lavoravano a Ipswich: queste le uniche certezze sulla serie di omicidi che sta sconvolgendo la città nel sudest britannico. E poi un dubbio: la polizia del Suffolk ha scoperto che la terza vittima, Anneli Alderton, 24 anni, è stata strangolata. Un 'modus operandi' diverso da quello dei primi due omicidi, quelli di Gemma Adams e Tania Nicol, che forse furono avvelenate, ma sicuramente non strangolate. Ora bisognerà attendere gli esami della polizia scientifica per capire come siano state assassinate Paula e Annette.


La polizia, che ritiene che qualche indicazione possa arrivare dalle circa 30 prostitute che lavorano in strada nella zona di Ipswich o dai loro clienti, ha invitato il killer - ormai è certo che dietro gli omicidi ci siano la stessa o le stesse mani - a prendere contatto con le autorità. Stewart Gull, responsabile dell'indagine della polizia del Suffolk ha detto: "Chiaramente hai un grosso problema. Chiamami e vediamo come affrontarlo". Per Gull, "la chiave di questi delitti può essere nelle lavoratrici di strada e nei loro clienti. C'è stata una forte risposta dalle ragazze, un po' scarsa dai clienti".


Anneli, l'ultima volta che è stata vista in vita, è stato il 3 dicembre, quando prese un treno pomeridiano da Harwich a Colchester. Poi, era svanita. Fino al 7, quando un automobilista ne ha avvistato il cadavere in una zona boscosa, scambiandolo però per un manichino, e non avvertendo subito la polizia. Il cadavere è stato poi trovato dagli agenti il 10.
"E' importante sapere gli ultimi spostamenti di Anneli.


Sappiamo che, come Gemma e Tania, faceva la prostituta. Ma, diversamente da loro, nessuno aveva denunciato la sua scomparsa", ha affermato il capo della polizia, invitando tutte le prostitute a fare la massima attenzione, se proprio decidono di tornare sul marciapiede. Le indagini, oltre che nel fango dei torrenti, si svolgono anche negli archivi della polizia, che sta verificando dove si trovino i 400 autori di reati sessuali della zona, registrati in un'apposita banca dati.

 


da  www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo341265.shtml del 22 dicembre 2006

Killer prostitute, uomo incriminato

Gb, un 48enne comparso in tribunale

Uno dei due uomini arrestati per la morte di cinque prostitute a Ipswich, in Gran Bretagna, è stato incriminato ed è comparso brevemente davanti ai giudici, dopo essere stato tenuto in un luogo segreto per tre giorni. Si tratta di Stephen Wright, 48 anni, autotrasportatore al porto di Felixtowe. L'altro sospetto, Tom Stephens, 37anni, impiegato in un supermarket, è stato rilasciato. L'incubo del serial killer è finito.

Stephen Wright dovrà rispondere dei brutali assassini, compiuti tra il 2 e il 12 dicembre, di Tania Nicol, 19 anni, Gemma Adams, 25 anni, Anneli Alderton, 24 anni, Paula Clennell, 24 anni e Annette Nicholls, 29 anni, tutte prostitute a Ipswich, nella contea di Suffolk. Le giovani donne, che si conoscevano tutte, erano tutte tossicodipendenti e si vendevano nella cittadina britannica per potersi procurare la droga. L'altro indagato, il primo sul quale si sono concentrati i sospetti della polizia, il 37enne Tom Stephens, è stato rilasciato su cauzione.

Wright rimarrà agli arresti fino al 2 gennaio, data prevista per la successiva audizione davanti al tribunale di Ipswich. L'uomo è comparso alla sbarra vestito elegantemente con un abito blu scuro, con camicia bianca e una cravatta a righe azzurre. L'avvocato dell'accusa ha annunciato che non presenterà domanda per scarcerazione sotto cauzione. "Non si lascia abbattere - ha dichiarato il pm Paul Osler descrivendo lo stato d'animo dell'imputato - Certo, chiunque si trovi tali accuse è traumatizzato, ma lui regge il colpo. Vorrei inoltre richiamare a ciascuno il principio della presunzione di innocenza".

Chi è l'incriminato

Wright, figlio di un militare, lavora come manovratore portuale ed è residente a Ipswich, in un quartiere a luci rosse, con la compagna Pamela, che lavora di notte. I vicini lo descrivevano come un uomo senza storia, dall'abbigliamento curato, gestore di pub, appassionato di golf e con un debole per il gioco. In passato ha lavorato come stewart per parecchi anni sul transatlantico Queen Elizabeth II.  

Il padre, 72 enne, aveva dichiarato di non credere che suo figlio fosse "abbastanza intelligente per commettere dei crimini".


L'inchiesta
Benché la legge britannica imponga di non diffondere troppi dettagli a partire dal momento in cui una persona è indagata, è trapelato che i corpi delle giovani prostitute non mostrano tracce di violenza. Fonti poliziesche hanno pertanto suggerito che possano essere state drogate con Valium prima di essere state assassinate. Le ragazze sono state trovate nude, con solo qualche monile addosso, immerse in corsi d'acqua nelle campagne attorno a Ipswich.


Numerosi interrogativi aperti

Sul caso restano tuttavia numerose domande. Perché sono stati impiegati 500 agenti per dargli la caccia? Chi è veramente Steve Wright? Perché avrebbe ucciso cinque prostitute? Quando sono state uccise? Dove (perché sembra siano morte non nei luoghi in cui sono state trovate) e in che modo? A questi interrogativi gli inquirenti devono ancora trovare risposta.

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L'UOMO NERO

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


E’ una perversione psichica. E’ violenza, abuso, sottomissione e morte.

Gli psicologi definiscono la pedofilia un disturbo, riconducibile all’ambito delle parafilie, dell’eccitazione sessuale provocata da particolari stimoli ritenuti socialmente anomali e alimentata dal piacere per la trasgressione.

Lo “strumento” di piacere del pedofilo è il bambino, indotto a compiere o subire una serie di comportamenti finalizzati alla soddisfazione del desiderio sessuale del soggetto anziano, giovane, benestante, indigente, colto o incolto che sia. Egli guarda il bambino mentre si spoglia, si masturba in sua presenza, lo accarezza e lo persuade a toccarlo a sua volta.

L’attrazione, o meglio l’ossessione, che l’abusante prova per i piccoli non riguarda la sola questione fisica, ma, a suo modo, egli nutre dei sentimenti, che gli impediscono di maltrattare le sue giovani vittime in modo tale che queste non parlino e mantengano segreto il crimine.

 Di contro, però, i pedofili così detti attivi, sono in grado di assoggettare il bambino con metodi invasivi e devastanti fisicamente e mentalmente, stando ben attenti a non lasciare segni visibili.

Altri, invece, chiamati latenti, si limitano alla consultazione di materiale pedopornografico diffuso nella rete.

Di certo più pericolosi sono coloro che praticano il pedosadismo,  in cui l’eccitazione è associata ad una forma di sesso sadico e amorale che ha come conseguenza, ma non come regola, la morte del fanciullo per tentare di occultare l’accaduto.

Stando sempre alle affermazioni di alcuni psicologi il pedofilo è un individuo dalla personalità immatura e con gravi problemi relazionali che lo rendono incapace di vivere un normale e adulto rapporto amoroso.

Sono narcisisti, hanno scarsa stima di se stessi e scaricano sull’infante il loro costante bisogno di potere e controllo mettendo in gioco molti aspetti mentali, istituzionali, di educazione sessuale e violenza che contribuiscono a definire alcune fra le caratteristiche entro cui riconoscere un pedofilo e, nel contempo, le possibili motivazioni che portano ad esserlo.

Ad esempio l’essere stati a loro volta dei bambini abusati, magari dai genitori, potrebbe far nascere  nel soggetto il senso di rivalsa e la conseguente emulazione di atteggiamenti simili, intesi come modelli di detenzione del potere con i quali sottomettere facilmente il bambino.

 E’ causa di un sentimento di rivalsa anche l’essere stato un bambino isolato e deriso o l’aver vissuto in un ambiente famigliare contraddittorio e disgregato. Infine, altrettanto determinante, è l’aver assistito a episodi di violenza ai danni di un famigliare senza avere la possibilità di intervenire.

Diversamente da altri loro colleghi, alcuni studiosi della pedofilia in chiave patologica hanno elaborato una teoria in cui racchiudere e analizzare tre particolari tipi di soggetti:

- Gli ansiosi resistenti hanno scarsa stima in loro stessi e si negano all’amore perché indegni; sono persone insicure dedite alla costante ricerca dell’approvazione altrui e riescono ad acquisire sicurezza solo in presenza di un compagno su cui possono esercitare controllo. Raramente usano eccessiva violenza od atti coercitivi contro i bambini.

- Gli evitanti timorosi desiderano il contatto intimo con un adulto, ma, allo stesso tempo, sono terrorizzati da un rifiuto e quando abusano sul minore non si fanno scrupoli ad usare la forza.

- Ultimi sono coloro che ricercano rapporti e relazioni impersonali caratterizzati da un alto tasso di aggressività e da comportamenti addirittura sadici.

 

 

DOVE E COME

 

Ideale, per l’attività del pedofilo, è l’ambiente domestico. Un lupo travestito da agnello, un abusante travestito da padre, madre, zio, nonno, fratello, cugino.

Un tratto tipico del maltrattamento entro l’ambito famigliare, incombente come una nuvola tossica, è il silenzio a cui la vittima viene costretta per impedire la distruzione della famiglia a seguito di un’eventuale denuncia alle autorità.

In linea di massima il principale autore di incesti e abusi è il padre o il patrigno impegnato ad ostacolare ogni tentativo di socializzazione dei componenti della famiglia, mentre la vittima, al contrario, si dimostra socievole e ben disposta a rapportarsi con gli altri.

Il carnefice, inoltre, è solito ricompensare con regali e privilegi di sorta l’oggetto delle sue perversioni per comprarne la complicità e celare lo sfruttamento sessuale.

La madre, il più delle volte assente, sceglie di abbandonare il suo ruolo di donna di casa addossando tutti i doveri richiesti dallo status, compresi quelli sessuali, sulla figlia coprendosi il volto e l’animo con una maschera d’indifferenza.

Lontano dalle mura domestiche il pedofilo presenta una personalità creativa in grado di utilizzare raffinate tecniche di approccio. Egli può corteggiare la madre per arrivare al bambino; conquistare la fiducia dei genitori che lo accolgono nella loro casa come un amico e ottenendo, così, libero accesso. Meschino, può prendere di mira bambini sofferenti o con carenze affettive facendoli sentire importanti e amati.

Altri, i classici frequentatori del turismo sessuale in vigore soprattutto in Asia e in Africa, agiscono senza premeditazione.

 

 

 

LA TERAPIA

 

Per il pedofilo, parlare di patologia o di ossessione recidiva in riferimento alla sua condizione, è un errore. Egli sostiene di amare il bambino e quindi inevitabile, nell’amore, è l’attrazione per il partner e il contatto fisico.

Le sedute di analisi psichiatriche puntano l’obiettivo sulla rielaborazione dell’infanzia dell’individuo, sminuzzando simultaneamente la sua personalità e richiedendo perciò la massima collaborazione da parte del paziente che di raro accetta.

L’alternativa è rappresentata da una cura farmacologia a base di antidepressivi, antiossessivi e antifobici che inibiscono le pulsioni, calmano l’ansia e diminuiscono il desiderio stabilizzando l’umore. Drastica ma non risolutiva è la castrazione chimica. Essa agisce limitando la secrezione del testosterone, l’ormone maschile che regola lo sviluppo e le pulsioni sessuali, attraverso l’assunzione di antiandrogeni.

 

 

 

IL PARADOSSO

 

E’ un dato di fatto che la maggior parte dei pedofili rifiuta le terapie rivendicando la legittimità dei loro abusi, forti della convinzione secondo cui il bambino ha la facoltà di accettare o meno le avance dell’adulto.

Naturalmente le cronache al riguardo affermano l’esatto opposto.

La sessualità, a loro avviso, è un aspetto gradevole e fondamentale nella vita delle persone e non è da considerarsi ne maligna ne amorale.

Proprio per questo nascono le associazioni a tutela del “Diritto di libertà sessuale del bambino”,a loro avviso, oppresso da una società sessuofobica.

Secondo tali associazioni i veri danni provocati al bambino sono l’ansia di dover tener nascosti i “giochi” che fanno con gli adulti, i processi penali a seguito delle denunce e il comportamento dei genitori di eccessiva protezione verso i pedofili, che insegnano al bambino a ribellarsi condannandolo a morte.

Indebolire l’influenza dei genitori sui loro figli si pone, allora, come scopo essenziale.

L’associazione pro-pedofilia “The Slurp” ha stilato a tal proposito una lettera idealmente rivolta a tutti i bambini per convincerli a non aver paura e ad abbandonare ogni remissività.

Eccone brevi stralci.

 

“[…]Probabilmente qualcuno ti ha detto che puoi dire di no. […] Se qualche adulto ti chiede di fare delle “cose”, non devi farle. Questo, ovviamente, non si riferisce al fatto che tua madre ti dice di lavarti i denti. […]

Bene ricorda solo una cosa: se puoi dire no, puoi anche dire sì. Questo significa che se ti senti di fare qualche cosa, tu hai il diritto di farlo. Non importa quello che hanno detto i tuoi genitori. Perché è un diritto. Sei tu che puoi scegliere.”

E ancora.

“Talvolta gli amici con i quali ti diverti ti dicono di non raccontare agli altri quello che avete fatto insieme. […] Il motivo di ciò è semplice: se la gente scopre che hai fatto delle cose con un amico adulto, questo può farlo andare in prigione e rovinargli la vita.”

 

Risulta qui chiaro il punto su cui far leva. L’ingenua sensibilità del bambino e i sensi di colpa in lui generati. Il bambino, spinto dal timore di far accadere “qualcosa di brutto”, cede all’abuso. Si lancia, vittima sacrificale, fra le braccia dell’orco che lo ha ingannato con subdole parole e chiude, dietro di sé, la porta al dolce paradiso della tenera età.

                                                                                      Ceriani Cinzia

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Papa Luciani, L’Ipotesi del Complotto

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza

Ma chi, in definitiva, aveva interesse ad eliminare dalla scena un Papa diventato troppo scomodo, e che aveva tutte le intenzioni di effettuare in Vaticano una rigorosa pulizia?

 

Quando, il 26 Agosto del 1978, viene eletto Papa Albino Luciani, Patriarca di Venezia, diverse persone in Vaticano accolsero la notizia con malcelato dispiacere all’inizio, e con viva preoccupazione in seguito.

 

E non si trattava di aspiranti candidati al ruolo di Pontefice che erano stati delusi dalla sceta del Conclave, ma di qualcuno, che nell’ombra, fino all’ultimo istante, aveva caldeggiato caldamente la nomina del Cardinal Giuseppe Siri, Arcivescovo di Genova.

 

Ben presto si delinea, all’interno delle diverse candidature, un preciso progetto per assicurarsi la continuità e la prosecuzione di certi loschi giochi di potere che da sempre avvenivano all’interno del Vaticano tra lo IOR, l’Istituto per le Opere Religios, e alcune potenti istituti bancari, esterni alla Santa Sede, ma pesantemente in grado di influire sul suo ordinamento interno politico ed economico.

 

Quella che avrebbe dovuto essere in definitiva una pia istituzione benefica negli ultimi anni si era andata trasformando in un’organizzazione economica ben definita, dotata dei più ampi poteri, e in grado di controllare flussi di denaro liquido costantemente in aumento.

 

A capo dello IOR, Monsignor Marcinkus, che ben conoscendo di che stoffa era fatto Albino Luciani, preconizzò, fin dal primo momento della sua elezione, che con quel nuovo Papa le cose per loro sarebbe cambiate, e molto pesantemente.

 

Un Papa che predicava la povertà, che inneggiava alla rinuncia di tutte le ricchezze superflue da parte della Chiesa, che voleva improntare il Vaticano agli antichi ideali di carità cristiana ed umiltà terrena, perché riteneva che la Chiesa fosse la Casa di Cristo e dei suoi fedeli e che come tale dovesse essere spoglia e totalmente priva di ricchezze ed orpelli, e credeva, giustamente, che troppo benessere potesse distogliere gli ecclesiastici dalla fedele esecuzione dei loro sacri doveri.

 

Un tipo di cattolicesimo forse primitivo, arcaico, ma decisamente improntato ai parametri della Bibbia e del Vangelo, in perfetta armonia con le sacre scritture e con l’esempio stesso di Gesù e della sua Chiesa.

 

Su due punti in particolare Albino Luciani, anche da Patriarca, era sempre stato fermo e irremovibile, l’iscrizione degli ecclesiastici alla massoneria e l’utilizzo del denaro vaticano che lo IOR utilizzava come se fosse, né più né meno, una qualunque Banca Privata.

Proprio nel momento in cui Luciani era prescelto come Papa, venivano dati alle stampe gli elenchi degli ecclesiastici ufficialmente iscritti alla Massoneria, la maggior parte dei quali appartenevano alla Santa Sede,

Tra questi nomi spiccavano quelli di Jean Villot, Segretario di Stato, Agostino Casaroli, Capo del Ministero Affari Esteri del Vaticano, Paul Marcinkus, Presidente dello IOR, Don Virgilio Levi, Vicedirettore de L’Osservatore Romano, e Roberto Tucci, il Direttore della Radio Vaticana.

Presto qualcuno, all’interno della Curia, cominciò insistentemente a far circolare delle voci sull’inadeguatezza di Albino Luciani a ricoprire l’incarico di Pontefice.

Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo  idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.

 

In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.

 

Si parlò della sua straordinaria semplicità, della sua eccessiva purezza di cuore, del suo  idealismo troppo spirituale, come di peculiarità che lo rendevano certo un Uomo Santo, ma decisamente un ecclesiastico inadatto a comprendere le immense complessità dell’apparato che era stato chiamato a governare.

 

In questo modo si intendeva minare alla base la sua stessa credibilità come sommo Pontefice, e preparare il terreno per la farsa successiva, che avrebbe dovuto sostenere davanti agli occhi attoniti del mondo che Albino Luciani era morto alfine perché accusava troppo il peso del suo incarico che, in qualche modo, non si sentiva in grado di affrontare.

 

Ma il complotto, se di complotto si trattò, benchè ottenesse lo scopo primario, cioè l’eliminazione di un Pontefice troppo scomodo per gli occulti giochi di potere all’interno dello Stato Vaticano, fallì miseramente nell’intento secondario, quello di far passare sotto silenzio la sua morte.

 

La tesi infatti dell’inadeguatezza “politica” di un uomo che anche agli occhi della gente appariva sempre tanto semplice, sarebbe anche potuta passare, se non fosse stato per le incredibili titubanze del Vaticano ad offrire spiegazioni convincenti, dichiarazioni ufficiali, dati, orari e particolari sulla morte.

 

Mentre tutto, lentamente, andava avvolgendosi nel mistero, qualcuno cominciò a ricordare che dai discorsi del Papa, tutto sommato, questo nuovo Pontefice era tuttavia apparso come un piccolo uomo combattivo, semplice finchè si vuole, ma certo ben determinato ad andare fino in fondo per proteggere e difendere quello in cui credeva fermamente e che era lo scopo ultimo di tutta la sua vita, la Santità della Chiesa.

 

Emergeva dai ricordi, ancora piuttosto recenti, una figura che mal si conciliava con l’ipotesi di una pietosa inadeguatezza.

 

Le numerose discrepanze delle spiegazioni “ufficialmente” offerte dal Vaticano contribuirono sempre di più a confondere le acque, sollevando dubbi e interrogativi che, ancora oggi, a 27 anni di distanza, non sono stati risolti.

 

All’inizio ad esempio fu detto che Luciani era stato trovato morto nel suo letto, mentre ancora stringeva in mano un libro, il cui titolo era “L’imitazione di Cristo”, successivamente il libro si trasformò in un discorso da tenere al consesso dei Padri Gesuiti, poi in un fascicolo di appunti personali, poi nella lista delle prossime nomine che il Papa intendeva divulgare il giorno successivo.

 

Nei primi comunicati l’ora del decesso era stata fissata alle 23.00, poi era stato detto che il corpo senza vita era stato rinvenuto verso le 4.00 da qualcuno che passando per i corridoi aveva notato la luce ancora accesa nella camera del Pontefice, infine l’ultima versione spostava l’orario ulteriormente alle 5.00 del mattino, con Suor Vincenza che portando il caffè al Papa lo aveva rinvenuto senza vita.

 

Troppe contraddizioni, troppe versioni diverse, troppi comunicati discordanti per non ipotizzare qualcosa di sospetto.

 

La situazione divenne talmente tesa, tra comunicati ufficiali, variazioni e smentite, che presto ci fu anche qualcuno che prospettò la necessità, discretamente, di eseguire almeno un’autopsia, che però, anche se fu effettuata, non fu mai resa pubblica e della quale non vennero mai divulgati i risultati.

 

E a questo punto si apre ancora un doppio interrogativo.

 

Davanti a tanti dubbi, al cospetto dell’opinione pubblica in fermento, con i giornali che titolavano a chiare lettere insinuando il dubbio sulla morte “naturale” del Papa, perché alfine il Vaticano, se davvero non c’era niente di sospetto, non avrebbe dovuto avvallare un’esame autoptico per chiarire definitivamente le cause del decesso?

 

Era chiaro che se non lo faceva è perché per gli “addetti ai lavori”, per coloro che erano ufficialmente incaricati di fare chiarezza, era lampante che un esame autoptico sarebbe stato rovinoso.

 

E se invece, in totale buonafede, qualcuno, in Vaticano, avesse autorizzato l’autopsia, come mai i referti non sarebbero stati resi noti?  Era forse emerso qualche particolare a sostegno della “non naturalità” di quella morte così inaspettata?

 

Al di là dunque della tesi del complotto sostenuta dallo scrittore Yallop, che addirittura giunge a coinvolgere sei persone, secondo lui tutte implicabili nella morte, è chiaro che ancora oggi, come ventisette anni fa, nessuno sa ancora spiegarsi un decesso così improvviso e a tutti gli effetti decisamente innaturale.

Che poi, come sostiene Yallop, vi fossero invischiati addirittura nomi altisonanti, come Jean Villot, il Segretario di Stato, John Cody, il Cardinale di Chicago, Marcinkus, il Presidente dello IOR, Michele Sindona e Roberto Calvi, Banchieri, e perfino Licio Gelli, il Venerabile Maestro della Loggia P2, è ancora, ovviamente tutto da dimostrare.

 

Benchè dunque nella tesi esposta da Yallop si abbia comunque la sensazione di avere a che fare con teorie fanta politiche, e con fatti a volte accuratamente distorti pur di dimostrare una determinata tesi, è chiaro che questo libro ha avuto comunque il merito, indiscusso, di attirare l’attenzione su tutta una serie di particolari, anche di minore importanza, che non furono, di fatto, mai spiegati ufficialmente.

 

Perché furono sottratti dalla camera da letto del Papa alcuni suoi oggetti strettamente personali?

 

Perché non fu mai chiaro quali testi, appunti, o fascicoli stesse sfogliando prima di assopirsi, proprio un attimo prima di scivolare nel sonno e poi nella morte?

 

Perché mancavano le sue pantofole, i suoi occhiali, senza i quali chiaramente non avrebbe potuto leggere, alcuni appunti e il flacone del suo medicinale Efortil?

 

Perché la prima alta autorità ad entrare in quella stanza, il primo che Suor Vincenza andò a chiamare, fu casualmente tra tanti proprio Jean Villot, il nome in cima alla lista degli alti ecclesiastici aderenti alla Massoneria?

 

A tutto questo non c’è mai stata risposta, e probabilmente non ci sarà.

 

Se davvero le menti occulte che hanno progettato questo crimine in seno a una delle organizzazioni più potenti del mondo figurano in quella lista di nomi eclatanti approntata da Yallop, allora possiamo stare sicuri che la verità, alla fine, non sarà mai rivelata.

 

Tutto quello che possiamo fare è ricordare un uomo buono, un grandissimo Papa, che è rimasto tra noi forse per troppo poco tempo, e che ancora vive nel cuore della gente e nella memoria di tutti coloro che l’hanno conosciuto.

 

Lo lasciamo con le parole di quelli che lo ricordano con un misto di devozione e affetto.

"…egli è persona schietta, buona e profonda, una persona umanissima, conquistatrice delle anime, specialmente giovanili."

“Dirò ancora che egli ama ascoltare gli altri con attenzione cordiale e anche sorridendo; non col sorriso dell’ironia che raggela, ma con quello della comprensione di chi sa imparare dall’altro, con l’affetto di chi vuole bene e desidera incoraggiare. Il suo sorriso non nasce mai dai limiti delle persone, ma dai limiti delle cose e dei fatti umani”

“Il nuovo Papa è un uomo colto, assai più di quanto lascia scorgere. Il suo magazzino è incomparabilmente più fornito della sua vetrina.”

“Ma si sa che il card. Luciani, per indole è un uomo retrattile, e a furia di tirarsi da parte è finito sulla cattedra di Pietro. A questo Papa dal breve Conclave, fino a ieri quasi ignoto al mondo, è bastato un soffio per conquistarsi il cuore degli uomini. I sapienti rimangono stupiti. I semplici ne godono.”

“Quando parla non pesca le parole dai molti libri che ha studiato o che ha letto, le prende calde e chiare dal cuore e le lancia ai cuori. Dall’origine quelle parole non sbagliano il bersaglio... Mi sembra che il fascino di questa augusta e mite persona viene dal morso della povertà".

“E' passato come un fanciullo: ilare, scanzonato, un po' sbarazzino...".

 

"Ha portato nella Chiesa il sorriso aperto della bontà, la spontanea cordialità popolare, l'umiltà della saggezza e, oserei dire, il volto indifeso dell'innocenza. Così lo ricorderemo con il rimpianto di qualche cosa: che ci è stato sottratto anzitempo, ancora intatto di promesse e di futuro. Come un fanciullo.”

 

Possiamo solo dire che pochi uomini sono passati nella Storia con una tale velocità riuscendo nel contempo a seminare e a raccogliere tanto nel loro se pur breve cammino, se mai è esistito un raro esempio di spiritualità e di carità cristiana, questo è stato Albino Luciani tanto che ancora oggi, a ventisette anni di distanza, le parole che annunciavano la sua venuta ancora riscaldano i nostri cuori.

 

Il 26 Agosto del 1978, sulla folla festante in Piazza San Pietro, risuonava altisonante il commovente annuncio del cardinale Felici: «Habemus Papam, Albinum Cardinalem Luciani», il Patriarca di Venezia, bellunese.

Il 28 Settembre, nella sua camera al Vaticano, Albino Luciani,  il Papa del Sorriso, “colui che sapeva spezzare in briciole le verità della fede e farle penetrare nel cuore della gente”, lasciava il nostro mondo, per entrare, definitivamente nell’aura della santità e del mito.

Papa Luciani, L’Ipotesi del Complotto di Sabrina Marchesi http://guide.supereva.com/giallo_e_noir/interventi/2006/08/264949.shtml

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Terrore e morte al Circeo

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza

Il vigile notturno di servizio sulla strada avverte distintamente dei gemiti provenire dal bagagliaio di una 127 regolarmente chiusa e parcheggiata.

L'istinto lo porta a pensare immediatamente a qualcosa di grave. Telefona alla polizia,e subito dopo tenta di forzare il bagagliaio. Ne emerge una figura spettrale, una maschera di dolore e orrore, coperta di ferite e ematomi, completamente nuda. E' una ragazza di appena 17 anni, si chiama Donatella Colasanti, e la foto scattata al momento del ritrovamento la ritrae con gli occhi sbarrati, quasi increduli, di chi ha fatto un viaggio di andata e ritorno dall'inferno.
Tutto era iniziato qualche giorno prima di quel terribile 1 ottobre 1975. Due ragazze diciassettenni, Donatella Colasanti e Rosaria Lopez, conoscono un ragazzo, Carlo. Si scambiano i numeri di telefono con la promessa di rivedersi il giorno dopo. E' un venerdi, e all'appuntamento si presentano altri due giovani, che dicono di chiamarsi Angelo e Gianni. Parlano del più e del meno, infine decidono di rivedersi. I due giovani propongono la domenica seguente. Ma a Donatella la cosa non piace,per la domenica ha altri programmi, e convince anche la sua amica Rosaria a rinviare l'appuntamento, che viene fissato, dopo aver parlato e discusso ancora, per il lunedì alle 16,00. Con ritardo, si presentano solo Angelo e Gianni, dicendo che Carlo è impegnato nella preparazione di una festa a Lavinio. I due giovani invitano le ragazze alla festa. Donatella e Rosaria accettano, ma immediatamente si rendono conto che qualcosa non và. La direzione presa dai due porta a San Felice Circeo, non a Lavinio.Gianni, alla richiesta di spiegazioni da parte delle due ragazze risponde che la villa è più su di Lavinio, meta originaria. Quindi si ferma ad un bar per telefonare. Torna in macchina e convince le due ragazze a seguirlo, dicendo loro che Carlo avrebbe raggiunto il gruppo direttamente dal mare dov'era,e che i quattro potevano nel frattempo usare la villa. A Donatella gli inquirenti chiederanno spiegazioni sul perché non abbia chiesto al Guido (Gianni) di fermarsi e di farle scendere. La risposta della ragazza fù che non si erano rese conto di correre dei pericoli, e che fino a quel momento il comportamento dei due era stato irreprensibile.
Arrivano alla villa, si siedono nel salotto. Il tempo passa e le due ragazze iniziano a spaventarsi, chiedono di essere riaccompagnate. Gianni, dapprima con fare gentile, propone alle due ragazze di avere un rapporto sessuale, promettendo loro la somma di un milione di lire. Alla risposta negativa delle due, estrae una pistola, e racconta loro che in effetti ad arrivare non doveva essere Carlo, bensì Jacques Berenger, che, a suo dire, è il capo della banda dei marsigliesi e che è per suo ordine che le ragazze sono state portate nella villa. Sotto la minaccia delle armi,Rosaria e Donatella vengono chiuse in bagno. Il presunto Jacques arriva la notte, ma per le ragazze è una sorpresa. Ha più o meno trent'anni, parla perfettamente l'italiano,senza cadenza francese. Le guarda, ma non dice nulla. Anzi, in compagnia di Angelo se ne và. Secondo Donatella abbandona addirittura la villa.
La quale racconta confusamente lo scenario di violenza bestiale e brutale che si abbatte su di loro l'indomani .Le due ragazze vengono dapprima selvaggiamente picchiate, poi sottoposte a violenze e brutalità inenarrabili. I tre tentano di somministrare del narcotico alle loro vittime. Vengono iniettate loro tre siringhe di sonnifero, che però non sortiscono alcun effetto. A questo punto Rosaria viene separata da Donatella. E quello che le succede può solo essere ipotizzato. Donatella sente la sua amica urlare, poi lamentarsi sempre più lentamente. Infine, il silenzio. I tre tornano da lei e la brutalizzano ancora. La legano, la spogliano nuda e la trasportano tirandola per i polsi per tutta la casa. La ragazza sviene e rinviene varie volte. La colpiscono ancora, violentemente, questa volta con una spranga. Sono pugni,calci, colpi violenti di spranga, colpi inferti anche con il calcio della pistola. Donatella è semiincosciente, ma è viva. Gli uomini hanno perso il controllo, e probabilmente, in preda ad una furia cieca e incontrollata, bestiale, vogliono ucciderla. In un ultimo barlume di coscienza, Donatella capisce che se vuole salvarsi deve fingersi morta. I tre ci cascano, e decidono di sbarazzarsi del cadavere. Viene gettata letteralmente nel portabagagli, nel quale poco dopo viene aggiunto il corpo esanime della sventurata Rosaria. Quando Donatella, dopo il ricovero in ospedale, verrà interrogata, dirà più volte che nonostante le violenze subite è riuscita ad evitare quella più umiliante, la violenza carnale. Cosa che sarà confermata dall'esame ginecologico a cui viene sottoposta. Per Rosaria non è così: l'autopsia conferma la violenza carnale, avvenuta probabilmente nel momento della separazione delle due amiche. E' probabile che nel tentativo di salvarsi, Rosaria abbia accondisceso alle turpi richieste dei suoi sequestratori. Donatella racconta anche particolari scabrosi della vicenda. Angelo viene descritto come un semi-impotente, incapace di eccitarsi sessualmente; Gianni invece ne è capace, ma non vuole metter in imbarazzo l'amico, per cui non và oltre blandi tentativi. Infine Donatella racconta come sia riuscita a raggiungere un telefono, in un stremo tentativo di salvezza, e di come sia riuscita a comporre il 113;ma le sue indicazioni sono lacunose. Non dimentichiamo che è convinta di essere a Lavinio. Fatto stà che la cosa cade drammaticamente nel vuoto. Di Rosaria Lopez si scopre che non è morta in seguito alle percosse, ma che è stata soffocata nell'acqua.Colpita più volte mentre veniva immersa, ha subito l'estrema umiliazione di essere violentata anche mentre moriva. Visto che le lesioni agli organi sessuali sono ovunque. Le indagini scattano immediatamente, e portano all'arresto del proprietario della 127, Gianni Guido. Subito dopo viene arrestato Angelo Izzo. Il terzo componente della banda, Andrea Ghira, non verrà mai più catturato.Gianni Guido viene arrestato mentre si aggira attorno alla sua auto. E' probabile che avesse ascoltato le urla che provenivano dal bagagliaio della sua auto e volesse dare alla Colasanti il colpo di grazia. Chi è Gianni Guido? Un esaltato, gravitante nell'orbita degli ambienti neofascisti della capitale. Angelo Izzo è in libertà provvisoria, è stato da poco condannato per violenza carnale. Forse è per questo motivo che hanno ammazzato Rosaria e tentato di fare lo stesso con Donatella. Cos'ì com'è possibile che la situazione sia loro sfuggita di mano: hanno tentato infatti, prima di usare la violenza, di comprare la "compiacenza" delle sventurate.

Dopo un processo velocissimo, Guido e Izzo vengono condannati all'ergastolo nel 1976. tentano di fuggire nel 1977, prendendo in ostaggio un agente di custodia, ma vengono fermati. Nel 1980 Guido si vede ridotta la pena a trent'anni,in virtù dell'accordo di risarcimento della famiglia Guido con quella delle vittime.Trasferito in un altro carcere, a San Gimignano, diventa un detenuto modello. A tal punto di godere di ampia libertà. Infatti a gennaio 1981 Guido evade e ripara a Buenos Aires, dove viene successivamente arrestato:faceva il venditore di automobili.

Siamo nel 1985 e Guido, ricoverato in ospedale perché si è ferito nel tentativo di sfuggire alla cattura, mentre è in attesa di estradizione fugge nuovamente. Verrà definitivamente arrestato nove anni dopo a Panama. Izzo diviene un vero e proprio pentito di mafia,politico e quant'altro.Evade dal carcere di Alessandria il 25 agosto del 1994, ma viene arrestato venti giorni dopo in Francia.

Entrerà, con le sue farneticanti accuse a tutti e a tutto in diverse inchieste a fine anni 90.
Ghira non è mai stato nemmeno localizzato, e tutto purtroppo lascia prevedere che finirà i suoi giorni nell' oscurità, braccato come una belva dalla giustizia,che non ha mai smesso di cercarlo.

Terrore e morte al Circeo di Paolo Benetollo www.pagine70.com

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I coniugi Medici furono avvelenati

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

I coniugi Medici furono avvelenati

Cinque secoli per svelare uno dei più grandi misteri della storia fiorentina: Francesco I e Bianca Cappello furono uccisi con l'arsenico: è l'eccezionale scoperta della più ambiziosa indagine paleopatologica mai effettuata

 

Firenze, 28 dicembre 2006. - La storia della famiglia Medici dovrà essere riscritta. In particolare per quanto riguarda la morte di Francesco I, succeduto a Cosimo I nel 1564, e la moglie Bianca Cappello.

La versione ufficiale, e fino ad ora letta sui libri di storia, diceva che i due fossero morti a causa della malaria il 19 ottobre 1587. Ebbene da oggi si dovrà parlare della morte dei due coniugi per assassinio. Morte violenta causata da dosi di arsenico.

L'esame sui resti ha infatti smentito la morte per malaria ed ha invece confermato la presenza di tracce di arsenico. Grazie ad alcuni campioni di Dna prelevati dai resti di Francesco I - nel novembre 2004 - e grazie, soprattutto, ai reperti recuperati in una chiesa di Bonistallo, piccola frazione in provincia di Prato, dove furono sepolti i visceri della coppia prima dell'imbalsamazione, sono state effettuate delicatissime analisi tossicologiche, che hanno rivelato, dopo oltre quattro secoli, la presenza di dosi massicce del veleno.

Le indagini sono state effettuate grazie al grandioso 'Progetto Medici ' la più ambiziosa operazione di indagine paleopatologica mai intrapresa fino ad oggi su una dinastia regale, i cui risultati sono stati ora pubblicati dal 'British Medical Journal'.

Un delitto perfetto irrisolto per oltre 420 anni e che oggi trova soluzione. Il movente dell'omicidio dei due coniugi è da ricercarsi nelle lotte politiche frattricide. Il cardinale Ferdinando fece uccidere il fratello Francesco I perchè lo riteneva poco adatto a guidare un piccolo Stato ma potente come la Toscana del XVI secolo. E si liberò anche della moglie Bianca Cappello, una nobildonna veneziana, perchè avrebbe potuto accampare pretese dinastiche sul trono toscano.

La sera dell'8 ottobre 1587 Francesco I si sentì male, accusando forti dolori all'addome. Poco dopo anche la moglie Bianca fu allettata con dolori, febbre e vomito. Per la coppia cominciò un'agonia durata undici giorni tra dolori lancinanti. A Firenze si sospettò subito di Ferdinando, ma il cardinale per fugare ogni dubbio ordinò un'autopsia.

I medici compiacenti dichiararono che la morte era stata provocata da una 'malaria perniciosa'. Ferdinando ottenne la dispensa papale per lasciare il sacerdozio e succedere così a Francesco I, facendo della dinastia dei Medici una famiglia ancora più grande e potente.

Risolto il delitto perfetto da http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net dal 28 dicembre 2006

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OMICIDIO DELL'OLGIATA

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza

OMICIDIO DELL'OLGIATA

Contessa uccisa: 'Il dna dirà chi è il killer'

 

Roma, 5 gennaio 2007 - OLTRE QUINDICI anni di distanza dal fattaccio, la procura di Roma ha deciso di riaprire le indagini su uno dei più clamorosi delitti rimasti insoluti nella capitale: quello che ha avuto come vittima l’affascinante contessa Alberica Filo della Torre, 42 anni, tramortita con numerosi colpi di zoccolo alla testa e infine strangolata nella camera da letto della sua lussuosa villa all’Olgiata la mattina del 10 luglio 1991.
Proprio quel giorno la nobildonna e suo marito, il costruttore Pietro Mattei, avrebbero festeggiato, con un affollato party serale, il decimo anniverario di matrimonio.

A SOLLECITARE la riapertura dell’inchiesta, al momento contro ignoti, è stato Pietro Mattei con una istanza firmata dall’avvocato Giuseppe Marazzita e indirizzata al procuratore aggiunto Italo Ormanni, ora titolare del fascicolo insieme con il sostituto procuratore Nicola Maiorano. Il costruttore ha chiesto la riapertura del caso (archiviato nel 2005) facendo leva sulle nuove e più sofisticate tecnologie di indagine in materia di analisi dei reperti ematici.

COMPIACIUTO per la decisione della procura l’avvocato Marazzita «perché la nostra iniziativa è diretta ad accertare finalmente la verità con l’unico strumento possibile: la prova scientifica». Il penalista ha aggiunto: «Dopo questo accertamento o conosceremo il nome del colpevole, oppure il caso sarà definitivamente chiuso. La famiglia Mattei attende con serenità gli sviluppi investigativi».

ERA UNA TORRIDA mattina di luglio quando l’assassino entrò nella camera da letto dove si trovava la contessa, madre di due bimbi, l’aggredì e la uccise con ferocia. Poi, così come era entrato, il killer si dileguò senza che nessuno lo vedesse. Il delitto fu scoperto da una domestica filippina mentre in casa si trovavano i due figlioletti della coppia e quattro operai intenti a preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata. Pietro Mattei, invece, era al lavoro.Tra i primi ad accorrere nella villa fu uno dei funzionari del Sisde coinvolti nel processo per la gestione dei fondi neri del servizio segreto civile: furono avanzate diverse ipotesi circa la sua presenza sul luogo del delitto, ma in seguito si accertò che lo 007 era un amico di famiglia.

PER MESI un groviglio di piste convolse il domestico filippino Manuel Winston e Roberto Jacono, figlio dell’ex governante dei Mattei. Lo stesso marito della vittima fu sfiorato dai sospetti. Gli accertamenti vennero incentrati soprattutto su alcune tracce ematiche trovate nella villa e sui pantaloni di Winston e di Iacono al fine di stabilire se appartenessero alla vittima, ma per entrambi gli indagati l’esito dell’esame del Dna fu negativo e, di conseguenza, essi vennero scagionati.

ORA PIETRO MATTEI ha chiesto alla procura romana che i reperti — cioè i pantaloni di Winston e di Jacono, ma anche il lenzuolo del letto della contessa, la canottiera e il completo intimo che la donna indossava quando fu uccisa, e lo zoccolo usato dall’assassino come arma — siano riesaminati con gli attuali sistemi di indagine.

Sistemi che, secondo Mattei, possono fornire elementi per l’identificazione dell’omicida sicuramente più efficaci di quelli utilizzati 15 anni fa.

ALL’ISTANZA presentata dal costruttore, infatti, è allegata una consulenza di due biologi da cui emerge che le tecniche utilizzate all’epoca dei fatti «presentavano una serie di inconvenienti, quali la notevole quantità di Dna necessaria per ottenere significativi risultati e la facile degradabilità e contraffazione dei campioni di Dna». Attualmente, invece, le nuove tecnologie «consentono una facilità analitica dei reperti biologici che conduce alla determinazione di un profilo genetico oggettivo, poiché raggiunto mediante sistemi computerizzati».

Da http://ilrestodelcarlino.quotidiano.net  di GAETANO BASILICI

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Olgiata, chiesta la riapertura dell'indagine

di Sabina Marchesi (03/05/2007)

A cura di Ceriani Ciniza


La Repubblica del 29 dicembre 2006, Delitto dell'Olgiata

 

Il marito della contessa Filo Della Torre presenta istanza alla Procura
Ancora insoluto il delitto dopo quindici anni e due archiviazioni

Olgiata, chiesta la riapertura dell'indagine
"Le nuove tecniche sveleranno l'assassino"

 

Albertica Filo Della Torre fu uccisa il 10 luglio 1991

ROMA - Dopo quindici anni di indagini e due procedimenti di archiviazione, il marito di Alberica Filo Della Torre chiede che si riapra il fasciolo del delitto dell'Olgiata. Le nuove tecniche scientifiche, più sofisticate e attendibili di un tempo, potrebbero consentire di compiere accertamenti sconosciuti all'epoca dalla polizia scientifica. La riapertura delle indagini è stata sollecitata dal costruttore romano Pietro Mattei, marito della nobildonna, con un'istanza di venti pagine recapitata al procuratore aggiunto Italo Ormanni.


"Le nuove tecnologie più sensibili". Secondo i consulenti interrogati dal consorte della vittima, "le tecniche allora conosciute presentavano una serie di inconvenienti quali la notevole quantità di Dna necessaria per ottenere significativi risultati e la facile degradabilità e contraffazione dei campioni". Per i due esperti, infatti, "le nuove metodologie di laboratorio hanno una sensibilità di circa 1.000 volte superiore a quelle metodologie utilizzate quindici anni fa". Sulla base del parere espresso dai consulenti, il marito della contessa ritiene che "queste nuove indagini emato-chimiche e genetiche si possano fare anche su reperti molto vecchi o degradati" come quelli conservati dal '91 negli archivi della Procura.


Chiesta la riapertura dell'inchiesta di Via Poma. Sulla base dell'evoluzione delle tecniche investigative, soprattutto a livello di identificazione di tracce ematiche, è stata riaperta da qualche tempo anche l'inchiesta sull'omicidio di Via Poma in cui perse la vita
Simonetta Cesaroni, l'impiegata dell'Associazione degli ostelli della Gioventù uccisa con 30 coltellate il 7 agosto 1990.

 

I cinque reperti. L'attenzione si concentra una volta ancora sulle tracce raccolte nella stanza della vittima (un lenzuolo, una canottiera, un completo intimo, oltre ad uno zoccolo) e sui jeans sequestrati a Roberto Jacono, figlio della governante dei due figli della vittima, e Manuel Winston, domestico filippino di casa Mattei, indagati a piede libero per omicidio volontario e poi scagionati proprio da quell'esame del Dna di cui oggi, il consorte della contessa uccisa, contesta la veridicità.


La contessa fu strangolata. Era il 10 luglio del '91 quando un misterioso killer entrò nella stanza da letto della contessa, 42 anni, la strangolò e la colpì con uno zoccolo alla testa. Proprio quel giorno, nella villa avvolta nel verde dell'Olgiata, la donna, molto bella, avrebbe dovuto festeggiare i dieci anni di matrimonio. Il delitto fu scoperto da una domestica, mentre in casa si trovavano i due piccoli figli che avevano da poco fatto colazione e nella villa erano al lavoro alcuni operai per preparare la festa che si sarebbe tenuta in serata. Il marito, invece, era al lavoro.


Scagionati i due sospetti. Secondo l'accusa, i due sospetti avevano motivi per nutrire rancore nei confronti della vittima. Roberto Jacono non aveva gradito il licenziamento della madre; il domestico filippino doveva restituire alla padrona di casa un milione di lire ed era stato più volte sorpreso a discutere animatamente con la contessa. Ma l'esame del Dna li scagionò entrambi e per ben due volte, la Procura ha chiesto e ottenuto l'archiviazione dell'indagine per "mancata indentificazione dell'omicida".


La testimonianza della figlia di Ornella Muti. L'ultima volta, lo scorso anno quando, ancora su richiesta del marito della vittima, furono svolti nuovi accertamenti dopo che Naike Rivelli, figlia di Ornella Muti, disse in un'intervista: "Lo sanno tutti chi è stato" ad uccidere Alberica. Quando però fu sentita come testimone dai carabinieri, Naike Rivelli ritrattò e ammise che le sue dichiarazioni erano del tutto infondate.

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Innocente Fino a Prova Contraria

di Sabina Marchesi (10/04/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Oggi è un principio universalmente riconosciuto dalla maggior parte dei sistemi giuridici che attribuiscono l’onere della prova all’accusa, e addirittura prevedono il verdetto garantista per eccellenza.

foto intervento

 

 

Per condannare un imputato nella maggior parte dei casi occorre una giuria di suoi pari, equamente convinta, nella sua totalità, della colpevolezza del loro simile “al di là di ogni possibile dubbio”.

 

Esistono emendamenti che consentono all’interrogato di non effettuare ammissioni che andrebbero contro i suoi stessi interessi, determinate prove non sono nemmeno ammesse nelle aule dei tribunali, i coniugi non possono essere costretti a testimoniare contro il loro congiunto in assenza di una loro precisa volontà in tal senso, e lo stesso individuo non può essere processato due volte per lo stesso reato.

 

Questo per quanto riguarda le norme internazionali, senza dilungarsi sulle lungaggini burocratiche, la decorrenza dei termini, gli avvisi di garanzia, gli arresti domiciliari, il ricorso in appello e qualche altra decina di provvedimenti tesi ad assicurare, a seconda dei casi, la totale impunità o la giustizia, in maniera più o meno equanime.

 

Ma una volta, certo, non era affatto così.

 

Già nel Diritto Romano, che comunque prevedeva la confessione dell’imputato come passaggio imprescindibile prima di giungere a una sentenza e a una condanna, non aveva poi molta importanza in che maniera questa confessione venisse strappata, estorta od ottenuta.

 

Le torture e le sevizie fisiche inflitte ai prigionieri per ottenere informazioni compromettenti  erano in uso fin dall’antichità, presso gli Incas, i Maya, i Sumeri, i Babilonesi, gli Egiziani e gli Antichi Romani.

 

Non meno utilizzato nei processi era il terrorismo psicologico o verbale e l’utilizzo di minacce, più o meno velate, di persecuzioni e ritorsioni verso i familiari dell’imputato o del testimone.

 

Solo alla fine del ‘700, secolo illuminato per eccellenza, ci si comincia ad interrogare sulla piena legittimità dell’utilizzo di questi sistemi di costrizione fisica e psicologica e dell’ammissibilità delle prove così ottenute, compresa la confessione, in un’aula di tribunale.

 

A questo punto naturalmente, non potendo più materialmente costringere l’imputato a confessare la verità, occorreva trovare delle valide alternative, non tanto per convincerlo a parlare, quanto piuttosto per appurare se quanto testimoniato corrispondesse o meno alla verità.

 

Uno dei precursori dei moderni sistemi di interrogatorio su induzione chimica fu, sorprendentemente, il popolo degli Aztechi che usava somministrare delle sostanze allucinogene ai sospettati per abbassarne le difese psicologiche.

In Europa i primi tentativi in questo senso si verificarono solo alla metà del 1800 tramite l’utilizzo di pozioni chimiche distillate da piante erbacee allucinogene.

 

Si deve al medico francese Moureau de Tours la scoperta di un sintomatico “siero della verità”, che induceva i pazienti a parlare liberamente, ispirando anche un certo grado di simpatica euforia.

 

La mistura fu sperimentata segretamente durante gli interrogatori della Sùretè di Parigi e consisteva in un composto di protossido di azoto, cloroformio ed hashis.

 

Furono poi gli Americani durante le due Guerre Mondiali a sviluppare ulteriormente questi sistemi di induzione chimica con la sperimentazione di sostanze medicinali come i barbiturici, il Pentotal e il Nembutal, utilizzati per gli interrogatori del nemico e nel corso delle attività di controspionaggio.

 

Analogamente intanto si procedeva a mettere a punto tecniche sofisticate di rilevazione delle mutazioni fisiologiche del corpo umano durante una deposizione, allo scopo di appurare il grado di veridicità delle dichiarazioni rese.

 

Il primo sperimentatore assoluto in questo campo fu l’antropologo criminale Cesare Lombroso, autore dei primi veri trattati di criminologia ed inventore del primo prototipo di macchina della verità risalente al 1895, chiamato Idrosismografo.

 

Il dispositivo, piuttosto rudimentale ma efficace, consisteva in un mero esame visivo e sensoriale delle micro reazioni prodotte dalle pulsazioni del soggetto interrogato,  amplificate in un bacino acqueo.

 

La mano dell’imputato veniva adagiata in una bacinella colma di liquido dove un tubo di gomma immerso nella soluzione riproduceva tramite un ago una traccia su un grafico che identificava, più o meno fedelmente, le variazioni del battito cardiaco.

 

L’idea di fondo era che l’atto di mentire fosse premeditato e che quindi esso causasse comunque nell’individuo un’alterazione, anche se impercettibile, delle sue pulsazioni.

 

Macchinari via via sempre più perfezionati, sfruttando comunque l’intuizione di base che si rivelò fondamentalmente corretta, giunsero a porre sotto controllo anche il livello di conduzione cutanea, la pressione, il ritmo respiratorio, l’alterazione della temperatura corporea, la dilatazione della pupilla e l’intensità della sudorazione.

 

Nonostante però l’alto livello di affidabilità “fisiologica”, il moderno Poligrafo ancora non è ammesso come prova nei Tribunali, ma solo come testimonianza a latere equivalente a una semplice perizia tecnica.

 

Si è infatti scoperto, tramite la sperimentazione, che esistono individui talmente abituati a mentire che le loro alterazioni risultano talvolta sotto la soglia minima di allarme, rendendo di fatto impossibile per gli esperti distinguere le affermazioni veritiere del soggetto da quelle fallaci.

 

Inoltre per chi conosca il meccanismo non sarebbe molto difficile adulterare il test simulando affanni di respirazione, esitazioni impercettibili, o, al contrario, operando un ferreo controllo mentale sulle espressioni corporee e fisiche al fine di rendere impenetrabile la propria testimonianza e “non leggibili” i dati dell’interrogatorio.

 

Sono allo studio macchinari, piuttosto futuristi per il momento, che prevedono addirittura una sorta di lettura delle onde cerebrali, nella presunzione di poter rilevare una maggiore attività in una determinata area del cervello, quella deputata, appunto alla fabbricazione delle bugie.

 

Non ultimo il metodo dell’imprinting, altrimenti denominato micro sequenza o firma elettronica.

 

Al soggetto verrebbe fatto visionare un filmato, rigorosamente anonimo, nel corso del quale, su un singolo fotogramma praticamente invisibile all’occhio umano, ma recepibile dal cervello, verrebbe inserito un dettaglio fondamentale legato al crimine in oggetto, qualcosa comunque mai reso pubblico e che solo il vero colpevole potrebbe riconoscere.

 

L’esame visivo e chimico delle reazioni dell’imputato alla visione “occulta” di quel singolo fotogramma potrebbe forse un giorno essere una prova incriminante in grado di far condannare un uomo.

 

Quindi d’ora in poi attenti quando rubate la marmellata perché potreste facilmente essere incastrati da una testimonianza elettronica o robotica dell’ultimissima generazione o in alternativa essere i protagonisti di uno degli ennesimi errori giudiziari del futuro.

 

In ogni caso, qualora foste destinati a bruciare sul rogo per il furto di un barattolo di conserva o per l’appropriazione indebita di un fiasco di vino, vi auguriamo di cuore che prima di raggiungere le migliaia di eretici e streghe condannati a morte durante i temibili anni della Santa Inquisizione abbiate provveduto a godervi la vita e a dare come di prammatica le vostre ultime disposizioni testamentarie.

 

Sabina Marchesi

 

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L'antico codice del banditismo sardo

di Sabina Marchesi (10/04/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Per la comunità barbaricina la vendetta era considerata un ordinamento giuridico che pur non essendo scritto in alcun codice, sono tuttavia sancita da consuetudini comportamenti tradizionali rimasti immutati nel tempo. Secondo l'antico codice in vigore nella Barbagia, la zona della Sardegna dominata dal banditismo e dedita alla pastorizia.

foto intervento Codice Barbaricino da http://barbaricina.blog.tiscali.it/yc2114441/ CODICE BARBARICINO di Giovanni Meloni

 

 Per questa comunità le leggi dello stato erano regole non comprese, e pertanto non rispettate di un altrettanto non compreso stato nazionale. Attraverso un'indagine diretta svolta fra i membri di questa comunità -pastori, contadini, protagonisti di clamorosi fatti di banditismo- ANTONIO PIGLIARU nel suo libro "Il banditismo in Sardegna" ricava l'esistenza di tutta una serie di norme di comportamento millenarie vincolanti e imperative -la balentia, l'onore- a cui tutti dovevano conformarsi perché regolavano l'ordine e la convivenza sociale. Quando venivano violate, la comunità ritenevano di avere il diritto di riparare all'offesa subita con la vendetta, e a sua volta regolata da precise norme non scritte. La vendetta diventava dunque giustizia di cui si faceva carico l'intera comunità.


PRINCIPI GENERALI:

1) L'offesa deve essere vendicata. Non è uomo d'onore chi si sottrae al dovere della vendetta, salvo nel caso che, avendo dato con il complesso della sua vita prova della propria virilità, vi rinunci per un superiore motivo morale.

 

2) La legge della vendetta obbliga tutti coloro che ad un qualsivoglia titolo vivono ed operano nell'ambito della comunità.

 

3) Titolare del dovere della vendetta è il soggetto offeso, come singolo o come gruppo, a seconda che l'offesa è stata intenzionalmente recata ad un singolo individuo in quanto tale o al gruppo sociale, nel suo complesso organico, sia immediatamente sia mediatamente.

 

4) Nessuno che vive ed opera nell'ambito della comunità può essere colpito dalla vendetta per un fatto non previsto come offensivo. Nessuno può essere altresì tenuto responsabile di un offesa se al momento in cui ha agito non era capace di intendere e di volere, nel quel caso rispondono i moralmente responsabili.

5) La responsabilità è o individuale o collettiva a seconda che l'evento offensivo consegua all'azione di un singolo individuo o a quella di un gruppo organizzato operante in quanto tale. Il gruppo organizzato sia sulla base di un vincolo naturale sia per effetto di sopravvenuti rapporti sociali, risponde dell'offesa quando questa è cagionata da un singolo membro del gruppo con iniziativa individuale nel caso in cui il gruppo medesimo, posto di fronte alle conseguenze dell'azione offensiva, esprima, in modi e forme non equivoci, attiva solidarietà nei confronti del colpevole in quanto tale.


6) La responsabilità di chiunque si trova nella condizione di ospite è solo personale e deriva dalle eventuali azioni od omissioni di lui, in rapporto ai doveri particolari del suo stato.

7) La vendetta deve essere eseguita solo allorché si è conseguita oltre ogni dubbio possibile la certezza circa l'esistenza della responsabilità a titolo di dolo da parte dell'agente.

8) L'offesa si estingue:

a) quando il reo lealmente ammette la propria responsabilità assumendo su di se l'onere del risarcimento richiesto dall'offeso o stabilito con lodo arbitrale;

b) quando il colpevole ha agito in stato di necessità ovvero per errore o caso fortuito ovvero perché costretto da altri mediante violenza cui non poteva sottrarsi. In questo ultimo caso risponde dell'offesa l'autore della violenza.


9) L'applicazione della legge della vendetta viene altresì sospesa nei confronti di chi, pur fondatamente sospettato, chiede e ottiene di essere sottoposto alla prova del giuramento onde essere liberato. In tal caso il giuramento deve essere prestato secondo la seguente formula: <>. E però ammessa, previo accordo, l'omissione della seconda parte della formula. Il giuramento liberatorio ha valore identico agli effetti della presente norma, sia che venga effettuato in presenza di terzi convocati in qualità di testimoni; ovvero in forma solennissima, secondo le consuetudini locali.


10) L'inadempimento fraudolento degli oneri derivanti dall'applicazione di quanto è indicato all'art. 8,a); ovvero il giuramento che risulti falso alla luce di ulteriori prove intervenenti a confermare le responsabilità del colpevole, costituiscono aggravante specifica. Nel caso del falso giuramento l'offesa è ulteriormente aggravata se il giuramento è stato reso in forma solenne.


LE OFFESE:

11) Un'azione determinata è offensiva quando l'evento da cui dipende la esistenza di essa offesa è preveduto e voluto allo scopo di ledere l'altrui onorabilità e dignità.


12) Il danno patrimoniale in quanto tale non costituisce offesa né motivo sufficiente di vendetta. Il danno patrimoniale costituisce offesa quando, indipendentemente dalla sua entità, è stato prodotto con specifica intenzione di offendere, ovvero è stato realizzato in circostanze tali da implicare, per se medesimi, sufficiente ragione di offesa, ovvero quando in esso sia presente l'esplicita volontà di recare danno effettivo.


13) Le circostanze dell'offesa sono oggettive e soggettive. Le circostanze oggettive dell'offesa concernono la natura, la specie, i mezzi, l'oggetto e il modo dell'azione. Le circostanze soggettive concernono l'intensità del dolo o le condizioni e qualità del colpevole ovvero i rapporti esistenti o esistiti tra il colpevole e l'offeso.


14) Pertanto il danno patrimoniale costituisce offesa nei seguenti casi:

a)     furto di bestiame quando esso pur rientrando nella normale pratica dell'abigeato è stato consumato: 1) da un nemico; 2) da chi è stato compagno d'ovile dell'offeso e conosce per tanto l'organizzazione tecnica dell'ovile medesimo; 3) dal titolare dell'ovile confinante; ovvero se è stato reso possibile dalle loro complicità od omertà;

b)     furto della capra da latte destinata alla alimentazione del complesso famigliare;

c)      furto di un maiale destinato all'ingrasso per motivo di economia famigliare;

d)     furto o sgarrettamento di una vacca destinata in dono al neonato, alla sposa, all'orfano;

e)     furto o sgarrettamento di un cavallo ovvero di un giogo di buoi destinati alla normale pratica del lavoro;

f)        distruzione vandalica del bestiame ovino, bovino, equino;

g)     incendio doloso;

h)      pascolo abusivo entro un terreno recintato, consumato con scopo provocatorio ovvero a titolo di dispetto;

i)        ingiusta divisione patrimoniale, che consegue ad un comportamento sleale posto in essere con il deliberato disegno di recare un danno effettivo a persona non in condizioni di fare valere al giusto momento le proprie ragioni, per una qualsivoglia circostanza di fatto;

j)        esercizio esoso delle proprie ragioni effettuato con intenzione di offendere.


15) Quando più persone concorrono alla esecuzione materiale di un fatto elencato nell'art. 14, non ne risponde chiunque vi abbia partecipato:


a) non essendo a titolo personale nelle condizioni espressamente previste per quanto concerne i casi preveduti dalla lett. a);

b) non essendo a conoscenza della particolare natura o destinazione della cosa, nei casi di alle lettere b), c), d), e);

c) avendo agito per esecuzione di mandato ricevuto, senza altra partecipazione che di natura tecnica al verificarsi dell'evento, nei casi di cui alle lettere f), g), h);

Non risponde altresì dell'offesa colui il quale, in ordine al caso di cui alla lettera i), abbia agito in buona fede perché tratto in errore da terzi.


16)Inoltre costituisce offesa:


a) il passaggio provocatorio di un nemico attraverso un terreno chiuso;

b) l'ingiuria, quando l'offesa al decoro di una pecora o di un gruppo è recata con attribuzione di un fatto determinato ma falso, tale da ledere l'onorabilità della persona o del gruppo cui il fatto medesimo venga attribuito;


c) la diffamazione e la calunnia, quando concorrono le stesse circostanze previste per la ingiuria;

d) la rottura di una promessa di matrimonio. In questo caso è aggravata quando il fatto è in sé privo di giustificazione; ovvero allorché l'azione è stata posta in essere in circostanze tali da compromettere pubblicamente l'onere della promessa sposa e insieme la dignità e l'onere della famiglia cui essa appartiene. Costituisce altresì offesa ulteriormente aggravata la rottura della promessa di matrimonio quando il colpevole abbia agito con lo scopo di menomare l'onore della promessa sposa ovvero di offendere la di lei famiglia;

e) la non giustificata rottura o il mancato adempimento di un patto stabilito per qualunque motivo a fine nelle debite forme. L'offesa è aggravata se il soggetto recedente si avvale del vantaggio a lui derivante dalla qualità di socio per recare o favorire chi intende recare un danno all'altra parte. L'offesa è ulteriormente aggravata quando il recesso ovvero l'inadempienza sono stati posti in essere allo scopo di recar danno;


f) la delazione, ove non sia effettuata dalla parte lesa ma avvenga a scopo di lucro ovvero a titolo di dispetto. L'offesa è aggravata quando viene recata con confidenza all'autorità di pubblica sicurezza invece che all'autorità giudiziaria;


g) la falsa testimonianza resa da persona non legittimata dalla qualità di parte lesa. La falsa testimonianza non offende quando è prestata da chi esercita la professione di teste falso ovvero da chi dichiara il falso a favore dell'imputato indipendentemente dalla colpevolezza o non colpevolezza di quest'ultimo;


h) ogni azione posta in essere contro la persona ospitata. In tal caso titolare della vendetta è la persona o il gruppo ospitante;


i) l'offesa del sangue;

 

17) Costituisce offesa ogni azione intesa a produrre un fatto di natura offensiva quando l'evento non si verifica, ove ciò sia dipeso dalla mutata volontà dell'agente e tuttavia gli atti compiuti esprimono in modo idoneo e non equivoco la volontà di recare offesa.

LA MISURA DELLA VENDETTA:

18) La vendetta deve essere proporzionata, prudente o progressiva. S'intende per vendetta proporzionata un'offesa idonea a recare un danno maggiore ma analogo a quello subito; s'intende per vendetta prudente un'azione offensiva posta in essere dopo la conseguita certezza circa la esistenza della responsabilità dolosa dell'agente e successivamente al fallito tentativo di pacifica composizione della vertenza in atto, ove le circostanze della offesa originaria rendono ciò possibile; s'intende per vendetta progressiva un'azione offensiva posta in essere con prudenza e tuttavia adeguantesi con l'impiego di mezzi sempre più gravi o meno gravi all'aggravarsi od all'attenuarsi progressivo dell'offesa originaria, anche in conseguenza dell'eventuale verificarsi di nuove circostanze che aggravino ovvero attenuino l'offesa originaria o del progressivo concorrere nel tempo di nuove ragioni di offesa.


19) Sono mezzi normali di vendetta tutte le azioni prevedute come offensive a condizione che siano condotte in modo da rendere lealmente manifesta la loro natura specifica.

20) Costituisce altresì strumento di vendetta il ricorso alla autorità giudiziaria quando oltre la certezza morale sulla responsabilità dolosa dell'agente si è conseguita una ragionevole certezza sulla sufficienza processuale delle prove raggiunte; e il danno derivante dall'esito del processo si può prevedere sufficientemente adeguata alla natura dell'offesa secondo i principi della legge sulla vendetta in generale.


21) Nella pratica della vendetta, entro i limiti della graduazione progressiva, nessuna offesa esclude il ricorso al peggio sino al sangue. Parimenti nessuna offesa esclude la possibilità di una composizione pacifica, allorché il comportamento complessivo del responsabile rende ciò possibile.


22) La vendetta deve essere esercitata entro ragionevoli limiti di tempo, a eccezione della offesa del sangue che mai cade in prescrizione.


23) L'azione offensiva posta in essere a titolo di vendetta costituisce a sua volta motivo di vendetta da parte di chi ne è stato colpito, specie se condotta in misura non proporzionata ovvero non adeguata, ovvero sleale. La vendetta del sangue costituisce offesa grave anche quando è stata consumata allo scopo di vendicare una precedente offesa di sangue.

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I DUE VOLTI DI PAPA RATZINGER QUANDO LA PEDOFILIA NON E’ PIU’REATO MA SEMPLICE PECCATO

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

 A cura di Ceriani Cinzia

  Vicenza, 25 novembre 2006

È in onda proprio in questo periodo, sul canale 520 di Sky, il reportage realizzato dalla rete inglese BBC, “Sex Crimes and The Vaticans”, in grado di attestare gli amari fatti che caratterizzano la vita del pontefice, prima della sua elezione, in netto contrasto con ciò che, invece, và predicando. Come si suol dire: “ fate quel che dico ma non quel che faccio”…  

A citare in giudizio, davanti ad una corte texana, il cardinale Joseph Ratzinger, insieme ad altri clericati nel gennaio del 2005, è l’avvocato statunitense Daniel J. Shea, con l’accusa di aver coperto e occultato, forte del documento “Crimen Sollicitationis”, emesso nel 1962 dalla Congregazione per la Dottrina della Fede di cui Ratzinger era a capo, atti di violenza sessuale compiuti da religiosi su minori.

Il documento, ormai considerato privo di valore per il Vaticano, come previsto dal Codice di diritto Canonico, descrive gli adeguati atteggiamenti da assumere in presenza di gravi delitti. Shea, al contrario, riesce a dimostrare la sua attuale validità attraverso una lettera datata 18 maggio 2001 firmata dallo stesso Ratzinger e dell’arcivescovo Tarcisio Bertone.

Tale lettera è un invito da parte del futuro pontefice, sotto minaccia di scomunica, ad apporre silenzio sulle inchieste avviate riguardo ai preti pedofili; le vittime di codesti religiosi, inoltre, sono tenute a non rivelare le accuse prima di aver compiuto la maggior età a cui vanno sommati, poi, altri dieci anni di attesa. Solo a quel punto spetterà unicamente a Roma la competenza di trattare gli abusi dichiarati.

Tra i “protetti” spicca il sacerdote messicano Marcial Marcel Degollado, fondatore dell’ordine dei Legionari di Cristo, accusato di pedofilia da uno dei suoi adepti, padre Juan Vaca: “…Quante innumerevoli volte mi ha svegliato nel cuore della notte, abusando della mia innocenza. Notti di paura…”

Peter Keisler, vice ministro della giustizia degli Stati Uniti, però, conscio di tutto questo, comunica al tribunale che Benedetto XVI, in veste di capo dello Stato Pontificio, gode di immunità e gli atti processuali a carico del pontefice sarebbero incompatibili con gli interessi della politica estera americana, che dal 1984 ha allacciato rapporti diplomatici con la Santa Sede.

Fatica, la comunità cattolica, a credere a coloro che, blasfemi, addossano le colpe di simili ignominie al Santo Padre, lodevole, nel suo discorso contro la pedofilia.

“Gli abusi sessuali su minori compiuti da religiosi sono enormi crimini… di fronte ai quali” , continua Ratzinger, “occorre stabilire la verità di quanto accaduto al fine di adottare qualsiasi misura necessaria per prevenire la possibilità che i fatti si ripetano.”

Il bersaglio delle parole del Papa, un uomo come tanti altri, in fondo, sono i cuori e le coscienze; definisce la pedofilia un seme subdolo e insidioso da estirpare alla radice, ma al contempo, dallo scorso novembre, vieta, con precise direttive papali, agli omosessuali di frequentare i seminari e prendere i voti sacerdotali.

 

 

 

                                         

                                                                                            Ceriani Cinzia

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PERCHE’ NON SE NE PARLA

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

 

800.000 vittime trucidate in 100 giorni contro le 2980 del World Trade Center.

Gli esecutori materiali del genocidio avvenuto in Ruanda nel 1994 è la stessa popolazione ruandese, gli Hutu, scagliata con forza alla distruzione del secondo popolo, per incremento demografico, del Ruanda, i Tutsi.

A pianificare fin dagli anni ottanta la guerra civile, scatenata in gran parte dagli europei che con le colonie di Francia e Belgio introdussero il concetto di razzismo, è la moglie del presidente ruandese, Agathe, dopo l’assassinio del marito.

Agathe e i suoi fratelli, complici del misfatto, ora si trovano, protetti da asilo politico, rispettivamente in Francia e in Belgio, finanziatori del massacro.

La radio e i media locali incitano ad uccidere e invitano i Tutsi,consapevoli e sottomessi, a presentarsi ai posti di blocco per consegnarsi ai loro carnefici. Gli stranieri vengono fatti evacuare rapidamente e i caschi blu presenti nella zona si barricano nelle caserme.

I danni subiti e provocati sono incalcolabili: migliaia gli orfani e le vedove, le donne vengono stuprate e poi uccise, epidemie e cadaveri dilaniati ovunque.

A dodici anni dal tragico evento nessuno lo ricorda e nessuno ne parla, attorno vi è solo silenzio e i giovani non sanno neppure cosa è accaduto. Forse è troppo grande la vergogna dell’ONU e del resto del mondo per non essere intervenuti, per non aver fermato la carneficina quando avrebbero potuto, o forse la vita umana non ha sufficiente valore da indurre i potenti a reagire.

L’11 settembre 2001 inizia la rappresaglia fra Oriente ed Occidente.

Gli attentati terroristici nel centro di Manhattan e sul Pentagono ne sono la causa.

Una delle più grandi potenze mondiali, l’America, colpita nel cuore e nell’orgoglio, assurdo, tanto da spingere i maligni ad insinuare il tarlo del complotto interno, del “lo sapevano e hanno lasciato che accadesse”.

L’Iraq viene bombardato, i maggiori stati europei si alleano con il continente oltraggiato e l’ONU si mobilita.

Gli U.S.A sono potenti e, se infastiditi, pericolosi e l’amicizia è un bene prezioso.

Vengono raccolte le testimonianze dei superstiti delle Twin Towers, si aprono dibattiti religiosi, partono gli speciali e i documentari trasmessi in prima serata dalla tv nazionale, i soccorritori e i soldati che partono in missione di pace sono eletti a eroi.

Gli articoli che riguardano la strage si moltiplicano e i riferimenti, anche se brevi, su quella triste e recente pagina di storia d’oltre oceano sono sulla bocca di tutti ad ogni occasione.

Il terrorismo è un problema che riguarda il  mondo intero. Il genocidio del Ruanda, evidentemente, riguarda solo il Ruanda.

 

 

 

 

                                                                                           Ceriani Cinzia

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“ QUELL’OMICIDIO DEL LAGO DI COMO…” IL CASO BELLENTANI

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


È conservata al Museo Criminologico del palazzo Del Gonfalone a Roma la rivoltella calibro 9 con cui la contessa Bellentani, la sera del 15 Settembre 1948 all’Hotel Villa D’Este di Cernobbio, spara a Carlo Sacchi, suo amante ormai da parecchio tempo.

 

Pia Caroselli, il suo cognome da nubile, nasce a Sulmona, in Abruzzo, il 29 Gennaio 1916 ed è l’ultima di sei fratelli e sorelle; la sua è una famiglia umile che entra a far parte della medio- bassa borghesia grazie ad alcuni investimenti nel campo delle costruzioni edili. La madre, molto religiosa, le impartisce la sua prima educazione, rigida e conservatrice, imponendole, in seguito, di frequentare una scuola cattolica gestita da religiose. La ragazza dimostra fin da subito un temperamento passionale intervallato da frequenti sbalzi d’umore difficilmente controllabili, ama trascorrere il tempo in solitudine scrivendo poesie d’amore e fantasticando, fra le pagine dei romanzi, di amori platonici e sofferti.

Durante una vacanza a Cortina D’Ampezzo insieme alla madre, Pia, all’età di ventun’anni, conosce e ammalia con la sua bellezza il conte Lamberto Bellentani, industriale quarantenne con un’ingente conto in banca, a cui la mano di Pia viene concessa senza alcuna opposizione avendo, i genitori della ragazza, una così facoltosa opportunità.

I due si sposano il 15 Luglio 1938 e conducono, con le loro due bambine Stefania e Flavia, una serena esistenza a Reggio Emilia e a Bologna.

Due anni dopo, ad un gala organizzato all’Hotel Des Bains di Venezia, avviene l’incontro con Carlo Sacchi, industriale della seta sposato con un’ ex ballerina viennese, padre di tre bellissime bambine e amante di numerose donne.

I rapporti fra le due famiglie, quella dei Bellentani e quella dei Sacchi, s’infittiscono quando, allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale, quest’ultimi si trasferiscono a Cernobbio e Pia stringe amicizia con la sorella di Carlo, Ada Mantero Sacchi.

Distrutto dal dolore per la perdita di una delle sue figlie, Carlo, trova conforto, nel fisico e nello spirito, fra le braccia della contessa Bellentani, paziente e amorevole, come dimostrano queste poche righe estratte da una missiva dell’epoca:

“ Tu hai suscitato in me sensazioni mai conosciute, risvegliato sensazioni nuove, hai sconvolto il mio cuore e i miei sensi: mi hai fatto conoscere quello che si chiama amore.”

Così, mentre Pia si concede totalmente a Carlo immersa in un vortice di emozioni nuove e coinvolgenti, lui si trascina da una donna all’altra fino all’entrata in scena di Sandra Guidi, detta Mimì, momentanea fiamma di un Sacchi incapace di mettere la parola fine al rapporto con Pia.

Furente, ferita nell’orgoglio e livida di gelosia, la contessa tenta addirittura il suicidio gettandosi, a bordo di una motoretta, sotto le ruote dell’auto dell’amante. Carlo sterza bruscamente, smonta e aggredisce verbalmente la donna, colpevole di avergli ammaccato la sua lussuosa macchina sportiva.  Si susseguono lettere, inviti e richieste d’incontri da parte di Pia che perseguita, instancabile, l’uomo.

 

La sera del 15 Settembre, alla sfilata di presentazione della collezione inverno ’48- ’49 della sarta milanese Biki, è presente tutta l’alta società lombarda  e una nutrita schiera di giornalisti e reporter, tra cui Elsa Haertter per la rivista “ Epoca”.

La contessa sembra felice, sorride agli amici, balla e interloquisce .

Pochi attimi prima della mezzanotte Lamberto manifesta alla moglie il desiderio di rincasare ricordandole la promessa di non far tardi ma, rimbeccati dagli amici, i due coniugi desistono e decidono di rimanere. Due ore più tardi il marito di Pia rinnova, alla consorte, l’invito a rientrare alla loro abitazione. Pia si reca, allora, al guardaroba e si fa riconsegnare il pullover e la rivoltella del compagno. Tornata al tavolo e, poggiati gli oggetti su di una sedia, acconsente ad un ultimo giro di valzer roteando felice in una sala resa suggestiva dalle luci soffuse e dal suono dell’orchestra.

Al termine del ballo la contessa Bellentani indossa la sua pelliccia d’ermellino, raccoglie gli effetti del marito e scambia poche, concise parole con Carlo Sacchi; indietreggia, estrae l’arma e spara.

La confusione è totale. Carlo è a terra, bocconi, la mano stretta sul cuore; la donna rivolge l’arma contro se stessa, preme il grilletto e urla:

“Non spara più! Non spara più!”  

Quello che uccide Sacchi è l’unico colpo in canna.

La nobildonna viene arrestata e condotta al carcere di San Donnino a Como, raccontando agli inquirenti, smentendo quindi l’ipotesi di un incidente, cosa lei e Sacchi si sarebbero detti pochi istanti prima dell’omicidio.

-Bhe, che cosa vuoi ancora, che ti prende?

-Nulla, ma stavolta è finita davvero, puoi credermi…

-Che cosa intendi dire?

-Che ti posso uccidere. Ho qui la pistola.

-I soliti romanzi a fumetti di voi donne; i soliti terroni spacconi.

 

Il 4 Marzo 1952, alla Corte d’Assise di Como, inizia il processo. Alla difesa l’avvocato Angelo Luzzani.  

La prima perizia psichiatrica effettuata sull’omicida dal Dottor Filippo Saporito, medico del manicomio criminale in cui Pia è rinchiusa, rivela la presenza di un disturbo ereditario caratterizzato da annebbiamento e turbamento, mentre la contro perizia guidata dal Dottor Petrù sostiene la semi infermità mentale.

Il 12 Marzo la sentenza è unanime. Pia viene condannata a dieci anni di reclusione, in seguito ridotti a sette, di cui tre condonati e tre da scontare presso una casa di cura.

Pia Bellentani riceve la grazia dal Presedente della Repubblica il 23 Dicembre 1955 e lascia l’ospedale psichiatrico di Pozzuoli con sei mesi d’anticipo.

Una berlina nera, circondata da un nugolo di giornalisti e fotografi, attende la contessa all’uscita del penitenziario, elegante, fiera e vedova. Trasferitosi, infatti, a Montecarlo per sfuggire allo scandalo, il conte Bellentani muore a pochi giorni dalla liberazione di Pia.

Forse pentita o forse semplicemente per mettersi l’animo in pace e riscattare in un qualche modo la sua coscienza, così mormorano le voci,  Pia dichiara ai giornalisti di voler stendere le sue memorie e devolvere il ricavato alle figlie di Sacchi, guadagnandoci, di riflesso, una querela a suo carico da parte della moglie della vittima.

 

 

 

                    

                                                                                                                Ceriani Cinzia

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Crimini e farfalle Misteri svelati dalle scienze naturali

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

Anno/Pagine: 2006 pp. 250

Il libro

Forse solo gli appassionati di CSI sanno che l’identificazione di una foglia su un cadavere può farci conoscere la stagione in cui la vittima è stata uccisa, che la ricerca dei minuscoli plankton nelle ossa può aiutarci a comprendere se la persona è annegata o è stata ammazzata prima di cadere in acqua o che le caratteristiche geologiche di un bosco possono rivelare la sede di occultamento di un cadavere. In Crimini e farfalle le autrici, attraverso il racconto di casi reali, mostrano come l’applicazione delle scienze naturali sulla scena del crimine o nelle indagini di laboratorio possa essere decisiva per ricostruire la dinamica di un delitto, identificare un colpevole o incastrare un assassino.

Cattaneo C., Maldarella M.

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Processo a Cikatilo, scheletri e fantasmi nella Russia senza identità

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Ha confessato di aver ucciso cinquantacinque tra donne e bambini. Li ha stuprati, evirati, torturati, si è cibato del loro corpo mentre erano ancora vivi. Ma è stato giudicato sano di mente e come tale condannato a morte e giustiziato. Andrej Cikatilo è morto in un modo «normale» rispetto alle sue vittime. Gli hanno sparato un colpo di pistola alla nuca tre giorni fa (nel 1994, ndr). Quel «comunista che mangiava i bambini» non esiste più. Ma oggi, nell’ex Unione Sovietica ci sono almeno altri venti serial-killer che uccidono: a Odessa, Kiev, Vladimir, Georgia, Siberia. E su di loro non si sa nulla.

«La schizofrenia è una malattia universale, una malattia che in Unione Sovietica trova un terreno molto fertile perché alla base della schizofrenia c’è sempre una crisi d’identità. L’unica identità dell’uomo sovietico è il comunismo. Però il comunismo sta cadendo a pezzi. E l’uomo sovietico ha bisogno urgente di altre identità... c’è chi riscopre la propria razza, chi diventa monarchico, chi comincia ad ammirare il nazismo. Chi più chi meno sono tutti malati di mente». Sono frasi pronunciate da uno psichiatra che finirà ucciso proprio dal serial killer a cui sta dando la caccia. Questo psichiatra è una delle figure chiave del romanzo di David Grieco Il comunista che mangiava i bambini, uscito da Bompiani ispirato al caso del mostro di Rostov a cui l’Unità dedicò a suo tempo (nell’ottobre del ’92) due intere pagine realizzate appunto da David Grieco.

Grieco era partito per Rostov dopo aver visto, in una sequenza di pochi minuti trasmessa da Raitre, gli occhi bianchi di Andrej che scintillavano attraverso le sbarre della gabbia dov’era rinchiuso, bucando letteralmente lo schermo della tv. «Ho imparato quella notte che dove si posa quello sguardo il cuore si ferma». Grazie a questo potere ipnotico tutte le sue vittime, bambine, bambini, ragazze, donne diventano tanti Cappuccetti-rosso che finivano per seguire il lupo Andrej nelle varie «Striscia di bosco» (da qui il nome del processo) dove lui le conduceva. E dove conduceva se stesso per diventare «il mostro».

Arrivato a Rostov per seguire una fascinazione, per fare uno scoop, per girare un film, Grieco quel film non lo farà mai. Sul suo incontro con Andrej Cikatilo e la Russia post-comunista ci ha scritto un libro, versione romanzata di un’inchiesta dove le vicende del vero detective Aburkhan Jandlev (nella finzione Vadim Lesiev), l’uomo che ha inseguito il mostro per 12 anni, e quella dell’insegnate di lettere e intellettuale organico comunista rivelano il doppio volto dell’ex Urss, sospesa tra le barbarie e la necessità di una presa di coscienza.

Quale ossessione ti ha spinto ad andare in Russia, due anni fa?
Puro istinto. Quando ho visto la scena della prima udienza in tv è scattata l’identificazione.

Tu hai parlato di Cikatilo come personalità soggiogante. Quali episodi cruciali di quel processo ricordi?
Il processo era un gigantesco sabba. La gente urlava, imprecava, piangeva. Un uomo a un certo punto ha tirato verso la gabbia un disco da hockey colpendo Cikatilo alla nuca: lui non fece una piega. Ma la cosa più impressionante erano i suoi occhi. Abbiamo filmato per venti minuti un suo primo piano fisso. I suoi occhi, muovendosi in modo indipendente dal basso in alto possono guardare due cose contemporaneamente. Guardava in macchina ma guardava anche me. Lo chiamano «lo sguardo del camaleonte». Se ne trova tracce nella psichiatria e nella mitologia.

Tu insisti molto sulla malattia mentale, sulla gravità del fatto che essa non sia stata riconosciuta a Cikatilo. Come nasce la follia di Andrej e quali differenze ci sono con i serial killer americani?
Negli Stati Uniti la malattia nasce nella privacy, nella propria casa, che si trasforma in una macelleria. Nell’Unione Sovietica è stato l’opposto. Non c’erano notizie sui giornali, nessuna madre teneva i propri figli in casa. C’è una sorta di privacy collettiva e omertà generalizzata.

Come ne «Il silenzio degli innocenti», il film di Jonathan Demme, anche qui tu hai posto come centrale la figura dello psichiatra (che non è pazzo ma omosessuale, comunque un deviante dalla società), tramite necessario tra investigatore e assassino.
Se la polizia vuole trovare i serial killer che compiono delitti senza movente, deve specializzarsi in psichiatria. Il 70-80 per cento dei delitti è risolvibile solo usando questi strumenti.

Torna anche la metafora del cannibale...
La barbarie che sembra così lontana, è molto vicina. Tutta la cultura dell’Est europeo è crudele, pensiamo a quello che accade nella ex Jugoslavia. Per tornare ad Andrej l’ipotesi psichiatrica sul suo cannibalismo è sempre di carattere sessuale. Mangiare i bambini per lui era come ricominciare daccapo la sua vita, senza riuscirci, ovviamente. Tutto parte dall’impotenza ma il punto di arrivo è una totale disinibizione, un punto di non ritorno. La Russia di oggi in fondo è così. Basta pensare a Zhirinovskij, che è l’equivalente politico di Cikatilo nella società. Ed è lui oggi che detiene il potere e fa la politica estera.

Cikatilo è stato condannato a morte e giustiziato: per dare un esempio, per paura di affrontare una presa di coscienza sulla Russia di oggi?
La condanna a morte è stata un errore. Tutto è sbagliato in questa storia. Durante il processo hanno fatto ritrattare a Cikatilo il primo omicidio da lui confessato per il quale fu giustiziato un altro. Già allora c’erano dei sospetti su Andrej ma lui era un comunista modello, mentre l’altro no. Sapevano benissimo che ammazzavano un innocente anche perché nel frattempo erano avvenuti 24 omicidi identici al primo.

Nel tuo romanzo il funzionario di polizia dice al detective che ci sono molti altri assassini come Evilenko, alias Cikatilo, in giro per l’Urss. E domanda incredulo: «e secondo lei sarebbero tutti matti?»
In Russia non c’è nessuna conoscenza psichiatrica. I matti, quelli che venivano rinchiusi in manicomio, erano i dissidenti che invece sono sempre stati i più sani di mente. Oggi assistiamo a un fenomeno di rimozione collettiva impressionante che va di pari passo con la repressione. L’importante è dare in pasto a tutti un colpevole, dare l’esempio reprimendo il male. Anche tutti gli altri pazzi che verranno catturati saranno considerati sani di mente. Il problema è capire quanti sono davvero. 250 milioni di persone in Europa, gli abitanti dell’ex Urss, oggi non hanno più un’identità. In potenza, ognuno di loro, può diventare come Cikatilo.

Antonella Fiori

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Strage di Erba

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

Strage di Erba. La confessione choc dei coniugi Olindo: ci stavamo pensando da tempo

 "È vero, ci pensavamo da tanto tempo. Non ne potevamo più da anni di quelli lì, non si poteva andare avanti. Siamo stati noi...". Da quel momento, Rosi Bazzi non si è più fermata. Le mosse studiate e ristudiate insieme al marito quando lui tornava dal lavoro, dopo mezzogiorno, l'orrore di quei colpi alla testa col martelletto, il bambino che piangeva e viene straziato. E poi il fuoco appiccato per distruggere le prove, con la precauzione di staccare l'interruttore della corrente perché non ne uscisse un corto circuito che avrebbe potuto distruggere anche la loro casa, lì sotto, al pianterreno.  Un'ossessione diventata strage premeditata.

La confessione

E' andata così,  Rosa Bazzi ha ricostruito per i pubblici ministeri gli ultimi mesi  di litigi con i vicini . Non più un'indicazione generica per "fargliela pagare" ma un progetto vero e proprio: uccidere Raffaella Castagna, il suo bambino "che piangeva sempre", Youssef, e la sua mamma, Paola Galli, "impicciona ", come la definisce Rosa, che difendeva sempre la figlia e che  anche questa volta si era intromessa nel litigio più grave fra i coniugi Romano e la famiglia Castagna-Azouz.

Gli aspiranti assassini Olindo e Rosa hanno studiato i dettagli, hanno seguito Raffaella per un paio di giorni, sono stati attenti ai suoi orari, hanno aspettato che il marito,  Azouz,  fosse lontano, in Tunisia, e hanno preparato il piano. Lunedì 11, è scattata la vendetta prima di essere trascinati in tribunale due giorni dopo  per rispondere delle accuse di aggressione denunciate da Raffaella Castagna.  Per i due l'ultimo affronto. Le due donne e il bambino sono arrivati a casa una decina di minuti prima delle 20, proprio mentre al piano di sopra Mario Frigerio e sua moglie, Valeria Cherubini, l'altra vittima,  stavano per cenare. Olindo il netturbino e Rosa la domestica quel pomeriggio avevano parcheggiato la macchina fuori dal cortile.  "Siamo andati su e abbiamo bussato alla porta" -  ha raccontato Rosa ai magistrati- . Abbiamo indossato un doppio paio di guanti, per scongiurare il rischio di lasciare impronte digitali. Olindo Romano ha ammesso il primo passo: "Appena Raffaella ha aperto l'ho colpita alla testa col martinetto " una specie di cric per roulotte.

"Quando Raffaella è caduta ho colpito sua madre",  ha ammesso ancora Olindo. I suoi colpi sono decisi, fortissimi, le due donne sono cadute esanimi e tutti e due, a quel punto, hanno infierito su di loro con i coltelli. Raffaella ha ricevuto  dodici coltellate anche se il colpo mortale, dirà poi l'autopsia, è il primo, alla testa. "Mentre mio marito era di là con loro due io ho ammazzato il bambino. L'ho ucciso con una coltellata, alla gola"  ha confessato  Rosa nella sua deposizione fiume. Youssef era così piccolo che sopraffarlo è stato un attimo. Forse lui ha per istinto alzato il braccio per difendersi, forse è per questo che ha piccole ferite da taglio anche sull'avambraccio e sulla mano destra. Madre e figlia, invece, sono state massacrate da tutti e due, con il cric prima e a coltellate poi.

La fase 2 del piano

Sono le otto. La strage in casa a questo punto è finita. "Ci siamo dati da fare per appiccare il fuoco" hanno raccontato i due. Hanno raccattato libri, carta, e quanto di più incendiabile hanno trovato. Hanno usato un accendino e hanno dato fuoco, a cominciare dai vestiti che Raffaella aveva addosso.

Uccisi tutti e tre, i rumori erano cessati, loro hanno fatto il possibile per non farsi sentire. E infatti Valeria Cherubini non sentendo più nulla è  scesa a portar fuori il cane. Giusto qualche minuto per una breve passeggiata nei dintorni. "Mentre stavamo uscendo si è sentito il rumore di qualcuno che arrivava dalle scale" ha ricostruito Olindo Romano. Era lei, Valeria, con il suo cagnolino. La signora sale, vede il fumo e corre a chiamare il marito, Mario Frigerio. "L'ho sentito che si avvicinava alla porta, l'ho aperta di scatto e l'ho colpito - ha accontato Olindo -  quand'era a terra gli ho tagliato la gola finché non l'ho creduto morto". Ma c'era Valeria che urlava. E i coniugi Romano l'hanno inseguita fino a casa, hanno ammazzato a coltellate anche lei.

Il fuoco avanzava. Prima o poi qualche vicino avrebbe dato l'allarme. Bisognava scappare. "Ci siamo tolti i vestiti nel nostro garage- lavanderia e ci siamo lavati perbene"  hanno proseguito nel racconto i due. "Abbiamo messo tutto ciò che era sporco di sangue in un sacco della spazzatura, anche le armi, ci siamo cambiati e siamo andati a Como". C'era da buttar via tutto e da correre in un luogo lontano per crearsi un alibi credibile. 2Sono passato davanti a un cassonetto che sapevo sarebbe stato svuotato all'indomani alle otto del mattino dal mezzo compattatore e ho buttato via tutto" ha detto il netturbino che proprio dato il suo lavoro sapeva che la spazzatura prelevata da quel cassonetto sarebbe stata portata al forno inceneritore a mezzogiorno del giorno dopo. Le tracce sarebbero state distrutte per sempre. Salvo quelle, piccolissime, trovate poi dal luminol dei Ris sulla Seat dei Romano.

L'alibi
L'alibi, l'ultimo tassello di un puzzle che Olindo e Rosa credevano perfetto. "Siamo andati al McDonald's di Como e abbiamo ordinato da mangiare. Ci siamo messi lo scontrino in tasca e, dopo un po', siamo rientrati a casa". Erano più o meno le 11. Vigili del fuoco, carabinieri, magistrati, personale del 118: erano tutti bianchi come cenci, sconvolti da quello che avevano visto al primo piano della palazzina. Sangue sui muri fino a un metro e mezzo da terra, corpi massacrati e anneriti dal fuoco, quel bambino a faccia in su, sul divano, con la gola tagliata. E Frigerio in fin di vita, sul pianerottolo.  I carabinieri sapevano bene, per essere intervenuti più di una volta, che proprio lui e sua moglie litigavano spesso con Raffaella. E quella stessa notte a casa Romano è stata eseguita una perquisizione. Lui e signora sono rimasti in caserma da notte fonda alle due del pomeriggio del giorno successivo. Nessun passo falso. Non una parola che potesse sembrare sospetta. Erano convinti, i coniugi Romano, che avrebbero resistito a ogni pressione. Si sentivano finalmente liberati dall'insopportabile peso della convivenza con "quelli del piano di sopra". 

 Funerali blindati

Saranno funerali blindati quelli che si svolgeranno sabato alle 14.30 nella parrocchiale di Montorfano per l'ultimo saluto di Valeria Cherubini. Sarà  vietato l'ingresso in chiesa di telecamere e macchine fotografiche. Inoltre sarà  predisposto un cordone 'sanitario' tutt'attorno alla struttura religiosa e lungo circa 300 metri che la separano dal cimitero. In mattinata, alle 10, a Erba si terranno, invece, i funerali di Paola Frigerio, altra vittima del massacro di via Diaz. Per quel giorno è stato decretato il  lutto cittadino, così come deciso all'indomani dell'eccidio al termine di una Giunta straordinaria convocata dal Sindaco Enrico Ghioni.

Verosimilmente anche a Erba saranno adottati gli stessi provvedimenti di ordine pubblico. Ieri pomeriggio  l'avvocato Manuel Gabrielli  è andato all'ospedale Sant'Anna, come tutti i giorni da un mese a questa parte, per parlare con l'unico scampato al massacro. "Gli ho spiegato come sono andate le cose", ha detto il legale. E' rimasto sconvolto non tanto per la dinamica dei fatti che, ormai, aveva capito da qualche giorno, ma per la premeditazione. Fisicamente sta migliorando, ma da un punto di vista psicologico ci vorrà molto tempo". Intanto i due figli di Frigerio hanno già ribadito di non aver alcuna intenzione di perdonare "gli autori materiali e morali" di questa strage.


da www.lastampa.it  del 14 gennaio 2007 di Paolo Colonnello

 I VERBALI-CHOC

"Volevo essere sicura che morissero tutti"

Il film della mattanza nel racconto allucinato di Rosa

 

 

«...E poi ho iniziato a colpirli: così, così e così...». Ha alzato il braccio, la mano chiusa a pugno, e ha cominciato a fendere l’aria: una, due, tre volte, all’infinito. Rosa Bazzi, l'altra mattina davanti al giudice che ascoltava il suo racconto, sembrava non volersi fermare più. Mimava la mattanza, digrignava i denti, spiegava come aveva rigirato i corpi ormai inermi sotto le sue mani, come aveva tagliato la gola a Youssef, per far capire bene con quale furia cieca, con quanta cura. Precisa, come al solito. «Sempre più forte, signor giudice, sempre di più. Volevo essere sicura che morissero...». Era come se rivivesse istante per istante la sera del massacro in casa di Raffaella Castagna. Era come se uccidesse di nuovo i mostri che agitavano la sua mente, il suo demone. Se stessa. E quando finalmente ha smesso di parlare, di sprangare e accoltellare l’aria, nell’umida saletta interrogatori del carcere di Como, è sceso il gelo. «Si sieda, per favore», ha sussurrato il gip Nicoletta Crema, sconvolta.


Lo stesso odio

Sono verbali per stomaci forti quelli raccolti negli interrogatori di questi giorni prima dai pm della Procura e poi dal gip. Ma mentre Olindo Romano è sembrato ormai più distante, quasi catatonico nella sua ricostruzione dei fatti, la moglie Rosa Bazzi parlando degli omicidi di Raffaella Castagna, della madre Paola, del piccolo Youssef, ha mostrato di essere ancora animata dalla stessa furia assassina, dall’identico odio che la sera dell’11 dicembre l’aveva spinta a salire con il marito Olindo, armati di spranga e coltelli, le scale dell’appartamento di via Diaz a Erba. Dopo aver raccolto la spranga caduta di mano ad Olindo, lei colpì con una tale violenza le teste delle due donne «che mi si ruppero i guanti che indossavo». Due paia per ciascuno: uno di lattice e, sopra, uno da muratore. Ma una lacrima, un pentimento, un rimorso, almeno per il bambino ucciso? «Niente, hanno raccontato tutto con freddezza, quasi come se non si trattasse di loro», risponde l’avvocato Pietro Troiano, diviso tra il dovere professionale di difendere due assassini e l’istinto di disgusto per ciò che hanno fatto. Il legale rivela anche un particolare che agli atti non c’è, perché Rosa gliel’ha raccontato nei pochi minuti in cui sono rimasti soli a parlare: «Quella sera, mentre io colpivo con la spranga e il coltello la testa di Raffa e di Paola, mentre tagliavo la gola a Youssef, Olindo mi diceva: “Ma cosa stai facendo? basta, smettila, fermiamoci...”».


In 35 pagine

Una strategia forse, decisa per addossarsi le maggiori responsabilità, nella vana speranza di salvare dall’ergastolo il coniuge. Eppure, si è saputo ieri, è solo lui in realtà che vorrebbe rivedere la sua Rosi. Lei sembra presa invece solo dal suo odio e di Romano non avrebbe mai chiesto. Non solo. Sia davanti ai pm che al gip, Rosa avrebbe comunque confermato che quella sera anche Olindo colpì con furia le sue vittime. Un concorso pieno e totale di entrambi dunque nel massacro che ha tolto il sonno a un intero paese. Così come si legge nel provvedimento di arresto di 35 pagine con il quale ieri il gip ha confermato la custodia cautelare dei coniugi Romano. Tra i presupposti su cui si basa il provvedimento, tre le prove fondamentali: 1) la testimonianza di Mario Frigerio, il sopravvissuto accoltellato alla gola da Olindo Romano. Frigerio, quando ha recuperato la voce, subito dopo Natale ha indicato con sufficiente chiarezza che il suo aggressore era proprio il corpulento vicino di casa. 2) La microscopica macchia di sangue ritrovata dai Ris di Parma e analizzata all’Università di Pavia, ritrovata sul battente della portiera sinistra dell’utilitaria dei coniugi. Le analisi hanno confermato che quel sangue apparteneva a Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio, raggiunta nella sua mansarda e assassinata a colpi di coltello da Rosa Bazzi, mentre stava tentando di aprire una finestra per chiamare aiuto. 3) Le agghiaccianti dichiarazioni rese davanti ai pm la sera del 10 gennaio e confermate, nei particolari più importanti, anche l’altra mattina davanti al gip.

L’aggravante
Ma c’è di più. Perché nel provvedimento, oltre a ribadire l’aggravante della premeditazione (l’uso dei guanti, i tentativi andati a vuoto nei giorni precedenti) e la particolare efferatezza del crimine per l’omicidio del piccolo Youssef, quando il giudice fa riferimento alle condizioni necessarie per la detenzione in carcere degli indagati, oltre al pericolo di fuga e all’inquinamento probatorio (dovuto alla distruzione nell’inceneritore di armi e vestiti) parla anche di possibilità di reiterazione del reato. Indicando chiaramente il sopravvissuto Mario Frigerio e il marito di Raffaella Castagna, Azouz Marzouk, come possibili obiettivi della coppia assassina, come si evincerebbe da frammenti di frasi intercettati durante il lungo mese d’indagini. Olindo e Rosi insomma temevano concretamente di essere riconosciuti da Frigerio e il fatto che il netturbino avesse raccontato a una vicina della sua intenzione di volerlo andare a trovare in ospedale, ha reso ancor più concreta la possibilità che nella mente diabolica dei coniugi si fosse affacciata l’ipotesi di compiere l’ennesimo omicidio. Per Marzouk invece, l’ipotesi di essere assassinato era più remota, anche se il timore di essere affrontati dal tunisino, avrebbe potuto indurre Rosi e Olindo ad agire preventivamente.

http://www.rai.it del 13 gennaio 2007 e www.lastampa.it  del 14 gennaio 2007 di Paolo Colonnello

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Il colloquio clinico nell’esame scientifico di personalità

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

di Saverio Fortunato, specialista in Criminologia clinica

Il criminologo clinico nell’esame di personalità deve agire come il ricercatore scientifico (ossia, colui che ricerca per conoscere), non interessato ai problemi del Bene e del Male, del Giusto o Sbagliato, del Meglio o del Peggio (sono compiti che spettano al Giudice o ad altre professioni), ma deve ancorare il suo compito a dei criteri di scientificità: limitarsi a valutare le affermazioni d’ordine categoriale e non normativo, vale a dire, occuparsi di quelle affermazioni concernenti ciò che è, non ciò che dovrebbe essere. La criminologia clinica nulla può decidere su come la società (o anche la vita, quindi, il futuro stesso del “paziente” osservato) dovrebbe andare e non fa raccomandazioni su questioni attinenti alla criminologia sociale o alla politica criminale. E’ questo il canone che distingue la criminologia clinica ancorata in senso epistemologico a dei criteri di scientificità, dalla criminologia sociale, dalla sociologia, psicologia, psichiatria, religione, etica sociale e dalla filosofia politica e sociale.

Il criminologo clinico che agisce come il ricercatore scientifico usa criteri di obiettività e di neutralità etica. Obiettività, significa che le conclusioni cui si perviene come risultato dell’indagine e della ricerca sono indipendenti dalla razza, credo, professione, nazionalità, religione, preferenze morali e propensioni politiche del ricercatore , anche se questo tipo di obiettività è difficile da raggiungere alla perfezione, perché il ricercatore deve sempre fare i conti con i pregiudizi sociali e anche di quelli propri della sua personalità.
Neutralità etica, significa che lo scienziato nel suo ruolo professionale non si schiera da nessuna parte in questioni di significato morale o etico. Lo scienziato in quanto tale, non ha preferenze etiche, religiose, politiche, letterarie, filosofiche, morali. In fatto che egli abbia delle preferenze come cittadino rende ancora più importante che egli se ne liberi come scienziato. In tale qualità, egli è interessato non a ciò che giusto o sbagliato, bene o male, ma soltanto a ciò che è vero o falso (Bierstedt R., 1957; Fortunato S., 2000).
Nell’osservazione scientifica di personalità si deve distinguere: il delinquente dal criminale; il delinquente (o il criminale) occasionale da quello patologico (Fortunato S., 2003); il “detenuto in luogo” (in attesa di giudizio o meno) dall’ “autore di reato” (Pisapia G.V., 1987).
Il colloquio criminologico clinico deve rispondere a problemi diagnostici (di criminogenesi e criminodinamica), prognostici (previsioni di comportamento futuro) e d’indicazioni di trattamento criminologico (Merzagora I., 1987); inoltre, per quanto sia difficile da raggiungere, deve prefiggersi uno scopo di risocializzazione: ossia, far rinascere in un detenuto il desiderio di essere parte della comunità umana ed il fargli lentamente ammettere o tollerare il punto di vista di un’altra persona (Balloni, Sabattini, 1971).
Nel porsi l’obiettivo della risocializzazione il criminologo clinico si differenzia dallo psicologo o dallo psichiatra o da altre figure professionali che studiano la psiche. Il compito sociale professionale dello psichiatra è di occuparsi della prevenzione e cura della patologia; quello dello psicologo è la prevenzione; dello psicoterapeuta della cura dei malati di spirito… ma sono compiti necessari ma insufficienti per capire il crimine: sia perché spesso la cura non cura sia perché la prevenzione è già di per sé un terreno minato sia perché, in sintesi, sono saperi (teorie) che hanno poco o nulla di scientifico in senso epistemologico delle scienze.

Pensiamo a quanto possa essere pericoloso o prevedibile, nello studio dell’osservazione scientifica di personalità, ricorrere alla psicoanalisi per “scavare” nell’inconscio (ipnosi, interpretazione dei sogni, ecc.) per fini prognostici! Oppure, porsi in termini psicoterapici con il detenuto, che come tecnica porterebbe ad un inevitabile transfert tra analista e analizzato, a causa delle condizioni di rigorosa disciplina ed ordine imposti dal carcere, per la rottura con il mondo esterno, per la fragilità psicologica che da tutto ciò deriva, ecc.. Oppure, porsi in termini psichiatrici cercando di dare una spiegazione biologica o farmacologia (o entrambe) al comportamento umano, che porterebbe a vedere correlazioni causali anche tra il caldo torrido dell’estate e l’aggressività, quindi a psichiatrizzare il trattamento.

Con questo non si vuole negare l’importanza del ruolo dello psicoanalista, dello psicoterapeuta o dello psichiatra, che possono e debbono collaborare in tandem con il criminologo clinico, ma si deve sempre tenere conto che la natura del colloquio criminologico è diversa da quella terapeutica o psichiatrica in quanto qui non abbiamo un paziente che chiede di essere curato o aiutato, ma è lo Stato che chiede al criminologo clinico di osservare in termini scientifici la personalità del detenuto. Inoltre, la terapia (psicologica) o la cura (psichiatrica) si pongono sempre l’obiettivo di “guarire” il paziente (quando ci si riesce a farlo!), ma mentre nella terapia o nella cura è il paziente che si sottopone spontaneamente ad essa e si attende dei risultati (impegnandosi in cambio ad osservare la terapia stessa o la cura), in carcere, invece, il detenuto non richiede nessuna terapia né cura, e lo stesso colloquio criminologico, ai fini del trattamento, è imposto o suggerito, ma non scelto di sua iniziativa, (come avviene quando ci si rivolge allo psicologo o allo psichiatra). Inoltre, sia lo psicologo sia lo psichiatra vivono, purtroppo, lo stereotipo sociale che li cataloga come gli “strizza cervelli” o “medici dei matti”, dunque è difficile (ma non insuperabile, certo!) che qualcuno accetti o riconosca di suo, l’aver bisogno di relazionarsi con uno “strizza cervelli” o “medico dei matti” se ritiene oggettivamente di aver commesso o non commesso un reato ma di sicuro di non essere un matto!

Il criminologo clinico è distante da tali figure professionali perché egli “non deve orientare la sua azione al fine di conformizzare la personalità del detenuto, né deve cercare di minimizzare i guasti che un sistema ingiusto produce ai danni di persone socialmente sfavorite” (Bandini, Gatti, 1987), In altre parole, non deve né psicologizzare né psichiatrizzare la personalità del detenuto per fini trattamentali o altro (Fortunato S., 2003).
L’indagine (diagnosi e prognosi) del criminologo clinico è prettamente criminologica, ed il colloquio ha fini valutativi, poiché quel che in realtà sarà oggetto d’indagine peritale potrà riguardare il giudizio diagnostico e prognostico per l’idoneità o meno a fruire di misure alternative alla detenzione; il tipo della misura che è preferibile adottare; l’opportunità di avere licenze premio; la convenienza di sottoporre il soggetto ad un regime di sorveglianza particolare; e, in generale, vari quesiti che l’autorità giudiziaria o la magistratura di sorveglianza ritengano utile e possibile porre. (Marzagora, I, 1987).

Perizia criminologica nell’osservazione di personalità

Raccolta di dati

Data e luogo di nascita, Parto e svezzamento. Normalità, precocità o ritardo nello sviluppo, prime fasi di vita fisiologica (linguaggio, cammino). Notizie sulla famiglia di origine: livello di istruzione, situazione economica e sociale, occupazioni, interessi, esistenza di fratelli e sorelle, età e caratteristiche, rapporti con loro, sentimenti o risentimenti, conflitti, senso di superiorità o inferiorità, ammirazione e identificazione. Atmosfera familiare: ricordi sui genitori nei primi anni di vita, i rapporti dei genitori fra loro e dei genitori con il soggetto, attaccamento alla famiglia, preferenza per un genitore o per un altro, giudizio sui genitori, disciplina familiare, la famiglia come fonte di conforto e di sicurezza. Atteggiamento nei giochi e con gli altri bambini (cooperativo, aggressivo, importuno, timido, passivo, ecc.). carriera scolastica: età di inizio e fine della scuola, motivi interruzione studi, classi ripetute, rapporti con i compagni e con gli altri insegnanti, atteggiamento nei confronti dello studio. Atteggiamento verso il gruppo dei pari, figure di identificazione. Ambizioni ed ideali adolescenziali e giovanili. Il servizio di leva. Disciplina, frustrazioni, ecc. Esperienze sentimentali e sessuali, legami affettivi, matrimonio, atmosfera coniugale, difficoltà, accordo o disaccordo, separazioni o divorzi. I figli e i rapporti con loro. Malattie, infortuni, precedenti psicopatologici, loro importanza nella vita di relazione e lavorativa. Carriera lavorativa, costanza o meno nel lavoro, interessi extraprofessionali. Uso di alcool o di droghe. Difficoltà di adattamento. Scopi e aspirazioni per il futuro, ideali e personali. (Marzagora. I, 1987).

Sulle finalità

Secondo Bisio B. (1975) il colloquio criminologico si deve occupare di: a) indagare come il soggetto ha ceduto all’azione dei motivi che su di lui hanno agito; b) determinare perché non lo hanno inibito altri motivi (sociali, individuali, morali, religiosi, giuridici, ecc.); c) ricercare come il soggetto è arrivato a concepire, e sotto quale aspetto, l’azione antisociale, dalla quale si è ripromesso la soddisfazione di un interesse; d) conoscere come è stata la preparazione e l’esecuzione del reato; e) passare allo studio del comportamento onde determinare come la personalità umana reagisce ai vari stimoli e nelle varie condizioni.

Sulle teorie

Le teorie criminologiche non si pongono più l’obiettivo di comprendere perché gli individui violino le norme, ma tentano di comprendere i meccanismi attraverso i quali la delinquenza viene definita, prodotta, utilizzata (Bandini, Gatti, 1987). E’ difficile, quindi, che uno psicologo o uno psichiatra possa scoprire l’appartenenza ad una sottocultura o l’esistenza di un’associazione differenziale, o il gioco di una situazione anomica, o della stigmatizzazione, o dei fattori che hanno favorito un’identità negativa, o la reazione sociale di etichettamento, ecc., se non conoscono le teorie criminologiche sulle sottoculture, sulle associazioni differenziali, sull’anomia, sull'etichettamento, sull’interazionismo ecc..

Sulla metodologia

Il modello di teorizzazione causale. Il modello causale tende ad individuare fino a che punto la variazione di una variabile causi la variazione di un’altra. In realtà questo è risultato molto difficile, tanto che nelle scienze sociali si parla sempre meno di causa e sempre più di correlazione tra variabili diverse. In ogni caso, si può affermare che:
a) esiste una relazione tra X e Y;

b) la relazione è asimmetrica, così che una variazione di X ha come risultato una variazione di Y, e non viceversa;

c) una variazione di X ha come risultato una variazione di Y quali che siano le influenze d’altri fattori.

Dato che nessuna causa può precedere l’effetto, uno dei metodi più sicuri, per determinare quale fattore sia la causa e quale l’effetto, è la sequenza temporale (ciò che accade prima è considerato la causa, ciò che accade dopo l’effetto).

Bailey ritiene utile parlare di causalità in termini di condizioni necessarie e sufficienti. Si può affermare che X è causa necessaria al verificarsi dell’effetto Y se Y non accade mai, a meno che non accada (o sia già accaduto) X. Si può dire che X è causa sufficiente di Y, se Y si verifica tutte le volte che si verifica X.

Ma esistono altre tre combinazioni:

aa) causa necessaria ma non sufficiente: in questo caso X deve accadere, ma non basta, è necessario che compaia un altro fattore, prima che avvenga Y (es. fumo, smog e cancro). In questo caso si può parlare dei due fattori come cause parziali;
bb) causa sufficiente ma non necessaria: quando due o più fattori, ad esempio X e Z, sono causa alternativa dello stesso fenomeno Y, ma non sono causa parziale, perché anche uno solo dei due fattori è sufficiente a causare Y (ad es. nel caso risulti che il fumo e lo smog sono sufficienti, anche da soli, a provocare il cancro);
cc) causa necessaria e sufficiente: questa è la forma più forte di relazionale causale, Y non accadrà mai senza che accada X, ed accadrà sempre quando accade Y. In questo caso non ci sono cause alternative, X è la causa completa, l’unica.
Bailey ritiene che i modi migliori per conoscere le cause siano l’analisi della sequenza temporale, ed in particolare l’osservazione sperimentale.

L’ultimo aspetto importante da sapere è la causazione reciproca. Abbiamo visto come di solito si parla di causa nei rapporti asimmetrici, ma è possibile individuare una causa anche nelle relazioni simmetriche, in cui X è causa di Y e contemporaneamente causa ed effetto. Ma la causa può non essere diretta tra X e Y e passare attraverso una serie d’altri fattori, intermedi, che rendono il processo ancora più complicato. E’ una teorizzazione di questo tipo che si va diffondendo sempre più e che sta diventando uno dei punti centrali di un’analisi attuale nel campo delle scienze sociali. Queste ultime, cioè, stanno passando da un’analisi unicausale, tipica di una sociologia ottocentesca, ad una causalità reciproca, interrelata, complessa.

La conditio sine qua non

La sequenza temporale è spesso il modo certo per stabilire quale fattore sia la causa (il prima) e quale l’effetto (il dopo). A complicare però le cose sono tre combinazioni di necessità e sufficienza. Prima combinazione: diremo che X è una condizione necessaria ma non sufficiente per l’esistenza di Y. In questo caso, X deve accadere prima che accada Y, ma X da solo non è sufficiente a causare la comparsa di Y. Al contrario, deve esistere qualche altro fattore che compare sommato a X prima che compara in Y. Supponiamo, per esempio, che la ricerca dimostri che soltanto i fumatori si ammalano di cancro al polmone e che i non fumatori non si ammaleranno mai. Ciò dimostrerebbe che il fumo X è condizione necessaria del cancro al polmone Y. Ma supponiamo che ulteriori ricerche svelino che tale malattia non coinvolge tutti i fumatori. Di fatto, solo i fumatori che vivono anche in un’area a forte inquinamento atmosferico Z si ammaleranno di cancro. Da solo il fumo X non può provocare il cancro Y ma in combinazione con lo smog Z (che è anch’esso una causa necessaria ma insufficiente) può portare al cancro. Insieme i fattori del fumo X e dello smog Z sono sufficienti a causare la malattia, ma singolarmente sono insufficienti, per quanto sia necessario. Un fattore può essere una condizione sufficiente ma non necessaria. Modifichiamo il nostro esempio affermando due cose: a) che il fumo X è sufficiente a causare da solo (senza la compresenza di altri fattori) il cancro al polmone; b) che anche lo smog Z è sufficiente a causare da solo (senza la compresenza di altri fattori) il cancro al polmone. In questi casi nessuno dei due fattori (fumo o smog) è di per sé necessario perché si manifesti il cancro. Più specificatamente il fumo non è più necessario perché il cancro si manifesterà anche in sua assenza (se è presente lo smog); lo smog non sarà più necessario perché il cancro si manifesterà anche in sua assenza (se è presente il fumo). In ogni caso, uno dei due deve essere presente. Nel caso di condizioni non sufficienti ma necessarie, possiamo dire che X e Z sono cause alternative di Y ma non cause parziali, poiché ciascun fattore è sufficiente a causare Y da solo.
TERZA COMBINAZIONE: la causa X è ad un tempo necessaria e sufficiente per il verificarsi dell’effetto Y. Questa è la forma più ideale di relazione causale. In questo caso Y non accadrà mai senza che accada X ed accadrà sempre quando accade X. Non ci sono altre possibilità: X è la causa completa ed unica. Poniamo un esempio: se il fumo costituisse una condizione necessaria e sufficiente del cancro, allora tutti i fumatori si ammalerebbero di cancro e nessun non fumatore si ammalerebbe mai. Dato che X è necessario, non sussistono cause alternative e dato che X è anche sufficiente, è la causa completa e non una causa parziale. Una relazione necessaria e sufficiente rappresenta il più puro caso di causalità. E’ un esempio di unicausalità, perché X è la sola causa di Y e Y non si manifesterà mai senza che sia presente X.

Sul metodo della metodologia: le proposizioni

Le fasi per svolgere un’indagine peritale a base scientifica sono le seguenti:

1. Scelta del problema di ricerca e definizione delle ipotesi;

2. Formulazione del disegno della ricerca;

3. raccolta dei dati

4. Codifica e analisi dei dati;

5. Interpretazione dei risultati e verifica delle ipotesi.

Ciascuna di queste fasi dipende dall’altra; è ovvio che non si può, per esempio, svolgere la fase (d) per analizzare i dati, senza averli prima raccolti (fase c).

Un ricercatore può causare danni enormi nella ricerca se non è in grado, per esempio, di formulare delle ipotesi iniziali non controllabili o prevedendo un campione inadeguato. La ricerca è dunque un sistema di fasi collegate e interdipendenti.
Nella perizia ancorata a dei criteri di scientificità, sul piano metodologico, possiamo suddividere le seguenti fasi:


1) quesito;

2) formulazione dei metodi della ricerca;

3) individuazione della metodologia del metodo da seguire;

4) raccolta dei dati dell’indagine peritale;

5) codifica e analisi dei dati con verifica;

6) interpretazione dei risultati e risposta al quesito.

Conclusioni

Nel campo scientifico non è sufficiente conoscere le cause per affermare di conoscere qualcosa che da quelle cause ha avuto origine, perché occorre la competenza del ragionamento, posto che qualunque idea perde il senso o ne acquista un altro rispetto quello originale se non segue dei principi e non descrive le strutture ed i caratteri fondamentali della realtà. In questo senso il ragionamento criminologico clinico, oltre che da esperto, deve essere logico in senso logico, privo di logigismi e, dunque, metodologico nella misura in cui vuol dire “qualcosa di qualcosa” per dare un “senso al senso” di ciò che dice.

http://www.criminologia.it/mass_media/ristretti.htm

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Giappone: cena con mamma (alla griglia)

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


La mamma è buona, specialmente con le spezie. Non è humour nero. E' la macabra trovata di Yaoki Osawa, trentasettenne di Osaka che la mamma se l'he fatta davvero sulla piastra con le erbette. Non per mangiarsela, no. Solo per mettere fine alle sue fastidiose scenate quotidiane.

Yaoki Osawa è uno di quegli eterni ragazzoni che non sanno decidersi a diventare adulti. In compenso sanno trasformarsi in micidiali bulldozer appena qualcuno cerca di opporsi al loro tran tran da parassiti. Stanco di essere continuamente rimproverato per la sua incapacità di fare alcunchè di utile, Yaoki Osawa un giorno ha detto basta. Non alla propria ignavia, basta alla mamma che lo tormentava perché si cercasse un lavoro, mettesse la testa a posto, si trovasse una brava ragazza e se ne andasse finalmente di casa.

Andarsene di casa? Lui? A soli 37 anni? Mai! Yaoki Osawa ha pensato che il modo più spiccio di liberarsi della opprimente genitrice fosse e cucinarla arrosto su di una piastra elettrica. Bisognava solo che si presentasse l'occasione giusta.

C'è voluto un anno prima che la polizia di Osaka, avvertita, dai vicini della scomparsa della cinquantasettenne Iroki, venisse a capo della sparizione. Alla fine però, stretto fra le maglie di una rete investigativa sempre più opprimente, il giovane, già da tempo in stato di fermo, ha confessato.

"Non sopportavo più i suoi continui rimproveri. Negli ultimi tempi era diventata asfissiante",  ha confessato ieri Yaoki Osawa messo alle strette dagli investigatori. Secondo l'agenzia di stampa giapponese Kyodo, la donna sarebbe stata assassinata nel corso di una delle tante liti quasi quotidiane. Uscita di casa come una furia, Iroki sarebbe inciampata e caduta dalle scale restando stordita. Vedendola a terra priva di sensi, il figlio ne avrebbe approfittato per liberarsi una volta per tutte dal giogo. Afferrata una pietra, le si sarebbe scagliato contro colpendola ripetutamente al capo fino a ridurglielo in poltiglia.

Osawa, riferiscono i media locali, ha confessato di aver commesso il delitto seguendo l'impulso del momento, perché non tollerava più di venire continuamente accusato diessere un fannullone. La sua idea originaria era di far sparire il cadavere un pezzo alla volta dentro blocchi di cemento poi però, temendo le esalazioni della decomposizione che avrebbe messo in allarme i vicini, non avrebbe trovato di meglio che farlo a pezzi con un coltello da cucina e un'accetta, eviscerarlo e rosolarne le carni un po' per sera sulla griglia con erbe aromatiche e spezie, gettando ogni volta tutto quanto nella spazzatura. Proprio come la gente fa di solito col cibo avanzato nei piatti.

Agli inquirenti Yaoki Osawa avrebbe spiegato di averci messo una settimana a smembrare il cadavere, ma di non aver mai pensato di abbandonarsi ad atti di cannibalismo. Cucinare la mamma un po' per sera sarebbe stato solo un espediente per disfarsene senza destare sospetti. E l'avrebbe passata liscia se i rapporti fra madre e figlio fossero stati solo un filo meno turbolenti e se la signora non avesse più volte confidato ai vicini di temere per la propria vita.

http://notitiacriminis.blogosfere.it

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Unabomber, giallo sul consulente dell'accusa

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

Il tecnico era stato il primo a esaminare le forbici trovate in casa di Zornitta
La perizia della difesa avrebbe evidenziato una manipolazione

L'ingegner Elvo Zornitta

TRIESTE - "E' una sciocchezza. Sono sconcertato": lo ha detto il Procuratore Generale della Repubblica di Trieste, Beniamino Deidda, interpellato dall'Ansa sulla notizia pubblicata sul sito Internet di Panorama (www.panorama.it) secondo la quale l'ispettore di Polizia Ezio Zernar è stato iscritto nel registro degli indagati dalla Procura del capoluogo giuliano nel corso delle indagini su Unabomber. Secondo le notizie in possesso di "Panorama" il tecnico, consulente della Procura, sarebbe sospettato di aver in qualche modo manipolato o contribuito a manipolare le forbici trovate in casa dell'ingegner Zornitta in modo da renderle compatibili con le tesi accusatorie.


"Per quanto riguarda le mie conoscenze, che sono naturalmente triestine, questa è veramente una sciocchezza", ha ribadito con fermezza Deidda che ha detto di "voler mantenere il massimo riserbo" sull'eventuale interrogatorio al quale Zernar sarebbe stato sottoposto nel corso della scorsa notte.


Risposta di "massimo riserbo" da parte di Deidda anche alla domanda relativa alla circostanza secondo la quale all'eventuale verbale d'interrogatorio di Zernar possa essere stato attribuito anche il valore di informazione di garanzia. "Noi, di fronte a una serie di questioni poste dalla difesa che riteniamo serie - ha affermato con Deidda - siamo impegnati a chiarire fino in fondo le questioni che vengono sollevate. E' palese - ha aggiunto - che per chiarire queste questioni sono in corso indagini. Resto sconcertato dal fatto che qualcuno non soltanto anticipi o dica delle cose prive di senso, ma si cerchi di rompere il tipico riserbo istruttorio di momenti come questi".


"Noi - ha concluso Deidda - siamo assolutamente interessati, davvero tutti, ad appurare tutte le eccezioni contenute nello scritto difensivo. Sono eccezioni serie e noi vogliamo appurare cosa ci sia di vero e di fondato, perchè questo è interesse di tutti".

Sempre secondo 'Panorama', Ezio Zernar, direttore del Lic (Laboratorio indagini criminalistiche) della procura di Venzia specializzato in analisi balistiche, sarebbe già stato interrogato a lungo la scorsa notte. Le ragioni andrebbero ricercate nella controperizia della difesa di Zornitta, depositata dagli avvocati Maurizio Paniz e Paolo Dell'Agnolo. Un documento che, anche secondo la procura contiene elementi seri a favore di Zornitta.


Nella controperizia si ipotizzerebbe che le forbici sequestrate a casa di Zornitta siano state modificate per renderle compatibili con un lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva trovata inesplosa il 2 aprile 2004 nella chiesa di Sant'Agnese di Portogruaro (Venezia) e attribuita a Unabomber.


"Sui contenuti della perizia io non dico assolutamente nulla fino a lunedì", ha detto l'avvocato Maurizio Paniz, rinviando ogni considerazione al 22 gennaio, quando i risultati delle perizie, saranno esaminati, in contraddittorio fra accusa e difesa a Trieste, nella camera di consiglio dell'incidente probatorio disposto dal gip Truncellito. "Non abbiamo mai fatto, assolutamente, il nome di Zernar - aggiunge l'altro difensore di Zornitta, Paolo Dell'Agnolo. Noi - dice il legale - ci siamo limitati a depositare le nostre deduzioni e di questi sviluppi dell' inchiesta non so assolutamente nulla".


Sono stati proprio Ezio Zernar e il Lic a fare, nei mesi scorsi, la prima perizia sulle forbici sequestrate a Zornitta e sul lamierino di ottone recuperato nella chiesa di Portogruaro. Inoltre, è stato lui per primo a utilizzare, nell'inchiesta su Unabomber, la tecnica del "toolmark", basata sul confronto fra le microstrie lasciate da un utensile (per sempio, un coltello o un paio di forbici) su un oggetto lavorato con lo stesso arnese, nel presupposto che ogni utensile lascia tracce assolutamente uniche e inconfondibili, alla stregua dei codici a barre dei prodotti commerciali.


Dopo quattro perizie, la difesa di Zornitta ha contrapposto ieri le conclusioni di una quinta perizia, eseguita dai consulenti di parte Alberto Riccadonna e Paolo Battain, che contesta la validità della tecnica del "toolmark" e presenta un "evento straordinario" e "fatti abnormi" avvenuti nel corso degli accertamenti tecnici precedenti - come ha detto l' avvocato Paniz ai giornalisti - con "la prova che scagiona completamente Zornitta".


"Non posso e non voglio fare commenti: so cosa significa essere indagati. Certo provo stupore, ma anche, improvvisamente, un'enorme stanchezza addosso", è la prima reazione di Elvo Zornitta. L'ingegnere non ha voluto dire se si sente o meno tradito dalla giustizia. "Troppo presto per dirlo - ha spiegato - Da mesi sono una vittima e non voglio commettere lo stesso errore che è stato fatto con me dispensando commenti inopportuni e intempestivi. Però - ha aggiunto con tono deciso - se venisse dimostrata l'accusa emersa in queste ore, allora qualche commento da fare ce l'avrei".


da http://espresso.repubblica.it del 19 gennaio 2007 di Giorgio Cecchetti


Il poliziotto consulente della procura è indagato a Venezia per calunnia e falso. Tutto nacque quando l’inchiesta sembrava ormai destinata all’archiviazione

Prove manomesse, si cercano complici

 

Zernar avrebbe tagliato il lamierino per «rafforzare» gli indizi contro Zornitta

 

VENEZIA. Il perito e assistente della Polizia Ezio Zernar, conosciuto a livello internazionale per la sua competenza balistica, è indagato per calunnia, falso ideologico e violazione di pubblica custodia di cose. Ma le indagini proseguono: i controlli potrebbero riguardare anche altre persone. Nel momento in cui fossero confermate le accuse di aver manipolato la prova cardine contro Elvo Zornitta, l’ormai noto lamierino, gli investigatori avrebbero ricevuto indicazioni di cercare possibili complici con cui il poliziotto veneziano potrebbe aver ideato la falsificazione.

Nel pomeriggio di ieri il pubblico ministero Emma Rizzato si è incontrata negli uffici del Tribunale lagunare con il collega triestino Pietro Montrone per decidere come proseguire indagini e accertamenti innanzitutto su quello che sempre più sembra essere un depistaggio, per capire se c’è stato e chi l’ha commesso; in secondo luogo come procedere nei confronti dell’ingegnere di Azzano Decimo, che al di là della perizia sulla forbice, resta l’unico indagato e nei confonti del quale sono stati raccolti numerosi ma non univoci indizi nell’inchiesta su Unabomber.

Toccherà ai carabinieri del Ris del colonnello Luciano Garofalo stabilire che cosa è accaduto al lamierino che faceva parte dell’ordigno inesploso ritrovato nell’inginocchiatoio di Sant’Agnese a Portogruaro l’1 aprile 2004. Era stato proprio Zernar, due anni dopo (era marzo del 2006) a chiedere agli inquirenti di sequestrare tutti gli attrezzi della piccola officina di Zornitta. Aveva già pensato di poterli comparare con i segni lasciati sui materiali.
Proprio nei primi due mesi di quello stesso anno, a Roma, c’era chi sosteneva che il gruppo di investigatori anti-Unabomber andava sciolto: troppi soldi e nessun risultato. Quasi contemporaneamente, a Venezia, il pm Luca Marini, che allora si occupava della vicenda, non nascondeva le sue perplessità sul conto delle indagini su Zornitta e aveva già preso contatti con i colleghi di Trieste per chiedere l’archiviazione (in caso di nuove prove l’indagine può essere riaperta).

Neppure un mese dopo il sequestro degli attrezzi nel capannone di Azzano, la scoperta: nonostante fossero state trovate ben due anni dopo il confezionamento della piccola bomba, Zernar comunica che i segni lasciati da una delle forbici sequestrate a Zornitta lascia le stesse impronte riscontrate sul lamierino dell’ordigno. La scoperta rilancia il lavoro del pool formato appositamente per identificare Unabomber e i pm triestini, dopo la conferma del Ris di Parma e della Polizia scientifica di Roma, chiedono l’incidente probatorio ritenendo sia la prova che cercavano.

Stando alle accuse, Zernar avrebbe rifilato e rimpicciolito il lamierino con le forbici sequestrate nel 2006, lasciando i segni dell’attrezzo di Zornitta: ma i tagli sarebbe stato lui e non Unabomber a farli sul minuscolo pezzo di metallo. Ieri, il procuratore di Venezia Vittorio Borraccetti, con un comunicato di poche righe e senza aggiungere commenti, ha confermato che il perito del Laboratorio di indagini criminalistiche della Procura è indagato e per quali ipotesi di reato. Il sospetto è che lui abbia compiuto materialmente la manipolazione perché aveva la possibilità di farlo, ma l’idea potrebbe essere stata di altri e gli inquirenti cercano di capire di chi.

Lo scopo di Zernar, quindi, sarebbe stato quello di fornire una prova, da aggiungere ad alcuni indizi (che restano validi), per «incastrare» Zornitta, sospettato già prima di essere Unabomber. Una scorciatoia: i colpevoli non si costruiscono con le prove false. E l’inghippo è venuto a galla grazie ai difensori, ma gli investigatori, quando hanno avuto la consulenza in mano, non ci hanno pensato un momento e senza timori hanno voluto vederci chiaro. «Ci sentiamo traditi - ha dichiarato il procuratore generale di Trieste Beniamino Deidda - perchè noi lavoriamo per accertare la verità. Siamo stati ingannati anche noi».

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I periti ai giudici: "Unabomber è lui"

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Le sue forbici usate per uno degli ordigni. Licenziato dall'azienda l'ingegnere indagato

LE RIVELAZIONI DOPO TRE MESI DI LAVORO DEGLI ESPERTI

Ai due superperiti - impegnati per tre mesi con un microscopio a scansione elettronica, un paio di forbici, un lamierino, quattro consulenti e una traduttrice - la risposta chiesta era secca: Sì o No. E’ uscito il Sì. E, dunque, sì: le forbici da elettricista sequestrate ad Azzano X in casa dell’ingegner Elvo Zornitta, unico indagato nell’inchiesta su Unabomber e nel mistero degli ordigni da dodici anni disseminati in ogni angolo del Nordest, sono quelle che hanno tagliato il lamierino di ottone recuperato da un ordigno recuperato inesploso in un inginocchiatoio nella chiesa di Sant’Agnese nel 2004. La perizia depositata venerdì pomeriggio nella Cancelleria del gip a Trieste, con le sue 40 pagine e le sue 363 foto, doveva restare coperta da riserbo fino a lunedì 22 gennaio, data fissata per la discussione in camera di consiglio. Ma ieri il contenuto è stato svelato: il lavoro dei periti mette a segno un punto forse decisivo per l’accusa.


Una conferma, secondo il procuratore Nicola Maria Pace, ai risultati di un’indagine che certo non si fonda solo sulla corrispondenza tra i segni incisi dall’usura nelle lame delle forbici e le tracce trasferite nel lamierino: c’era dell’altro, e questo è un tassello in più. Una non-prova, secondo la difesa (che però è costretta ad accusare il colpo), perché in Italia e in nessun altro paese il toolmark, così si chiama l’esperimento, può essere usato a carico di un indagato. Resta il fatto che adesso toccherà a Zornitta spiegare: quelle forbici hanno tagliato senza possibilità di dubbio il lamierino, quelle forbici sono state trovate in casa sua.

A firmare la perizia sono i due tecnici incaricati dal gip: Pietro Benedetti è l’ex direttore del Banco di prova nazionale delle armi di Gardone Val Trompia, in provincia di Brescia; Carlo J. Rosati è direttore del Firearm and toolmarks examiner dell’Fbi di Quantico, in Virginia. Sono considerati tra i massimi esperti di balistica al mondo. Accanto a loro c’erano anche due rappresentanti dell’accusa e due della difesa, che hanno seguito tutto lo svolgimento dell’esame.

Le forbici erano già state sottoposte a tre perizie: la prima al Laboratorio di indagini criminalistiche a Venezia, la seconda al Ris di Parma. La terza, al Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale Anticrimine di Roma, aveva comportato un danneggiamento dell’attrezzo, le cui lame erano state disallineate. Ma questo, assicurano Benedetti e Rosati, non ha compromesso l’esito dell’incidente probatorio. Che conferma, con l’ausilio di uno strumento altamente sofisticato e non utilizzato in precedenza, le conclusioni a cui anche le altre perizie erano giunte.


E adesso? «Questa prova non è assolutamente sufficiente. Dimostreremo che il nostro cliente è innocente» assicura l’avvocato Paolo Dell’ Agnolo, che con Maurizio Paniz compone il collegio difensivo dell’ingegnere. E’ invece «raro - secondo il procuratore generale di Venezia, Ennio Fortuna - trovare una perizia che si spinge in questi termini di certezza». Nicola Maria Pace definisce il risultato una «prova del nove» che rimette a posto tutti gli altri elementi raccolti in questi anni a carico dell’indagato. Elvo Zornitta cerca di reagire con calma. A 49 anni, una laurea in ingegneria aeronautica, una lunga carriera alla «Oto Melara» di Genova e da tempi più recenti un lavoro da dirigente in una società di Pordenone, si trova disoccupato: è stato licenziato, dice che i vertici dell’azienda non hanno fatto misteri comunicandogli a fine novembre che tutto il clamore intorno alla sua persona rischiava di provocare un danno di immagine. Tre mesi di preavviso, e da fine gennaio è a casa.


Oggi, mentre il macigno della perizia cade sulle sue ripetute dichiarazioni di innocenza, soprattutto questo sembra angosciarlo: «Devo pagare le parcelle dei miei difensori, perfettamente rapportate all’eccellenza del lavoro che stanno svolgendo. Per tutto questo, da febbraio potrò contare solo sullo stipendio da insegnante di mia moglie».

da www.lastampa.it del 14 gennaio 2007di Anna Sandri

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Vicenda Unabomber «La forbice ha tagliato quel lamierino»

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


La relazione dei due super-esperti: La forbice sequestrata all' ingegnere Elvo Zornitta ha tagliato un lato del lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva recuperata intatta il 2 aprile 2004 nell'inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro

 

TRIESTE - La forbice sequestrata il 24 marzo 2006 all' ingegnere friulano Elvo Zornitta ha certamente tagliato un lato del lamierino di ottone trovato in una trappola esplosiva recuperata intatta il 2 aprile 2004 nell' inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro (Venezia) e attribuita a Unabomber. Lo scrivono Pietro Benedetti, ex direttore del Banco di prova nazionale delle armi di Gardone Val Trompia (Brescia), e Carlo J. Rosati, direttore del «Firearm and toolmarks examiner» dell' Fbi di Quantico (Virginia), nelle conclusioni della 'superperizia' che hanno depositato ieri pomeriggio nella cancelleria del Gip di Trieste, Enzo Truncellito.


Nelle stesse conclusioni Benedetti e Rosati affermano che la forbice ha subito alterazioni che non hanno consentito il riscontro positivo fra due profonde microstriature rilevate sui reperti nel corso degli accertamenti tecnici da loro eseguiti. I due 'superperiti', inoltre, indicano in quale fase delle tre perizie precedenti - a loro parere - la forbice ha subito tali alterazioni che hanno determinato un disallineamento delle lame. Si tratta degli accertamenti eseguiti dai tecnici del Servizio di Polizia Scientifica della Direzione Centrale Anticrimine di Roma che hanno eseguito una perizia sulla forbice dopo quelle gia fatte dai colleghi del Lic (Laboratorio Indagini Criminalistiche) della Sezione di Polizia Giudiziaria della Procura di Venezia, e da quelli della Sezione di Balistica del Ris (Reparto Investigazione Scientifiche) dei Carabinieri di Parma. Nella 'superperizia', Benedetti e Rosati sottolineano la coincidenza dei risultati delle perizie del Lic e del Ris e spiegano le differenze rilevate fra le due microstriature, attribuendole alle modificazioni subite dalla forbice.

In particolare, sia il Lic, sia il Ris avevano individuato su uno dei lati del lamierino di ottone (quello contraddistinto dai tecnici con la lettera 'B') microstriature che si identificano con quelle rilevate nella zona delle punte delle forbici da elettricista a lame dritte, marca Valex, sequestrate a Zornitta. Per quanto riguarda le microstriature rilevate su un altro lato del lamierino (quello contraddistinto con la lettera 'A' Lic e Ris erano giunti a conclusioni leggermente differenti: per il Lic, infatti, vi era assoluta identità anche per il lato 'A', mentre il Ris aveva affermato che il giudizio era inesprimibile perchè il lato era troppo corto. Il lamierino, repertato con il numero 24, ha forma rettangolare, è composto da due parti termosaldate mediante lega di stagno e ha dimensioni molto limitate: il lato più corto misura 12 millimetri, mentre quello più lungo si aggira intorno ai 38 millimetri. Faceva parte del meccanismo di scoppio di un accendino contenente nitroglicerina trovato inesploso nell' inginocchiatoio della chiesa di Sant' Agnese di Portogruaro. La trappola esplosiva era la quinta recuperata inesplosa dagli investigatori che da anni indagano su Unabomber (al momento gli ordigni recuperati inesplosi e attribuiti a Unabomber sono in tutto sette). La forbice è stata, invece, sequestrata circa due anni dopo in un capanno vicino all' abitazione di Zornitta, insieme a un'altra sessantina di oggetti ritenuti dagli investigatori interessanti per le indagini. Ha manici di plastica di colore rosso, una lunghezza complessiva di 14,5 centimetri (di cui 4,8 di lama tagliente) ed è stata repertata con il numero 63.

La prova del «toolmark», che si basa sul confronto fra le impronte lasciate da utensili da taglio, come le forbici o i coltelli, «non è assolutamente sufficiente per portare una persona a processo», treplica però l'avvocato Paolo Dell'Agnolo, difensore dell'ingegnere Elvo Zornitta, commentando i risultati della superperizia «I risultati del toolmark - ha aggiunto Dell'Agnolo - non bastano per un processo, nè in Italia e in nessun altro posto al mondo. Siamo lontanissimi da altri tipi di prove come quelle delle perizie balistiche, del Dna e delle impronte digitali. La validità delle prove ottenute con queste tecniche sono totalmente e completamente diverse da quella del toolmark». Dell'Agnolo ha poi ribadito «la totale innocenza di Zornitta. Ho letto gli atti in maniera approfondita e resto fermo in questa convinzione nella quale credo da sempre. Io, l'avvocato Maurizio Paniz e i nostri consulenti di parte, ribadiremo questa convinzione compiutamente nella sede istituzionale, che è l'aula di giustizia, e non sui giornali».

da www.corriere.it del 13 gennaio 2007

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Progetto pilota per la PreCrimine inglese

di Sabina Marchesi (04/03/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Scotland Yard pensa ad un database di probabili criminali, in modo da poter prevenire i loro intenti delittuosi. Non sarà la polizia preventiva di Minority Report, ma la sua utilità è garantita, dicono i responsabili

Londra - La polizia metropolitana di Londra ha iniziato la sperimentazione, in cinque quartieri della città, dell'utilizzo di un database di delinquenti altamente pericolosi, con l'intento di poter prevenire i delitti prima ancora che essi avvengano.

Il progetto, che verrà esteso all'intera area urbana della capitale inglese qualora dimostrasse la sua reale efficacia, si basa sulla creazione di una lista dei 100 peggiori "soggetti a rischio" per la società e i cittadini londinesi: i profili, contenenti informazioni psicologiche particolareggiate, dovrebbero secondo le intenzioni servire da "mappa" dei possibili casi a rischio per i poliziotti, permettendo di agire prima ancora che gli elementi schedati decidano di colpire con il loro sordido agire.

L'idea alla base di questa sorta di PreLista è avere uno strumento di valutazione ritagliato su misura per i peggiori elementi della città, personaggi poco raccomandabili quali l'assassino seriale Ian Huntley, lo stupratore Richard Baker e criminali di simile risma da tenere costantemente sotto sorveglianza con analisi incrociate dei rapporti di salute mentale e dei delitti di cui si sono già resi protagonisti in passato.

La lista serve insomma a "provare a beccare Ian Huntley prima che esca e commetta un nuovo omicidio", stando a quanto dichiara al Times la criminologa Laura Richards in forze alla Unità di Prevenzione degli Omicidi di Scotland Yard, "In questo modo potremo avere l'opportunità di fermare qualcosa prima ancora che essa si trasformi in un evento irreparabile".

L'idea non è nuova: a parte Dick e Spielberg, nella realtà ha già provato Singapore a varare una PleClimine dagli ampi poteri previsionali, e per quanto in maniera ridotta il progetto inglese ricorda molto da vicino quel Total Information Awareness dell'ammiraglio John Poindexter, bocciato dal Congresso e tornato in auge dal buco della serratura con il nuovo nome di Tangram.

Di fatto, la PreCrimine metropolitana è una iniziativa che allarma e preoccupa le organizzazioni di difesa della privacy e delle libertà civili fondamentali: Simon Davies, direttore di Privacy International, ha espresso la propria perplessità a riguardo: "È giusto che la polizia adoperi strumenti di intelligence sui sospetti criminali, ma è osceno suggerire che dovrebbe esserci una lista di potenziali criminali".

Secondo alcuni rapporti, l'improvvisa impennata di omicidi fatti registrare nella città di questi tempi sarebbe dovuta alle liti finite in violenza e sparatorie condite con alcool e uso di sostanze stupefacenti, e non invece agli assassini seriali che la PreLista avrebbe il compito di tenere sotto controllo. Per non parlare degli omicidi passionali o quelli non premeditati, impossibili da prevedere se non usando appunto tecnologie e soggetti scaturiti dalla fantasia dei maggiori autori sci-fi del secolo scorso.

Dubbia rimane inoltre l'efficacia della pervasività degli strumenti di sorveglianza nella società inglese nel ruolo di prevenzione dei crimini. Le telecamere a circuito chiuso, piazzate per ogni dove per le strade di Londra proprio con il compito di individuare improvvise esplosioni di violenza casuale (erano 4 milioni in tutta l'Inghilterra già nel 1994), per quanto dotate di software avanzati di riconoscimento delle forme e microfoni in grado di individuare i toni di voce fuori posto, hanno finora dimostrato di non essere in grado di fare molto più di quanto i "bobby" in giro per la città non facessero già da soli: le statistiche criminali dicono che la percentuale di omicidi è rimasta sostanzialmente costante.

La domanda fondamentale da porsi è quindi quanta utilità possa avere l'idea di una sorveglianza speciale nella riduzione dei crimini efferati, se già quella ordinaria ha dimostrato, finora, di non funzionare un granché.

Alfonso Maruccia da http://punto-informatico.it/p.aspx?id=1789991&r=PI

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Ma le sette esistono davvero?

di Sabina Marchesi (04/03/2007)


A cura di Ceriani Cinzia


Religione cattolica, diavolo, reati omicidi.

Dietro agli omicidi seriali compiuti dal mostro di Firenze ci sono, secondo alcuni, potenti organizzazioni clandestine. Il nostro criminologo si chiede se tali sette esistano davvero. E la risposta è inattesa ...

 

Parli del diavolo ed eccolo che appare..." scriveva Erasmo da Rotterdam intorno all' anno del Signore mille e cinquecento. All' alba del terzo millennio la fascinazione diabolica non sembra avere perso nulla della sua attrattiva e seguaci del maligno paiono comparire con buona frequenza in ogni parte del mondo, suggerendo l' esistenza di organizzazioni sataniste potenti e occulte, dedite all' omicidio efferato, ai riti sanguinari. Nessuno può negare una confusa ispirazione satanista nelle stragi compiute in California da Charles Manson e dai suoi seguaci che si riconoscevano nella definizione di The Family; l' assassino di Sharon Tate d' altra parte è passato alla storia come "Satana" Manson. Nella stessa linea si muoveva Richard Ramirez, the night stalker, serial killer satanico attivo nella metà degli anni Ottanta, nel periodo in cui negli Stati Uniti era diffuso e allarmante il cosiddetto "panico satanista", la convinzione terrifica che potenti organizzazioni e sette fossero ovunque, a incrinare le istituzioni americane. E del tutto recentemente, nel nostro Paese, ecco le tre giovani ragazze di Chiavenna che decidono di portare a termine il sacrificio di una vittima innocente, e il 6 giugno del 2000, in una zona solitaria scelta con premeditazione, colpiscono a morte Suor Laura Maria Mainetti. Ma è altrettanto vero che il tentativo di andare oltre gli episodi, seppure estremi, di cogliere segnali di una struttura forte e ramificata non hanno portato a molto; anzi, quasi a nulla. Per esempio abbiamo negli Stati Uniti la testimonianza di Ken Lanning, per 10 anni all' Unità di Scienze del Comportamento dell' FBI; il rapporto assai prudente delle sue approfondite indagini sul mondo dei rituali satanici è disponibile in rete (basta inserire in un motore di ricerca il titolo del lavoro Satanic, occult, ritualistic crime: a law enforcement perspective). Sandor La Vey, ormai defunto autore della Bibbia di Satana, fondatore della Chiesa di Satana di cui il cantante Marylin Manson si è dichiarato sacerdote, non è mai stato considerato dalle forze di Polizia un elemento pericoloso; un passato da domatore di circo, quindi fotografo per la scientifica, veniva addirittura chiamato sulla scena di alcuni omicidi perché fornisse un parere tecnico sull' esistenza o meno di segni e simboli che rimandassero all' occulto. E in Italia, dopo alcuni anni di ribalta, il processo alla setta dei "bambini di satana" di Marco Dimitri si è concluso senza lo svelamento di retroscena di una qualche gravità criminale. Naturalmente coloro che credono nell' esistenza e nella potenza delle organizzazioni sataniche affermano che chiunque non le riconosca, sia esso magistrato o investigatore, non sia altro che un affiliato impegnato a coprire, a nascondere. Una catena di delitti irrisolti: una necessaria premessa, per giungere all' argomento che, da vent' anni a questa parte, si ripresenta periodicamente d' attualità: il mostro di Firenze; o forse sarebbe più opportuno parlare dei mostri di Firenze. Barbara Locci e Antonio Lo Bianco, amanti, vengono uccisi nella notte tra il 21 e il 22 agosto 1968; solo 14 anni dopo l' intuizione di un maresciallo dei carabinieri permetterà di collegare il duplice delitto ai crimini del mostro, riconoscendo, attraverso prove balistiche, l' impiego di un' unica arma, calibro 22. Il 14 settembre 1974 cadono sotto i colpi del maniaco Stefania Pettini e il fidanzato Pasquale Gentilcore; sul cadavere della ragazza si contano novantasei coltellate al tronco. Ma è con il successivo delitto che compaiono le mutilazioni sessuali sul corpo delle ragazze uccise, mutilazioni che si ripresenteranno nel corso dei successivi omicidi: il 6 giugno 1981 la ventunenne Carmela Di Nuccio muore con il compagno Giovanni Foggi. Il 22 ottobre 1981 l' assassino torna a uccidere: le vittime sono Susanna Cambi, ventiquattro anni e Stefano Baldi, ventisei. Il 19 giugno 1982, a Montespertoli: Antonella Migliorini, diciannove anni, e Paolo Mainardi, ventidue. Il 9 settembre 1983 il serial killer uccide due giovani tedeschi, Horst Meyer e Uwe Rusch Sens; hanno capelli lunghi, e probabilmente uno dei due viene scambiato per una ragazza. Le indagini procedono a 360 gradi ed è in questo momento che viene richiesto dagli inquirenti un identikit psicologico del mostro. Scendono in campo esperti italiani dell' Università di Modena, agenti speciali dell' FBI e della Bundeskriminalamt tedesca. Nella perizia consegnata alle autorità si può leggere come il killer presenti le caratteristiche tipiche del lustmorder, cioè l' assassino per libidine "... inteso come soggetto che agisce scegliendo i luoghi e le situazioni, ma non le vittime, che gli sono in genere sconosciute, sotto la spinta di un impulso sessuale abnorme, nel quale confluiscono cariche aggressive profonde e un desiderio sessuale che in genere non trova altre vie di appagamento se non quelle dell' azione sadica, nell' ambito delle quali spesso si esaurisce la sua sessualità extra delittuosa. Si tratta certamente di un soggetto di sesso maschile, che agisce da solo, con tutta probabilità destrimane, con una destrezza semiprofessionale nell' uso dell' arma da taglio e una conoscenza quanto meno dilettantistica dell' arma da fuoco...". Ma altri specialisti non sono d' accordo sull' esistenza di un unico autore: troppo complesse le attività compiute sulla scena di questi crimini in Toscana. L' ultimo delitto del mostro avviene l' 8 settembre 1985 quando vengono uccisi Jean Michel Kraveichvili, venticinque anni, e Nadine Mauriot, trentasei anni. Omicidi seriali, la più famosa catena di delitti irrisolti nel nostro Paese, crimini che non possono essere scordati, fascicoli che non possono essere archiviati. Gli unici responsabili ? Nel corso degli anni compaiono sulla scena Pietro Pacciani, Mario Vanni, Giancarlo Lotti, presto soprannominati dai cronisti i "compagni di merenda"; il 22 febbraio 1998 Pietro Pacciani esce di scena, dopo una prima condanna e una successiva assoluzione: viene trovato morto nella sua casa di Mercatale e l' autopsia parla di cause naturali. Ma non tutti gli elementi sembrano convincere. Il 31 maggio 1999 la Corte d' Assise d' Appello di Firenze giunge a una sentenza: conferma la condanna all' ergastolo emessa nel primo grado di giudizio per Mario Vanni e riduce invece quella del Lotti a 26 anni. L' ultima ripresa delle indagini muove dalla morte del medico Francesco Narducci, annegato nel lago Trasimeno nel 1985; la riesumazione del cadavere avvenuta due anni fa avrebbe rivelato che l' autopsia sarebbe stata condotta in realtà su un altro individuo. Certamente le scienze forensi possono dare un contributo essenziale nel chiarire se la morte del Narducci, liquidata come annegamento accidentale, sia stata in realtà dovuta a strangolamento. In questi casi il tavolo anatomico può rivelare fratture a quella delicata struttura della regione del collo che è l' osso ioide. E Francesco Narducci sarebbe stato legato a Francesco Calamandrei, ex farmacista di San Casciano... Dall'America una guida anti-setta: ma da dove muovono le indagini in un caso come quello del mostro di Firenze ? Certo è fondamentale il riconoscimento di un comune modo di agire che permetta di gettare luce sul possibile movente. Così gli investigatori, per riconoscere in un delitto un crimine rituale, pongono un'attenzione particolare su alcuni elementi. Il San Francisco Police Department, per esempio, ha elaborato una vera e propria guida sul campo per l'analisi della scena di un crimine che apparentemente abbia ispirazione satanica. Trenta punti, trenta caratteristiche quali il luogo del ritrovamento del cadavere e la posizione del corpo a formare disegni geometrici. L'asportazione di parti e organi può suggerire un loro impiego a fini cannibalici o per altri rituali; a ricoprire un significato simbolico sono generalmente la testa, il cuore, le mani, i genitali, gli occhi, le orecchie e la lingua. Un significato importante rivestono poi le ferite da taglio, il loro numero, se sono cioè multipli di tre, sei, sette e tredici, la loro dimensione e localizzazione, l'incisione e la mutilazione di zone sessuali. E ancora: la presenza sulla scena del delitto di candele, oli e incensi, versi tratti dalla Bibbia e scritti col sangue, graffiti con caratteri indecifrabili o riconducibili ad antiche lingue, o ancora più direttamente alla simbologia satanista (la cifra 666, per esempio, considerata il "marchio della bestia"). Un delitto a ispirazione satanica può essere poi progettato e realizzato in coincidenza temporale con una data prefissata, ed esiste un vero e proprio calendario satanico scandito da ricorrenze particolari. Da ultimo non è infrequente che chi commetta o commissioni un crimine rituale conservi testimonianza scritta o fotografica dei macabri cerimoniali. Tempo che passa, verità che fugge: il mostro di Firenze, i mostri di Firenze: l'ipotesi di mandanti ed esecutori, di omicidi e di asportazioni d'organi utilizzati per riti satanici non si scontra con quanto in precedenza affermato: è possibile che un gruppo si costituisca intorno alla patologia e al carisma perverso di uno (o di pochi) senza che ciò debba farci per forza pensare a grandi e potenti organizzazioni. Paolo Canessa, Pubblico Ministero, e Michele Giuttari, Commissario a capo della Squadra Anti Mostro, non hanno un compito facile: tra gli investigatori è celebre un motto che recita "in polizia giudiziaria il tempo che passa è verità che fugge". Ma certamente hanno dalla loro una motivazione adeguata e una determinazione pari alla gravità dei fatti su cui vogliono fare chiarezza. E soprattutto una serie importante di riscontri che, dobbiamo immaginare, siano ancor più circostanziati di quanto noto e diffuso dai mezzi di comunicazione. Una setta in trenta punti: gli investigatori impegnati nelle indagini di un omicidio devono porre particolare attenzione ad alcuni dettagli per poter riconoscere eventuali omicidi rituali. Per esempio, il San Francisco Police Department ha elaborato una guida divisa in trenta punti per analizzare la scena del crimine. Ecco quali sono: 1) Osservare il luogo del ritrovamento: in genere i rituali satanici si svolgono in luoghi appartati. 2) La posizione del corpo: se forma un cerchio o è ritrovato appeso a un albero. 3) Osservare se il corpo è mutilato o integro. 4) Annotare se il cadavere è vestito o spogliato. 5) Controllare se sono state inferte ferite in un numero che sia un multiplo di 3, 6, 7 o 13. 6) Segni di inchiostro o tatuaggi sul corpo. 7) Se il corpo presenta disegni fatti con vernice o altre sostanze . 8) Bruciature sparse per il corpo. 9) Se vengono trovati gioielli di fianco al corpo. 10) Annotare se mancano gioielli. 11) Corde colorate di fianco al corpo. 12) Oggetti rituali come candele, calici, contenitori per il sale, tanto per fare un esempio. 13) Oli o incenso spalmati sul corpo. 14) Gocce di cera di candela rappresa sia sul corpo sia intorno a esso. 15) Controllare se vi sono escrementi umani o animali sulla superficie del corpo o internamente a esso. 16) Controllare se caviglie o polsi risultino essere stati ammanettati. 17) Durante l' autopsia verificare il contenuto dello stomaco per vedere se sono presenti sostanze anomale. 18) Verificare che nei polmoni non ci siano fumo, liquidi o sangue. 19) Controllare se il corpo è privo di sangue. Per alcuni culti il sangue contiene la forza della vita. 20) Verificare se ci sono segni di necrofilia, praticata spesso per l' iniziazione di nuovi membri. 21) La presenza o meno di paramenti sacerdotali o di manufatti tipicamenti cristiani. 22) Spesso sono presenti armadietti metallici chiusi a chiave, contenenti il corredo dei rituali. 23) Versetti presi dalla Bibbia o graffiti scritti col sangue. 24) Scritte apparentemente indecifrabili, magari prese dalla cabala. Molti di questi gruppi usano un linguaggio in codice o vecchi alfabeti, come il tebano. 25) Organi di animali nel luogo del ritrovamento del corpo. 26) Fotografie delle vittime durante i riti. Certe sette vogliono conservare il ricordo. 27) Controllare in quale data è stato commesso l'omicidio. Alcuni gruppi infatti compiono i rituali in particolari giorni dell'anno. 28) Se si sospetta che in un omicidio sia coinvolta una setta, prestare molta attenzione all' eventuale presenza di un computer nella casa della vittima. Molte organizzazioni li usano per comunicare, attirare nuovi adepti o archiviare materiale. 29) Fotografie o altro materiale pornografico di qualsiasi genere. 30) Eventuali segni, lettere dell' alfabeto o numeri che rimandino l'attenzione all'inferno e al simbolismo occulto, come per esempio il 666, il numero della "bestia".

Massimo Picozzi da http://newton.corriere.it/Pregresso/2004/03/2004030100016.shtml

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Morte per Asfissia AutoErotica

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


“Un maschio, bianco, età intorno ai 25 anni, venne trovato morto nella sua stanza d'albergo. il cadavere era completamente nudo ed era in posizione supina, il capo era alzato da terra poiché una cordicella di cuoio era stretta intorno al collo e legata ad una maniglia. intorno a lui vi erano delle riviste pornografiche. Un'attenta indagine medico legale chiari che non si trattava nè di suicidio e nè di omicidio."

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Come è possibile che un medico legale o un investigatore si trovi davanti a una morte, avvenuta apparentemente per impiccagione, o tecnicamente per asfissia, senza prove evidenti di un omicidio e in privazione totale di indizi atti ad avvalorare la tesi del suicidio?

 

La spiegazione, per quanto drammatica e sconvolgente, è in realtà terribilmente semplice, la vittima stava cercando solo una gratificazione sessuale attraverso l’utilizzo di una pratica erotica piuttosto deseuta ma in netta crescita, e terribilmente pericolosa, anche se esaltante, l’Asfissia AutoErotica.

 

Recenti studi dell’FBI dimostrano che la morte per asfissia oggi costituisce il 6,5% delle cause di morte per decesso autoindotto che viene a interessare giovani adolescenti in cerca di esaltanti emozioni, e che rappresenta, da sola, almeno il 31% dei moventi di impiccagione o apparente suicidio.

 

Il fenomeno, in netta crescita, ha registrato negli Stati Uniti 250 casi nel 1979, saliti drammaticamente a 500/1.000 casi nel 1983.

 

Naturalmente, per ovvi motivi, non sempre è possibile determinare con certezza le reali cause della morte o identificare il numero esatto dei decessi riconducibili a questa categoria, il che spiega l’estrema flessibilità delle statistiche, ma appare evidente che la tendenza è in costante aumento.

 

Non si conosce dunque il numero esatto delle persone decedute nel corso dell’espletamento di queste pratiche erotiche, né il numero di soggetti che ne fanno regolarmente uso, ma si sa per certo che il feomeno interessa comunemente maschi compresi nell’età adolescenziale tra i 12 e i 25 anni, per almeno il 71% dei casi accertati.

 

Gli aspetti medico legali che possono indurre gli investigatori a sospettare eventuali casi di morte per AutoAsfissia Erotica sono generalmente: strangolamento, impiccagione, legacci da strangolamento, soffocamento e compressione del petto. E più genericamente: decessi sospetti avvenuti per infarto, colpo apoplettico o assideramento, che potrebbero parimenti essere riconducibili alle più comuni pratiche autoerotiche.

 

Ultimamente le modalità di esecuzione di queste particolari attività di autogratificazione sessuale vengono parificate anche a una serie di fenomeni minori, tutti estremamente pericolosi e in grado, se applicati in mancanza di condizioni di sicurezza, di condurre alla morte del soggetto per: compressione del collo o del torace, esclusione dell’ossigeno, chiusura delle vie aeree, elettrocuzione e inalazione di gas, assunzione di veleni, eccitanti, sedativi o dopanti, miscugli di sostanze tossiche o non tossiche ma pericolose se mischiate assieme, somministrazione incontrollata di anestetici, bondage o giochi erotici estremi di ruolo e di coppia.

 

Tecnicamente la sindrome dell’Asfissia AutoErotica viene descritta dagli esperti come “impiccagione eroticizzata e ripetitiva”, meglio conosciuta come Asphyxophilia.

 

Si tratta, in pratica di una sorta di parafilia che consiste nel gratificarsi sessualmente tramite strangolamento o asfissia. La pratica si basa sulle sensazioni estremamente eccitanti che si ottengono sottoponendosi a strangolamento o impiccagione parziale durante la masturbazione, ma è un fatto che ove questa procedura di asfissia, autoindotta o provocata, non venga interrotta in tempo, esiste il rischio concreto di giungere alla morte del soggetto, o a gravi stati di incoscienza causati dall’interruzione dell’ossigeno al cervello.

 

Queste pratiche autoerotiche piuttosto atipiche si ottengono comunemente inserendo la testa in un sacchetto di plastica, o stringendo il collo in legacci da strangolamento,  o ancora attraverso l’induzione di corrente elettrica, areosol o propellenti vari di natura chimica.

 

Note fin dal XVI secolo, in origine le pratiche di Asfissia Autoerotica venivano utilizzate come trattamento per la cura di disfunsioni sessuali e per l’impotenza.

 

Per quanto macabro possa sembrare la diffusione massima di questa pratica si ebbe quando, all’epoca delle impiccagioni, vennero notate nei cadaveri degli impiccati tracce di erezione, e in alcuni casi anche di eiaculazione, sopravvenuta al momento contestuale della morte.

 

Poi spiegato scientificamente, il fenomeno venne originariamente collegato alla carenza di ossigeno e allo stato di asfissia che è legato all’impiccagione, anche se tutti i patologi sanno che è cosa piuttosto comune riscontrare nei cadaveri, anche in assenza di morti asfittiche, alcune gocce di sperma sull’orifizio uretrale, dovute semplicemente alla paresi e al rilassamento post-mortem degli sfinteri.

 

Questo genere di pratiche comunque ebbe originaria diffusione in Oriente e in Sud America, in India ancora oggi sono frequenti i giochi erotici tra bambini messi in atto tramite soffocamento o impiccagione, e anche la letteratura non ha mancato di dare il suo contributo, con le opere Justine del Marchese de Sade, Billy Budd si Melville, e Gadot di Becket.

 

Risale al 1856, invece, la prima pubblicazione scientifica sull’argomento a firma dello psichiatra francese De Boismont, che riscontrava come circa il 30% dei casi sospetti di adolescenti o adulti maschili deceduti per impiccagione era legato a manifestazioni evidenti di erezione od eiaculazione.

 

In seguito, nel 1928, una enciclopedia austriaca pubblicò la voce "penis strangulation" come pratica di asfissia autoerotica.

 

Successivamente fu  Bloch a descrivere le pratiche di soffocamento delle donne durante i rapporti sessuali, e fu Ellis a narrare dell’ “impulso di strangolare l'oggetto di desiderio sessuale”.

 

Gonzales, Vance e Helpburn furono i primi a introdurre l’argomento in ambito forense.

 

Nel 1953, Stearn pubblicò uno studio effettuato su una casistica di 97 suidici avvenuti nel Massachusets tra il 1941 ed il 1950, provando che 25 persone di quelle 97 non avevano avuto alcuna intenzione di suicidarsi, ma erano piuttosto decedute nel corso dell’espletamento di pratiche di asfissia autoerotica.


Successivamente, negli anni settanta, l’FBI commissionò un’apposita ricerca, eseguita dall’agente speciale Roy Hazelwood e dallo psichiatra Dr. Park Dietz, in collaborazione con la  dottoressa Ann Burgess, i cui risultati vennero pubblicati nel libro "Autoerotic Fatalities", al momento il trattato più completo ed esaustivo sull’argomento.

 

Originariamente si pensava che questa pratica interessasse solo le fasce adolescenziali, successivamente venne invece provato che, se pur con minore incidenza, il fenomeno riguardava anche maschi in età edulta.

 

Uno dei casi più esemplificati al riguardo concerne il caso di un maschio, adulto, di 47 anni, divorziato, di professione dentista, rinvenuto cadavere nel suo studio con una maschera da anestesia sul volto.

 

Anche le donne, che in un primo tempo si riteneva non fossero interessate dal fenomeno, possono a volte essere dedite a questo tipo di pratica, che per definizione si riterrebbe erroneamente maschile.

 

Caso esemplificativo quello di una donna di 35 anni, ritrovata impiccata nell’armadio del bagno di casa sua, il cadavere, rinvenuto nudo in uno spazio angusto nei pressi dell’anta dell’armadio, aveva i piedi appoggiati contro il muro ed era in posizione prona, un vibratore ancora funzionante a contatto con la vagina della donna indirizzò gli investigatori inizialmente verso altre piste, fino a quando la figlia, di soli nove anni, della vittima testimoniò che erano sole in casa al momento del fatto.

 

In ogni caso oggi gli investigatori sanno che una nudità, completa o parziale, nei casi di asfissia, strangolamento o impiccagione, può far propendere decisamente le indagini verso la pista della Asfissia Autoerotica.

 

Confondono invece le statistiche, i casi in cui i parenti più prossimi, rinvenendo il cadavere nudo, si affrettano a rivestirlo, inquinando le prove e modificando la scena del crimine.

 

A volte poi la maggior parte delle morti autoerotiche sono caratterizzate da travestitismo o masochismo, in questi casi le vittime, eterosessuali e di sesso maschile, indossano capi di abbigliamento femminile.

 

Si ipotizzano allora giochi di ruolo in cui il soggetto, indossando panni femminili, simuli di immedesimarsi in una donna allo scopo di sdoppiarsi per creare una doppia personalità, in cui il lato maschile, di tipo sadico, possa infliggere punizioni erotiche all’altra personalità, femminile, caratterizzata da un’evidente masochismo, di modo che “idealmente” è una donna ed essere torturata e seviziata.

 

Tracce di questa pratica, che non è mai stata riscontrata all’inverso, ossia casi di donne travestite da uomini, si ritrovano nel Best Sellers il Silenzio degli Innocenti, di Thomas Harris.

 

Risale al 1994 un caso esemplificativo in questo senso, un ingegnere di 46 anni viene trovato morto nella sua abitazione, appeso a un gancio e travestito da donna con minigonna nera, collant e tacchi a spillo, nel video registratore una cassetta hard che riproduce la medesima simulazione, nell’esecuzione della quale però il malcapitato avrebbe avuto difficoltà a collegare il complicato marchingegno di cappi e nodi scorsoi, inducendosi inconsapevolmente la morte.

 

Per quanto, come già detto, spesso i parenti più prossimi, all’atto del rinvenimento del cadavere, per pudore o per vergogna, sono indotti a modificare la scena della morte, un patologo ben preparato sa bene che deve fare attenzione ad eventuali tracce di anossi cerebrale, tipica dell’asfissia autoerotica.

 

Inoltre, nel 1981, l’agente speciale dell’FBI, Roy Hazelwood, ha delineato le caratteristiche tipiche della scena classica di morte per asfissia autoerotica, che sono: Prove di asfissia prodotte da strangolamento o impiccamento, posizione del corpo favorevole a causare la morte per asfissia, indizi che la morte sia causata da un incidente o da un mancato funzionamento dei mezzi di salvataggio, elementi sulla scena del crimine che provino un meccanismo di autosalvataggio fallito, prove di attività sessuale solitaria, in mancanza dei quali si può ipotizzare un omicidio, un suicidio assistito o un incidente occorso durante un rapporto sessuale a due persone, prove di aiuti alla fantasia sessuali, pornografia o altro materiale presenti sulla scena della morte, precendenti indizi di dedizione alla pratica autoerotica, nessuna intenzione o motivazione apparente che possa giustificare il suicidio.

 

In questo senso risulta particolarmente eclatante il caso di un cadavere rinvenuto in un canale, di una donna morta per asfissia e annegamento. Il fidanzato della vittima, arrestato, di soli 26 anni, dichiarò che la donna era morta per strangolamento durante un gioco erotico di coppia, ma fu arrestato per omicidio perché la ragazza in realtà aveva solo perso i sensi, trovando poi la morte per annegamento solo al momento in cui l’indiziato tentava di occultarne il presunto cadavere gettandolo in un corso d’acqua.

 

Anche i Serial Killer si sono spesso interessati particolarmente di questa modalità erotica, primo fra tutti l’agente di polizia Gerard Schaefer, in forza nella comunità rurale di Brevard in Florida. Schaefer  rapiva giovani autostoppiste che poi conduceva nel bosco, immobilizzandole o legandole strettamente fino al sopraggiungere della morte, associando la torture all’impiccagione, alcune delle vittime, abbandonate nel bosco, furono rinvenute in avanzato stato di decomposizione mentre altre invece erano miracolosamente sopravvissute.

 

Anche i Serial Killer John Gacy, Joseph Berdella e Gianfranco Stevanin erano dediti a questo tipo di pratiche utilizzate per la soppressione delle loro vittime, strangolandole, soffocandole e addirittura in alcuni casi anche fotografandole per perpetuare l’estrema eccitazione dell’attimo fatale precedente alla morte.

 

Rimane il fatto comunque che una pratica tanto insidiosa possa condurre spesso alla morte, totalmente immotivata, del soggetto mentre è alle prese, semplicemente, con un trastullo erotico estremamente raffinato ma quasi altrettanto pericoloso.

 

Sabina Marchesi

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Il Curriculum di Jack Lo Squartatore

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Da una nota originariamente apparsa sulla Rivista Progetto Babele a firma di Marco Capelli un piccolo sunto della Storia del Serial Killer per eccellenza: Jack Lo Squartatore, mai identificato con certezza, e tuttora latitante.

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JACK LO SQUARTATORE


una nota a cura di Marco Roberto Capelli

Il suo campo d'azione era Londra. Quel West End che, oggi come ieri, costituisce il lato trasgressivo e misterioso del Tamigi. Le vittime, tutte prostitute, furono nell'ordine: Mary Ann Nichols uccisa il 31 agosto 1888 a Bucks Row, sgozzata e mutilata all'addome; Annie Chapman, trucidata l'8 Settembre ad Hanbury Street; Elizabeth Stride, uccisa a Berner Street il giorno 30, sempre di Settembre. Anche lei fu trovata con la gola squarciata e, lo stesso giorno, fu rinvenuto in Mitre Square anche il corpo senza vita di Catherine Eddowes. Gola recisa e mutilazioni al viso e al basso ventre. Infine, Mary Jane Kelly, irlandese, che fu seviziata il 9 Novembre, a Miller's Court, gola tagliata e corpo mutilato con tale atroce perizia che questo, che fu anche l'ultimo, venne definito il delitto più spaventoso di Jack lo Squartatore e passò alla storia come "L'Orrore di Miller's Court". Cinque omicidi in tutto, in sole dieci settimane. Agghiaccianti come nemmeno la più scatenata immaginazione di uno scrittore aveva potuto concepire, almeno fino a quel momento.

Nel corso degli anni sono state avanzate moltissime ipotesi, alcune deliranti, altre motivate, altre ancora semplicemente impossibili ed il presunto colpevole è stato via via identificato con Michael Ostrog, un medico russo, Kosmanski, un ebreo polacco, John Druitt un legale inglese, il Duca di Clarence, nipote della regina Vittoria, Joseph Barnett, oscuro pescivendolo, William Henry Bury (secondo il New York Times e lo scrittore William Beadle), un imprecisato membro della famiglia reale in cerca di vendetta per avere contratto una malattia venera e, perfino, Lewis Carroll, l'autore di Alice nel paese delle meraviglie.

Jack The Ripper è stato, nell'arco di un secolo, protagonista di infinite rivisitazioni letterarie, teatrali e cinematografiche più o meno fantasiose. Alcuni autori ne hanno evidenziato gli aspetti psicologici - è considerato quasi unanimemente il primo serial killer dell'era moderna - altri quelli più tipicamente sanguinari od orripilanti. Nè sono mancati gli sconfinamenti in campi limitrofi, come quello soprannaturale o umoristico. A questo secondo filone, per così dire più leggero, appartiene un piccolo capolavoro della letteratura sudamericana, Un samba per Sherlock Holmes del drammaturgo brasiliano Jo Soares, funambolico romanzo che vede fra i protagonisti uno Sherlock Holmes un po' meno infallibile del solito (ma forse più umano) smarrito fra i vicoli di Rio de Janeiro e che ci propone una tesi inedita e suggestiva sull'origine dello squartatore.

Tra gli ultimi in ordine cronologico ad occuparsi del mistero di Jack, troviamo la giallista americana Patricia Cornwell, che nel 2001 ha pubblicato un libro reportage intitolato Portrait of a killer: Jack the Ripper. Case closed (Ritratto di un assassino - Mondadori 408 pg. 18 euro) nel quale, con estrema sicurezza, si sostiene come Jack lo Squartatore non fosse in realtà altri che il noto pittore inglese Walter Sickert (1860-1942), uno dei più importanti artisti britannici della fine del XIX secolo.
Per giungere a questa conclusione, la scrittrice avrebbe speso oltre due milioni di euro, in gran parte per acquistare trentuno quadri di Sickert, la sua scrivania e molta parte della sua corrispondenza privata. Tutto in cerca di "indizi", tra cui campioni di DNA da confrontare con quelli trovati sulle lettere scritte da Jack a Scotland Yard. Con eccentricità tutta yankee, pare abbia persino distrutto una delle tele, tagliandola in pezzi ed attirandosi le ire di numerosi critici d'arte e ammiratori della pittura inglese. Ma la sua rivelazione in Gran Bretagna è stata accolta con molto scetticismo. Anzi, la scrittrice è stata accusata di essersi comportata in "modo mostruosamente stupido". La tesi della Cornwell si basa principalmente sull'analisi di una tela del 1908 intitolata Omicidio a Camden Town, dove sono dipinti una donna nuda sul letto ed un uomo seduto accanto a lei. Secondo la scrittrice, la donna ha la stessa posa che aveva il cadavere di una delle cinque vittime di Jack, quando fu trovato dalla polizia. Coincidenza niente affatto strana, dato il gran numero di stampe ed illustrazioni prodotte in quegli anni ed ispirate ai fatti, peraltro notissimi, del 1888.
In realtà sembra che Sickert fosse sì legato alla vicenda degli omicidi delle cinque prostitute, ma soltanto come involontario complice in una cospirazione massonica che intendeva proteggere il duca di Clarence, dissoluto nipote della regina Vittoria impazzito per la sifilide e considerato da molti il vero Jack lo squartatore.
Ad una tesi similare si rifà il film From Hell (La veria storia di Jack lo squartatore, 2001) con Jonnhy Depp nei panni di un investigatore sensitivo e dedito agli oppiacei e basato su di una popolare serie a fumetti di Eddie Campbell. La pellicola, licenze poetiche a parte, si distingue per l'ottima ricostruzione gotica dei bassifondi fumosi e poverissimi della Londra del 1888, per la caratterizzazione dei personaggi e l'ottima qualità della fotografia. In From Hell, Jack è in realtà Sir William Gull (interpretato dall'attore Ian Holm), medico della casa reale. Il principe ereditario alla Corona ha una relazione con una prostituta e la sposa in segreto. Ovviamente la Regina si oppone, fa riportare di forza l'erede a Palazzo Reale e fa lobotomizzare la giovane moglie. Le uniche testimoni dell'accaduto sono appunto le cinque prostitute che Sir William Gull, membro della Massoneria Inglese viene incaricato di eliminare per proteggere il prestigio della monarchia. Spinto anche dal desiderio di vendicare il giovane principe che sta morendo per gli effetti della sifilide, Gull impazzisce e inizia a massacrare le ragazze che dovrebbe semplicemente far sparire con discrezione. Finirà a sua volta lobotomizzato per ordine della Regina e rinchiuso in un manicomio, senza peraltro riuscire ad uccidere la vera Mary Kelly (la scambierà per errore con una giovane prostituta francese) che fugge tornando in Irlanda con l'aiuto dell'investigatore Abberline (Johnny Depp), innamorato di lei.
In realtà Jack lo Squartatore, quello vero, dopo l'ultima vittima, sembrò volatilizzarsi nel nulla, di lui Scotland Yard conserva ancora un fascicolo aperto ma la verità non fu mai scoperta, nè mai probabilmente lo sarà. Così come non fu mai chiarito perchè i delitti siano cessati così misteriosamente come erano iniziati. Forse, semplicemente, l'insospettabile colpevole morì portandosi il truce segreto nella tomba.

© Marco R. Capelli
marco_roberto_capelli@progettobabele.it

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La tragica fine di Sharon Tate

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Siamo ad Agosto del 1969, in California, nella sua villa con un gruppo di amici, la bellissima starlet anni sessanta, Sharon Tate, viene trucidata in un eccidio sanguinoso da una setta satanica, capeggiata da Charles Manson.

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La tragica fine di Sharon Tate

di Sabina Marchesi su gentile concessione di

BiografieOnLine.it

http://biografieonline.it/home.htm

 

 

Siamo ad Agosto del 1969, in California, nella sua villa con un gruppo di amici, la bellissima starlet anni sessanta, Sharon Tate, viene trucidata in un eccidio sanguinoso da una setta satanica, capeggiata da Charles Manson.

 

Reale bersaglio della rappresaglia di Manson e del suo odio era Terry Melcher, figlio di Doris Day, con il quale l’invasato Manson aveva dei vecchi conti da saldare.

 

Ma il fatto che Terry non vivesse ormai da tempo in quella casa non servì a salvare dal massacro Sharon Tate e i suoi  amici, che furono aggrediti e soppressi senza alcuna possibilità di scampo.

 

Narrano le cronache che al sopraggiungere delle forze di polizia la villa fosse letteralmente immersa nel sangue delle vittime, tutte orribilmente sfigurate e menomate a colpi di coltello, che le membra e le interiora fossero sparse ovunque e che con il loro sangue fossero state tracciate scritte sataniche sulle pareti.

 

Colpì particolarmente tra tutte la fine terribile di Sharon, che, incinta di otto mesi, fu sventrata ed uccisa con sedici coltellate,  poi strangolata e lasciata appesa penzolante da una corda.

 

Il marito Roman Polansky si salvò per miracolo dall’eccidio, essendo stato trattenuto sul set per ultimare le lavorazioni di un suo film.

 

Charles Manson fu arrestato e condannato all’ergastolo e si scoprì in seguito che sulla sua lista nera erano elencati svariati nomi di personalità rilevanti dell’epoca quali Tom Jones e Steve Mc Queen.

 

Molti a posteriori credettero di vedere nella terribile morte della starlette Sharon Tate il simbolo di un’epoca che finiva, basata sulla trasgressione sistematica dei valori tradizionali e sull’emersione prorompente della cosiddetta cultura giovanile.

 

E’ certo che il suo stile di vita, libero, disincantato, sfavillante e brioso, all’insegna della liberazione e della spensieratezza, contro tutti i taboo, poteva facilmente degenerare in eccessi, attirando su di sé la follia di un altro figlio di questa cultura alternativa.

 

Si dice che Manson fosse stato ispirato dall’Helter Skelter, una vecchia canzone dei Beatles, che per Manson avrebbe significato un incitamento a scatenare il caos, il delirio, la fiamma epurativa che condusse lui e i suoi seguaci al carcere a vita, e molte persone innocenti a una morte atroce.

 

Sabina Marchesi su gentile concessione di BiografieOnLine.it http://biografieonline.it/home.htm

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La Vittima del Circeo

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Giunge oggi la notizia che il 30 Dicembre del 2005 moriva in ospedale per un tumore Donatella Colasanti, la Vittima del terribile delitto del Circeo, questo articolo vuole essere un omaggio a una vittima coraggiosa, che ha sempre combattuto, restando però sconfitta, perchè giustizia fosse fatta. La sua è una voce, inascoltata, che si è aggiunta a milioni di altre, ora ha ormai raggiunto la sua compagna di quella notte sventurata, la giovanissima Rosaria Lopez.

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Terrore e morte al Circeo

di Sabina Marchesi 

 

 

Siamo nel 1975, la pubblica opinione è scossa da un fatto di cronaca terribile, assolutamente senza precedenti, le famiglie strette a tavola davanti alla televisione inorridiscono, le abitudini di migliaia di ragazze adolescenti cambieranno drasticamente a seguito di quello che accade quella lontana notte del primo ottobre 1975.

 

Durante la normale ronda notturna un vigile urbano ode dei lamenti sommessi provenire dal cofano di una macchina ben chiusa e correttamente parcheggiata, presentendo subito qualcosa di grave, diffonde immediatamente un preallarme e poi si accinge a forzare il bagagliaio.

 

Lo spettacolo che si presenta ai suoi occhi e che, tramite le pagine dei quotidiani, entrerà l’indomani nelle case di tutti gli italiani, è qualcosa di terribilmente sconvolgente, senza precedenti assoluti nel nostro paese anni settanta, ancora relativamente tranquillo e ignaro di quelle forme di violenza così gravi ed estreme tanto tipiche invece oltreoceano, e che da noi ancora attenevano solo all’immaginario collettivo di qualche film stile Arancia Meccanica. Roba da cinematografo, appunto, e non realtà.

 

Nello spazio angusto del bagaglio della 127 sono stipati due corpi, seviziati ed angariati, battuti e massacrati, di due ragazze appena diciassettenni, completamente nude e abbandonate come morte, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti.

 

Il volto di Donatella Colasanti, che apparve fotografato il giorno dopo sulle prime pagine di tutti i giornali, è la maschera di orrore di chi ha attraversato l’inferno ed è tornato solo grazie alla forza della pura disperazione, Rosaria Lopez è morta, Donatella è sopravvissuta fingendosi morta, e solo questo l’ha salvata.

 

Prestate le prime cure, soccorsa Donatella, accertata la morte di Rosaria, rilevate le prime prove e tracce dalla macchina, è adesso l’ora del racconto della sopravvissuta, che non ancora ripresasi dallo shock, dopo aver vissuto ulteriori ore di angoscia sepolta viva nel bagagliaio della macchina, accanto al cadavere della sua amica Rosaria, narra a scatti e tra i singhiozzi una storia terribile, senza precedenti, che segnerà per sempre le nostre coscienze, e porterà mutamenti radicati nelle nostre abitudini e nella nostra vita.

 

E’ una storia all’Arancia Meccanica, appunto, qualcosa di sconvolgente, di terribile, di mostruoso, di assolutamente inaudito, inconcepibile e insospettabile, fino a che non è successo davvero, a casa nostra. E da allora è diventato storia, storia di ragazze che non escono più la sera, se non accompagnate, storia di telefoni sotto controllo, storia di amicizie monitorate, filtrate e rigorosamente selezionate dalle famiglie. Ma per Donatella e Rosaria, entrambe vittime allo stesso modo, la vita è finita quel giorno, e non c’è stato più tempo per fare altro. Per loro era ormai tardi.

 

Rosaria e Donatella incontrano, nei pressi della Stazione Termini, Carlo, un ragazzo all’apparenza tranquillo, distinto, di buona famiglia, educato, colto, tranquillo, si scambiano i rispettivi numeri di telefono, si sentono, concordano un appuntamento poi saltato, e poi un altro per il giorno dopo.

 

Combinano di incontrarsi alle 16.00 di un Lunedì, un orario tranquillo, ma all’appuntamento si presentano altri due ragazzi, Angelo e Gianni affermano di chiamarsi, Carlo è impegnato a organizzare una festa nella sua villa di Lavinio, perché non raggiungerlo là?

 

Forse Rosaria e Donatella si sarebbero dovute insospettire, tirare indietro, lasciar perdere, ma hanno diciassette anni appena, e la prospettiva di una festa è forse qualcosa a cui non sanno rinunciare, non pensano al pericolo, e del resto non era mai successo niente di simile, prima di allora.

 

Presto diventa chiaro che la corsa in macchina non porta verso Lavinio, ma verso il Circeo, le ragazze domandano spiegazioni, ma il comportamento di Angelo e Gianni è ancora irreprensibile, hanno tanto l’aria dei bravi ragazzi, la festa, dicono, non si fa più, ma Carlo li raggiungerà presto, Gianni si ferma perfino a telefonare a un bar, le ragazze potrebbero scendere, chiedere aiuto, fuggire, mettersi in salvo, ma in salvo da cosa? Sono ingenue, forse spericolate, ma ancora non sospettano niente. 

 

Alla villa il tempo passa, il senso di disagio comincia a crescere, ora sì che le due ragazze diventano inquiete, si fa tardi, chiedono di essere riaccompagnate, la situazione precipita, viene loro richiesto un rapporto sessuale a pagamento, per un milione di Lire, esse rifiutano, nelle mani dei ragazzi compare una pistola, quanto richiesto viene preteso con la forza, si parla di una banda di marsigliesi, di un capo che dovrebbe apparire da un momento all’altro, sotto la minaccia delle armi vengono rinchiuse in bagno ad aspettare l’arrivo di questo fantomatico Jacques, il Marsigliese.

 

Quando questi arriva però si scoprirà che è un ragazzo italiano, senza alcuna cadenza francese, che le guarda come se sapesse tutto, ma non dice niente, ora sono in tre e sulle vittime ormai segregate senza alcuna speranza di fuga o di salvezza si abbatte l’inferno di una notte interna di sevizie e di orribili violenze.

 

Il racconto di Donatella in ospedale è comprensibilmente confuso, colmo di lacune, sulla sorte di Rosaria si apprende ben poco, perché a un certo punto le due ragazze vengono separate, saranno le prove autoptiche e i pochi frammenti di realtà rammentati dalla superstite a comporre la storia terribile della sua fine.

 

Sevizie, violenze, iniezioni di sonniferi e di narcotici, pestaggi, poi la separazione, Donatella ode Rosaria gridare, urlare, piangere, lamentarsi piano, poi il silenzio.

 

Ora è la volta di Donatella, viene percossa, picchiata, denudata, legata e trascinata per i polsi, colpita violentemente a colpi di spranga, le vengono fatte indossare delle briglie ed è obbligata a correre, mentre la  tirano, colpendo e strattonando, sviene più volte, e ogni volta che rinviene le sevizie e le percosse si fanno più brutali, bestiali e ossessivamente violente.

 

Pugni, calci, colpi di spranga e ferite inferte al capo con il calcio della pistola, Donatella è sanguinante, semincosciente, ma viva, quando rinviene per l’ultima volta, comprende che la sua unica possibilità di salvezza è quella di fingersi morta, traendo così in inganno i suoi aguzzini.

 

In ospedale Donatella confida di essere però riuscita nonostante le sevizie subite ad evitare la violenza sessuale, e la visita medica lo conferma, nonostante le orribili ferite infertegli, nonostante i colpi ricevuti, almeno quell’infamia le è stata risparmiata, non è stato così per Rosaria, che all’autopsia risulta essere stata violentata più volte, percossa e infine uccisa per annegamento, nella vasca da bagno, colpita più volte mentre veniva immersa,  e di nuovo violentata in punto di morte.

 

L’opinione pubblica è compatta, le forze dell’ordine si muovono come un sol uomo, nessuna pista viene tralasciata, nel volgere di poco tempo si giunge all’identificazione dei tre, Gianni Guido, proprietario della 127 viene arrestato mentre si aggira attorno all’auto, praticamente sul luogo del delitto, e descritto come un esaltato ben noto negli ambienti neofascisti della capitale,  Angelo Izzo, in libertà provvisoria era già stato condannato per violenza carnale, sembra subito delinearsi come il vero istigatore, Andrea Ghira scompare nel vuoto e rimane a tutt’oggi latitante nonostante le forze di polizia di tutto il mondo abbiamo ancora il suo nome in cima a tutte le liste.

 

Per una volta tanto con un processo lampo Guido ed Izzo vengono condannati all’ergastolo già nel 1976, nel 1977 tentano la fuga prendendo in ostaggio un agente di custodia, nel 1980 Guido vede la sua pena ridotta a trent’anni per via di un accordo che la sua facoltosa famiglia ha concluso con la famiglia delle vittime, pattuendo un risarcimento in denaro per un crimine senza nome e colmo di infamia.

 

Nel 1981 Gianni Guido è ormai un detenuto modello, gode di una relativa autonomia in carcere, tanto che organizza una evasione e ripara a Buenos Aires, dove viene rintracciato successivamente nel 1985, dopo che si era già rifatto una vita. Ricoverato in ospedale perché ferito durante l’arresto, in attesa dell’estradizione fugge di nuovo e si rifugia a Panama, per essere poi arrestato di nuovo nove anni dopo.

 

Angelo Izzo in carcere invece diventa un famoso mafioso, pentito politico, ed accanito esagitatore, evade anche lui nel 1994, per essere poi arrestato in Francia subito dopo la fuga.

 

Di Andrea Ghira non si è mai saputo nulla, nemmeno lontanamente localizzato è sempre riuscito ad evitare la cattura, e tutto lascia presagire che continuerà a vivere la sua vita da uomo libero, pur se braccato dalle forze di polizia internazionali, mentre inutili fiori vengono deposti sulla tomba di Rosaria, e si piange ancora per la vita di Donatella scampata all’inferno ma orribilmente segnata per tutta la sua esistenza.

 

Sabina Marchesi

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La follia di Charles Manson

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Charles Manson, uno degli assassini psicopatici più famosi della storia, ispiratore di innumerevoli leggende, fu il frutto di un epoca irrefrenabile e sconvolgente: i mitici anni sessanta in cui molti nessuno diventano facilmente qualcuno, in cui i valori abituali venivano disattesi.

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La follia di Charles Manson

di Sabina Marchesi su gentile concessione di

BiografieOnLine.it

http://biografieonline.it

 

Charles Manson, uno degli assassini psicopatici più famosi della storia, ispiratore di innumerevoli leggende, fu il frutto di un epoca irrefrenabile e sconvolgente: i mitici anni sessanta in cui molti nessuno diventano facilmente qualcuno, in cui i valori abituali venivano disattesi, e le frustrazioni di chi si riteneva qualcuno quando invece non era nessuno, potevano facilmente portare alla follia, e all’affermazione di se stessi attraverso strade di ordinaria follia.

 

Nonostante le tristi vicissitudi familiari che potrebbero certo averlo portato verso la perdizione, Manson ha sempre dimostrato di possedere una lucida follia, predeterminata e personale, un odio ben centrato verso i suoi obiettivi, e una forma di persecuzione acutamente consapevole, che hanno fatto di lui il criminale forse più inquietante della storia.

 

Egli vive in un ranch nella valle di Simi, dove raccoglie attorno a sé in una comune giovani sbandati, privi di un punto di riferimento, e con forti difficoltà di inserimento in un normale contesto sociale.

 

Essi diventano la sua famiglia, su cui impera e comanda, suonando e cantando e consumando droghe e allucinogeni, convinto di essere il quinto Beatles, addestrandoli a rubare, depredare e saccheggiare, ed ammaestrandoli al mito dell’olocausto e dell’epurazione razziale contro gli impuri.

 

Il primo massacro cade su Cielo Drive, la villa dei coniugi Polanski, lui si salva per un puro caso, perché trattenuto sul set, lei incinta di otto mesi, viene trucidata assieme ai suoi amici e al custode della villa, in maniera atroce e barbarica.

 

La strage successiva colpisce i coniugi La Bianca, trucidati in casa loro con oltre quaranta coltellate al petto.

 

E’ poi la volta di Gary Hinman, che aveva ospitato Manson e la sua famiglia, e che insegnava musica.

 

Quest’ultimo collegamento con la vittima, e le scritte di sangue sul muro, tra cui Helter Skelter, da una canzone dei Beatles che Manson interpretava come un incoraggiamento all’eccidio, e allo sprigionamento del caos come fiamma liberatoria, fanno risalire le indagini fino a Manson e alla sua setta.

 

Inizia il processo più lungo della storia degli Stati Uniti, al termine del quale  la setta satanica e il suo leader vengono condannati a morte il 29 marzo 1971. Nel 1972 lo Stato della California abolisce la pena di morte, e in virtù di questo Manson è ancora oggi rinchiuso in un carcere di massima sicurezza e sorvegliato a vista.

 

Pare che nelle sue folli liste di epurazione fossero inseriti nomi celebri e famosi tra i divi più acclamati della sua epoca tra cui Elizabeth Taylor, Frank Sinatra, Richard Burton, Steve McQueen, e Tom Jones.

 

Sabina Marchesi su gentile concessione di BiografieOnLine.it http://biografieonline.it

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L’insospettabile Ted Bundy

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Ted Bundy era uno psicopatico dal passato irreprensibile, dall’aspetto di un bravo e candido ragazzo americano, quando fu arrestato in Colorado nel 1975 si calcola che avesse già compiuto tra lo Utah e la Florida oltre trenta omicidi a sfondo sessuale.

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L’insospettabile Ted Bundy

di Sabina Marchesi

su gentile concessione di BiografieOnLine.it

 http://biografieonline.it/

 

Ted Bundy era uno psicopatico dal passato irreprensibile,  dall’aspetto di un bravo e candido ragazzo americano, tanto che alla fine delle indagini fu inserito nelle liste dei sospettati quasi per caso, solo perché possedeva una macchina di un colore e di un modello particolare, uguale a quella che era stata vista sul luogo di uno dei delitti.


Quando fu arrestato in Colorado nel 1975 si calcola che avesse già compiuto tra lo Utah e la Florida oltre trenta omicidi a sfondo sessuale.

 

Cresciuto da una ragazza madre, che si spacciava per sua sorella, e pensando quindi di essere figlio dei suoi nonni, sviluppò fin dall’infanzia forti difficoltà di adattamento, e una fobica ossessione per le donne, con le quali sembrava incapace di instaurare dei rapporti duraturi.

 

Alternava la sua esistenza di studente modello, perfettamente integrato, dal fisico atletico, amante degli sport, e incarnante il perfetto prototipo del bravo ragazzo americano, con una vita parallela in cui era uno psicopatico disadattato e forte consumatore di materiale pornografico.

 

Dopo anni di delitti a sfondo sessuale, durante i quali rimase non solo impunito ma addirittura insospettabile, in varie parti degli Stati Uniti, nel 1974 intensificò le sue attività delittuose, giungendo ad uccidere con il suo solito modus operandi quattro ragazze nel mese di gennaio, seguite da altre sette nel mese di giugno dello stesso anno a Seattle, dove si era appena trasferito.

 

Evidentemente il nuovo equilibrio duramente conquistato con il trasferimento, ogni volta che cambiava stato ed università sembrava integrarsi  e riprendeva sempre più alacremente il suo ruolo di bravo ragazzo e di studente modello, non era più in grado di reggere ancora a lungo.

 

Accusato e incarcerato in Colorado a seguito delle serrate indagini, riesce a fuggire per stabilirsi in Florida, dove ha ancora il tempo di trucidare altre due ragazze, di ferirne tre, e di rapire una bimba di soli undici anni all’uscita della scuola, per poi stuprarla e ucciderla, prima di essere nuovamente arrestato.

 

Il suo modus operandi era quello di fingersi in difficoltà, approfittando della sua aria da bravo ragazzo, si appendeva un braccio al collo, come se fosse ingessato, e si mostrava indaffarato a caricare qualcosa su un pulmino, poi una volta che le vittime si avvicinavano per aiutarlo, le tramortiva, le rapiva,  e le trasportava in una radura isolata dove le violentava per poi ucciderle sempre più selvaggiamente.


Condannato muore sulla sedia elettrica nel 1989, professandosi sempre innocente, e  ritrattando poi durante alcune interviste con i mass media, le sue ceneri vengono sparse sulle montagne dall’alto delle cascate di Washington proprio sui luoghi dove alcune delle sue vittime avevano trovato la morte.

 

A lui sono stati  attribuiti ventotto omicidi, come da sentenza del tribunale, ma si suppone che siano oltre cento le vittime che portano la firma del suo modus operandi in varie parti degli Stati Uniti nei soli anni settanta.

 

Le ragioni profonde dei suoi incontrollabili impulsi omicidi in realtà non furono mai chiarite e le loro radici e motivazioni si sono disperse coi suoi resti mortali  sui monti incontaminati attorno a Washington, ed egli rimane a tutt’oggi  uno dei serial killer più insospettabili di tutta la storia del crimine.

 

Sabina Marchesi per gentile concessione di BiografieOnLine.it http://biografieonline.it/

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I Delitti di Edgar Allan Poe

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, scrisse diversi racconti e poesie. Morì, poverissimo, a Baltimora nel 1849. Come spesso accade, la critica si accorse di lui solo dopo la scomparsa. Su gentile concessione di Linguaggio Globale.

foto intervento Edgar Allan Poe nacque a Boston nel 1809, scrisse diversi racconti e poesie. Morì, poverissimo, a Baltimora nel 1849. Come spesso accade, la critica si accorse di lui solo dopo la scomparsa. La sua influenza sugli sviluppi della narrativa del terrore - e specialmente su autori come Leroux, Conan Doyle e Lovecraft - è enorme.

Poe si può considerare come il vero antesignano della letteratura horror moderna. Fu vero maestro nel raccontare l'irrealtà e nel descrivere atmosfere angoscianti e tenebrose in cui calare le sue incredibili storie. Era capace di vivere i suoi incubi con una lucidità estrema, assurda e di per sé spaventosa. 

Nei suoi racconti è più facile incontrare personaggi inquietanti e misteriosi che non veri e propri mostri. E anche quando i mostri compaiono, come nel caso della gigantesca e orrida creatura avvistata ne La Sfinge, si rivelano essere il frutto di un'illusione ottica, di una distorsione della realtà.
Tra le altre apparizioni mostruose, bisogna poi ricordare, come osserva Jorge Luis Borges nel Manuale di zoologia fantastica, il capitolo XVIII del Gordon Pym, in cui Poe descrive - con la solita accuratezza eccessiva e maniacale - un mostriciattolo catturato in acqua: artigli e denti scarlatti, coda di topo, testa felina e grandi orecchie di cane.

Il mostro più famoso uscito dalla penna di Poe, tuttavia, compare ne I delitti della Rue Morgue: il misterioso assassino che si è inspiegabilmente e misteriosamente introdotto nell'abitazione di due donne che ha ucciso in modo selvaggio, con una forza e una violenza inaudita, nascondendo un cadavere nella canna fumaria del camino. Al termine del racconto, grazie all'abilità dell'investigatore, che ricorda molto da vicino il personaggio e il metodo di Sherlock Holmes, si rivela essere semplicemente un grosso orango scappato.

(LB)

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I serial killer

di Sabina Marchesi (19/02/2007)

A cura di Ceriani Cinzia

 

Anche le città sono popolate da mostri. È molto più facile nascondersi nel buio, nella nebbia o nella folla che riempie le strade, piuttosto che nelle acque gelide di un Loch scozzese. Dal Sito Linguaggio Globale.

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Anche le città sono popolate da mostri. È molto più facile nascondersi nel buio, nella nebbia o nella folla che riempie le strade, piuttosto che nelle acque gelide di un Loch scozzese. I mostri delle città sono umani, ma hanno molto in comune con i mostri della mitologia. Innanzitutto, come questi ultimi, colpiscono in modo atroce e bestiale. Ciò che spaventa in loro non è l'aspetto ma la violenza brutale, animalesca, peggio, umana. Sono spinti da un irrazionale istinto ad uccidere secondo rituali ripetuti e scelgono le loro vittime più o meno casualmente. Così, nell'immaginario collettivo l'assassino sconosciuto assume le caratteristiche, forse anche i tratti fisici della belva, del mostro. Chiunque può cadere tra le fauci delle creature della giungla d'asfalto. 
In secondo luogo, il mostro della città è una creatura enigmatica - almeno finché non viene svelata la sua identità - e l'alone di mistero che avvolge la sua figura fa sì che susciti una curiosità morbosa, malata, ma irresistibile. 

Nella storia della cronaca, il mostro che più di tutti seppe destare il clamore della stampa e del pubblico fu senza dubbio Jack lo Squartatore, il mostro di Whitechapel, che terrorizzava la Londra del 1888. Ancora oggi non si conosce la sua vera identità. La leggenda dello Squartatore rinacque negli anni Cinquanta, quando Scotland Yard si trovò davanti a una serie di omicidi che fecero pensare a un ritorno dello Squartatore (dall'Inferno?), o più realisticamente ad un suo macabro epigono.

In piena belle époque salì alla ribalta della cronaca nera europea il mostruoso monsieur Landru, incubo della Parigi di inizio secolo. Landru fu arrestato e condannato alla decapitazione.
Tuttavia, se vogliamo scoprire i più feroci serial killer della storia dobbiamo fare nomi meno conosciuti: lo strangolatore indiano Buhram, almeno 931 vittime tra il 1790 e il 1840; la contessa di Bàthory (1560-1614), 650 vittime; il "mostro della Colombia", nome d'arte di Pedro Alonso López; Bruno Lüdke, infernale assassino nell'Europa stretta tra le due guerre. 
Il tedesco Frederich Haarmann tra il 1918 e il 1924 fu condannato quale responsabile della morte di 27 giovani: per uccidere, assaliva la vittima e dopo averla letteralmente azzannata alla gola ne beveva il sangue, come un vero e proprio vampiro, (o forse un licantropo?).

La triste genia di criminali psicopatici, antropofagi e necrofili continua fino ai giorni nostri. È stato calcolato che attualmente, soltanto nelle carceri degli Stati Uniti siano custoditi circa 450 serial killer, autori complessivamente di un totale di più di 2.700 omicidi. 
Ma il fenomeno non è soltanto americano. Per citare un triste esempio nostrano è sufficiente ricordare le vicende del mostro di Firenze.

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Jack lo Squartatore, il serial killer rimasto anonimo

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Nella seconda metà del 1888 Londra conobbe questo terribile assassino, uno dei primi criminali a meritarsi l'agghiacciante appellativo di serial killer. Dal Sito Linguaggio Globale.

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Nella seconda metà del 1888 Londra conobbe questo terribile assassino, uno dei primi criminali a meritarsi l'agghiacciante appellativo di serial killer. Si nascondeva nel nebbia di Whitechapel, quartiere dell'East End, e di notte usciva dalla tana per aggredire giovani donne (quasi sempre prostitute), che uccideva e mutilava per poi portarsi via qualche macabro trofeo da spedire alla polizia insieme a lettere di scherno in cui si firmava "Jack the Ripper" (appunto lo Squartatore"). Jack lanciò una vera sfida a Scotland Yard, lasciando di proposito indizi sulla sua identità e indirizzando a giornali e commissariati i "souvenir" delle sue imprese. Così più di una volta gli ispettori che indagavano sul mostro si videro recapitare in ufficio un pacco postale contente raccapriccianti resti umani. Evidentemente il mostro era capace di incidere e sezionare i corpi delle vittime con la precisione di un chirurgo, ma la sua perizia nel armeggiare il bisturi costituiva l'unica certezza riguardo al caso. La polizia fece tentativi deludenti e finì per fotografare la retina della disgraziata di turno sperando che il volto di the Ripper fosse rimasto scolpito negli occhi della vittima. La catena di delitti si interruppe misteriosamente nell'inverno dello stesso anno , quando lo Squartatore era ormai tristemente famoso in tutto il globo. 
Il caso non è mai stato risolto, anche se alcuni criminologi continuano ancora oggi a studiarlo: tra le teorie più suggestive c'è l'ipotesi che Jack fosse una donna, quella per cui sarebbe stato un membro della famiglia reale, mentre altri propendono per la tesi per cui ad agire sarebbe stata una équipe organizzata composta da più assassini.
Negli anni Cinquanta i giornali popolari inglesi quando si trovarono davanti ad una nuova serie di misteriosi omicidi parlarono di un ritorno dello Squartatore

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Monsieur Landru

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Una trentina d'anni dopo il caso di Whitechapel, anche Parigi scoprì di avere il suo Squartatore. Dal Sito Linguaggio Globale.

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Una trentina d'anni dopo il caso di Whitechapel, anche Parigi scoprì di avere il suo Squartatore. A seguito della misteriosa scomparsa di dieci donne e di un ragazzo, la polizia arrestò l'insospettabile Henri Désiré Landru, quarantenne, sposato con cinque figli. Il processo, uno dei più memorabili di questo secolo, si concluse con la sua condanna a morte. Il gentiluomo era solito seguire una macabra procedura: con molto garbo invitava la vittima a Gambais nel suo villino di campagna, dove la massacrava e quindi ne bruciava il cadavere nel caminetto o nella stufa. 
Landru rappresenta il drammatico archetipo dell'uomo moderno impazzito: un signore di mezz'età, un padre di famiglia che dopo una vita piatta e convenzionale improvvisamente esplode in lucido delirio omicida. Nel 1922 venne ghigliottinato nel carcere di Versailles.

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Un elenco dei più inquietanti serial killer che la storia ricordi. Dal Sito Linguaggio Globale.

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Un elenco dei più inquietanti serial killer che la storia ricordi. Dal Sito Linguaggio Globale.

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 Nella lugubre classifica dei colleghi di Jack lo Squartatore il primo posto probabilmente spetta a Buhram, strangolatore vissuto nella regione di Oudh, in India, tra il 1790 e il 1840. Il suo laccio di seta (il rumal) fu letale per almeno 931 persone. Buhram apparteneva alla setta dei Thugs che secondo alcuni calcoli, tra il XVI secolo e la seconda metà del XIX (epoca della repressione da parte del governo britannico), causò la morte di due milioni di individui.
La contessa Erzsbeth Bàthory viveva invece nel castello di Csejthe. Siamo nell'Ungheria del XVI secolo. Sembra che la nobildonna, invidiosa della bellezza altrui, si divertisse ad ammazzare giovani fanciulle della zona. Nel 1611 il tribunale la giudicò responsabile di ben 650 omicidi, ma i privilegi della casta le consentirono di trascorrere il resto della vita rinchiusa in una stanza del suo palazzo, dove morì nel 1614.
Tornando a tempi meno remoti, nel 1980 in Ecuador fu arrestato il colombiano Pedro Alonso López, meglio noto come "il mostro della Colombia", accusato della morte di circa 300 minorenni in vari paesi sudamericani.
Nel 1944 a Vienna la polizia giustiziò senza processo Bruno Lüdke, che aveva appena confessato di aver ucciso 85 donne nei precedenti 24 anni.

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Analisi Sociologica del Matricidio

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Cinzia Tani, docente di Storia e Sociologia del Delitto all’Università La Sapienza di Roma in un’intervista rilasciata a Valerio Giacoia ci aiuta a comprendere le motivazioni psicologiche che sono alla base di un crimine tanto orrendo e così fortemente innaturale.

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Tra i tanti fatti di cronaca che appaiono sulle pagine dei giornali, quelli che più colpiscono e sconvolgono sono senz’altro i “matricidi”.

 

Fortemente amplificato oggi dai potenti mezzi comunicativi dei Mass Media quello del matricidio è comunque un fenomeno antico, vecchio di secoli.

 

Cinzia Tani, docente di Storia e Sociologia del Delitto all’Università La Sapienza di Roma in un’intervista rilasciata a Valerio Giacoia ci aiuta a comprendere le motivazioni psicologiche che sono alla base di  un crimine tanto orrendo e così fortemente innaturale.

 

Soffocati con un cuscino, asfissiati dal gas di scarico dell’auto, gettati dal balcone, uccisi nei loro lettini, strangolati, accoltellati, annegati, colpiti a morte. E’ difficile ricondurre agli abissi della depressione, della solitudine, della rabbia o della più profonda incomprensione dei crimini così efferati, come quelli di una madre che uccide il proprio figlio. Impossibili da comprendere, difficili da tollerare, questi atti di violenza sono inaccettabili se commessi contro creature inermi e indifese, proprio da chi ha donato loro la vita, e che questa vita avrebbe dovuto difendere contro tutti i pericoli, anche a costo della propria.

 

I casi di cronaca si incalzano uno con l’altro, si succedono ripetutamente sulle pagine dei quotidiani, incessatamente, con una frequenza a dir poco allarmante, al punto da far ritenere che sia un fenomeno dei nostri giorni, un’aberrazione della nostra società moderna. Ma non è così. I media e le nuove forme di comunicazione contribuiscono soltanto ad amplificare e a rendere noto un fenomeno che in altri tempi veniva nascosto, tenuto segreto, oscurato e  soffocato spesso tra le mura domestiche. Ma si tratta di un male antico quanto il mondo, che trova le sue origini nell’antichità e nella mitologia stessa.

 

Da Medea dunque, fino ai recenti casi della cronaca, non ultimo quello di Cogne.

 

Ma sentiamo quello che ci dice a tale proposito Cinzia Tani nel tentativo di spiegare una sofferenza antica, un male oscuro che affonda le sue origini nel passato. La Storia Sociologica del Delitto riporta che  "l'infanticidio è il delitto più comune nelle donne, è una costante di tutte le epoche e non c'è differenza tra società sottosviluppate o civili. La storia è piena di bambini uccisi".  L’unica variabile è  che allora non se ne sapeva nulla, oggi appena un attimo dopo i tam tam ossessivi della comunicazione mediatica divulgano ai quattro angoli del mondo la notizia con tutti i suoi macabri dettagli, supposizioni, incriminazioni, e confessioni.

 

Ma chi è la madre che uccide i propri piccoli? Cinzia Tani ci elenca i prototipi identificati dagli studiosi e che rispondo a profili psicologici ben precisi, facilmente individuabili, al punto che ci si chiede come mai nel contesto sociale e familiare, nessuno accanto a quelle madri, potenziali assassine, si sia potuto accorgere “in tempo” del pericolo che si avvicinava. La verità è che oggi i molti segni di disagio di un individuo instabile o disturbato tendono ad essere minimizzati e a passare inavvertiti. E questa è forse una delle vere colpe della nostra società moderna così convulsa e frenetica da renderci insensibili nei confronti del nostro prossimo. Anche nelle più ristrette mura domestiche tendiamo ad ignorare i campanelli di allarme che pure si propongono, preferendo spesso rimandare il problema sperando vanamente che esso si risolva da solo.

 

Le donne che commettono un infanticidio sono in genere donne fortemente disturbate, donne sole, che non lavorano, che non si confrontano in un contesto sociale, che vivono isolate tra le mura domestiche e che sentono troppo forte il peso delle responsabilità che grava sulle loro spalle. La madre che è malata di mente, la madre vendicativa, che è gelosa del suo bambino, la madre che nutre odio o risentimento verso il marito, e che per riflesso proietta queste sensazioni sulla sua creatura, la mamma colpita dalla depressione post partum, che  a volte si prolunga per diversi anni dopo la nascita del bimbo, la madre che non voleva il figlio al momento del concepimento, la madre che teme per la salute o la salvezza del proprio bambino, e che assurdamente lo sopprime solo per salvarlo, la madre instabile che agisce solo perché esasperata dal pianto ripetitivo o dai capricci della sua creatura, trovandosi incapace di gestire la situazione con le sue sole forze.

 

Sono sempre donne sole e incomprese, lasciate ad affrontare un problema con delle risorse che purtroppo non possiedono.

 

Nel libro “Assassine di Cinzia Tani, dove vengono esaminati quattro secoli di delitti al femminile attraverso la ricostruzione storica di 35 casi di donne assassine, ci sono due storie spaventose, di crimini rivolti assurdamente dalle donne contro i propri figli, o contro i bambini a loro affidati.

 

Ad esempio il caso di Denise Labbé, che nel 1954 uccise la sua bambina annegandola in una tinozza, quella che usava per lavare i panni, dopo aver inutilmente tentato di farlo in un lago. Glielo ordinò l'amante, era una prova d'amore. Lei per paura di essere abbandonata acconsentì. Una storia sconvolgente.

 

Eccone un estratto. "L'8 novembre 1954 raggiunse Catherine a Vendôme, dove era ospite della nonna. La piccola giocava con una bambola di pezza in giardino. La madre la prese per mano e le disse: 'Andiamo a lavare la bambola, vuoi?'. La bimba la seguì contenta; la sua bambola era davvero sporca. Denise aprì la bocca per prendere aria, le mancava il respiro, poi pensò a Jacques, si concentrò su di lui, sul suo ultimatum. Velocemente afferrò sua figlia e la spinse a testa in giù nella bacinella di zinco piena di acqua e sapone...".

 

Si narra che durante il processo, quando la pubblica accusa, nel tribunale, dimostrò quanto fosse difficile per una persona sola affogare una bambina di quell’età in un catino pieno d’acqua, e quanta forza e determinazione occorresse per tenerla mentre si dibatteva, molte persone in aula accusarono un malessere profondo, collegato all’orrenda ferocia di quel crimine, contribuendo così a una piena condanna senza alcun tipo di attenuante.

 

Vale la pena di citare un altro caso inquietante. Quello di una donna materna, dolce, servizievole, cui molti nel vicinato erano soliti affidare i loro figli. Una donna che anche dopo la sentenza di condanna del tribunale venne fatta ancora oggetto della fiducia e della stima di molte famiglie. Una donna a cui vennero ancora affidati bambini dopo il perpetrarsi di ogni successivo crimine infanticidia.

 

E’ la storia  di  Jeanne Weber nella  Francia del 1908

E’ difficile comprendere i motivi che hanno scatenato in questa donna il raptus omicida, sappiamo soltanto che fin da piccola aveva sempre accudito dei bambini:  i fratelli,  i figli delle famiglie dove andava a servizio, i bimbi dei vicini. Tutti la adoravano e  molti continuarono ad amarla e a considerarla innocente anche dopo i suoi crimini. Perse i primi figli in tenera età, e ne soffrì molto, e fu forse questo il fattore scatenante perché da questo momento in poi ogni volta che veniva lasciata sola con un bambino, questi veniva colto da misteriose crisi epilettiche e veniva ritrovato morto o moribondo. Per due volte fu arrestata, per due volte rilasciata, per due volte degli uomini credettero in lei e nella sua innocenza, dandole un lavoro e chiamandola nella loro casa, a guardare i loro bambini, per due volte Jeanne ricominciò a uccidere. Nessuno comprese mai la vera natura di questa donna, che morì in manicomio, dopo essere stata analizzata e studiata da schiere di esperti, tra i quali anche il famoso criminologo Cesare Lumbroso che esaminò il suo cranio diagnosticando epilessia, isteria e cretinismo.

 

Ed ecco l’estratto della storia di Denise Labbè, matricida per amore nella Francia del 1954

Ragazza madre che agognava il matrimonio, Denise conobbe un bell’allievo ufficiale, colto, intelligente, con la fissazione della letteratura e il mito dell’uomo perfetto, che professava le sue idee anche nella vita amorosa, alla ricerca della supercoppia, pretendendo dalla sua amante una dedizione totale e assoluta. Lei ne restò folgorata e si prestò succube a ogni genere di torture fisiche e mentali, esibendo fiera sulla pelle i segni del sadomasochismo a cui lui la sottoponeva, tagli, ferite, bruciature, fino a quando lui non le chiese il sacrificio estremo, l’uccisione della figlia. La piccola Catherine morì affogata in una tinozza di acqua saponata, e Denise fu accusata di omicidio, conducendo con sé come istigatore e complice l’amante. Fu condannata all’ergastolo e l’uomo a vent’anni di lavori forzati, la pubblica accusa portò in aula un bacile di zinco e dimostrò come fosse difficile tenere una creatura con la testa sott’acqua fino a farla annegare e il pubblico si chiese se fosse più esecrabile una madre che uccide la propria prole per amore di un uomo, o un uomo che è così crudele da esigere una simile prova di dedizione.

 

 

Sabina Marchesi

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Dejavù

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Con il termine francese Dejavù si indica comunemente la bizzarra sensazione di aver già vissuto una determinata scena con il convincimento di sapere cosa stia per succedere l’attimo dopo. Una volta analizzata e razionalizzata la sensazione scompare lasciandoci con un senso di misterioso sgomento.

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La stessa cosa capita con posti e luoghi dove non si è mai stati, e che logicamente non ci sarebbe possibile riconoscere, mentre invece essi rivelano per noi connotazioni familiari, come se rivedessimo qualcosa che per contro non possiamo in alcun modo aver vissuto o visto.

 

Spesso la logica si arena di fronte a queste manifestazioni inconsce che alla fine archiviamo nella nostra memoria come episodi curiosi, ma non determinanti.

 

Dunque il termine Dejavù che letteralmente significa Già Visto identifica un momento o una situazione che in realtà sperimentiamo per la prima volta, con la sensazione “errata” di averlo già vissuto.

 

Come per molti fenomeni che ancora sfuggono alla nostra comprensione non esistono spiegazioni concrete o scientifiche, mentre sono state avanzate parecchie ipotesi, alcune delle quali molto suggestive.

 

I campo abbracciati nel tentativo di dare spiegazione a questo particolare momento sensoriale sono vasti e variegati e vanno dai percorsi empirici, al  paranormale, allo psicologico.

 

Base di tutto sembra essere il nostro cervello, i cui percorsi non ci sono ancora del tutto noti, e che continua per questo a rappresentare una sorta di territorio inesplorato e sconosciuto.

 

Una delle teorie avanzate in principio è quella psicanalitica. In pratica si suppone che in determinati momenti potrebbero affiorare dal nostro subconscio di brandelli di memoria e ricordi del passato che suggeriscono solo un senso di vaga familiarità e non un ricordo ben preciso. Questo ci indurrebbe a travisare e ad attribuire al fenomeno delle connotazioni mistiche o misteriose. A volte si tratta invece di falsi ricordi, il tentativo cioà del nostro cervello di crerare dei paralleli tra l’esperienza attuale e quelle pregresse, effettuato confrontando il presente con il passato, a volte potrebbe dare dei risultati sfalzati, non reali o non veritieri, producendo il medesimo risultato di esperienza “paranormale”.

 

Questa spiegazione si avvicina a quella psicologica, dove gli specialisti del settore identificano il fenomeno con quella che tecnicamente viene chiamata paramnesia. Sarebbe in pratica una simulazione virtuale del nostro cervello che “crede” erroneamente di ricordare qualcosa che in realtà non è mai avvenuto. Un errore giustificabile e indotto da esperienze comunque assorbite ma non realmente vissute. Come una fotografia vista dalla medesima angolazione, un ricordo narrato da altri, un’esperienza analoga ma non uguale che viene travisata e confusa. In pratica un errore percettivo.

 

L’ultima ipotesi in ordine di tempo è quella di un conflitto a livello di informazioni cerebrali. Una sinapsi errata. In poche parole un’asincronia di segnale. Il nostro cervello registrerebbe come già avvenuti fatti e sensazioni che stanno di fatto avvenendo solo in quel momento creando una sorta di sovrapposizione delle tracce, dandoci l’illusoria sensazione di pre-vissuto. Un circuito troppo veloce dove si ha la consapevolezza di qualcosa prima che la sensazione ricevuta si trasformi in un evento percettivo preciso. Tale disfunzione potrebbe essere dovuta all’azione indipendente dei due emisferi cerebrali nella fase elaborativa dei segnali sensoriali.

 

Infine, molto vicina a quella parapsicologica, esiste la teoria secondo cui la sensazione di dejavù sarebbe provocata da un qualche tipo di emozione dissociativa. Determinati momenti richiamerebbero alla nostra mente sensazioni e stimoli proveniente da emozioni provate in passato e che vengono associate al momento vissuto per analogia e similitudine. La tipica sensazione di una frase già ascoltata, o di un luogo già visto che molti scambiano per esperienze di vite precedenti che riaffiorano alla memoria. Il fatto che la sensazione non sia fondata viene però provato dal fatto che non appena si tenti di focalizzare o razionalizzare il fenomeno di preveggenza, tentando di identificare la sensazione e di concentrarsi su quello che crediamo di sapere circa gli immediati sviluppi dell’azione, essa svanisce, lasciandoci giustamente con un senso di inadeguatezza, riguardo al quale la spiegazione paranormale risulta certo molto rassicurante.

 

 

L’estremizzazione della teoria paranormale prevede poi addirittura che non solo rammentiamo brandelli di vita vissuta precedentemente in esperienze di reincarnazione, ma addirittura saremmo in grado di ricevere segnali percettivi trasmessi da altri, vissuti nel passato o nel presente, in una particolare forma di telepatia a distanza.

 

Rimane il fatto che, come sempre, per tutto quello che ancora non siamo in grado di spiegare perfettamente, le teorie paranormali rimangono sempre le più affascinanti proprio perché inspiegabili e ammantate di mistero.

 

Sabina Marchesi

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Crimini d'Arte

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Domenica, 11 Maggio 2003, alle 4.00 di notte, ora di Vienna, in Austria. Un ladro si arrampica sull’impalcatura esterna del Museo di Storia dell’Arte, il Kunsthistorisches, rompe il vetro della finestra ed entra nella sala espositiva del primo piano.

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Elude il complesso sistema d’allarme, si dirige a colpo sicuro verso un’unica teca e ruba la più inestimabile delle opere d’arte, la Saliera di Benvenuto Cellini, realizzata in oro, smalto ed ebano nel 1543 per il Re di Francia Francesco I.

La Saliera è l’unico esemplare autentico del lavoro orafo del grande scultore fiorentino, ed è valutata oltre 50 Milioni di Euro. Si tratta chiaramente di un furto su commissione, destinato ad arricchire la collezione privata di qualche multimiliardario di pochi scrupoli che ha privato l’intera umanità di uno dei maggiori capolavori artistici del periodo rinascimentale.

Purtroppo il danno che viene inflitto al patrimonio artistico internazionale da un furto del genere non prevede alcun tipo di compensazione, a nulla vale che le opere siano assicurate, o sostituite con copie, pur se di pregevole fattura. Ai fini della perdita di un oggetto di rara bellezza e di indiscutibile valore culturale, rimane il fatto che non potrà più essere ammirato.

Il ripetersi di furti come questo a danno del patrimonio mondiale, hanno una risonanza di grande magnitudine sulla storia dell’Arte Italiana ed Europea ed innescano una catena di eventi che minaccia di non essere più interrotta.

Sono molte nel mondo le opere che probabilmente non avremo più occasione di ammirare, se non riprodotte su un catalogo, o ricostruite tramite ammirevoli copie, e che si aggiungono all’incredibile numero di oggetti artistici dispersi o distrutti nel corso delle rivoluzioni storiche, delle grandi guerre, e delle ripetute invasioni “barbariche”.

L’Italia in particolare possiede una delle maggiori porzioni dei tesori artistici esistenti al mondo ed ha ben trentanove delle proprietà elencate nel sito dell’Unesco come patrimonio culturale dell’umanità.

Secondo l’Interpol i furti di antichità e reperti storici sono al terzo posto nella scala della criminalità organizzata, e costituiscono il più grande bacino di riciclaggio di valuta nel mondo subito dopo il traffico di sostanze stupefacenti.

E’ stato calcolato che oltre 10 Miliardi di dollari di opere d’arte vengano sottratte ogni anno da Musei ed Esposizioni in ogni parte del mondo, depauperando il patrimonio culturale e artistico delle nazioni.

L’Italia, che per il suo passato storico è artisticamente ricca di reperti archeologici ed opere artistiche, è la vittima per eccellenza, annoverando nel conto anche gli oggetti sottratti all’estero ma realizzati da artisti nazionali, come nel caso della Saliera del Cellini, realizzata in Francia, rubata a Vienna, ma di indiscussa nazionalità italiana come opera d’arte.

Le statistiche parlano di oltre 2.000 furti all’anno, con sottrazione di circa 20.000 pezzi, per un valore stimato attorno ai 95 Milioni di dollari, con picchi occasionali anche di 145 milioni, per ogni anno, tutti gli anni.

Ne consegue che il Nucleo Operativo dei Carabinieri Italiani posto a tutela del Patrimonio Artistico e Culturale della nazione, sia uno dei più qualificati e preparati al mondo.

Estremamente efficienti nel combattere questo tipo di attività criminali, i Carabinieri Italiani hanno un nucleo altamente specializzato che lavora a tempo pieno per la tutela del nostro patrimonio artistico, denominato TPC (Tutela Patrimonio Artistico).

Formato da oltre 250 uomini addestrati per il recupero dei pezzi rubati, questo nucleo, che nel 1969 poteva contare su solo otto uomini, ha già recuperato attivamente più di 185.000 opere d’arte rubate, attraverso meticolose attività di indagine. Al loro attivo il recente recupero dei tre dipinti di Vincent Van Gogh e  Paul Cezanne, sottratti al Museo di Arte Moderna di Roma e il ritrovamento, nella collezione privata di un miliardario americano a Manhattan, di una rarissima fiala in oro del quarto secolo a.C., rubata in Sicilia da una collezione privata.

La forza corrispondente americana, che ha collaborato al recupero di questo esemplare, contrabbandato in Usa in aperta violazione delle leggi che vietano l’esportazione di antichità ed opere d’arte, è denominata U.S. Customs, oggi Homeland Security I.C.E..

Si calcola che il nucleo italiano per la Tutela del Patrimonio Artistico dalla sua costituzione ad oggi, in soli 35 anni di attività, abbia al suo attivo il recupero di 455.000 oggetti archeologi ed il sequestro di oltre 60.000 in falsi e contraffazioni.

Il lavoro di questi specialisti, che sono molto efficienti nel rintracciare opere d’arte scomparse, ufficialmente documentate e registrate, e la cui provenienza originale è legittima, sono molto ostacolati dall’esistenza di quel cosiddetto “patrimonio sotterraneo” cioè tutte quelle opere d’arte illegali e clandestine, il cui possesso non sia lecito, ed appartenga al mercato nero.

E’ chiaro che in questo caso la ricerca di oggetti ufficialmente “non esistenti”, mai catalogati o fotografi o assoggettati a perizia tecnica, sia estremamente complessa, mentre d’altronde il mercato “nero” di oggetti antichi trafugati, la cui origine e provenienza viene accuratamente falsificata, rappresenta un settore di attività molto redditizio per la criminalità organizzata.

Il fenomeno ha raggiunto livelli tali che non è raro trovare opere d’arte “trafugate” regolarmente acquistate in buona o in cattiva fede dai curatori dei musei. Si calcola che nel passaggio di mano il ricarico su queste vendite possa arrivare a toccare tranquillamente il 95% del valore originario del reperto, per un giro d’affari multimiliardario.

E’ il caso del conteso cratere attico a figure rosse, denominato Vaso Euphronious, custodito al Metropolitan Museum, che ha potuto dimostrare di averlo regolarmente acquistato da un collezionista di Zurigo, mentre le autorità italiane sono convinte che il reperto provenga da scavi illegittimi effettuati nelle aree archeologiche delle tombe etrusche in Toscana.

Lo stesso collezionista di Zurigo avrebbe poi venduto al Metropolitan nel 1981 il famoso gruppo di Argenti Ellenistici, sottratto illecitamente dal sito archeologico di Aidone, in Sicilia, ma anche qui il nucleo italiano in mancanza di una corrispondente catalogazione ed identificazione degli oggetti non ha potuto validamente contrastare le prove documentali di regolare acquisto, esibite dal Metropolitan Museum, lasciando aperta una contesa sul legittimo diritto di proprietà che dura ancora oggi.

Molti grandi musei americani possiedono reperti non autorizzati di proprietà del patrimonio culturale italiano, come il J. Paul Getty Museum di Los Angeles, il Cleveland Museum of Arts, il Saint Louis Art Museum e  il Princeton University Art Museum, che finora è stato l’unico ad aver spontaneamente restituito l’oggetto richiesto dalle autorità italiane.

In realtà il fenomeno è talmente vasto che si calcola che circa l’80% dei pezzi d’arte sequestrati dal nucleo americano di Tutela del Patrimonio Culturale, provengano dalla città di New York, che sarebbe la capitale americana degli scambi illeciti delle opere d’arte, e che avrebbe generato un mercato economico tale da ingolosire anche le case d’aste e gli antiquari della più provata fama.

Recentemente nel 2002 con un’operazione congiunta condotta da Scotland Yard con l’FBI è stato arrestato il proprietario di una casa d’aste, la galleria "Frederick Schultz Ancient Art", sulla cinquasettesima, che era anche il Presidente dell’Associazione Nazionale dei Commercianti d’Arte in Arte Antica, Orientale e Primitiva, e che usava questa copertura per saccheggiare oggetti archeologici e contrabbandarli in ogni parte del paese, dopo averli camuffati sotto l’aspetto di innocui souvenir per turisti, o mal riuscite imitazioni da pochi soldi.

La stessa sorte ha avuto un commerciante di origine Libanese che contrabbandava reperti archeologici saccheggiati dall’Iran e risalenti al 700 a.C.,  anch’egli proprietario di una galleria sulla sessanteseima.

Perfino le prestigiose case d’aste Christie’s e Sothebys di Manhattan non sono esenti da questi traffici, tanto che sovente nelle loro banditure sono stati rinvenuti a catalogo oggetti di illecita provenienza, corredati di falsi certificati di origine. Questo può avvenire perché il mercato di New York orientato al mondo dei collezionisti è assai fiorente, la sensibilità culturale è bassa, e i controlli sono ancora molto contenuti rispetto al resto del mondo, soprattutto in confronto all’Europa.

Gli Stati Uniti, il Regno Unito e il Giappone sono le nazioni che vantano il maggior numero di transazioni commerciali e investimenti su oggetti d’arte e antichità, mentre per contro sono anche i paesi che vantano i nuclei investigativi meno numerosi e specializzati nel settore dei crimini d’arte.

In controcorrente la città di Los Angeles che ha come fiore all’occhiello il miglior dipartimento anticrimine specializzato in opere d’arte, il nucleo LAPD Art Crimes Unit, diretto dal detective Donald Hrycyk, ex agente di polizia, oggi specializzato nel mercato di scambio illegittimo di opere d’arte e che vanta al suo attivo l’identificazione e il recupero di antichità rubate o contraffatte per un valore di oltre 52 Milioni di Dollari in soli dieci anni di attività.

Fino a non molto tempo fa anche il dipartimento di Polizia di New York possedeva una validissima unità specializzata in Art Crimes, guidata dal Detective Robert Volpe, ora in pensione. Volpe, che ha curato l’unità per dieci lunghi anni, era un valido poliziotto e anche un grande estimatore d’arte, un fine conoscitore, per il quale è stato facile introdursi nell’ambiente dei frequentatori abituali di aste, più o meno legittime, nel campo delle opere d’arte. E’ a questo si deve il successo positivo delle indagini che negli anni ha condotto a un numero elevatissimo di recuperi.

Descritto come " un forte poliziotto di NY che vestiva Giorgio Armani e aveva i baffi alla Salvador Dali' ”, Volpe credeva che nelle investigazioni di crimini d’arte fosse molto più importante recuperare il reperto che incriminare i colpevoli, sapeva come tenere riservate le informazioni a lui affidate da collezionisti ed antiquari, e cercava di mantenere intatta la reputazione di coloro che si prestavano a collaborare, soprattutto se marginalmente coinvolti.

La professione di Poliziotto d’Arte, richiede infatti una grande sensibilità e una fitta rete di informazioni fidate, se si vuole essere avvertiti dagli antiquari al minimo sospetto dell’immissione sul mercato di opere d’arte originali dalla provenienza non del tutto limpida.

Oggi il Federal Bureau of Investigations ha appena creato un nuovo nucleo deputato alle investigazioni sulle opere d’arte rubate. Questa unità può contare sul NSAF, che è un evoluto indice computerizzato di tutte le opere d’arte disperse, rubate o sottratte, e delle legittime registrazioni di possesso dei reperti archeologici e oggetti originali antichi, completo di una dettagliata descrizione fisica degli oggetti, e relative foto.

Grazie a questo archivio, che serve come data base analitico, è possibile identificare con matematica certezza ogni singolo oggetto detenuto da un collezionista conosciuto, o museo pubblico, e la sua “ufficiale” collocazione ed attestato di proprietà, eccezion fatta naturalmente per le collezioni “clandestine”, che, fino a che non saranno censite, non potranno essere nemmeno doverosamente protette.

Recentemente grazie all’intercessione del Professore Malcom Bell dell’Università della Virginia di Studi Classici, è stato possibile firmare tra l’Italia e gli Stati Uniti un concordato che vieta l’entrata negli Usa di oggetti artistici proveniente dall’Italia, senza la preventiva autorizzazione del nostro paese.

Si spera che con la stipula di questo patto sia possibile finalmente arginare la devastazione dei siti archeologici italiani e la contemporanea fuga all’estero delle opere d’arte depredate.

In questo modo presto lo sforzo congiunto dei paesi interessati potrà finalmente assicurare  la protezione della storia e delle sue testimonianze, e di tutte le opere artistiche, che costituiscono patrimonio e tradizione non solo del paese di origine ma di tutto il mondo, come patrimonio culturale comune all’intera umanità.

Sabina Marchesi

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Immigrati e Criminali, Quando gli Altri eravamo Noi

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


Si chiamava Gaetano Godino, ed era figlio di qualche immigrato italiano giunto in Argentina con le grandi navi che salpavano da Genova, all’epoca della grande immigrazione verso le terre dell’America Latina.

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I giornali argentini lo chiamavano “El Petiso Orejudo”, il ”monello orecchiuto”, era un piccolo ragazzino dalle grandi orecchie a sventola, fragile e allampanato. Fu rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Ushuaia, nel 1912, accusato e processato per le stragi di bambini che sconvolsero Buenos Aires, che lui uccideva insensatamente strangolandoli e conficcando loro un chiodo in testa.

L’ondata di violenza di tali efferati assassinii rivolti contro creature spesso ancora in fasce, nell’ambito di un contesto tutto sommato pacifico, fu tale da scatenare una vera e propria campagna giornalistica contro i nostri connazionali, emigrati in Argentina in cerca di sano e onesto lavoro.

Sull’onda delle teorie antropologiche e criminalistiche dell’ italiano Cesare Lombroso, il Professor Cornelio Moyano Gacita, dalle pagine dei giornali, teorizzava “La scienza ci insegna che insieme col carattere  intraprendente, intelligente, libero, inventivo e artistico degli italiani c ’è il residuo della sua alta criminalità di sangue”.

Tanto bastò per scatenare la più grande persecuzione contro gli emigranti italiani mai vista e conosciuta, che dilagò a vista d’occhio in tutta Europa, dove molti paesi chiusero le porte al flusso dei nostri connazionali, che ogni anno ancora sbarcavano su territori stranieri in cerca di fortuna o di semplice sopravvivenza.

Così la Svizzera si rivoltò contro le migliaia di immigrati bellunesi e bergamaschi che ogni anno varcavano le frontiere in cerca di lavoro stagionale.

In Francia partì una campagna contro gli italiani che “rubavano il lavoro ai loro ragazzi”, talmente violenta da scatenare uno scontro nel 17 Agosto del 1893, dove perirono nove italiani che lavoravano duramente per una paga da miseria nelle saline della Camargue, in condizioni sanitarie tali che nessun lavoratore francese vi avrebbe mai messo piede.

 

Il massacro fu poi ricordato solo nel monito di un’antica canzone popolare che recitava: “Acque morte ci addita l’orrenda / ecatombe di vittime inulte / No, jamais, sì ferale tregenda / in Italia obliata sarà”, mentre i giornali francesi riportavano frasi di ben altro genere”.

 

E intanto sui giornali francesi Maurice Barrès scriveva: «Il decremento della natalità e il processo di esaurimento della nostra energia hanno portato all’invasione del nostro territorio da parte di elementi stranieri che s’adoprano per sottometterci”.

 

Nel frattempo il quotidiano Le Jour incoraggiava il governo a proteggere i francesi «da questa merce nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano».

 

A New Orleans, dove gli italiani lavoravano duramente nei campi di cotone, con turni massacranti, per sostituire gli schiavi negri, affrancati dalla recente legge, portando tra l’altro la produzione a una crescita del 40% procapite, un gruppo di siciliani fu accusato senza prove di un omicidio, e poi regolaremente assolto dopo un legittimo processo.

La popolazione locale, che non era soddisfatta del verdetto, scese compatta in strada per un linciaggio, nel corso del quale 11 nostri connazionali furono prelevati dal carcere da una folla inferocita di oltre 20.000 persone e trucidati senza pietà, per un reato che non avevano commesso.

 

Il Presidente americano di allora, Benjamin Harrison, rischiò di essere incriminato dal Congresso solo per essersi pronunciato “contro” il linciaggio e per averlo definito “un’offesa contro la legge e l’umanità”.

 

Contemporaneamente i giornali locali scrivevano “Il clima mite, la facilità con la quale ci si può assicurare il necessario per vivere e la natura poliglotta dei suoi abitanti hanno fatto sì che, sfortunatamente, questa parte del Paese sia stata scelta dai disoccupati e dagli emigrati appartenenti alla peggiore specie di europei: i meridionali italiani (...) Gli individui più pigri,depravati e indegni che esistano (...) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili».

 

Gli organi di stampa e di informazione di tutti i paesi del mondo incoraggiarono di conseguenza una vergognosa campagna di diffidenza verso i nostri connazionali definiti di volta in volta nel modo peggiore possibile e immaginabile.

 

Secono l’opininione pubblica, gli italiani erano: “Gli immigrati più rozzi nell’aspetto esteriore come anche moralmente ed intellettualmente”, “Mille volte peggio degli sporchi irlandesi”, “Quelli che vivevano in una depravazione orribile, poiché non è raro che la baccana che affitta casa come pensionato divenga l’amante e la concubina di tutti gli operai”.

 

Nel 1922 l’italiano Francesco Fazio, di ritorno a New York, dopo aver combattuto valorosamente per l’Italia nella Grande Guerra del 1915/1918, si vide rifiutare l’ingresso negli Stati Uniti, dove si era già costruito un futuro e una famiglia, perché “analfabeta” secondo le nuove leggi, e quindi “fuori quota”.

 

Quasi contemporaneamente l’Alabama, il North e il South Carolina decisero di accettare nel loro paese solo “cittadini bianchi di nazionalità americana, irlandese, scozzese, svizzera, francese e ogni altro straniero di origine sassone, purchè non italiano”, mentre la Louisiana non consentiva “ai bimbi italiani di frequentare le scuole dei bianchi”, perché li consideravano esseri di origine inferiore.

 

E intanto i giornali argentini ancora tuonavano contro i nostri connazionali, accusati di essere “avidi accapparratori delle ricchezze nazionali”, di aver incrementato i reati e di aver fatto sì che “nel 1875 il 75% delle prostitute registrate a Buenos Aires erano nate all’estero”.

 

In questo modo per gli emigranti italiani si allontanava il sogno, caro a ogni lavoratore, di trovare «un tetto per ogni famiglia, un pane per ogni bocca, una educazione per ogni cuore».

Si attestava così in tutto il mondo una concezione negativa dell’emigrazione italiana, i grandi viaggiatori descrivevano il nostro come un “bel paese, ma brutta gente”, i nostri bambini in America “non erano considerati di razza bianca”, e gli adulti “non erano annoverati nel censimento della popolazione”, gli Australiani nutrivano un terrore fobico per l’invasione “dell’orda color oliva” composta dagli immigrati veneti e piemontesi, gli abitanti di New Orleans linciavano i nostri connazionali dopo un legittimo processo che li aveva legalmente assolti, e quelli di Aiques Mortes, in Francia, massacravano nove italiani rei solamente di aver accettato dell’onesto e necessario lavoro a basso prezzo.

Gli Svizzeri ci sospettavano di essere sporchi e degradati, e ci ritenevano colpevoli di vendere bambini e prostitute perfino ai bordelli del Cairo e di Alessandria d’Egitto. Non molto tempo dopo la criminalità mafiosa esportata negli Usa e in Canada, contribuiva a peggiorare l’immagine che di noi aveva il mondo.

Per oltre un secolo gli emigranti italiani sono stati considerati essere inferiori e indesiderabili, una casta rifiutata e dei paria.

Sarà forse per questo nostro recente passato, e per la lunga lista di invasioni, dominazioni e persecuzioni di cui è costellata la nostra storia, che oggi siamo riconosciuti come il popolo più lungimirante, illuminato, democratico e garantista di tutto il mondo occidentale.

Con tutte le implicazioni collaterali che da questo impegno derivano, ancora una volta, ci distinguiamo tra le nazioni per le caratteristiche di adattamento ed apertura mentale che da sempre ci hanno contraddistinto e che hanno contributo a fare degli italiani “un popolo di santi, di eroi, di esploratori e di navigatori..:”.

Dopotutto la culla dell’umanità, della cultura e della giurisprudenza ha avuto base in Roma, la Capitale del Mondo.

Sabina Marchesi

 


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Le Bestie di Satana

di Sabina Marchesi (14/01/2007)

A cura di Ceriani Cinzia


"... Questo è l'inizio di una lunga storia, piccola, che si concluderà con la venuta del freddo, del vento, dell'oscurità...".

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Il bosco che corre intorno a Somma Lombardo sale lungo i fianchi delle colline moreniche fino a lambire il cimitero. Il cimitero, in questa storia, è l'inizio e la fine di quel che raccontano gli alberi e il vento. Comincia da questo sentiero che corre vicino alla prima tomba, sotto al cielo azzurro, e si infila nel verde, dentro la cappa bollente dei castagni e delle felci. Il sentiero prosegue dritto per un chilometro, piega a destra, scricchiola nel folto, scende e si allarga nella radura, piena di chiazze di sole che vanno e vengono oscurate dalle nuvole. Luccica la plastica dei sigilli lasciati dalla polizia giudiziaria lungo i bordi della buca, quella dei cadaveri.
Al telefono, molto lontano da lì, un investigatore del Reparto scientifico dei carabinieri, ha voce imperturbabile: "I corpi dei ragazzi, uno sovrapposto all'altro, scheletriti, ci hanno già raccontato molto. Ora cerchiamo tracce oggettive degli assassini. Analizziamo il contenuto secondario della buca: sigarette, bottiglie di birra, una mazza, tre guanti di lattice".
Dice che i tessuti dei vestiti delle due vittime (cappotti lunghi neri, jeans neri, anfibi neri) potrebbero avere conservato molecole degli assassini. Sostiene che l'interno dei guanti potrebbe rivelare qualcosa e che la buca, contaminata dai batteri, è un pessimo ambiente, ma forse la terra del bosco ha fatto il miracolo.
La terra del bosco e specialmente la sua luce di penombra, da queste parti, fanno tutto il contrario dei miracoli. Dagli archivi dei carabinieri saltano fuori segnalazioni - a Somma, Golasecca, Pombia, Lesa - di luci misteriose intraviste, di uomini incappucciati che entrano nel bosco, di animali sgozzati, di chiese solitarie profanate, candele sciolte, pietre tombali smosse, croci e triangoli rovesciati.

Il parco della valle del Ticino giunge fin quasi ad inghiottire la Chiesa di Sant’Eusebio a Sesona, edificata dal XIV secolo e rimaneggiata più avanti con forme architettoniche più moderne, un luogo che ne deve aver viste dalla sua posizione. Vi abita un parroco al quale non è concesso, per volere chissà quanto superiore, esprimere liberamente le proprie opinioni, tanto da essere costretto a delegare il delicato compito alla perpetua, una donnina di una settantina d’anni, per niente arrendevole allo scorrere del tempo: “Il Cornuto esiste e si insinua. Diciassette volte è nominato nei Vangeli. Pregare lo allontana. Altrimenti lavora indisturbato. Entra nel cuore dei ragazzi, li infuoca, li fa malvagi”.

La musica, l’hard rock che non può essere l’unica spiegazione, almeno solo in vite votate al nulla, all’ordinaria ferocia da “Arancia meccanica”, quella violenza gratuita, che si esprime contro incolpevoli sconosciuti, i rituali da gang di periferia, accompagnati da cocktail di antidepressivi, alcool, droghe, allucinogeni, lungo quelle statali che portano ovunque, dai casermoni popolari tutti uguali a se stessi, fino a quelle strisce di bosco, per tornare al cemento grigio di Porta Romana, quasi sotto l’occhio vigile della Chiesa di Sant’Andrea, all’”Heavy metal pub Midnight” dove luci viola e schegge nere di mistica satanica diventano arredo e stravaganza.

I miti assumono le sembianze di Marylin Manson, rocker satanico che fonde nel suo “nome d’arte” Marylin Monroe, al fine di esaltare la sua doppiezza sessuale, e Charles Manson, il fondatore di una delle sette più deviate della storia, o di Varg Vikernes, chitarrista di uno dei gruppi più neri del blackmetal, con riff ultraveloci e lunghe urla, in prigione per scontare 21 anni. La storia di questo norvegese con la chitarra impressiona, fin dal suo pseudonimo, quel “conte Grishnackh” preso a prestito da Talkien, un orco particolarmente repellente. Suonava nei Burzum, a sua volta dimora simile all’inferno. La sua missione era quella di rendere la Norvegia simile agli inferi, attività perseguita tramite atti di vandalismo, incendio di chiese, profanazione di cimiteri, violenza su ebrei fino all’omicidio del suo discografico, un altro personaggio, Oystein Aarseth, in arte Euronymous, sospettato a sua volta di atti di cannibalismo non provati.
Di qui ebbe una grande popolarità, quella che contribuì a rendere noto il suo pensiero politico: inizialmente ossessionato dalla narrativa fantasy, passò a interessarsi alle leggende e ai miti folcloristici norvegesi, da lui messi in contrapposizione con le credenze giudaico-cristiane, considerate una vera piaga per la Norvegia e per i popoli scandinavo-germanici. La sua idea di un ritorno alla primitiva religione pagana e la celebrazione di una società strutturata come nei tempi antichi ebbero una certa presa sui giovani ma è innegabile che molti aspetti del punto di vista dei Burzum assomigliano a quelli nazisti, come il concetto di razza sovrana e la negazione dell'arte e del progresso tecnologico
La musica, con quelle stesse percussioni esplosive, testi sanguinari, accordi ossessionanti e il volume che genera onnipotenza, identità dentro a un mondo proprio, guerresco, nereggiante, maschile, che include donne sottomesse, ornamentali, sesso veloce, la mistica del dolore, e visioni di personali irrealtà precluse agli adulti.

Che sia proprio Richard Manson il precursore di queste vicende? Figlio di una prostituta sedicenne, trascorse la gioventù all’interno del sistemo penitenziario statunitense, dove subì violenze e torture di ogni tipo. Nel 1967, nel quartiere Haight Ashbury di San Francisco iniziò a reclutare reietti, sbandati, studenti del college, appartenenti a sette sataniche in cerca di una guida spirituale, un Cristo incarnato, insieme ai quali formò la cosiddetta Famiglia, una comunità dedita a pratiche sessuali orgiastiche ed all’uso di droghe psichedeliche. Anch’egli musicista, seppur mediocre, ossessionato dai Beatles, avvicinò Dennis Wilson, uno dei componenti dei famosi Beach Boys, convinto di poterne ottenere il passaporto per la popolarità. Trasferì l’intera Famiglia presso l’abitazione di Dennis, amante dei festini a base di orge e droghe. In effetti, il punk rock si basa sul rifiuto di ogni regola, e sul fatto che puoi costruirti da solo la tua cultura. Manson fece tutto questo.

Fallito il suo intento, cercò di perseguire quello di piegare il mondo al suo volere, proclamandosi nuovo Messia. Grazie all’LSD ed ai funghi allucinogeni, assoggettava i suoi seguaci, che commettevano per suo conto efferati omicidi, spostandosi verso Los Angeles nella Death Valley, luogo evocativo per eccellenza, dove migliaia di uomini trovarono la morte inseguendo il sogno del lontano West. Manipolatore di coscienze, commissionò omicidi di personaggi famosi: il 9 agosto del 1969 furono torturate e brutalmente assassinate cinque persone, tra cui la moglie del regista Roman Polansky. Gli omicida scrissero sui muri col sangue delle loro vittime le stesse parole che sarebbero poi state adottate dal leader dei Nine inch nails che nel 1992 affittò proprio quella casa per registrarvi un album.

Charles Manson è il prodotto malato di quello che furono gli sconvolgenti e irrefrenabili anni '60, il frutto marcio di una falsa idea di libertà partorito dalla frustrazione di non essere nessuno, mentre molti nessuno diventavano qualcuno.

Infanzie rubate, droga, sesso, musica, satana, violenza, temi che ricorrono, un ragazzo ed una ragazza morti insieme, in circostanze rituali che di mistico non avevano nulla.

Il giorno del funerale di Chiara Marino, il suo sguardo di tenebra in vita, quei suoi vestiti dark, una madre che urla la propria rabbia dal balcone di casa, ogni giorno, contro chi gliel’ha portata via in una notte di luna nuova. Il dolore, inascoltato, di una persona che avrebbe potuto col suo intervento modificare il corso della storia. Il quartiere cosparso di petali di rosa, quel colore tanto lontano dai poveri resti di una vittima, di se stessa, delle sue frequentazioni, del suo male di vivere che non le ha più restituito il sorriso.

Il 17 gennaio del 1998 in quel bosco non filtrava luce, ma solo l’oscurità che ottenebrò le menti allucinate di un branco di giovani.

Restano solo la croce e l’incenso, ornate da parole che sarebbero fuggite nel vento: "Luce mia, dolce strega, in un bosco, circondata sei da candele e in mano ancora stringi il cuore palpitante del bambino sacrificato alle tenebre". Quel bambino, forse, era lo stesso che trovò davanti a sé le tenebre che lo inghiottirono senza concedere alcun perché.

 

Roberto Ottonelli

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Il Mistero della Casa Rossa del Maine

di Sabina Marchesi (14/01/2007)


A cura di Ceriani Cinzia

 

“Ci arriva notizia dalle isole Shoals di una storia terribile. Due donne, norvegesi, sono state trovate assassinate ieri sera, uccise da un’ascia da qualcuno non ancora identificato, sebbene la gente locale non abbia dubbi sulla sua identità. Le donne vivevano nella famosa casa rossa… a Smutty Nose Island. Il crimine è avvenuto entro i confini del Maine.”

foto intervento

Con queste lapidarie parole il 6 marzo del 1873 un articolo del Portsmouth Daily Evening Times identifica e condanna il presunto assassino di un duplice omicidio avvenuto nella "casa rossa" a Smutty Nose nelle isole Shoals, dieci miglia dalla costa del New Hampshire e del Maine.

A seguito di questo articolo e della campagna di informazione condotta da tutti i giornali del paese il presunto colpevole Louis Wagner, di origini prussiane, fu arrestato e processato per questo  efferato crimine, e condannato alla pena di morte tramite impiccagione con un verdetto esemplare, giunto dopo solo 55 minuti di camera di consiglio.

Fu impiccato il 25 giugno 1875, e la sua fu la terzultima esecuzione nella storia del Maine, prima dell’abolizione della pena di morte nel 1885.

Caso esemplare di applicazione della giustizia, o clamoroso errore giudiziario?

Stando alle testimonianze e alle prove, probabilmente non lo sapremo mai, ma il colpevole che fu arrestato, condannato e giustiziato a tempo record di soli 27 mesi, forse poteva non essere quello giusto, o almeno, stando alla sacra regola dei gialli, essendo per default il più sospettabile, era forse troppo “giusto” per essere il vero assassino.

Povero, ubriacone, solo, abituato da sempre a vivere ai margini della società, reietto e emarginato, era forse il sospettato ideale, conosceva la casa dato che vi abitava, aveva dimestichezza con  i nascondigli abituali e con la collocazione di cose e persone, era al corrente dei segreti della famiglia, ma tutte queste cose insieme costituivano i più formidabili capi di accusa, ma al tempo stesso anche il suo alibi migliore.

Perché infatti una persona che viveva in casa, che conosceva bene usi e abitudini, che aveva accesso in ogni momento ai nascondigli, avrebbe dovuto ricorrere a un crimine così violento ed efferato per impossessarsi di qualcosa a cui avrebbe potuto avere accesso in un momento qualunque con relativa tranquillità?

Ma vediamo i fatti così come riportati dalla cronaca e dai resoconti del processo.

Maren e John Hontvedt, che erano giunti a Smuttynose dalla Norvegia in cerca di fortuna e di un lavoro migliore, affittarono una piccola casa bifamiliare in legno dipinta di rosso dalla famiglia Thaxter, la cui proprietaria, Celia Thaxter scrittrice e poetessa, raccontò poi la loro storia in un saggio dal titolo "Memorable Murder", dove narrò, per dirla con le sue parole, “una delle tragedie più mostruose mai accadute".

 

Celia Thatxter, che era informata sui fatti e che fu tra le prime ad intervenire sul luogo del delitto e ad osservare le reazioni dei testimoni e dei sopravvissuti, era una colpevolista convinta, e credeva fermamente che la giustizia, che avrebbe soppresso per impiccaggione Louis Wagner a un mese soltanto dalla pubblicazione del suo libro, avesse fatto il suo corso.

Ma la casa rossa a dire il vero aveva anche un altro precedente poco rassicurante, pare infatti che la famiglia che vi abitava prima fosse scomparsa in mare senza lasciare traccia, abbandonando la casa così com’era senza mai più farvi ritorno.

In ogni caso questa fu la storia della famiglia Hontvedt così come narrata dalle cronache giudiziarie.

Raggiunta una certa stabilità con i proventi della pesca, Maren e Jhon chiamarono a raggiungerli il resto della famiglia, perché aiutassero con il lavoro delle braccia il nucleo originario e partecipassero ai sacrifici e ai risparmi con l’idea di acquistare presto una barca da pesca e mettersi in proprio.

In inverno sull’isola di Smuttynose, che faceva parte dell’arcipelago delle Shoals, la loro era l’unica casa abitata, e distava dieci miglia dalla costa più vicina, che fosse del New Hampshire o del Maine.

 

La famiglia così si riunì, Maren si fece raggiungere dalla sorella Karen e dal fratello Ivan, quest’ultimo accompagnato da sua moglie Anethe, mentre Jhon chiamò a sé il fratello Matthew. Nessuno sa com’era la vita operosa e spartana di queste sei persone nell’ aspra solitudine  di quell’isola, fatto sta che la tragedia si consumò la prima notte che le tre donne rimasero sole.

Proprio in quel periodo prestava servizio presso la casa rossa anche un pescatore dal nome di Louis Wagner, giunto alle isole Sohals appena due anni prima. Questi era un oriundo Prussiano, proveniente da una piccola cittadina del nord, vicino a Pomeranie, era una specie di reietto, un mezzo vagabondo, che dava una mano in casa e con i lavori della pesca,  e in cambio riceveva vitto e alloggio. Nelle deposizioni durante il processo venne descritto come “alto, possente, scuro e con maniere gentili, sempre sul chi vive e in disparte, ma un grande ascoltatore”, chi parla è l’unica sopravvissuta alla strage, Maren, moglie di Jhon, la principale testimone per l’accusa.

La notte del duplice delitto in cui perirono Karen ed Anethe, rispettivamente sorella e cognata di Maren, gli uomini di casa erano bloccati a Portsmouth per attendere un carico di pesce proveniente via treno da Boston.

Era la prima e l’unica volta che le donne rimanevano sole in casa durante la notte, ci si sarebbe aspettato che prendessero delle precauzioni, che sprangassero le porte, invece no, sole su un’isola per il resto quasi completamente disabitata, avvertite da un pescatore che gli uomini di casa non avrebbero fatto ritorno, semplicemente si limitarono a lasciare loro la cena in caldo e andarono a letto.

O meglio questo è quanto ci viene riportato dalla testimonianza di Maren, l’unica sopravvissuta alla strage. Colei che fu indicata come colpevole dagli innocentisti, che a lungo manifestarono nelle strade in difesa del povero Louis Wagner, ufficialmente identificato come assassino e ladro.

Andando avanti con la ricostruzione dei fatti pare che a un certo punto della notte il cane di casa iniziò ad abbaiare furiosamente, svegliando Karen che dormiva in cucina, portandola a sorprendere sul fatto un individuo misterioso che si stava aggirando, complice l’oscurità, nel locale, alla ricerca di qualche cosa.

Karen lo scambiò per il cognato John, pensando che fosse tornato in silenzio nella notte e che stesse cercando di farle paura, tanto che chiamò il suo nome a gran voce, poi sempre al buio gridò “John mi sta uccidendo”.

Per oltre un secolo i non colpevolisti ricordarono questa frase come l’unica vera prova a discarico per provare l’innocenza di Louis Wagner.

La testimonianza di Maren ci dice che Karen fu colpita al buio, e che nella colluttazione si infranse il vetro di un orologio, fissando l’ora del delitto alle 1.07 della notte.

Volendo aiutare la sorella, Maren scoprì che le porte erano state bloccate, dall’assassino, allora fece uscire la cognata Anethe da una finestra della camera da letto, per mandarla a chiedere aiuto, ma questa rimase come impietrita, e fu raggiunta e colpita ripetutamente con un’ascia, gridando il nome di Louis mentre cadeva, per ben tre volte.

Da dentro casa Maren avrebbe assistito all’omicidio della cognata, mentre cercava di soccorrere e nascondere la sorella Karen, che però era già gravemente ferita, e non riusciva a fuggire, rimanendo in balia dell’assassino, mentre Maren si avventurava all’esterno in cerca di soccorsi.

Intanto alle sue spalle l’assassino cercava Karen alla luce di una lanterna, e la uccideva, tanto che Maren non potè far altro che ascoltarne impotente le grida mentre fuggiva.

Sconvolta e in preda allo shock, con la camicia da notte imbrattata di sangue e i piedi scalzi, si nascose tra le rocce e aspettò le sette di mattina per presentarsi alla casa più vicina, quella degli Ingebretson, ormai quasi assiderata, dando finalmente l’allarme.

Gli Ingebretson furono i primi a giungere sul luogo dell’eccidio, seguiti a breve distanza dagli uomini di casa, che tornavano a casa dopo una notte di lavoro e trovarono i cadaveri delle donne seminude e insanguinate, Anethe in cucina, e Karen in una zona disabitata della casa, dove nessuno andava mai.

Nel 1873 le forze di polizia erano già abbastanza evolute e furono compiute perquisizioni, rilievi ed indagini circostanziate.

L’ipotesi degli inquirenti era che l’assassino conoscesse bene la casa, si era lavato le mani a una fontana nascosta nel giardino, impossibile a trovarsi la notte per chi non fosse pratico dei luoghi, aveva avuto modo di sapere che gli Hontvedt tenevano nascosti in casa quasi 600 dollari risparmiati per l’acquisto di una barca da pesca, aveva usato l’argenteria per bere e per mangiare dopo il delitto, si era recato all’esterno per cercare Maren, ma non l’aveva trovata, il gruzzolo nascosto era scomparso.

Louis Wagner fu fin da subito l’indiziato numero uno, aveva lasciato la barca a New Castle, era stato visto aggirarsi per le strade la notte del delitto in stato evidente di confusione e grave disordine psichico, si era poi rifugiato fino a Boston dopo essersi cambiato d’abito e ripulito, alloggiando in un albergo, cosa lontana dalle sue abitudini e per la quale non aveva i mezzi. Aveva nascosto una maglietta sporca di sangue, teneva in tasca uno dei bottoni della veste di Karen, il suo nome era stato gridato nella notte per ben tre volte da Anethe. Le prove sembravano inoppugnabili.

Questi i capi di accusa: sue le tracce degli stivali che mischiate al sangue giravano intorno alla casa, sue le domande con cui si era premurato di sapere se gli uomini quella notte sarebbero tornati a casa, sua la confidenza raccolta circa i risparmi nascosti nella casa rossa, sua la confessione resa tempo prima al tavolo di un bar di essere così male in arnese “che avrebbe ucciso per potersi procurare del denaro facile”.

Eppure si dichiarò sempre innocente, fino alla fine, il giorno stesso dell’esecuzione, accusando Maren, che avrebbe congiurato contro di lui con la complicità del marito Jhon per farlo incriminare.

Centinaia di persone si convinsero della colpevolezza di Maren Hontvedt e marciarono nelle strade per ottenere la liberazione di Wagner, ciononostante egli fu impiccato dopo un regolare verdetto di colpevolezza emesso nel tempo recordi di soli 55 minuti di camera di consiglio, per il quale la testimonianza di Maren, l’unica sopravvissuta, fu certo determinante.

Ecco i punti che non quadrano nella tesi colpevolista.

Perché quella notte le donne non chiusero la porta a chiave, visto che era la prima volta che rimanevano sole e che l’isola era deserta?

Perché quella notte Karen dormì in cucina, cosa che non faceva mai e che non era abituale, su precisa disposizione di Maren?

Perché Karen una volta assalita urlò il nome di John e non quello di Louis, credendo appunto che fosse il cognato?

E se Anethe quando chiamò Louis per ben tre volte colpita a morte da uno sconosciuto avesse semplicemente inteso cercare disperatamente l’aiuto del pescatore pensando che potesse salvarla dal vero aggressore?

Perché Maren abbandonò al loro destino cognata e sorella con la debole scusa che doveva andare in cerca di aiuto e non si voltò indietro nemmeno quando, come racconta, ne sentì le ultime atroci urla di agonia?

E perché una volta appurato che erano entrambe morte o mortalmente colpite non si affrettò a cercare i soccorsi invece di aspettare le sette di mattina?

A carico di Louis invece furono portate le seguenti prove indiziarie.

Sapeva che gli uomini non sarebbero tornati perché glielo aveva chiesto insistentemente quella stessa sera.

Aveva bisogno di soldi ed era disposto a uccidere per averli.

Conosceva la casa e sapeva dove erano i nascondigli.

Una sua maglietta era stata trovata sporca di sangue, ed egli in preda al panico aveva affermato che si trattava di sangue animale, mentre invece dalle analisi fu provato che era sangue umano.

Aveva tentato di fuggire a Boston e di far perdere le sue tracce.

Le tracce dei suoi stivali erano state trovate miste a sangue tutto attorno alla casa.

Aveva promesso che sarebbe andato ad aiutare gli uomini a Portsmouth e invece non si era fatto vivo.

 

Ma d’altra parte perché Louis, che viveva alla casa rossa e conosceva tutti i nascondigli e aveva mille lavoretti da eseguire e piccole incombenze da svolgere ogni giorno, avrebbe dovuto compiere un eccidio per prendere, di notte, al buio e in presenza di testimoni, qualcosa che avrebbe potuto arraffare tranquillamente in qualsiasi momento, di giorno, e in tutta calma, mentre le donne erano occupate altrove nelle loro abituali attività?

 

Perché decise di compiere furto e delitto proprio in una notte in cui era a 20 miglia di distanza? E se l’aveva fatto per garantirsi un alibi allora perché raccontò invece una storia così poco plausibile circa la sua presenza in un luogo non meglio precisato?

 

E se la testimonianza di Maren era valida perché il corpo di Anethe era stato trovato dentro casa e precisamente in cucina, mentre Maren aveva dichiarato che l’aveva fatta uscire dalla finestra della camera da letto e che era stata colpita fuori?

 

E analogamente perché il corpo di Karen non era in cucina, dove stando a quanto dichiarato da Maren, era stata colpita, ma in un luogo disabitato e lontano della casa?

 

Maren sostenne che aveva tentato di condurla in salvo e che vedendola troppo debole l’aveva poi nascosta in camera da letto, contraddicendosi ancora una volta, visto che il cadavere fu poi ritrovato in un locale diverso che non era né la camera da letto né la cucina.

 

Perché se Louis era davvero colpevole non fuggì subito ma si fece vedere per strada in evidente stato confusionale prima di nascondere le tracce e riparare a Boston?

 

E perché il suo alibi, se appositamente costruito come sostenuto dall’accusa, era così inconsistente? Per tutto il processo si limitò a dichiarare che si trovava in barca con qualcuno di cui non ricordava il nome, e che poi era stato in un bar a Portsmouth ma non sapeva indicare quale.

 

Gli interrogativi sono davvero molti e non hanno mai avuto risposta, del resto nessuno può sapere quale rivalità o affinità fossero nate in quella casa con tre donne giovani e avvenenti e tre uomini variamente imparentati, chiusi giorno e notte tra quelle mura, in un’isola completamente deserta e abbandonata.

 

L’unica cosa certa è che se John fosse stato presente sul luogo al momento del delitto avrebbe dovuto contare sull’alibi del fratello e del cognato che invece testimoniarono che era a Portshmout, ma del resto se venti miglia di distanza era facilmente percorribili per Wagner, come sostenne l’accusa, lo sarebbero state di certo anche per John, che avrebbe facilmente potuto assentarsi e poi ricomparire.

 

E chi più di John avrebbe avuto interesse a proteggere la moglie, se colpevole, accusando Wagner? E per contro quale sarebbe stato l’interesse di  Maren a ritardare il più possibile i soccorsi, se  non per dare il tempo a John di rientrare a Porthsmouth e procurarsi un alibi scaricando il pesce dal treno di Boston?

 

Come per il caso di Lizzie Borden, è chiaramente dimostrato che a volte anche di fronte all’evidenza le corti dei tribunali sono state a lungo incapaci di riconoscere la colpevolezza di giovani e fragili donne che non si riesciuva proprio a vedere nei panni di perfide assassine capaci di decimare l’intera famiglia a colpi di scure.

 

Ma la cronaca di oggi ci insegna che invece le donne sono capaci di tutto, e che almeno per quanto riguarda la storia del crimine, hanno validamente raggiunto l’assoluta parità dei sessi.

 

Ed ecco che allora appare possibile che una eterea fanciulla in camicia da notte abbia una notte alzato la scure per uccidere le donne della sua stessa famiglia, per presentarsi poi lacera e tremante a chiedere pietosamente aiuto e soccorso, con ben sette ore di ritardo, al fine di accertarsi che le sue vittime fossero davvero morte, e presentandosi al limite dell’assideramento per essere meglio creduta.

 

Forse dopo tutto le tesi dei non colpevolisti potevano essere meglio ascoltate all’epoca e quel verdetto lampo di 55 minuti avrebbe potuto essere maggiormente meditato nell’interesse della giustizia e della verità.

 

Oggi, allo stato attuale delle cose, non sapremo mai se quel lontano giorno del 25 Giugno 1875 fu veramente fatta giustizia oppure no.

 

Sabina Marchesi

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